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La guerra in Siria: analisi di scenario e interessi nazionali italiani

Report per il Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, scritto assieme a Dario Citati.

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1. LA GUERRA CIVILE SIRIANA: fattori, attori e sviluppi interni

La guerra civile in Siria è cominciata nel 2011, sull’onda dei sommovimenti che quell’anno interessarono ampia parte del mondo arabo e che furono all’epoca denominati “Primavera araba”. La Repubblica Araba di Siria è dal 2003 l’ultimo superstite regime retto dal Ba’th, il partito nazionalista, panarabo e socialista che è stato al potere anche in Iraq. Dal 1970 la famiglia Assad detiene la Presidenza del Paese, prima con Hafiz e quindi con Bashar.
Nel 2011, all’alba del conflitto, la stabilità della Siria risentiva di diversi fattori negativi:
∎ povertà: malgrado le politiche di liberalizzazione economica perseguite dagli Assad, il Paese continuava ad avere un basso reddito. Particolarmente elevata era la disoccupazione giovanile;
∎ divisioni etniche: la maggioranza etnica di arabi includeva i ¾ della popolazione totale, compresi però anche 600.000 palestinesi (Damasco era sede del quartier generale di Hamas). Le minoranze etniche si presentavano inoltre geograficamente concentrate, dotate di una forte identità particolare e collegate con compatrioti oltre confine: è il caso dei curdi (10% della popolazione) e dei turcomanni (5%);
∎ divisioni religiose: oltre a una consistente minoranza cristiana (10% della popolazione), era presente un’importante suddivisione interna alla maggioranza islamica. Il 10% della popolazione era infatti alawita, ossia appartenente a un gruppo prossimo allo sciismo da cui provengono pure gli Assad. Malgrado il loro regime non avesse connotati nettamente settari, gli Assad si erano preferibilmente affidati ad alawiti per molte posizioni chiave nell’amministrazione e nelle forze armate. Hafiz aveva creato interi quartieri a Damasco popolati da alawiti provenienti dalla regione costiera, per meglio controllare la capitale.
Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 Hafiz al-Assad aveva dovuto contrastare e reprimere un’insurrezione capeggiata dai Fratelli Musulmani, movimento politico-religioso transnazionale di estrazione sunnita. Bashar al-Assad durante il proprio governo aveva cercato di conquistare consensi tra la maggioranza sunnita tollerando l’estendersi di rigide interpretazioni religiose (mossa che ha invece favorito il diffondersi di un islamismo ostile agli alawiti). Inoltre la riduzione dei fondi alle forze armate e al partito ha ridotto la loro capacità di controllare e indottrinare i giovani.
Il fatto che la nuova rivolta, incendiatasi nel 2011, abbia trovato il serbatoio principale tra i giovani delle periferie urbane dei grandi centri, di religione sunnita e sensibili alle predicazioni islamiste, ha presto conferito un carattere decisamente settario alla guerra civile. Le fazioni più laiche dei rivoltosi, per giunta fin dall’inizio alleate ai Fratelli Musulmani nell’Esercito Libero Siriano, sono state presto relegate a un ruolo di comprimario delle più forti milizie jihadiste, e in particolare delle due filiazioni di al-Qaida – Jabhat al-Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham, e lo “Stato Islamico di Iraq e del Levante” (meglio noto con l’acronimo inglese di ISIS). Importanti milizie islamiste sono pure Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, ma esiste una vasta costellazione di formazioni minori. Sia “Jane’s” sia il Washington Institute hanno in momenti diversi stimato il peso degli estremisti islamici in circa il 50% dei rivoltosi totali; gran parte della restante metà era composta da islamisti meno radicali o da milizie di carattere locale, con solo una piccola porzione di forze realmente laiche e moderate.
Nel Settentrione la minoranza curda si è invece riunita sotto le insegne del PYD e della sua ala militare YPG. Col prosieguo del conflitto il YPG ha coalizzato attorno a sé varie milizie arabe nelle Forze Democratiche Siriane (FDS). Come conseguenza del carattere etno-settario della ribellione, anche il Governo ha fatto crescente ricorso agli alawiti per i propri quadri militari. La pratica di accordare l’evacuazione dei centri assediati, spesso grazie a tregue sotto l’egida dell’Onu, ha favorito il redistribuirsi della popolazione, col progressivo spostamento di una fetta di abitanti sunniti, quella ideologicamente più ostile al Governo, verso la regione di Idlib. È questa, assieme alla provincia di Deraa al Sud e a piccole exclavi nel centro del Paese, l’ultima zona ancora controllata dai ribelli arabi e turcomanni. La porzione nord-orientale della Siria è controllata ora dalle FDS a guida curda, minacciate da un’offensiva di milizie sostenute dalla Turchia. Il resto del Paese è tornato sotto il controllo del Governo.
L’acme della ribellione si era raggiunto nel 2015, quando sembrava concretamente in grado di scalzare Assad dal potere: dal settembre di quell’anno, grazie all’intervento diretto della Russia e ad un accresciuto sforzo iraniano, il Governo ha cominciato a riconquistare terreno. In questa fase le forze di Assad, sorrette da Russi e Iraniani, stanno procedendo a ripulire le sacche ribelli tra Hama e Homs e nella Ghouta Orientale. Dopo di che dovrebbero puntare verso le roccaforti ribelli a Nord e Sud, ossia Idlib e Deraa. Quest’ultima potrebbe rivelarsi particolarmente critica, poiché in prossimità del confine israeliano. La reazione di Gerusalemme al dislocarsi di forze iraniane o della milizia libanese Hizballah in prossimità del confine sarebbe prevedibilmente violenta. Un altro settore critico è quello dell’alto corso dell’Eufrate, dove già si fronteggiano milizie pro-turche e SDF a guida curda.

