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La politica di Trump dalla Siria alla Corea

Daniele Scalea è intervenuto alla puntata odierna di “Studio 24”, su Rai News, commentando le scelte politiche di Trump in Siria e Corea del Nord e le imminenti elezioni presidenziali in Iran.

 La puntata può essere rivista cliccando qui.

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USA e Corea del Nord: scontro possibile ma non probabile

Fonte: L’Indro

 

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Il rischio di un possibile conflitto con la Corea del Nord si starebbe pericolosamente avvicinando. Trump attacca la Siria e loro reagiscono condannando la mossa americana e definendola «un’invasione assolutamente inaccettabile»; in più, Pyongyang ribadisce la scelta di continuare la sua politica e, quindi, di aumentare la dotazione di armi nucleari. Anche gli esperimenti con i missili balistici continuano e sembrano, anzi, essersi intensificati anche alla luce dell’ultimo lancio proprio in corrispondenza dell’incontro tra Donald Trump e il cinese Xi Jinping. Il Presidente americano ha, quindi, pensato di fare la sua prossima mossa proprio su questo fronte, stimolato dalle continue provocazioni.

Ora navi americane puntano proprio in direzione della minacciosissima Corea del Nord. Pare di camminare sul filo di un rasoio ma il Pentagono, invece, smentisce e dichiara che tutto è normale. “Noi veniamo dal periodo di Obama, soprattutto l’ultimo, in cui lui è stato molto cauto ed ha evitato di prendere posizioni nette su diverse questioni”, spiega Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG); “a questo si è aggiunto il fatto che è stato eletto un Presidente con una linea parzialmente isolazionista che ha messo al centro di tutto l’America stessa”.

“Questa eredità di Obama, sommata all’impatto che ha avuto l’inizio della Presidenza Trump, grazie ai messaggi che lui ha lanciato in campagna elettorale, hanno dato il segnale che, inizialmente, ci poteva essere un ‘liberi tutti’, ovvero, la possibilità di essere più assertivi”. “Potrebbe essere il motivo per cui, se fosse confermato, Assad si sarebbe spinto fino ad usare le armi chimiche, pur se è un’azione sostanzialmente inutile”, continua Scalea; “l’unica possibile spiegazione si può trovare nella volontà di abbattere il morale del nemico, contando sul fatto che non ci sarebbero state reazioni da parte degli Stati Uniti”.

È l’unica lettura possibile e spiega anche il fatto che la Corea del Nord si è subito impegnata in nuovi test missilistici, anche in prossimità dell’incontro tra cinesi ed americani, rendendo la cosa particolarmente provocatoria”, precisa lo stesso. “Anche la reazione dell’Amministrazione Trump è stata questa: diamo subito un segnale di muscolarità e facciamolo con un attacco militare mirato e contenuto che è sì misurato, ma si distingue soprattutto per la rapidità con cui è avvenuto” afferma Scalea. “Obama nel 2013, di fronte all’attacco ben più grave e con molte più vittime, mandò avanti la discussione se intervenire o meno per settimane, e dopo, non lo fece, mentre Trump, fino al giorno prima, diceva di non avere intenzione di rimuovere Assad, per poi dire di stare pensando ad un possibile attacco ed attuarlo, di fatto, dopo poche ore”.

L’obiettivo dell’ultima trovata di Trump, quindi, è stato quello di dare un messaggio di forza e di imprevedibilità. “Questo penso che voglia fare l’Amministrazione statunitense, in modo che tutti gli altri stiano più cauti, cioè ‘giocare al pazzo’ come fece all’epoca Nixon: se tu non sai come io potrei reagire, ed io sono il più forte, sarai sempre molto attento a non provocarmi”, afferma Daniele Scalea. “Il fatto, poi, che l’attacco alla Siria sia avvenuto proprio mentre Trump incontrava il Presidente cinese, è ancora più sintomatico poiché, chiaramente, un possibile attacco americano alla Corea del Nord è molto più complesso rispetto alla Siria, sia perché in questo caso la Corea non è in una situazione di guerra civile interna, sia perché Assad non aveva nessuna possibilità, né le armi, né la volontà di reagire contro gli USA ed ha la presenza dei russi che lo mantengono in vita”.

