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Rottura fra Trump e Bannon: perché e cosa cambierà nella politica americana

Fonte: L’Huffington Post

 

Le dichiarazioni che Steve Bannon avrebbe affidato all’imminente libro di Michael Wolff, nelle quali definisce “traditore” e “non patriottico” il presunto ‘incontro del figlio e del genero di Donald Trump con una funzionaria russa, hanno suscitato la veemente risposta dello stesso Presidente. Come si può spiegare quest’improvviso scontro tra Trump e il suo ex stratega, e quali conseguenze avrà sulla politica americana?

Sebbene oggi Donald Trump cerchi di minimizzare il suo passato rapporto con Bannon, l’attuale presidente della testata Breitbart fu a capo della vittoriosa campagna elettorale e quindi nominato Chief Strategist alla Casa Bianca. Soprattutto, Bannon è stato più di un semplice membro dello staff: è un influente ideologo della destra americana, forte di un consistente patrimonio personale (le stime si spingono fino a quasi 50 milioni di dollari), dirigente di una testata che su Internet compete coi maggiori quotidiani mondiali.

La sua stella all’interno dell’Amministrazione è rapidamente declinata: già il 5 aprile scorso era stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, e il 18 agosto dimissionato totalmente dalla Casa Bianca. Tuttavia era rimasto in apparentemente buoni rapporti con Trump, il quale lo aveva congedato con un tweet lusinghiero e aveva continuato a sentirlo regolarmente. In cambio, Bannon aveva continuato a sostenere Trump, imputando tutte le mancanze della sua Amministrazione all’influenza negativa di quelli che chiama i “globalisti” attorno al Presidente: in primis il genero Jared Kushner, la figlia Ivanka, il consigliere economico Gary Cohn e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.

Abbandonata la Casa Bianca, Bannon aveva ripreso le redini di Breitbart con l’intento di difendere Trump dai suoi nemici interni – missione talvolta spintasi fino a difendere il trumpismo da Trump stesso. Il punto di maggior tensione si era raggiunto in settembre: il Presidente, allontanato Bannon, sembrava aver raggiunto un accordo coi democratici per un’ampia amnistia agli immigrati (i cosiddetti Dreamers, giunti nel Paese quando ancora erano minorenni) e alle primarie per il seggio senatoriale in Alabama aveva deciso di appoggiare un candidato molto vicino all’establishment repubblicano guidato da Mitch McConnell, acerrimo nemico di Bannon.

Il presidente di Breitbart aveva reagito proiettandosi direttamente nell’agone politico e sostenendo, assieme ad altri nomi eccellenti della Destra populista americana (come Phil Robertson e Sarah Palin), il candidato Roy Moore. Da questo scontro tra Bannon e Trump era uscito sorprendentemente vincitore il primo: il netto successo di Moore alle primarie ha indotto a pensare che la base trumpiana possa muoversi a prescindere, e persino a dispetto, di Donald Trump. In quella fase Steve Bannon girava l’America incontrando potenziali investitori e candidati per cercare di accaparrarsi nel 2018 tutti i seggi senatoriali in palio contro i candidati dell’establishment repubblicano.

Arriviamo così alla recente ed esplosiva uscita di Bannon. A sorprendere non è stato tanto l’attacco a Donald Trump Jr. e a Jared Kushner, con cui notoriamente si detesta (ricambiato appieno); il vero carico da novanta è stata la scelta di un tema tanto sensibile quale il Russiagate e l’utilizzo di un termine pesantissimo quale “tradimento”. Una reazione da parte della Casa Bianca era prevedibile, sebbene non della portata in cui effettivamente è avvenuta – uno sconfessamento totale e una demolizione del personaggio Bannon, rompendo un rapporto già incrinato ma ancora salvabile (Bannon si era sempre guardato bene dall’attaccare direttamente Donald Trump, e anche dopo l’ultimo scambio di cortesie lo ha voluto definire “un grande uomo”).