2. L’INTERVENTO RUSSO: obiettivi, effetti e motivazioni

Il 30 settembre 2015, la Federazione Russa ha dato avvio ad un intervento militare di massicce proporzioni, iniziando a bombardare le postazioni ribelli nelle province di Homs, Hama e Latakia. Dalla portaerei Admiral Kuznecov sono decollati i caccia multiruolo Su-33 Flanker-D, ma sono stati dispiegati con successo anche i MiG-29SMT e i bombardieri strategici TU-22M3 sino all’invio recente dei caccia di quinta generazione Sukhoi Su-57. A volte coordinata con le forze siriane e iraniane, altre volte condotta in autonomia, l’azione di Mosca è risultata decisiva per il rovesciamento delle sorti del conflitto, contribuendo alla riuscita di operazioni essenziali come la riconquista delle città di Palmira e di Aleppo nel 2016.
L’intervento russo non si è limitato peraltro alla sola dimensione aeronavale, ma ha contemplato anche il dispiegamento di forze terrestri sul campo, finalizzate a ricostituire reparti dell’esercito siriano ma con funzioni di comando e controllo gestite direttamente dai Russi. Ad esempio, nell’ottobre 2015 Mosca ha strutturato il 4° Corpo d’Assalto nella provincia di Latakia; un anno dopo a Damasco è stato costituito invece il 5° Corpo d’Assalto sotto la guida del Generale Valerij Asapov, poi ucciso da una scheggia di proietto di mortaio a settembre 2017 nel corso della battaglia di Deir Ezzor. Dal punto di vista tecnico-militare, la tutela russa della Siria è ben esemplificata dal dispiegamento delle batterie anti-missile S-300VM Antey-2500 e S-400 Triumf, localizzate intorno alle basi di Tartus e di Hmeimm. Tali sistemi di difesa sono deputati a intercettare e colpire i missili nemici entro uno spazio tecnicamente definito MEZ (Missile Engagement Zone), e vengono attivati tuttavia a discrezione dai Russi. Ad esempio, Mosca ha tollerato negli anni numerose incursioni israeliane in territorio siriano (come nel caso dei ripetuti attacchi all’aeroporto di Mezzeh, Damasco, per colpire depositi di munizioni di Hizbollah tra fine 2016 e inizio 2017).
La Russia è intervenuta in Siria principalmente per tre ragioni, di carattere allo stesso tempo strategico-militare e politico-diplomatico.
∎ In primo luogo, per garantire e ampliare la propria presenza marittimo-militare nel Mediterraneo: il porto di Tartus, tecnicamente definito «Punto di appoggio tecnico-militare n° 720», è infatti l’unica base mediterranea rimasta a Mosca dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. La caduta di Assad avrebbe quindi implicato una grave perdita di posizione, in contrasto peraltro con tutta la nuova strategia navale russa, che prevede (dopo l’acquisizione della Crimea e la completa sovranità sul porto di Sebastopoli) un ampliamento dei punti di appoggio nel Mediterraneo, con negoziati in corso per avere facilitazioni nei porti di Limassol (Cipro), Sidi el Barrani (Egitto) e forse Tobruk o Bengasi (Libia). Siglando un accordo con il governo di Damasco il 18 gennaio 2017, Mosca si è impegnata ad ammodernare e ampliarne gli impianti, gli scali e le banchine in modo che Tartus arrivi ad ospitare simultaneamente fino a 11 unità navali russe, compresi i sottomarini a propulsione nucleare, garantendosi inoltre l’inalienabilità delle infrastrutture e l’immunità per il personale militare russo in loco. È proprio questo rafforzata presenza militare russa nella regione ad essere vista con sospetto e preoccupazione da parte di alcuni Paesi NATO, Stati Uniti in testa.
∎ In secondo luogo, la Russia ha tentato di porsi come il nuovo broker in Medio Oriente. Prima di intervenire militarmente, ha concertato la sua azione con diversi attori chiave della regione, in particolare con Israele (i capi di Stato Maggiore Eizenkot e Gerasimov hanno concordato la neutralità nelle rispettive operazioni aeree) e con l’Egitto di al-Sisi, con cui ha siglato molti accordi di cooperazione economica ottenendo importanti sponde diplomatiche (nell’ottobre 2016, il Cairo ha votato a favore della risoluzione russa sui bombardamenti ad Aleppo entrando in rotta di collisione con l’Arabia Saudita). Soprattutto, Mosca ha organizzato i Colloqui di Astana, l’iniziativa diplomatica per la pace in Siria parallela ai colloqui di Ginevra che ha avuto otto sessioni in tutto il 2017 riuscendo a far sedere allo stesso tavolo due grandi rivali, Turchia e Iran. Pur senza trovare una soluzione politica alla crisi siriana, i colloqui di Astana hanno raggiunto obiettivi tattici importanti, come la fissazione delle 4 de-escalation zones (Idlib, nord di Homs, periferia est di Damasco, zona di Deraa ai confini della Giordania). La tregua in questa zone è stata funzionale agli sviluppi successivi, cioè la sconfitta dell’ISIS e la ripresa di controllo del territorio da parte dell’esercito siriano.
∎ Infine, il contrasto all’ISIS e alle fazioni islamiche radicali anti-Assad ha avuto e riveste tuttora per Mosca un’importante finalità difensiva interna. Le popolazioni musulmane della Russia nel Caucaso settentrionale sono infatti sensibili al radicalismo sunnita e il rischio di foreign fighters e proliferazione del jihadismo è vissuta come una minaccia reale da parte di Mosca. Basti ricordare che uno dei leader militari più importanti dell’ISIS, Omar Al-Shishani, («Omar il Ceceno»), poi ucciso in battaglia, proveniva proprio da questa regione, e che Mosca ha pagato il proprio sostegno ad Assad con diversi attentati islamisti subiti sul proprio territorio sia prima sia dopo l’intervento militare (attentati di Volgograd di fine 2013, attentati alla metro di Pietroburgo di aprile 2017).
Nella versione ufficiale del governo russo, proprio quest’ultimo punto – la lotta al terrorismo – è quello maggiormente amplificato e che ha conferito a Mosca un certo prestigio presso l’opinione pubblica internazionale. Particolare rilievo ha assunto la riconquista della città di Palmira, simbolo delle devastazioni dell’ISIS. Dopo la sua liberazione, nel maggio 2016 il Cremlino vi ha organizzato un grande concerto di musica accreditandosi come il difensore e il restauratore della civiltà, e in particolare delle minoranze cristiane, contro la barbarie islamista. In tal modo la Russia ha cercato di prendersi tutto il merito della vittoria sul Califfato, oscurando il ruolo degli Stati Uniti, che in realtà con l’operazione Inherent Resolve hanno condotto numerosi raid contro le postazioni dello Stato Islamico tra Siria e Iraq dando un contributo importante proprio alla liberazione di Palmira.
Allo stesso tempo, la politica estera russa non è stata priva di ambiguità e cambi di posizione. L’esempio più eclatante è senz’altro l’atteggiamento nei confronti della Turchia e dei Curdi siriani. Sino al luglio 2016, Mosca riteneva Ankara uno dei maggiori sponsor del terrorismo, arrivando ad accusare personalmente il presidente turco Erdoğan e la sua famiglia. Parallelamente, garantiva un supporto diplomatico alla regione curda del Rojava (Nord della Siria), sostenendo la sua autonomia nel futuro assetto costituzionale della Siria pacificata. Dopo il tentato golpe in Turchia dell’estate 2016, Mosca ha approfittato dell’isolamento di Erdoğan, garantendogli informalmente mano libera contro i Curdi in cambio dell’accettazione turca del ruolo di Russia e Iran in Siria e in parte anche della permanenza di Assad. Da ambiguità simili non hanno potuto astenersi, del resto, nemmeno gli USA: i Curdi sono stato il loro braccio armato contro ISIS, ma Washington ha poi fatto poco per difenderli dalla controffensiva turca in Siria e da quella iraniana in Iraq.