La Nord Corea, invece, ha missili balistici e molti più strumenti”, continua; “è altresì vero che, se gli americani facessero un attacco dimostrativo, anche qui è molto probabile che la reazione nordcoreana sarebbe parimenti dimostrativa”. “Potrebbe esserci il lancio di qualche missile verso la Corea del Sud ma non ci sarebbe un’escalation; vorrebbe dire che gli americani scommettono sulla razionalità del dittatore che vuole essenzialmente sopravvivere, ma basta oltre a quello”. “Sono, però, scommesse molto pericolose perché sulla pelle dei sud coreani, quindi, è abbastanza improbabile che gli USA vogliano ripetere quanto hanno fatto in Siria con la Corea del Nord, ma vogliano semplicemente dare l’idea che potrebbero farlo”.

Il messaggio più che ai nordcoreani, va verso i cinesi, perché, se lì qualcosa cambia, se bombardano la Corea del Nord e si scatena la crisi regionale o prendono altre misure diverse da un’incursione aerea (come potrebbe essere spostare armi tattiche in Corea del Sud o dire loro vi aiutiamo, sviluppate voi la bomba atomica, piuttosto che mettere missili balistici in Asia Orientale contro la Corea del Nord), quello, diventa anche uno strumento contro i cinesi”, afferma Scalea. “La vera pressione è spingere la Cina a fare leva politica ma, soprattutto, economica in modo da tranquillizzare i nordcoreani”. “I cinesi, secondo me”, precisa Scalea, “saranno ben disposti ad ascoltare, perché, la Cina non ha interesse a ritrovarsi una guerra di fianco, né ad avere la Corea del Nord poco controllabile; la grossa novità è che la Nord Corea entro poco potrebbe essere in grado di colpire in teoria gli Stati Uniti”.

Quindi resta da capire fino a dove gli americani vogliono effettivamente che i cinesi aiutino sul fronte nordcoreano. “Incognita questa che rende un po’ più difficili le cose, perché, le richieste americane, potrebbero essere piuttosto elevate, quindi, diventerà abbastanza difficile anche per i cinesi riuscire a spingere sul fronte, motivo per cui gli USA mettono sul campo minacce pesanti di destabilizzazione dell’intera regione per fare sì che i cinesi si muovano in maniera altrettanto decisa”. Proprio in conseguenza delle ultime mosse tattiche tra USA e Nord Corea, i giornali cinesi scrivono che l’attacco di Trump alla Siria, in realtà, è stato studiato anche per intimidire il dittatore Kim. Una velata preoccupazione che un prossimo attacco sia rivolto in quella direzione.

Una posizione, quella cinese, difficile e certamente centrale. “La Cina ha il desiderio di rimanere il patrono della Corea del Nord, anche perché è l’unico vero alleato su cui possano contare nella regione”, spiega Scalea. “Dall’altro lato, vorrebbero tenere i nordcoreani più sotto controllo, cosa che gli sta riuscendo meno negli ultimi anni; è probabile che, quindi, si vogliano coordinare con gli USA e agiscano insieme per riuscire a fare in modo che la Corea del Nord rimanga sotto la loro sfera di influenza e sia meno assertiva”. “Preferiscono avere un alleato più docile che non uno incontrollabile”. “Potrebbero derogare a questo ed andare contro alla Corea del Nord solo nel caso in cui sia questa a dire ai cinesi ‘noi facciamo come ci pare’, con tutto ciò che ne verrebbe dopo”, continua. “Per la Cina diventerebbe un gioco molto pericoloso e sarebbe un conflitto regionale ed avrebbe delle conseguenze, quindi, piuttosto gravi”. “Se ci fosse un attacco degli USA contro la Corea del Nord, invece, credo che la Cina si porrebbe nel ruolo di mediatore per evitare un’escalation e cercare di riportare a dei negoziati che possano soddisfare gli Stati Uniti”.