Se Bannon avesse sferrato un duro attacco alla famiglia di Trump, o persino al Presidente stesso, a settembre o a ottobre quando il malcontento della base era forte, e focalizzandosi su un tema gradito ai suoi seguaci (come l’immigrazione), avrebbe probabilmente ottenuto più consensi che rimbrotti. Il problema è che l’anticipazione del libro di Wolff è arrivata a inizio gennaio, dopo che il candidato bannoniano in Alabama ha clamorosamente perso le elezioni contro il rivale democratico (in realtà a pesare in maniera decisiva sono stati fattori extra-politici, ossia le accuse di molestie sessuali anche a minorenni per Moore, ma la vicenda ha comunque indebolito grandemente Bannon) e in un momento in cui l’azione di governo e le declamazioni retoriche di Trump, sempre oscillante tra la destra radicale e il centro moderato, pendono più verso il primo che verso il secondo. In un momento cioè di luna di miele tra Trump e la sua base.

Oggi, nell’improvviso scontro tra Trump e Bannon, la base della destra populista propende decisamente, e per i fattori suddetti, verso il Presidente. Anche la scelta di cavalcare un tema come quello del Russiagate, che per i trumpisti (e fino a ieri anche per Bannon) sarebbe una montatura dello “Stato profondo” e dei democratici, e che nelle ultime settimane ha visto la demolizione a mezzo stampa (in particolare Fox News) dell’inchiesta Fbi accusata di partigianeria, non ha aiutato Bannon. Sulla stessa Breitbart la maggioranza dei commenti sono ostili a Bannon, e così sono le prese di posizione di molti nomi minori – ma che tuttavia possono fungere da polso del movimento – della destra radicale americana, come Jack Posobiec o Mike Cernovich. Anche commentatori vicini a Bannon, come Ann Coulter o Milo Yiannopoulous, si sono guardati bene dal difendere il presidente di Breitbart. Che, del resto, a oggi non si è difeso nemmeno da solo, lasciando palesemente disorientati i propri collaboratori.

Non sappiamo a quando risalgano le dichiarazioni di Bannon a Wolff, e ciò potrebbe spiegare l’infelice scelta dei tempi. Bannon ha la tendenza a parlare a ruota libera (come ricordano Cernovich e la sua ex giornalista McHugh) e questo potrebbe spiegare l’infelicissima scelta del tema e dei termini. Considerando però che Wolff ha una storia di contestazione dei suoi virgolettati, Bannon avrebbe ben potuto impugnare la veridicità delle frasi attribuitegli, ma non lo ha fatto. Forse impossibilitato a farlo dall’esistenza di una registrazione? Ma addirittura Breitbart ha rilanciato senza commento l’anticipazione del Guardian.

Ciò lascia pensare che Bannon abbia realmente inteso esprimere quelle opinioni e che fosse deciso a rivendicarle. Saremmo dunque di fronte a un suo errore di valutazione: ha sopravvalutato la propria capacità di spostare a piacimento l’opinione dei propri seguaci (che sono anche, al 99%, seguaci di Trump) e sottovalutato la possibile, devastante reazione del Presidente.

Alla base c’è forse, come suggeriscono alcuni, l’ambizione accarezzata da Bannon di diventare politico egli stesso e cercare la candidatura presidenziale nel 2020. Apparentemente fantapolitica, vista la divisività del personaggio, ma nulla appare più impossibile nella politica americana dopo l’imprevedibile successo di Donald Trump. Se anche fosse così, Bannon avrebbe giocato male le sue carte più recenti. Da fine settembre, quando era in grado di lanciare un’opa sull’intero Partito Repubblicano, a oggi si è beccato una scoppola elettorale in Alabama, la scomunica da parte di Donald Trump e forse pure un allentamento dei rapporti coi suoi grandi finanziatori, i miliardari Mercer – che sono pure comproprietari di Breitbart col fondatore e Ceo Larry Solov e con la vedova dell’altro fondatore ed eponimo Andrew Breitbart.