3. IL RUOLO IRANIANO: le posizioni in Siria

Altro alleato di ferro del governo siriano, la Repubblica Islamica dell’Iran ha avuto un ruolo forse meno appariscente dal punto di vista della copertura mediatica, ma ancor più decisivo sul campo di battaglia. Gli obiettivi strategici di lungo periodo dell’Iran in Siria sono in realtà divergenti da quelli della Russia, al punto che il rapporto tra i due sponsor di Damasco potrebbe essere descritto nei termini di una «cooperazione tattica nell’ambito di una competizione strategica».
Mentre Mosca rimane un attore esterno alla regione, interessato comunque a trovare un equilibrio tra i Paesi dell’area e ritagliare per sé il ruolo di mediatore pur partendo dal sostegno al governo di Damasco, per Teheran la difesa di Bashar al-Assad rientra nel quadro di una affermazione regionale che si sostanzia nella creazione di un «corridoio pan-sciita» a guida iraniana. Il rafforzamento degli sciiti in Iraq, quello di Hizbollah in Libano, nonché lo stesso sostegno alla minoranza sciita degli Houthi in Yemen, sono gli ingredienti fondamentali di questa strategia, di cui tuttavia proprio la Siria costituisce il tassello fondamentale.
A differenza della Russia che non ha interesse ad uno scontro con il mondo sunnita (sia arabo-saudita sia turco) né con Israele, per l’Iran la guerra civile siriana ha rappresentato una grande occasione geopolitica per trasformare la Siria in uno Stato de facto satellite. Esistono calcoli molto discordanti e non facilmente verificabili su quanto la Repubblica Islamica abbia speso e investito per sostenere gli sforzi militari in Siria; si stimano cifre nell’ordine dei miliardi di dollari (che non hanno peraltro mancato di suscitare alcuni malumori interni considerata la situazione economica di Teheran).
La prassi operativa di Teheran in Siria si è articolata lungo tre direttrici fondamentali. Primo, la formazione e l’invio di milizie sciite di differenti nazionalità e provenienze, tra cui si possono menzionare la Brigata Abu al-Fadl al-Abbas, composta da sciiti siriani, le forze paramilitari irachene come Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba’, supportate ed equipaggiate dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione, da membri di Hizballah libanese o dalle brigate Al-Quds del Generale iraniano Qasem Suleimani; o ancora la brigata Liwa Fatemiyoun («Brigata Fatima»), composta da combattenti sciiti di provenienza afgana o pakistana.
Secondo, l’Iran ha lavorato per una diretta assunzione di comando su interi reparti dell’Esercito regolare siriano: in diverse fasi del conflitto, ufficiali iraniani o libanesi hanno avuto accesso quasi esclusivo alle sale operative, con piena facoltà di trasferire dal fronte i soldati siriani e persino di passarli per le armi in caso di collaborazione col nemico. In particolare, la 9a Divisione dell’Esercito siriano sarebbe stata sotto il comando diretto degli Iraniani, almeno stando ai racconti di alcuni disertori.
Terzo, la leva etno-demografica: mentre si è assistito al ricollocamento di abitanti sunniti ostili ad Assad nella regione di Idlib, l’Iran ha provveduto a favorire un massiccio reinsediamento di popolazione sciita nelle aree al confine con il Libano, al fine di fare della Siria una continuazione geografica di quest’ultimo.
La domanda su cui da mesi si interrogano gli esperti è proprio quanto sia forte il controllo dell’Iran sugli apparati politico-militari di Damasco, quanto strutturata la sua presenza militare in Siria e in generale la sua influenza diretta sul Paese. Di recente sono aumentati gli attacchi israeliani su obiettivi iraniani in Siria: a fine dicembre 2017 è stata colpita la base di Al-Kiswah, 14 km a Sud di Damasco; nelle scorse settimane un attacco missilistico è stato sferrato dagli F-15 israeliani sulla base aerea T-4 nella provincia di Homs. L’eccessivo peso iraniano sulla Siria è fonte di difficoltà anche per la Russia, che formalmente continua a fare fronte comune con Teheran di fronte all’attacco missilistico occidentale, ma sa che sul piano della soluzione diplomatica il controllo iraniano su Damasco è l’ostacolo principale ad un negoziato internazionale e alla pacificazione della Siria.
Accanto alle preoccupazioni di Israele, Arabia Saudita e in certa misura anche della stessa Turchia, il ruolo dell’Iran è problematico anche per il controverso rapporto con organizzazioni terroristiche. A parte il noto patrocinio iraniano di Hizballah (un partito politico in Libano, ma considerato organizzazione terroristica da USA, Israele, numerosi Paesi arabi e, limitatamente al suo braccio militare, anche UE), dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, la CIA ha diffuso migliaia di documenti declassificati che proverebbero legami, almeno in passato, tra Teheran e al-Qaida, i cui membri avrebbero trovato rifugio e supporto proprio in Iran. Dell’esistenza d’un rapporto tra Iran e al-Qaida è uno dei massimi assertori il nuovo Segretario di Stato americano Mike Pompeo, e proprio il mutato atteggiamento della nuova amministrazione USA sul dossier iraniano è una delle chiavi per comprendere le evoluzioni e le prospettive degli scenari nella regione.