La Corea del Nord sta diventando sempre più pericolosa in tema di armi. “Orientativamente, ha un programma di missili balistici e questo significa che gli permette di avere dei raggi di azioni sempre più ampi, infatti, si sospetta che possano arrivare a colpire anche gli Stati Uniti”, spiega Scalea. “Dal punto di vista delle armi nucleari tutti questi esperimenti che vengono fatti preludono, secondo gli analisti, al tentativo di sviluppare la bomba termo nucleare che vuol dire fare un salto di qualità nelle capacità del proprio armamento”. “Sta aumentando le sue capacità sia in termini quantitativi, sia in termini di potenza proprio del singolo attacco che potrebbe sferrare; la Corea del Nord agisce soprattutto per poter sopravvivere in un mondo ostile, e lo sta facendo in un’ottica di deterrenza perché sta rimanendo inferiore tanto alla Cina quanto alla Russia, per non parlare poi degli USA”, continua Daniele Scalea. “In quest’ottica, la deterrenza gli permette di non essere attaccata ed è pur vero che, il fatto di possedere queste armi nucleari, diventa anche uno strumento offensivo, ad esempio, diventerebbe problematico per chi volesse difendere la Corea del Sud”. Quindi, quella che nasce per essere un arma difensiva, in realtà, diventa un ostacolo problematico per le altre potenze coinvolte, poiché,  permette alla Corea del Nord di essere intoccabile dal punto di vista offensivo. “È chiaro, quindi, che USA e altri Paesi non vogliono che questa deterrenza diventi troppo efficace”.

A completare lo scenario, la prossima parata nordcoreana del 15 Aprile in occasione dei festeggiamenti per la nascita del nonno del dittatore Kim Jong-un (Kim Il Sung); chissà se e quale sarà la mossa da parte di Kim. I sud coreani sospettano che stia pianificando il suo sesto esperimento nucleare proprio in quest’occasione. “L’atto dimostrativo potrebbe essere un nuovo esperimento nucleare, del resto lui, rispetto al padre, ne sta facendo molti di più ed in maniera più serrata, la stessa cosa con i missili balistici, quindi, evidentemente è la priorità della sua politica, una priorità che è, non solo militare, ma simbolica”, dice Scalea. Kim Jong-un vuole dimostrare di poter fare tutto ciò. “Effettivamente, potrebbe suscitare una reazione molto dura da parte degli Stati Uniti come un’ipotetica incursione; rimango però dell’idea che qui, sostanzialmente, gli USA stiano puntando sul fatto che i cinesi impediranno ai nordcoreani di fare questa cosa”.

Inoltre, un accordo è stato appena raggiunto tra Cina e Corea del Sud, secondo quanto scrive la stampa sudcoreana; le sanzioni diventeranno sempre più pesanti qualora Kim Jong-un vada avanti con nuovi test nucleari. «Corea del Sud e Cina hanno condiviso l’urgenza e la gravità del problema nucleare nordcoreano», ha detto il diplomatico di Seul Kim Hong-kyun che oggi ha incontrato l’inviato speciale per la Cina sul nucleare, Wu Dawei. «Abbiamo raggiunto una comune intesa che le sanzioni e le pressioni, incluse anche l’attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dovrebbero essere stabilmente intensificate a fronte delle continue provocazioni della Corea del Nord».

Resta da chiedersi quale sarà la prossima mossa di Trump ora. “Fondamentale sarà, certamente, l’incontro tra USA e Russia, dove gli Stati Uniti chiederanno di avere di nuovo un ruolo perché sono stati di fatto estromessi dal grosso dei giochi diplomatici intorno alla Siria”, spiega Scalea, “e, inoltre, chiederanno di avere un controllo più ferreo su Assad per evitare episodi che li mettano in imbarazzo in termini di immagine e di comunicazione mondiale”. “Molto probabile anche un piano di pacificazione della Siria che prevedrà il fatto che Assad, ad un certo punto, si dovrà dimettere o fare da parte”. “Mentre dal punto di vista dell’estremo Oriente, si impatterà sulla Cina perché siano loro ad intervenire con la Corea del Nord; sicuramente sono cose di cui avranno discusso”.

Una situazione che, quindi, sembra ancor più pericolosa. “C’è un evidente tentativo degli Stati Uniti di risolverla in parte, quanto meno di ricondurla lungo binari più controllati”, spiega Scalea. “La Corea del Nord si è presa molta più libertà, e quindi, si crea un attrito, una tensione; d’altro canto, l’alternativa era lasciare che i nordcoreani facessero ciò che vogliono e ciò rischierebbe, sul medio lungo periodo, di provocare delle situazioni ancora più esplosive”. “Credo che potremo dare una risposta più decisa quando capiremo cosa faranno i cinesi e quali saranno le risposte dei nordcoreani in risposta alle pressioni che la Cina farà”.

