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Il conflitto russo-ucraino: colpa di Putin? L’interpretazione controcorrente di Eugenio Di Rienzo

Fonte: L’Huffington Post

Se è vero che guerra e propaganda si muovono sempre a braccetto, non stupisce che i racconti dei conflitti siano spesso unilaterali. Fa forse eccezione quello dello scontro in atto in Ucraina ormai da oltre un anno?

L’impressione è che, a torto o ragione, i media italiani abbiano fatta propria una ben precisa scelta narrativa della crisi ucraina, in cui alla rivoluzione del popolo democratico e filo-occidentale si contrappone la reazione dei russi invasori e restauratori. L’esatto contrario della visione invece proposta dalla Russia.

Il compito di stonare all’interno di un coro quasi sempre uniforme, in Italia se l’è assunto Eugenio Di Rienzo col suo ultimo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, recentemente edito da Rubbettino. Il Prof. Di Rienzo, ordinario all’Università La Sapienza di Roma, è uno storico modernista con la passione, però, per la contemporaneità, divagazione che recentemente si è concesso più spesso.

La storia narrata da Di Rienzo è molto differente da quella cui siamo abituati. La rivoluzione popolare è riletta come un putsch condotto da forze estremiste contro un presidente regolarmente e democraticamente eletto. Il movente, non una voglia di democrazia quanto un nazionalismo aggressivo e un po’ xenofobo manipolato da potenze esterne. Potenze straniere, capeggiate dagli USA, la cui finalità è inglobare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Washington, stringendo ancor più d’assedio il territorio della federazione Russa fino a stritolarla e farla retrocedere dal rango di potenza che ancora le compete.

Scevro da spirito di fazione, Di Rienzo non prova nemmeno a nascondere l’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di uomini armati per sollevare le popolazioni del Sud-Est. Ma, ai suoi occhi, si è trattata comunque di una reazione. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica. Perché la Russia, dal crollo dell’URSS, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale.

Quel che vuol ispirare Di Rienzo, nel suo pamphlet che è anche un libro di narrazione storica, è un’autocritica in seno all’Occidente sulle reali responsabilità della crisi ucraina. Troppo facile è, secondo lo storico de La Sapienza, accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo dei russi. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato, a giudizio di Di Rienzo, l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, tutto sommato ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra potenze nucleari – un’eventualità scongiurata all’epoca della Guerra Fredda e che sicuramente non appare necessaria oggi.

Perché l’Italia sta combattendo una guerra commerciale con la Russia?

Fonte: L’Huffington Post

 

Com’era prevedibile, la Federazione Russa ha risposto alle sanzioni varate dagli USA, dall’Unione Europea e da alcuni altri paesi con delle contro-sanzioni.

Il Decreto n. 560 del Presidente della Federazione Russa, emanato il 6 agosto, ha deciso di punire i paesi sanzionatori (USA, UE, Australia, Canada e Norvegia) col bando per un anno all’importazione in Russia di numerosi prodotti agro-alimentari. Essi sono stati definiti già l’indomani dal decreto attuativo del Governo: si tratta di carne, pesce, crostacei, molluschi, latte e latticini, verdure, tuberi, radici, frutta, salumi, formaggi e prodotti alimentari finiti. Il decreto attuativo è stato prontamente tradotto in italiano dall’ICE (vedi). Rimangono esclusi bevande, prodotti per l’infanzia, prodotti da forno e, fortunatamente per l’Italia, anche pasta e vini (ciò è stato messo in relazione col fatto che il 70% del gruppo Gancia appartiene al russo Rustam Tariko).

Tuttavia, nel 2013 le esportazioni relative ai prodotti sanzionati erano ammontate a 217,8 milioni di euro (131 milioni gli ortofrutticoli freschi, 51 milioni latticini e formaggi, 20 milioni carni fresche e lavorate, 0,8 milioni pesci e crostacei, 15 milioni altri alimentari – dati ICE). Si ritiene che le grandi aziende più danneggiate possano essere Parmalat, Perfetti, Ferrero e Cremonini (vedi La Repubblica). Sebbene questi 217,8 milioni di perdite dirette costituiscano solo una frazione del PIL italiano, il conto potrebbe essere reso più salato dalle perdite potenziali (il mercato russo era in forte crescita) e da quelle indirette. La Coldiretti evidenzia come i prodotti degli altri paesi che perdono lo sbocco russo cercheranno di entrare nel mercato italiano, facendo una concorrenza non sempre leale ai produttori italiani: è il caso di quei prodotti che non necessitano dell’indicazione di provenienza sull’etichetta e perciò sono spesso spacciati indebitamente come “Made in Italy“.