4. LA POLITICA AMERICANA DA OBAMA A TRUMP

Il Presidente Barack Obama diede all’epoca un pieno appoggio alle rivolte arabe del 2011. Nella sua concezione strategica la democratizzazione di quei Paesi, anche laddove avesse portato al potere movimenti islamisti (come accadde coi Fratelli Musulmani in Egitto), avrebbe comunque contribuito a stemperare il sostegno popolare per le forze più estremiste e violente, nonché le tensioni tra molti Paesi arabi e sunniti e l’Iran persiano e sciita (con quest’ultimo Obama stava cercando una distensione, concretizzatasi nell’accordo sul nucleare del 2015).
Le previsioni di Obama si rivelarono errate. Pochi esperimenti democratici hanno fatto qualche progresso (vedi la Tunisia); alcuni pre-esistenti hanno persino mostrato segni di regressione (Turchia). Nella generale instabilità i gruppi jihadisti, con al-Qaida in testa, hanno trovato maggiori spazi, giungendo a controllare ampi “Stati de-facto”. La scissione qaidista dello Stato Islamico, dalla base in Siria e Iraq che, al suo acme, minacciava Damasco e Baghdad, ha scatenato una campagna di violenze transnazionali, che ha portato l’Europa a conoscere una stagione di attacchi terroristici che per brutalità supera anche quella degli anni ‘70. Infine, le guerre civili in Siria e Yemen, l’insorgenza in Iraq, le tensioni perduranti in Bahrain e Libano, hanno portato a nuove vette lo scontro diplomatico e, per procura, anche militare tra Iran e Arabia Saudita, minacciando la regione col pericolo di una grande conflagrazione bellica.
La Siria ha esemplificato meglio di qualunque altro Paese il fallimento della strategia obamiana: sulla guerra civile interna si è innestato lo scontro tra l’Iran e il blocco sunnita capeggiato da Ryad, e in questo clima sia le milizie jihadiste sia Hizballah si sono notevolmente rafforzate. L’imbarazzo e le difficoltà della Presidenza Obama si sono rivelate nella maniera incerta con cui ha trattato la materia siriana: le offensive diplomatiche contro Assad non seguite da quelle militari, la “linea rossa” sulle armi chimiche non rispettata, l’ampia autonomia concessa all’alleato turco nel sostenere i ribelli a prescindere dalla loro compatibilità con l’Occidente, il fallimentare tentativo di addestrare milizie pro-Usa, il campo aperto lasciato alla Russia per estendere la propria influenza sul Paese. In ultimo, Obama ha scelto di focalizzarsi sul sostegno al YPG curdo in funzione anti-ISIS, una linea di condotta ereditata e portata alle estreme conseguenze dal successore Donald Trump.
Sotto la Presidenza Trump lo Stato Islamico in Siria e in Iraq è stato annientato, mentre nel contempo gli Usa hanno lasciato che il Governo riconquistasse importanti posizioni (come Aleppo) ai ribelli, per lo più estremisti islamici. La nuova Amministrazione americana ha fin da subito promesso di concentrarsi sull’annientamento dello Stato Islamico e di non fare una priorità del rovesciamento di Assad. Se la presenza di soldati americani in supporto alle SDF curdo-arabe è aumentato, il Presidente Trump ne ha annunciato il prossimo ritiro a inizio aprile. Il desiderio di disimpegnarsi dalla Siria si scontra tuttavia con tre ordini di problemi:
∎ il denunciato ricorso ad armi chimiche da parte del Governo: una “linea rossa” tracciata da Obama ma che Trump ha fatto un punto d’onore nel voler far rispettare. Tuttavia, anche senza bisogno di accodarsi alle accuse dei critici secondo cui si tratterebbe di macchinazioni utilizzate come pretesto per intervenire, si può tuttavia assumere che questo sia più un casus belli che la motivazione profonda degli interventi americani;
∎ la situazione di perdurante conflitto, che ha trascinato in differente ordine d’intensità anche Turchia e Israele, con un latente rischio di escalation. Washington non vuole lasciare a Mosca l’onere, ma anche l’onore, di fare da mediatore tra le parti e divenire dunque il punto di riferimento diplomatico nella regione;
∎ l’ascendente guadagnato dall’Iran sulla Siria, divenuto quasi un proprio feudo, laddove il Presidente Trump vuole invece contrastare la crescente influenza di Tehran sulla regione. In ciò trova l’incoraggiamento di vari partner, in primis Israele e Arabia Saudita, le cui aspettative – a differenza di Obama – Trump non sembra voler frustrare. Le recenti nomine di Mike Pompeo e John Bolton lasciano presagire una crescente attenzione, e non certo amichevole, verso l’Iran.
Queste esigenze contrastanti hanno fatto sì che, finora, la politica americana in Siria si mostrasse ambivalente e soggetta a improvvise variazioni. È probabile che Washington cercherà d’avere una forte voce in capitolo nella sistemazione del futuro assetto della Siria, tutelando la frontiera nord-orientale di Israele e limitando il peso russo e soprattutto iraniano nel Paese – cosa che si potrebbe ottenere con una qualche forma di cantonalizzazione e l’avviamento di un processo politico che superi l’attuale fisionomia del regime.
Sia lo scorso anno, sia in occasione della seconda e recente incursione aerea contro il Governo siriano, il Presidente Trump ha ribadito la natura una tantum dell’azione militare e la volontà di non impegnare i militari americani in una nuova guerra in Medio Oriente. In tal senso le due opposte esigenze ­­­̶ disimpegnarsi dalla Siria ma determinarne il destino ­­­̶ possono trovare una sintesi in questo tipo d’azioni, il cui significato è mostrare la supremazia militare americana per ottenere col minimo sforzo la soddisfazione delle proprie richieste. L’occasionale ricorso alla forza militare contro il Governo mira cioè a riaffermare il peso degli Stati Uniti sul tavolo negoziale, rispetto al quale si sono finora trovati ai margini per via del maggior successo della strategia russa.
Una durevole e pacifica ricomposizione del quadro siriano non potrà tuttavia prescindere da una collaborazione tra Mosca e Washington, che dovranno mediare tra le ancor più distanti posizioni che separano vari attori esterni: Turchi e Curdi, Iraniani e Israeliani, Iraniani e Sauditi. In mancanza di una tale cooperazione tra Russia e Usa, la Siria è condannata a rimanere ostaggio di una “guerra per procura” senza termine, e a fungere da catalizzatore d’ostilità regionali e centro di diffusione d’instabilità e terrorismo. Lo stesso proposito del Presidente Trump di disimpegnarsi dal Paese non potrà avverarsi, e lo stesso vale per la volontà del Presidente Putin di non estendere sine die lo sforzo militare russo in loco.