La guerra in Siria dopo Aleppo: situazione e scenari

Fonte: Geopolitica Online

La riconquista di Aleppo da parte del Governo di Assad apre un nuovo capitolo nella guerra di Siria. Con la presa di Aleppo, Assad è tornato a controllare le cinque maggiori città del Paese (le altre sono Damasco, Homs, Latakia e Hama). Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ossia a partire dall’intervento russo, il regime siriano – che nell’estate 2015 era traballante, vittima di una grossa offensiva da parte di Jaish al-Fatah – non si è limitato a vincere la battaglia di Aleppo, ma ha guadagnato terreno in tutta la Siria occidentale. Particolarmente degno di nota è l’accerchiamento delle forze ribelli e l’erosione della loro area di controllo nella Ghouta Orientale, nei pressi di Damasco. Malgrado ciò non sono mancati alcuni rovesci: in estate le ultime forze lealiste si sono ritirate da Al-Hasakah abbandonando la città al PYD curdo, mentre in dicembre Palmira è stata ripresa da Daesh.

Al fine di prevedere le prossime mosse di Assad, è necessario avere presente lo stato delle forze a sua disposizione. L’Esercito Nazionale Siriano ha sulle spalle ormai quasi sei anni di aspra lotta, con diserzioni massive e la perdita o distruzione di ampia parte delle infrastrutture. Decisivo è il contributo fornito dalle Forze di Difesa Nazionale (milizie paramilitari modellate sui Basiji iraniani) e dai contingenti provenienti dall’estero (sciiti libanesi, iracheni, iraniani e afghani coordinati da Tehran). Fonti russe confermano che l’Esercito siriano non brilla per organizzazione o morale, i dissidi con le milizie straniere sono all’ordine del giorno, e succede spesso che il territorio conquistato a caro prezzo sia rapidamente ceduto ritirandosi senza motivo.

Il fatto che Mosca abbia lasciato trapelare una certa insoddisfazione per lo stato di preparazione dell’Esercito siriano, unito al negoziato tripartito con Ankara e Tehran, suggeriscono che il Cremlino stia ora puntando, dopo il successo di Aleppo, a porre fine in maniera pacifica al conflitto siriano.

In questi giorni si è dunque giunti all’accordo tra Turchia, Russia e Iran per un cessate-il-fuoco in Siria, in vista di negoziati da tenersi in Kazakhstan, coinvolgendo le parti indigene. Non è il primo tentativo di cessate-il-fuoco in Siria, ma questo ha notevole differenze rispetto ai precedenti, innanzi tutto perché non è un accordo Washington-Mosca. Ha pure varie debolezze. Il primo è negli esclusi: altri Paesi, come Usa, Arabia Saudita e Qatar, hanno una notevole influenza in Siria e potrebbero sabotare l’accordo. L’HNC, rilevante sigla politica dei ribelli patrocinata dall’Arabia Saudita, si è dichiarata non a caso estranea ai negoziati. Ma il neonato tripartito ha già espresso il desiderio di coinvolgere Doha e Riyad nella futura conferenza di pace di Astanà. Washington pure potrebbe aggregarsi, dopo l’avvicendamento presidenziale tra Obama e Trump.

siria-aree-controllo-dicembre-2016Un altro, ovvio problema è rappresentato dalle forze sul terreno. L’accordo escluderà le fazioni “terroriste”, tra le quali rientrano Daesh (che controlla, tra Siria e Iraq, oltre 60mila km2, non contando le aree deserte) per volontà condivisa, Fatah ash-Sham (ex an-Nusra) per volontà russa, e lo YPG (branca militare del PYD curdo) per volontà turca. Ciò non solo lascia presagire il proseguire dei combattimenti su un amplissimo fronte, ma potrebbe minare anche la tenuta del cessate-il-fuoco tra le parti coinvolte. Particolarmente problematico è lo status di Fatah al-Sham, presente in forze in tutti i residui capisaldi dei ribelli, intrecciato colle altre milizie da una rete d’alleanze. La regione nord-occidentale di Idlib è in mano alla coalizione Jaish al-Fatah, di cui l’ex an-Nusra, coi suoi diecimila combattenti stimati, è la componente più forte assieme a Ahrar ash-Sham (fazione islamista vicina all’Arabia Saudita, accreditata di circa 20.000 armati). Nella regione si trova anche Jund al-Aqsa, il quale ha un rapporto ambiguo con Jaish al-Fatah e Daesh. Come potranno le forze russe e governative siriane distruggere Fatah ash-Sham e Jund al-Aqsa a Idlib, senza attaccare le altre fazioni che sono a queste (soprattutto all’ex an-Nusra) alleate?