Alla luce di questi fatti, diventa molto improbabile per Bannon riuscire anche solo a proseguire nella sua “guerra civile” contro l‘establishment repubblicano per la conquista dei seggi senatoriali in palio nel 2018. A meno che la situazione degeneri fino a una cacciata di Bannon da Breitbart (Trump è un tipo vendicativo e potrebbe spingersi fino a fare pressioni in tal senso), l’ex stratega della Casa Bianca dovrebbe rimanere come una voce importante e influente della destra americana, ma ridimensionando comunque le proprie ambizioni.

Ciò dovrebbe rafforzare la posizione dell’establishment repubblicano, che spinge per politiche più “centriste” in particolare sull’immigrazione e la politica estera (vale a dire: no al muro sul confine col Messico, amnistia per i Dreamers, un afflusso costante e cospicuo d’immigrati, nessuna distensione con la Russia, maggiore cautela con la Cina); e dovrebbe di converso indebolire Trump, che deve la propria popolarità a promesse elettorali totalmente di segno opposto, e che perderà in Bannon un alleato forse incontrollabile ed egocentrico, ma sinceramente schierato sulle sue posizioni.

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Trump conquista consensi

Fonte: Gli Occhi della Guerra

La popolarità del presidente americano Donald Trump, racconta la stampa, starebbe crollando a picco, complici il Russiagate, gli scogli giudiziari e parlamentari ai suoi provvedimenti più radicali, e la “resistenza” proclamata dai progressisti nel Paese.

In effetti ci sono diversi sondaggi che corroborano l’idea che il Presidente americano sia molto impopolare: secondo l’aggregatore FiveThirtyEight l’approvazione per Trump sarebbe sotto il 40%. Come sempre, però, è bene non lanciarsi in conclusioni affrettate.

Un primo fatto che impone cautela è l’analisi storica di questi dati. L’unico presidente che, al giorno 150 di mandato, aveva un’approvazione bassa quanto quella di Trump, è stato Bill Clinton; il quale riuscì tuttavia a vincere un secondo mandato e a lanciare in politica la propria moglie, Hillary, facendole sfiorare la Presidenza degli Stati Uniti. I presidenti dell’ultimo mezzo secolo che al giorno 150 avevano l’approvazione più alta sono invece George H.W. Bush e Jimmy Carter: entrambi sonoramente bocciati da parte dell’elettorato quando hanno cercato di essere rieletti.

A indurre ulteriormente cautela sui proclami di sondaggisti e giornalisti è quanto avvenuto con le cinque elezioni suppletive per la Camera dei Rappresentati che si sono svolte dall’elezione di Trump a oggi. È in tali consultazioni che la disapprovazione registrata dai sondaggi avrebbe dovuto manifestarsi concretamente: i democratici lo sapevano e hanno speso cifre record nelle campagne elettorali. Ma di queste cinque elezioni i democratici ne hanno vinta una sola, in California, in una circoscrizione dove l’unico candidato repubblicano ha preso il 3,5%, superato persino dal candidato dei verdi. Chiamarla roccaforte democratica sarebbe riduttivo.

Nelle altre quattro e più competitive elezioni hanno vinto i candidati repubblicani. Si è trattato in tutti i casi di riconferma in seggi che già erano repubblicani, talvolta con dei cali percentuali, ma a contare è la vittoria o sconfitta finale: e i repubblicani hanno retto ovunque. Si potrebbe tuttavia pensare che, in questi casi, l’autorevolezza del Grand Old Party sia stata capace di controbilanciare l’effetto deleterio dell’impopolarità di Trump.

A far dubitare di ciò è il fatto che due dei quattro vincitori repubblicani siano trumpiani di ferro: Greg Gianforte e Karen Handel. Entrambi hanno prima sopravanzato i candidati repubblicani più moderati, e poi conquistato anche l’elettorato generale (ripercorrendo quanto fatto, più in grande, dal loro nume tutelare che oggi siede alla Casa Bianca).