5. L’INTERESSE NAZIONALE DELL’ITALIA

Senza dubbio l’Italia non può tollerare l’utilizzo di armi chimiche, proibite dall’apposita Convenzione internazionale di cui dal 2013, grazie alle pressioni americane, anche la Siria è parte. Stante tuttavia la mancanza di chiarezza su precise responsabilità negli ultimi presunti attacchi chimici, e per evitare che le cancellerie internazionali siano manovrate da tattiche propagandistiche poste in essere da attori locali, si dovrebbe affrontare la materia sfruttando gli strumenti messi a disposizione dall’ONU.
Tra 2013 e 2014 una missione congiunta ONU-OPCW (quest’ultima è l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, creata dalla succitata Convenzione) ha presieduto allo smaltimento dell’arsenale d’armi proibite detenuto dal Governo siriano. La OPCW ha regolarmente investigato i casi di presunto utilizzo d’armi chimiche in Siria. Rispetto alla strage avvenuta a Khan Shaykun nel 2017, a seguito della quale avvenne il raid americano contro posizioni governative, l’indagine non ha trovato prove sufficienti per assegnare la paternità del crimine alle forze di Assad. La precedente investigazione aveva riguardato un caso di utilizzo di gas mostarda presso Aleppo, sebbene non si siano trovate prove a sufficienza della responsabilità dei ribelli, denunciata dal Governo. In anni precedenti altre indagini erano comunque riuscite a indicare una responsabilità: in due occasioni (2014 e 2015) da parte del Governo per l’uso di cloro e una volta (2015) da parte di ISIS per l’uso di gas mostarda. Una nuova squadra investigativa si è recata a Douma, sede dell’ultimo presunto attacco. Attendere l’esito di questa nuova indagine sarebbe stato opportuno, per non far precipitare la situazione in assenza di certezze.
Va rammentato che fino al 2015 l’UE ha introdotto varie restrizioni e sanzioni verso la Siria. Da allora, stando almeno al numero di indagini condotte dalla OPCW, l’uso di armi chimiche nel Paese appare diminuito: la vigilanza dovrà comunque rimanere massima finché esso non sarà azzerato, ma nelle ultime occasioni non si è potuta stabilire la paternità dell’attaccante. Il timore è che questi episodi siano utilizzati come pretesto per interventi che rispondono invece all’interesse nazionale degli attori che li realizzano.
Da parte italiana, la stabilizzazione della Siria e lo scongiuramento di escalation internazionali appare come il principale interesse nazionale rispetto al Paese mediorientale.
La guerra civile in Siria ha portato verso l’Europa grosse masse di profughi, con tutti i problemi di natura socio-economica ad esse connessi. Inoltre diversi espatriati siriani, o persone capaci di farsi identificare come tali, hanno partecipato ad attentati terroristici in Europa, rivelando come questo flusso di persone difficilmente controllabile costituisca una grave falla alla sicurezza. In Siria si trovava, e ancora si trova seppure non più sotto forma statuale, il centro d’irradiazione del terrorismo che ha investito il continente negli ultimi anni provocando centinaia di vittime. Solo grazie all’accorta opera delle nostre forze di sicurezza l’Italia è finora rimasta immune a tale tipo di attacchi.
In secondo luogo, la guerra civile siriana, coinvolgendo numerosi attori esterni – a livello individuale, collettivo e statuale – diffonde instabilità e conflittualità nella regione. Migliaia di estremisti hanno acquisito armi, tecniche e connessioni combattendo in Siria, e molti di essi faranno ritorno nel Paese d’origine, o si sposteranno in altri Paesi, per portarvi terrorismo e guerriglia – sulla falsariga di quanto accaduto dopo la Guerra in Afghanistan, negli anni ‘90. Ad esempio la Tunisia, che ha il massimo numero pro capite di volontari stranieri in Siria e sta attraversando una delicata fase di consolidamento democratico, è a serio rischio. Israele guarda con preoccupazione al rafforzamento conseguito da Hizballah.
La guerra civile siriana ha inoltre acuito vecchi odi come quelli tra sciiti e sunniti e tra curdi e turchi, che si riverberano poi su tutti i Paesi che possiedano la medesima composizione al loro interno.
Infine il conflitto dentro la Siria acuisce le tensioni tra Iran e Arabia Saudita, Iran e Israele, Russia e USA. Vista la prossimità geografica, il rilievo delle importazioni petrolifere, la strategicità del Canale di Suez, e a fronte del troppo trascurato strumento militare di cui dispone, l’Italia si troverebbe in balia delle ricadute di qualsiasi ulteriore crollo statuale, guerra civile o conflitto inter-regionale che dovesse esplodere nel Vicino Oriente o in Nordafrica. Anche le tensioni tra USA e Russia sono negative, poiché è opinione diffusa in Italia – e supportata da solidi fatti – che Mosca non costituisca una credibile minaccia per la NATO. Continuare a prioritizzare il confine orientale in nome d’una presunta minaccia russa non fa che rendere trascurata la frontiera meridionale, laddove si addensano più sfide e minacce per tutta l’Alleanza Atlantica; ma con l’Italia – vista la posizione geografica – in avanguardia.
Il Governo italiano dovrebbe pertanto concorrere a stemperare le tensioni catalizzate dalla Siria, dissuadendo alleati e partner da azioni di forza avventate e da posizioni di troppo radicale contrapposizione verso interlocutori necessari, quale la Russia. Così come già riuscì a fare al tempo del Vertice di Pratica di Mare, l’Italia può fungere da mediatore tra USA, Europa e Russia, la cui partnership è imprescindibile per la stabilizzazione della Siria. In particolare Mosca, garantita nei suoi interessi fondamentali (il mantenimento della base navale di Tartus, l’estirpazione degli estremisti islamici, il riconoscimento del suo ruolo diplomatico), potrà moderare i propri alleati (Iran e Bashar al-Assad) affinché si venga incontro alle preoccupazioni di vari Paesi della regione per l’accresciuta influenza iraniana e lo status degli abitanti sunniti, pur nel riconoscimento (necessario salvo voler intraprendere una qualche campagna di tipo militare) del dato di fatto del successo bellico del Governo siriano e dei suoi alleati.
L’Italia potrà in tal senso agire attraverso i canali bilaterali, quelli multilaterali come NATO e UE, e non ultimo anche l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di cui assumerà la Presidenza di turno a partire dal 1 gennaio 2018 per dodici mesi. La nostra diplomazia ha già previsto, tra le priorità della Presidenza OSCE, un maggiore focus sulle sfide e le opportunità provenienti dal Mediterraneo e una particolare attenzione per il dialogo strutturato che ripristini il clima di fiducia tra gli Stati membri (che includono anche gli USA e la Russia).
Inutile precisare che, per un’efficace azione diplomatica da parte italiana, è necessaria la costituzione di un nuovo governo dotato di una maggioranza parlamentare e di fiducia nel Paese.

 

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La politica di Trump dalla Siria alla Corea

Daniele Scalea è intervenuto alla puntata odierna di “Studio 24”, su Rai News, commentando le scelte politiche di Trump in Siria e Corea del Nord e le imminenti elezioni presidenziali in Iran.

 La puntata può essere rivista cliccando qui.

USA e Corea del Nord: scontro possibile ma non probabile

Fonte: L’Indro

 

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Il rischio di un possibile conflitto con la Corea del Nord si starebbe pericolosamente avvicinando. Trump attacca la Siria e loro reagiscono condannando la mossa americana e definendola «un’invasione assolutamente inaccettabile»; in più, Pyongyang ribadisce la scelta di continuare la sua politica e, quindi, di aumentare la dotazione di armi nucleari. Anche gli esperimenti con i missili balistici continuano e sembrano, anzi, essersi intensificati anche alla luce dell’ultimo lancio proprio in corrispondenza dell’incontro tra Donald Trump e il cinese Xi Jinping. Il Presidente americano ha, quindi, pensato di fare la sua prossima mossa proprio su questo fronte, stimolato dalle continue provocazioni.

Ora navi americane puntano proprio in direzione della minacciosissima Corea del Nord. Pare di camminare sul filo di un rasoio ma il Pentagono, invece, smentisce e dichiara che tutto è normale. “Noi veniamo dal periodo di Obama, soprattutto l’ultimo, in cui lui è stato molto cauto ed ha evitato di prendere posizioni nette su diverse questioni”, spiega Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG); “a questo si è aggiunto il fatto che è stato eletto un Presidente con una linea parzialmente isolazionista che ha messo al centro di tutto l’America stessa”.

“Questa eredità di Obama, sommata all’impatto che ha avuto l’inizio della Presidenza Trump, grazie ai messaggi che lui ha lanciato in campagna elettorale, hanno dato il segnale che, inizialmente, ci poteva essere un ‘liberi tutti’, ovvero, la possibilità di essere più assertivi”. “Potrebbe essere il motivo per cui, se fosse confermato, Assad si sarebbe spinto fino ad usare le armi chimiche, pur se è un’azione sostanzialmente inutile”, continua Scalea; “l’unica possibile spiegazione si può trovare nella volontà di abbattere il morale del nemico, contando sul fatto che non ci sarebbero state reazioni da parte degli Stati Uniti”.