Non è inoltre da escludersi che il braccio di ferro tra Bruxelles e Mosca porti a un reciproco inasprimento delle sanzioni, con ulteriore nocumento per gli esportatori e gli importatori italiani.
Tutto questo, in un momento in cui da anni le imprese italiane sono in sofferenza e l’ISTAT ha appena previsto per il 2014 un calo del PIL dello 0,3% (il terzo anno consecutivo di recessione).

Uno scontro, quello UE-Russia, che capita dunque particolarmente a sproposito per l’Italia: ma i “falchi” che sostengono la linea dura con Mosca potranno replicare che la politica viene prima dell’economia, e i princìpi prima del danaro. A loro avviso, è intollerabile quanto avvenuto in Ucraina. Già: ma cos’è successo in Ucraina?

È successo che il governo democraticamente eletto e costituzionalmente legittimo è stato rovesciato a seguito di moti di piazza capeggiati da miliziani legati a movimenti di estrema destra (alcuni di chiara ispirazione neo-nazista). Il nuovo regime così instauratosi ha subito varato misure ostili alle minoranze etno-linguistiche del paese e, di fronte alla reazione di queste ultime, ha risposto con la repressione. Quando le aree con una diversa identità nazionale si sono sollevate, il nuovo regime ha inviato l’esercito e l’aviazione a combattere contro i suoi stessi cittadini.

Era lecito attendersi che l’Unione Europea, che fonda la sua azione sui princìpi democratici e su uno stato di diritto che tuteli le minoranze, si sarebbe schierato a difesa del governo costituzionale e, come fatto in Kosovo o a Timor Est, delle etnie minacciate. Invece Bruxelles ha scelto l’altro campo. Ciò è chiaramente contraddittorio coi valori sbandierati dall’Unione Europea, ma dimostra una volta di più che a dettar legge è quasi sempre la Realpolitik, di cui i proclami sui diritti umani costituiscono rafforzativi propagandistici ma mai motivazioni a monte.

E dunque: le ragioni della Realpolitik inducono l’Italia a rovinare i remunerativi legami economici e commerciali con la Russia per impedire l’autodeterminazione dell’Ucraina sud-orientale? Ossia di quella regione, per intenderci, che prima di essere incorporata all’Ucraina dal russo Lenin nell’ambito della russo-centrica Unione Sovietica, era nota come “Nuova Russia”, perché dai Russi strappata ai Tatari quando la maggioranza dei suoi abitanti era ancora di etnia rumena e conseguentemente colonizzata.

In tutta evidenza, parrebbe che il contendere l’Ucraina sud-orientale ai Russi – inclusi i suoi abitanti in maggioranza russofoni – non rientri in alcun modo tra gl’interessi nazionali dell’Italia, e certo non in maniera prioritaria rispetto al mantenere i buoni rapporti con Mosca. Riportare l’Ucraina nella propria sfera d’influenza rientra però nelle strategie della Polonia, che per secoli dominò sull’odierna Ucraina centro-occidentale, e della Germania, il cui Drang nach Osten rimane una costante geopolitica che travalica i regimi politici e giunge a Angela Merkel direttamente dai Cavalieri Teutonici.

L’Italia si trova oggi invischiata in una guerra commerciale con la Russia non per difendere propri interessi, ma solo per fedeltà verso partner europei che ragionano in termini di sfere di influenza.