Gianforte è un uomo d’affari che ha cavalcato la sua estraneità alla classe politica e ha espresso sostegno per molti cavalli di battaglia trumpiani: lottare contro l’élite progressista, punire le “città santuario” (ossia le amministrazioni urbane che apertamente sfidano la legge federale proteggendo gli immigrati clandestini), togliere i finanziamenti all’organizzazione Planned Parenthood che promuove e pratica l’aborto nel Paese. Ha attirato notevole attenzione a livello internazionale perché in campagna elettorale ha avuto uno scontro fisico con un cronista del “Guardian”, celebre testata britannica di sinistra. L’aver sollevato di peso e scaraventato a terra il giornalista britannico gli è costato una multa e una condanna ai servizi sociali, ma non le elezioni.

Anche Karen Handel proviene dal mondo degli affari, ma già da alcuni anni si dedica a tempo pieno alla politica. Nel primo turno si è classificata a sorpresa come prima candidata repubblicana e, malgrado il democratico Ossof partisse da oltre il 48% dei voti, lo ha sopravanzato al ballottaggio. La sconfitta è stata tanto più bruciante per i democratici perché il trentenne e inesperto Jon Ossof aveva beneficiato di una campagna da 25 milioni di dollari, la più costosa di sempre per un seggio alla Camera.

Sono ormai due anni che i sondaggisti danno Donald Trump per (politicamente) morto; ma da due anni, a ogni elezione reale, il miliardario newyorkese riesce a ribaltare i pronostici e uscire vittorioso.

Trump-Comey: immagine dello scontro istituzionale USA

Fonte: Roberta Testa, L’Indro

 

Ieri la tanto attesa deposizione di fronte al Senato statunitense dell’ex direttore dell’FBI, James Comey. E piovono dichiarazioni che, inevitabilmente, si ripercuotono sullo stesso Donald Trump che proprio il 9 Maggio scorso aveva dato il ben servito all’allora numero 1 dell’FBI, proprio quando stava portando avanti l’indagine sui presunti rapporti tra amministrazione americana e russi. Il mondo è rimasto lì, immobile ed attento, ad ascoltare le parole di Comey, parole con un alto potenziale di rischio per aprire una strada (davvero) concreta verso l’impeachment. «Quando diventai direttore dell’FBI nel 2013, capii che sarei stato al servizio del Presidente», ha subito affermato Comey. «E capii che sarei potuto essere licenziato dal Presidente per qualsiasi motivo o per nessuno».

Ma i motivi addotti a sostegno del licenziamento non sono molto chiari allo stesso Comey che lo dichiara apertamente dinanzi al Senato. «Avevo la sensazione che qualcosa stava per accadere e capivo che dovevo stare molto attento. Ricordo che pensavo che ci potessero essere sviluppi inquietanti». Prima tanto apprezzato dallo stesso Trump e poi accusato di aver gestito male la vicenda delle e mail di Hillary Clinton. «LAmministrazione Trump ha scelto di diffamare me e lFBI, e ha mentito su di me e sull’FBI», ha sparato Comey «L’FBI è onesta. L’FBI è forte. E l’FBI è e sempre sarà indipendente», ha affermato un po’ provato ma risoluto.

«Non cè alcun dubbio che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane. Ma ho fiducia che nessun voto sia stato alterato», ha detto, ribadendo le indiscrezioni ormai di dominio pubblico. «C’è stato uno sforzo massiccio da parte di Mosca di colpire le elezioni presidenziali americane e l’FBI seppe dei tentativi di hackeraggio da parte dei russi alla fine del 2015». Un tentativo di compromettere il processo elettorale, come spiega lo stesso. «Non sta a me dire se c’è stata ostruzione alla giustizia», risponde Comey affermando che Trump non gli ha mai ordinato in maniera esplicita di bloccare le indagini sul Russiagate e sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Sarebbe stato, quindi, lo stesso Comey ad avere male interpretato le parole di Trump come un ordine. E Trump «non era sotto indagine quando io ero direttore» ha precisato lo stesso.