È l’unica lettura possibile e spiega anche il fatto che la Corea del Nord si è subito impegnata in nuovi test missilistici, anche in prossimità dell’incontro tra cinesi ed americani, rendendo la cosa particolarmente provocatoria”, precisa lo stesso. “Anche la reazione dell’Amministrazione Trump è stata questa: diamo subito un segnale di muscolarità e facciamolo con un attacco militare mirato e contenuto che è sì misurato, ma si distingue soprattutto per la rapidità con cui è avvenuto” afferma Scalea. “Obama nel 2013, di fronte all’attacco ben più grave e con molte più vittime, mandò avanti la discussione se intervenire o meno per settimane, e dopo, non lo fece, mentre Trump, fino al giorno prima, diceva di non avere intenzione di rimuovere Assad, per poi dire di stare pensando ad un possibile attacco ed attuarlo, di fatto, dopo poche ore”.

L’obiettivo dell’ultima trovata di Trump, quindi, è stato quello di dare un messaggio di forza e di imprevedibilità. “Questo penso che voglia fare l’Amministrazione statunitense, in modo che tutti gli altri stiano più cauti, cioè ‘giocare al pazzo’ come fece all’epoca Nixon: se tu non sai come io potrei reagire, ed io sono il più forte, sarai sempre molto attento a non provocarmi”, afferma Daniele Scalea. “Il fatto, poi, che l’attacco alla Siria sia avvenuto proprio mentre Trump incontrava il Presidente cinese, è ancora più sintomatico poiché, chiaramente, un possibile attacco americano alla Corea del Nord è molto più complesso rispetto alla Siria, sia perché in questo caso la Corea non è in una situazione di guerra civile interna, sia perché Assad non aveva nessuna possibilità, né le armi, né la volontà di reagire contro gli USA ed ha la presenza dei russi che lo mantengono in vita”.

La Nord Corea, invece, ha missili balistici e molti più strumenti”, continua; “è altresì vero che, se gli americani facessero un attacco dimostrativo, anche qui è molto probabile che la reazione nordcoreana sarebbe parimenti dimostrativa”. “Potrebbe esserci il lancio di qualche missile verso la Corea del Sud ma non ci sarebbe un’escalation; vorrebbe dire che gli americani scommettono sulla razionalità del dittatore che vuole essenzialmente sopravvivere, ma basta oltre a quello”. “Sono, però, scommesse molto pericolose perché sulla pelle dei sud coreani, quindi, è abbastanza improbabile che gli USA vogliano ripetere quanto hanno fatto in Siria con la Corea del Nord, ma vogliano semplicemente dare l’idea che potrebbero farlo”.

Il messaggio più che ai nordcoreani, va verso i cinesi, perché, se lì qualcosa cambia, se bombardano la Corea del Nord e si scatena la crisi regionale o prendono altre misure diverse da un’incursione aerea (come potrebbe essere spostare armi tattiche in Corea del Sud o dire loro vi aiutiamo, sviluppate voi la bomba atomica, piuttosto che mettere missili balistici in Asia Orientale contro la Corea del Nord), quello, diventa anche uno strumento contro i cinesi”, afferma Scalea. “La vera pressione è spingere la Cina a fare leva politica ma, soprattutto, economica in modo da tranquillizzare i nordcoreani”. “I cinesi, secondo me”, precisa Scalea, “saranno ben disposti ad ascoltare, perché, la Cina non ha interesse a ritrovarsi una guerra di fianco, né ad avere la Corea del Nord poco controllabile; la grossa novità è che la Nord Corea entro poco potrebbe essere in grado di colpire in teoria gli Stati Uniti”.

Quindi resta da capire fino a dove gli americani vogliono effettivamente che i cinesi aiutino sul fronte nordcoreano. “Incognita questa che rende un po’ più difficili le cose, perché, le richieste americane, potrebbero essere piuttosto elevate, quindi, diventerà abbastanza difficile anche per i cinesi riuscire a spingere sul fronte, motivo per cui gli USA mettono sul campo minacce pesanti di destabilizzazione dell’intera regione per fare sì che i cinesi si muovano in maniera altrettanto decisa”. Proprio in conseguenza delle ultime mosse tattiche tra USA e Nord Corea, i giornali cinesi scrivono che l’attacco di Trump alla Siria, in realtà, è stato studiato anche per intimidire il dittatore Kim. Una velata preoccupazione che un prossimo attacco sia rivolto in quella direzione.

Una posizione, quella cinese, difficile e certamente centrale. “La Cina ha il desiderio di rimanere il patrono della Corea del Nord, anche perché è l’unico vero alleato su cui possano contare nella regione”, spiega Scalea. “Dall’altro lato, vorrebbero tenere i nordcoreani più sotto controllo, cosa che gli sta riuscendo meno negli ultimi anni; è probabile che, quindi, si vogliano coordinare con gli USA e agiscano insieme per riuscire a fare in modo che la Corea del Nord rimanga sotto la loro sfera di influenza e sia meno assertiva”. “Preferiscono avere un alleato più docile che non uno incontrollabile”. “Potrebbero derogare a questo ed andare contro alla Corea del Nord solo nel caso in cui sia questa a dire ai cinesi ‘noi facciamo come ci pare’, con tutto ciò che ne verrebbe dopo”, continua. “Per la Cina diventerebbe un gioco molto pericoloso e sarebbe un conflitto regionale ed avrebbe delle conseguenze, quindi, piuttosto gravi”. “Se ci fosse un attacco degli USA contro la Corea del Nord, invece, credo che la Cina si porrebbe nel ruolo di mediatore per evitare un’escalation e cercare di riportare a dei negoziati che possano soddisfare gli Stati Uniti”.

La Corea del Nord sta diventando sempre più pericolosa in tema di armi. “Orientativamente, ha un programma di missili balistici e questo significa che gli permette di avere dei raggi di azioni sempre più ampi, infatti, si sospetta che possano arrivare a colpire anche gli Stati Uniti”, spiega Scalea. “Dal punto di vista delle armi nucleari tutti questi esperimenti che vengono fatti preludono, secondo gli analisti, al tentativo di sviluppare la bomba termo nucleare che vuol dire fare un salto di qualità nelle capacità del proprio armamento”. “Sta aumentando le sue capacità sia in termini quantitativi, sia in termini di potenza proprio del singolo attacco che potrebbe sferrare; la Corea del Nord agisce soprattutto per poter sopravvivere in un mondo ostile, e lo sta facendo in un’ottica di deterrenza perché sta rimanendo inferiore tanto alla Cina quanto alla Russia, per non parlare poi degli USA”, continua Daniele Scalea. “In quest’ottica, la deterrenza gli permette di non essere attaccata ed è pur vero che, il fatto di possedere queste armi nucleari, diventa anche uno strumento offensivo, ad esempio, diventerebbe problematico per chi volesse difendere la Corea del Sud”. Quindi, quella che nasce per essere un arma difensiva, in realtà, diventa un ostacolo problematico per le altre potenze coinvolte, poiché,  permette alla Corea del Nord di essere intoccabile dal punto di vista offensivo. “È chiaro, quindi, che USA e altri Paesi non vogliono che questa deterrenza diventi troppo efficace”.