La crisi ucraina: ritorno a Jalta? Conferenza in Sapienza con Daniele Scalea

Fonte: Geopolitica Online, 10 giugno 2014, articolo di Maria Monesi

 

L’Europa Orientale rappresenta oggi uno dei punti nevralgici sui quali è incentrata l’attenzione globale: da quella degli studiosi ed esperti di geopolitica, che si concentra sull’analisi del mutamento dello scenario internazionale e sull’apertura di nuove prospettive e giochi di potere, a quella degli spettatori comuni toccati empaticamente dal carattere umanitario delle vicende di cui sono vittime un paese e un popolo che purtroppo si trovano a dover affrontare un pesante conflitto.

Nello specifico, il paese protagonista dello scenario geopolitico mondiale è l’Ucraina che vive una drammatica guerra civile conseguente alla rivolta di Kiev, al colpo di stato contro il governo Janukovič, all’annessione alla Federazione Russa della Crimea e alla crisi diplomatica che ne è scaturita. Le questioni e i problemi che scaturiscono dalla suddetta vicenda riguardanti le cause e l’evolversi della crisi, il ruolo delle potenze mondiali e le implicazioni sul futuro assetto geopolitico internazionale, sono state l’oggetto del dibattito dal titolo “Ritorno a Jalta? La crisi ucraina, la questione della Crimea, i rapporti con la Russia”, svoltosi venerdì 23 maggio presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” ed organizzato dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche della suddetta università.

Sono intervenuti per la Sapienza i professori Raffaele Cadin, Paolo Sellari e Augusto Sinagra (quest’ultimo ha moderato il dibattito) e per IsAG i dottori Dario Citati e Daniele Scalea.

paolo sellari isag

L’incontro si è aperto con l’intervento del prof. Sellari, docente di Geografia Politica ed Economica della Facoltà di Scienze Politiche, il quale ha fornito una lettura degli eventi che si sono verificati in questi mesi in chiave prettamente economica e di opportunità ponendo l’attenzione sulla firma, proprio pochi giorni fa, dell’accordo trentennale sino-russo, concluso dopo ben dieci anni di trattative, tra la Gazprom e la China National Petroleum Corporation che prevede la fornitura alla Cina di 38 miliardi di metri cubi annui di gas russo proveniente dalla Siberia a partire dal 2018. Non si può certo prescindere dal sottolineare la strategica tempistica dell’avvenuto accordo, volto a spostare l’asse economico del mercato del gas russo dall’Europa alla Cina, il maggior consumatore di energia del pianeta e, ad oggi, il più importante partner commerciale singolo della Russia. La sigla di questo importantissimo contratto è, infatti, coincidente con l’evolversi della questione ucraina e vuole essere una risposta da parte della Russia all’ambigua presa di posizione dell’Europa che sembra averle voltato le spalle. Di certo anche questa nuova partnership energetica, da sola, è in grado di sconvolgere l’attuale panorama geopolitico mondiale.

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La parola è di seguito passata al dott. Dario Citati, slavista e direttore del Programma Eurasia dell’IsAG, introdotto dal moderatore del dibattito, il prof. Augusto Sinagra, titolare della Cattedra di Diritto dell’Unione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza”, il quale ha sollevato la questione riguardante l’incapacità dell’Europa nella gestione della crisi in Crimea sottolineando come il sentimento identitario europeista dell’Ucraina sia molto debole in quanto tale Nazione è formata da due anime distinte: una che tende verso l’Oriente, l’altra verso l’Occidente. Il dott. Citati ha, infatti, approfondito l’argomento ricercando le cause di tale dualismo identitario proponendo un excursus sulla storia dell’Ucraina. Dalla Rus’ di Kiev, prima realtà statuale formatasi nell’anno 1000 composta da diversi principati indipendenti, alla invasione mongola del 1240 della parte orientale dello Stato, alla successiva invasione polacco-lituana della parte occidentale. A partire dal 1378-80, le vittorie ottenute da Dmitrij Donskoj contro i tatari fecero di Mosca, sino a quel momento centro di minore importanza, il nuovo epicentro slavo-orientale, mentre i territori occidentali dell’antica Rus´ rimanevano parte del regno di Polonia-Lituania fino alla terza spartizione del 1795 che vede subentrare anche l’Impero Asburgico. Questo dualismo identitario, incrementato anche dalla professione religiosa dell’uniatismo, culto cattolico che si fonda con la liturgia ortodossa, segna la mancanza di un unitario spirito nazionalista, di una visione comune del destino del Paese.