La reazione della Casa Bianca alle dichiarazioni di Comey è arrivata fulminea. «Il Presidente non è un bugiardo». «Trump è soddisfatto che l’ex capo dell’FBI James Comey abbia confermato che il Presidente non è sotto inchiesta in alcuna indagine sulla Russia», fanno sapere. Anche il legale di Trump, Marc Kasowitz, non perde tempo e precisa che «Trump non ha mai suggerito all’FBI di mettere fine alle indagini su qualcuno». Per giunta, il Presidente non avrebbe mai «chiesto fedeltà» a Comey.

Il clima rimane più che teso e un’intesa tra le istituzioni americane sembra ancora lontana. Abbiamo chiesto a Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di spiegarci come potrà evolvere ora la situazione americana.

Cosa comporterà in USA la deposizione di Comey?

Sicuramente andranno avanti ancora a lungo le polemiche relative a questi fatti. La possibilità che poi queste arrivino ad uno sbocco concreto, e l’unico sarebbe la deposizione di Trump, sono molto poche, nel senso che in questa deposizione non ci sono stati elementi altamente compromettenti. Si, ci sono elementi che potrebbero essere alla base di un’indagine per poi arrivare ad un’accusa di ostruzione alla giustizia, ma anche se si arrivasse a ciò, cosa già secondo me improbabile, bisognerebbe sempre passare per il Congresso che dovrebbe votare l’impeachment. Quindi, considerando che adesso il Congresso è a larga maggioranza repubblicana, è vero che nel mezzo potrebbero esserci le elezioni di medio termine e che potrebbero cambiare le cose, però, diciamo che sono tante cose improbabili che dovrebbero verificarsi tutte assieme.

In termini di sicurezza potrebbe succedere qualcosa?

Sicuramente la vittoria di Trump non è stata accolta molto bene da una parte della società americana, ci sono stati episodi di intolleranza e di violenza e continueranno ad esserci, ma non sono cose che mettono a rischio la stabilità del Paese.

Qual è l’effetto che potrebbe avere verso il resto del mondo?

La spada di Damocle in cui è intrappolato Trump  ha pochissime probabilità di arrivare ad un qualcosa di ‘formale’, anzi; Comey ha detto che non è mai stato sotto indagine ufficiale da parte dell’FBI. Però, è sempre una cosa che indebolisce l’autorevolezza, perché, per quanto poco probabile, Trump potrebbe essere messo in stato di accusa nei prossimi anni o, comunque, anche se non si arrivasse a questo, la sua autorevolezza potrebbe essere messa in seria discussione. Non è solo questione di opinione pubblica, ma è anche questione della sua capacità di controllare gli apparati. Una delle cose che Comey ha ammesso apertamente è che sono state fatte filtrare informazioni riservate alla stampa per il tramite di alcuni amici professori universitari. Il senso è che se sono filtrati anche dei dettagli della conversazione di Trump ed altro, sostanzialmente, significa che il sistema di sicurezza e di informazioni americano adesso è un po’ un colabrodo. E non solo per le cose che riguardano Trump. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è successo con gli inglesi in merito alle indagini antiterrorismo; non è che possano essere considerati massimamente affidabili. Questo perché c’è qualcosa dietro il sistema che non funziona o che qualcuno non vuole far funzionare, evidentemente, anche degli scontri interni istituzionali che poi sfociano in risultati come questo, cioè informazioni che dovrebbero rimanere gelosamente custodite, vengono continuamente messe sulla stampa. Questo, chiaramente, mette in imbarazzo anche gli interlocutori esterni perché non sanno quali cose possono dire o meno.

Crede che faccia esplodere maggiormente la non capacità di Trump di mantenere il Paese?