A completare lo scenario, la prossima parata nordcoreana del 15 Aprile in occasione dei festeggiamenti per la nascita del nonno del dittatore Kim Jong-un (Kim Il Sung); chissà se e quale sarà la mossa da parte di Kim. I sud coreani sospettano che stia pianificando il suo sesto esperimento nucleare proprio in quest’occasione. “L’atto dimostrativo potrebbe essere un nuovo esperimento nucleare, del resto lui, rispetto al padre, ne sta facendo molti di più ed in maniera più serrata, la stessa cosa con i missili balistici, quindi, evidentemente è la priorità della sua politica, una priorità che è, non solo militare, ma simbolica”, dice Scalea. Kim Jong-un vuole dimostrare di poter fare tutto ciò. “Effettivamente, potrebbe suscitare una reazione molto dura da parte degli Stati Uniti come un’ipotetica incursione; rimango però dell’idea che qui, sostanzialmente, gli USA stiano puntando sul fatto che i cinesi impediranno ai nordcoreani di fare questa cosa”.

Inoltre, un accordo è stato appena raggiunto tra Cina e Corea del Sud, secondo quanto scrive la stampa sudcoreana; le sanzioni diventeranno sempre più pesanti qualora Kim Jong-un vada avanti con nuovi test nucleari. «Corea del Sud e Cina hanno condiviso l’urgenza e la gravità del problema nucleare nordcoreano», ha detto il diplomatico di Seul Kim Hong-kyun che oggi ha incontrato l’inviato speciale per la Cina sul nucleare, Wu Dawei. «Abbiamo raggiunto una comune intesa che le sanzioni e le pressioni, incluse anche l’attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dovrebbero essere stabilmente intensificate a fronte delle continue provocazioni della Corea del Nord».

Resta da chiedersi quale sarà la prossima mossa di Trump ora. “Fondamentale sarà, certamente, l’incontro tra USA e Russia, dove gli Stati Uniti chiederanno di avere di nuovo un ruolo perché sono stati di fatto estromessi dal grosso dei giochi diplomatici intorno alla Siria”, spiega Scalea, “e, inoltre, chiederanno di avere un controllo più ferreo su Assad per evitare episodi che li mettano in imbarazzo in termini di immagine e di comunicazione mondiale”. “Molto probabile anche un piano di pacificazione della Siria che prevedrà il fatto che Assad, ad un certo punto, si dovrà dimettere o fare da parte”. “Mentre dal punto di vista dell’estremo Oriente, si impatterà sulla Cina perché siano loro ad intervenire con la Corea del Nord; sicuramente sono cose di cui avranno discusso”.

Una situazione che, quindi, sembra ancor più pericolosa. “C’è un evidente tentativo degli Stati Uniti di risolverla in parte, quanto meno di ricondurla lungo binari più controllati”, spiega Scalea. “La Corea del Nord si è presa molta più libertà, e quindi, si crea un attrito, una tensione; d’altro canto, l’alternativa era lasciare che i nordcoreani facessero ciò che vogliono e ciò rischierebbe, sul medio lungo periodo, di provocare delle situazioni ancora più esplosive”. “Credo che potremo dare una risposta più decisa quando capiremo cosa faranno i cinesi e quali saranno le risposte dei nordcoreani in risposta alle pressioni che la Cina farà”.

La guerra in Siria dopo Aleppo: situazione e scenari

Fonte: Geopolitica Online

La riconquista di Aleppo da parte del Governo di Assad apre un nuovo capitolo nella guerra di Siria. Con la presa di Aleppo, Assad è tornato a controllare le cinque maggiori città del Paese (le altre sono Damasco, Homs, Latakia e Hama). Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ossia a partire dall’intervento russo, il regime siriano – che nell’estate 2015 era traballante, vittima di una grossa offensiva da parte di Jaish al-Fatah – non si è limitato a vincere la battaglia di Aleppo, ma ha guadagnato terreno in tutta la Siria occidentale. Particolarmente degno di nota è l’accerchiamento delle forze ribelli e l’erosione della loro area di controllo nella Ghouta Orientale, nei pressi di Damasco. Malgrado ciò non sono mancati alcuni rovesci: in estate le ultime forze lealiste si sono ritirate da Al-Hasakah abbandonando la città al PYD curdo, mentre in dicembre Palmira è stata ripresa da Daesh.

Al fine di prevedere le prossime mosse di Assad, è necessario avere presente lo stato delle forze a sua disposizione. L’Esercito Nazionale Siriano ha sulle spalle ormai quasi sei anni di aspra lotta, con diserzioni massive e la perdita o distruzione di ampia parte delle infrastrutture. Decisivo è il contributo fornito dalle Forze di Difesa Nazionale (milizie paramilitari modellate sui Basiji iraniani) e dai contingenti provenienti dall’estero (sciiti libanesi, iracheni, iraniani e afghani coordinati da Tehran). Fonti russe confermano che l’Esercito siriano non brilla per organizzazione o morale, i dissidi con le milizie straniere sono all’ordine del giorno, e succede spesso che il territorio conquistato a caro prezzo sia rapidamente ceduto ritirandosi senza motivo.

Il fatto che Mosca abbia lasciato trapelare una certa insoddisfazione per lo stato di preparazione dell’Esercito siriano, unito al negoziato tripartito con Ankara e Tehran, suggeriscono che il Cremlino stia ora puntando, dopo il successo di Aleppo, a porre fine in maniera pacifica al conflitto siriano.

In questi giorni si è dunque giunti all’accordo tra Turchia, Russia e Iran per un cessate-il-fuoco in Siria, in vista di negoziati da tenersi in Kazakhstan, coinvolgendo le parti indigene. Non è il primo tentativo di cessate-il-fuoco in Siria, ma questo ha notevole differenze rispetto ai precedenti, innanzi tutto perché non è un accordo Washington-Mosca. Ha pure varie debolezze. Il primo è negli esclusi: altri Paesi, come Usa, Arabia Saudita e Qatar, hanno una notevole influenza in Siria e potrebbero sabotare l’accordo. L’HNC, rilevante sigla politica dei ribelli patrocinata dall’Arabia Saudita, si è dichiarata non a caso estranea ai negoziati. Ma il neonato tripartito ha già espresso il desiderio di coinvolgere Doha e Riyad nella futura conferenza di pace di Astanà. Washington pure potrebbe aggregarsi, dopo l’avvicendamento presidenziale tra Obama e Trump.