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In seguito, il direttore generale dell’IsAG Daniele Scalea ha permesso una chiara comprensione di quanto affermato dal collega dott. Citati, incrementando le nozioni storiche con i riferimenti geografici più approfonditi, rendendo visibili delle carte dell’area oggetto d’esame che mostravano, tra l’altro, anche la dislocazione della popolazione sul territorio e le variazioni di quest’ultimo nel corso dei secoli. In particolare l’esposizione di Daniele Scalea ha evidenziato come le aree sud-orientali dell’odierna Ucraina, oggi in aperta rivolta contro Kiev, abbiano sempre avuto una storia separata dal resto del paese, essendo incluse entro comuni confini solo sotto l’egida di Mosca prima dell’indipendenza ucraina meno di un quarto di secolo fa.

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L’intervento del dott. Matteo Marconi, geografo dell’Università di Sassari e direttore del programma “Teoria geopolitica” dell’IsAG, è stato preceduto da una provocazione del prof. Sinagra sull’ingerenza delle grandi potenze mondiali sugli Stati più deboli, con sovranità limitata. Proprio da questa considerazione si è sviluppato l’intervento del prof. Marconi che ha illustrato come l’attuale assetto geopolitico mondiale possa essere considerato una naturale prosecuzione di quello tipico del periodo della Guerra Fredda, che vedeva come protagonisti due grandi potenze che proiettavano la propria influenza e volontà sugli altri Stati. Anche oggi, come allora, a muovere le pedine nello scacchiere internazionale sono sempre gli Stati Uniti e la Russia che, trascurando il principio di non ingerenza nella vita e nelle azioni dei Paesi esteri, giocano il ruolo di centri di potere a cui il resto del mondo fa riferimento. Ciò è conseguenza della crisi dello Stato-Nazione, in ragione della quale il potere e la sovranità degli Stati vengono meno.

raffaele cadin augusto sinagra

Il prof. Raffaele Cadin, titolare della Cattedra di Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche che ha ospitato la conferenza, ha aperto un acceso e motivante dibattito tra i presenti, uditori e docenti, rivelando le dinamiche avvenute in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui gli Stati Uniti, il 15 marzo scorso, hanno presentato un progetto di risoluzione proprio alla vigilia del referendum in Crimea, che ha decretato l’annessione della stessa alla Russia, sottolineando il veto russo a causa del quale tale risoluzione non è stata approvata. La parte preambolare faceva riferimento all’art. 2, 4 della Carta delle Nazioni Unite che pone il divieto assoluto di minacciare l’integrità territoriale di un paese, mentre nel dispositivo non era presente alcun riferimento all’accertamento di una minaccia alla pace: la questione, quindi non era inquadrabile nel cap.7 della Carta, bensì nel cap.6 che conferisce al Consiglio di Sicurezza il compito di facilitare la risoluzione delle controversie che possano minacciare la pace, tramite il dialogo politico e la mediazione tra le parti. Il professore ha sottolineato, quindi, l’anomalia avvenuta durante il processo di votazione in cui la Russia ha posto il suo veto ignorando quanto disposto dall’art. 23, 3 della Carta che impedisce al membro del CdS coinvolto nella controversia in oggetto di partecipare alla votazione. Più che l’azione compiuta dalla Russia in evidente contrarietà alla norma, colpisce il mutuo consenso degli altri membri del CdS, i quali, coscienti dell’avvenuta anomalia, non ne hanno impedito il verificarsi: questo atteggiamento risponde a una logica in cui prevale il privilegio giuridico, presupponendo che questo precedente possa essere utilizzato dagli altri membri, permanenti o meno, a proprio favore. Dopo un confronto con altri casi simili che il CdS ha dovuto affrontare, i professori hanno affrontato le molte questioni sollevate dagli auditori alle quali sono state fornite esaustive risposte, offrendo un ampio spazio di confronto e discussione.

NOTE:

Maria Monesi, laureata in Relazioni Internazionali, è frequentatrice del Master in Geopolitica e Sicurezza Globale (Università Sapienza e IsAG).