Secondo me non ci saranno effetti catastrofici anche perché vedo sempre dei fortissimi parallelismi con la vicenda di Silvio Berlusconi in Italia e visto che, fino ad ora, le analogie hanno sempre più o meno tenuto, credo che possano tenere anche su questo. Il fatto che a Berlusconi siano state fatte accuse gravissime e che è stato messo sotto processo, ha aumentato la base di supporto intorno a lui, un supporto che ha visto tutto come un accanimento giudiziario ed un tentativo di delegittimare, non solo la figura del Presidente, ma, soprattutto, dell’elettorato che rappresentava;  quindi, non mi stupirebbe se anche negli USA tutto questo faccia paradossalmente acquistare consensi a Trump e, quantomeno, rendere più solido e fedele quel consenso che l’ha portato alla Presidenza.

In cosa consisterebbe la messa in stato di accusa di Trump?

Posto che un primo filone è quello sul Russiagate e l’eventuale collusione con i russi, sul quale per adesso non c’è alcun elemento concreto ed anche la deposizione di Comey ha confermato sostanzialmente che non c’è moltissimo dietro questa accusa, tutti gli episodi che abbiamo sentito finora sono stati marginali e, tra l’altro, successivi alle elezioni, quindi, non c’è  molto che lasci pensare che c’è prova del fatto che Trump fosse colluso con i russi. Personalmente, penso anche che l’idea sia abbastanza fantasiosa; che i russi siano riusciti a mettere un loro uomo alla Casa Bianca, non mi sembra molto credibile. Quindi, scartando l’idea che il Russiagate in sé possa arrivare a qualcosa di concreto, l’altra possibilità è proprio quella legata alla vicenda di Comey, cioè la possibilità di dire che Trump  ha cercato di ostruire la giustizia. Su questo, gli elementi sono quelli che già erano noti e che sono stati confermati in questa udienza, cioè, la sua richiesta un po’ ambigua di non accanirsi su Flynn che per Trump era una ‘speranza’ di non accanimento, mentre, per gli altri, una pressione per bloccare tutte le indagini sul Russiagate; ecco, il prevalere di questa seconda interpretazione è cosa, secondo me, molto difficile perché l’accusa richiede sempre prove più dure della difesa. Si tratta di una differenza di interpretazione di un capo dell’FBI, quindi, di una figura autorevole; però, dall’altra parte c’è sempre il Presidente degli Stati Uniti ed è una bella lotta andare a dire che ha fatto ostruzione alla giustizia sulla base di una frase percepita in un modo o nell’altro, è abbastanza difficile. A quel punto, il rapporto andrebbe pubblicato, i democratici chiederebbero l’impeachment ma dovrebbero comunque ottenere il sostegno del Congresso, che, attualmente, è a maggioranza repubblicana.

Cosa sta succedendo all’interno del partito repubblicano?

Credo che i repubblicani tradirebbero Trump solo se la situazione andasse fuori controllo, cioè se arrivassero delle prove o delle cose su cui non si può più controbattere, se ci fossero cose che non si possono difendere; a quel punto sarebbero costretti a scaricarlo. Ma stiamo parlando di un caso estremo in condizioni estreme. In tutti gli altri casi non lo farebbero e non tanto perché Trump goda di una vasta simpatia all’interno del partito (è vero casomai il contrario), ma perché se i repubblicani cacciassero il loro stesso Presidente che ha vinto le primarie dicendo che lui era stato comprato da una potenza nemica, è chiaro che il partito subirebbe un colpo alla sua credibilità da cui si riprenderebbe, se va bene, fra 20, 30 anni. Non rischierebbero mai di fare una cosa del genere. Più Trump è in difficoltà in queste indagini, più ha bisogno dell’appoggio del suo partito e questo lo rende, d’altro canto, più controllabile. Può crearsi una situazione, non dico ideale, ma non svantaggiosa per i repubblicani.