siria-aree-controllo-dicembre-2016Un altro, ovvio problema è rappresentato dalle forze sul terreno. L’accordo escluderà le fazioni “terroriste”, tra le quali rientrano Daesh (che controlla, tra Siria e Iraq, oltre 60mila km2, non contando le aree deserte) per volontà condivisa, Fatah ash-Sham (ex an-Nusra) per volontà russa, e lo YPG (branca militare del PYD curdo) per volontà turca. Ciò non solo lascia presagire il proseguire dei combattimenti su un amplissimo fronte, ma potrebbe minare anche la tenuta del cessate-il-fuoco tra le parti coinvolte. Particolarmente problematico è lo status di Fatah al-Sham, presente in forze in tutti i residui capisaldi dei ribelli, intrecciato colle altre milizie da una rete d’alleanze. La regione nord-occidentale di Idlib è in mano alla coalizione Jaish al-Fatah, di cui l’ex an-Nusra, coi suoi diecimila combattenti stimati, è la componente più forte assieme a Ahrar ash-Sham (fazione islamista vicina all’Arabia Saudita, accreditata di circa 20.000 armati). Nella regione si trova anche Jund al-Aqsa, il quale ha un rapporto ambiguo con Jaish al-Fatah e Daesh. Come potranno le forze russe e governative siriane distruggere Fatah ash-Sham e Jund al-Aqsa a Idlib, senza attaccare le altre fazioni che sono a queste (soprattutto all’ex an-Nusra) alleate?

Un’altra situazione esplosiva è nella Ghouta Orientale, che secondo Mosca dovrebbe essere esclusa dalla tregua per la presenza di Jaish al-Fustat, legato a Fatah ash-Sham; ma nella zona si trova anche Jaish al-Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita, e perciò Ahrar ash-Sham pretende che sia inclusa nel cessate-il-fuoco.

Dulcis in fundo, anche se la tregua dovesse reggere malgrado tanti inconvenienti, la parola passerebbe a un complesso negoziato politico tra fazioni interne e potenze esterne. Nel frattempo, il conflitto non si placherà del tutto, data la selettività del cessate-il-fuoco.

In tale quadro, è molto probabile che Idlib costituisca il prossimo obiettivo militare di Assad, assieme all’eliminazione della sacche ribelli che si trovano nei pressi di Homs e Damasco. Il fronte sud, quello verso Deraa, è più calmo, poiché le fazioni di ribelli locali non hanno legami con le grandi sigle jihadiste del Nord-Ovest, bensì con la vicina Giordania – e Amman da ormai un anno collabora apertamente con Mosca nella lotta a Daesh. Invece, secondo l’Institute for the Study of War, jihadisti e islamisti (“moderati” inclusi) costituiscono il 100% dei ribelli della Ghouta Orientale e il 96% di quelli di Idlib. Se quelli della ormai ridotta sacca della Ghouta Orientale non sembrano capaci di nuovi attacchi, i ribelli di Idlib negli ultimi mesi hanno alimentato offensive verso Aleppo e Hama, continuato a premere sulla roccaforte costiera alawita (dove si trovano anche le basi russe) grazie all’occupazione Jisr al-Shughur, e tutt’ora mantengono una presenza a poche centinaia di metri da Aleppo. Latakia, Hama e soprattutto Aleppo non potranno essere mai al sicuro finché Idlib è nella mani dei ribelli.

Inoltre, la regione di Idlib in mano ai ribelli allunga enormemente il fronte per Assad. L’Esercito Nazionale Siriano conta attualmente 125.000 uomini, cui vanno aggiunti 150.000 paramilitari locali e 50.000 miliziani stranieri. Dovendo reggere molteplici fronti, che includono il lungo confine orientale (sebbene spesso desertico) con Daesh, le sacche ribelli nei pressi di Damasco e in Houla-Rastan (tra Hama e Homs) e la roccaforte di Jaish al-Fatah nella regione di Idlib, si ritiene che solo 20-30.000 unità siano impiegabili per manovre offensive. Ciò rende estremamente improbabile lo scenario, ad esempio, di una marcia verso Raqqa lungo la Valle dell’Eufrate, o verso Deir ez-Zour assediata passando da Palmira. La riconquista di quest’ultima città è possibilità più concreta, se non altro per ragioni di immagine, ma allo stato attuale è Daesh che ha preso l’offensiva contro Assad. Non solo hanno ripreso la città famosa per le sue antiche rovine, ma gli uomini di al-Baghdadi stanno avanzando pure verso Homs: in questo momento minacciano la Base T-4 di Tiyas, la più grande base aerea del Paese.

Resta tuttavia da capire quali siano i reali termini dell’accordo stretto tra Erdoğan e Putin. L’intesa turco-russa è evidente sotto taluni aspetti: ad esempio il via libera dato da Ankara alla riconquista di Aleppo in cambio del placet all’ingresso di truppe turche nel corridoio Azaz-Jarablus, per evitare il ricongiungimento delle due roccaforti curde di Afrin e Kobane-Jarablus. È improbabile che i Turchi abbiano riserve relative alla Ghouta Orientale o al settore di Houla-Rastan, ma il discorso potrebbe cambiare per Idlib. La regione confina direttamente con la Turchia e vi sono milizie che hanno tuttora rapporti con Ankara, in primis le Brigate Turkmene Siriane. Erdoğan avrà barattato Idlib per avere mano libera in tutto il Settentrione contro i Curdi? Se anche ciò fosse vero, tensioni si creerebbero con Arabia Saudita e Qatar.

Più probabilmente, il piano strategico turco-russo prevede una fine negoziata del conflitto tramite la cantonalizzazione della Siria, un po’ sul modello iracheno post-Saddam. L’Iran potrà essere accontentato garantendo un ponte terrestre ininterrotto tra il Paese persiano e il Libano, realizzabile inglobando la direttrice Palmira-Deir ez-Zour nel dominio post-bellico di Assad (o di un suo eventuale successore). Il ponte aereo col Libano è attualmente già sufficiente, ma gli analisti attribuiscono agli strateghi di Tehran una tendenza ad assicurarsi linee di comunicazione ridondanti. Visto il cattivo andamento della guerra, le parti sunnite interne ed esterne al Paese potrebbero ben accontentarsi dell’autonomia di Idlib, Deraa e forse Raqqa. La Turchia potrebbe accettare una limitata autonomia curda se gestita da un partito diverso dal PYD: col Kurdistan iracheno Ankara ha infatti rapporti eccellenti. Infine, l’influenza sulla porzione occidentale del Paese e sul governo centrale potrebbero ben bastare agl’interessi di Mosca.

Le incognite, tuttavia, restano molteplici. Si va dalla possibile opposizione di Israele e Usa alla prevedibile resistenza armata della fazioni jihadiste e del YPG curdo. I jihadisti si preparano alla resa dei conti a Idlib, l’YPG avanza verso Raqqa per conquistarsi l’appoggio occidentale, e Daesh malgrado gli attacchi concentrici è all’offensiva presso Palmira e Homs e sta facendo pagare molto cara ai Turchi la presa di Al-Bab.

Ancora molti scenari rimangono aperti in Siria.