Cosa ne dobbiamo trarre da questa deposizione?

Si conferma lo scontro in atto all’interno delle istituzioni americane che prevede anche dei colpi bassi nelle procedure che sono totalmente fuori dall’ordinario; il fatto che Trump abbia licenziato Comey, i suoi tentativi di ammorbidirlo sulle indagini ed il fatto che Comey abbia passato informazioni alla stampa (informazioni che non dovrebbe avere), crea una situazione di confusione e di lotta interna. E le rivelazioni alla stampa sono evidentemente solo la parte visibile di un qualcosa che, però, va molto più a fondo; questo è un grosso problema per gli USA, perché, se c’è una crisi interna totale, avrà diverse conseguenze che non sono solo di immagine, ma anche di efficienza. Nessuno si fida dell’altro e tutti potrebbero cercare di sabotare le iniziative dell’altra agenzia, piuttosto che dell’altro dipartimento, quindi, il pericolo è che l’azione degli USA si faccia particolarmente debole nei prossimi anni. Questo, secondo me, è il vero problema. Da un punto di vista strettamente politico, invece, la questione è che Trump sarà molto dipendente dall’appoggio del suo partito, il quale non lo scaricherà se non nella situazione improbabile in cui ci saranno accuse contro di lui. Mentre, d’altro canto, le indagini che pendono su Trump lo rendono più malleabile e docile, come del resto è stato fino ad ora;  infatti, per ora si è abbastanza piegato a quelle che sono state le direttive del suo partito. Non ha cercato uno scontro con i suoi e diminuiscono sempre di più le possibilità che possa o voglia farlo.

Backchannel. Trump a filo diretto col Cremlino, Obama con l’Iran

Fonte: L’Huffington Post, 29 maggio 2017

 

Jared Kushner, dopo l’elezione di Trump, avrebbe proposto all’Ambasciatore russo di aprire un canale di comunicazione riservata tra il Cremlino e l’entourage del Presidente eletto.

Ciò ha destato scandalo, ma la cosa veramente sorprendente (dal momento che la distensione con Mosca era un tema centrale nella campagna elettorale) è, semmai, che solo dopo aver vinto le elezioni la squadra di Trump abbia creato un canale riservato coi Russi.

Quando nel 2008 l’allora Senatore Obama fece campagna promettendo di risolvere la disputa con l’Iran, non aspettò di vincere le elezioni per aprire un “backchannel” con Tehran. Secondo le rivelazioni di Michael Ledeen, mai smentite, si servì del diplomatico in pensione William G. Miller come tramite per i contatti coll’Iran. Iran che in quel momento era ai ferri corti col governo americano, non meno di quanto lo fosse la Russia negli ultimi mesi di Obama alla presidenza. Non bisogna aspettarsi che un candidato presidente, o peggio un presidente-eletto, possano vivere in campane di vetro finché non mettono piede alla Casa Bianca.

A Kushner si contesta però il fatto di aver chiesto di utilizzare un canale dei Russi per la conversazione. Davvero sorprende che l’entourage di Trump non si fidasse di stare sotto l’occhio vigile dell’intelligence Usa? La stessa intelligence che, di lì a poco, avrebbe lasciato filtrare i contenuti di una conversazione privata del consigliere di Trump, Michael Flynn, alla stampa. La stessa intelligence che avrebbe riferito ogni movimento osservato all’ancora al potere Barack Obama. Cioè al capo di un’amministrazione i cui residui pezzi negli apparati fanno a gara nello spacciare informazioni riservate alla stampa, arrivando al punto di rivelare segretissimi dettagli di una conversazione tra il Presidente Trump e il Ministro degli Esteri russo.

Non è insomma sorprendente che Kushner abbia cercato di dialogare coi Russi lontano da occhi indiscreti di suoi compatrioti; né ciò appare come una smoking gun per la tesi che vorrebbe Trump un “Manchurian candidate” di Putin.