Un’altra situazione esplosiva è nella Ghouta Orientale, che secondo Mosca dovrebbe essere esclusa dalla tregua per la presenza di Jaish al-Fustat, legato a Fatah ash-Sham; ma nella zona si trova anche Jaish al-Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita, e perciò Ahrar ash-Sham pretende che sia inclusa nel cessate-il-fuoco.

Dulcis in fundo, anche se la tregua dovesse reggere malgrado tanti inconvenienti, la parola passerebbe a un complesso negoziato politico tra fazioni interne e potenze esterne. Nel frattempo, il conflitto non si placherà del tutto, data la selettività del cessate-il-fuoco.

In tale quadro, è molto probabile che Idlib costituisca il prossimo obiettivo militare di Assad, assieme all’eliminazione della sacche ribelli che si trovano nei pressi di Homs e Damasco. Il fronte sud, quello verso Deraa, è più calmo, poiché le fazioni di ribelli locali non hanno legami con le grandi sigle jihadiste del Nord-Ovest, bensì con la vicina Giordania – e Amman da ormai un anno collabora apertamente con Mosca nella lotta a Daesh. Invece, secondo l’Institute for the Study of War, jihadisti e islamisti (“moderati” inclusi) costituiscono il 100% dei ribelli della Ghouta Orientale e il 96% di quelli di Idlib. Se quelli della ormai ridotta sacca della Ghouta Orientale non sembrano capaci di nuovi attacchi, i ribelli di Idlib negli ultimi mesi hanno alimentato offensive verso Aleppo e Hama, continuato a premere sulla roccaforte costiera alawita (dove si trovano anche le basi russe) grazie all’occupazione Jisr al-Shughur, e tutt’ora mantengono una presenza a poche centinaia di metri da Aleppo. Latakia, Hama e soprattutto Aleppo non potranno essere mai al sicuro finché Idlib è nella mani dei ribelli.

Inoltre, la regione di Idlib in mano ai ribelli allunga enormemente il fronte per Assad. L’Esercito Nazionale Siriano conta attualmente 125.000 uomini, cui vanno aggiunti 150.000 paramilitari locali e 50.000 miliziani stranieri. Dovendo reggere molteplici fronti, che includono il lungo confine orientale (sebbene spesso desertico) con Daesh, le sacche ribelli nei pressi di Damasco e in Houla-Rastan (tra Hama e Homs) e la roccaforte di Jaish al-Fatah nella regione di Idlib, si ritiene che solo 20-30.000 unità siano impiegabili per manovre offensive. Ciò rende estremamente improbabile lo scenario, ad esempio, di una marcia verso Raqqa lungo la Valle dell’Eufrate, o verso Deir ez-Zour assediata passando da Palmira. La riconquista di quest’ultima città è possibilità più concreta, se non altro per ragioni di immagine, ma allo stato attuale è Daesh che ha preso l’offensiva contro Assad. Non solo hanno ripreso la città famosa per le sue antiche rovine, ma gli uomini di al-Baghdadi stanno avanzando pure verso Homs: in questo momento minacciano la Base T-4 di Tiyas, la più grande base aerea del Paese.

Resta tuttavia da capire quali siano i reali termini dell’accordo stretto tra Erdoğan e Putin. L’intesa turco-russa è evidente sotto taluni aspetti: ad esempio il via libera dato da Ankara alla riconquista di Aleppo in cambio del placet all’ingresso di truppe turche nel corridoio Azaz-Jarablus, per evitare il ricongiungimento delle due roccaforti curde di Afrin e Kobane-Jarablus. È improbabile che i Turchi abbiano riserve relative alla Ghouta Orientale o al settore di Houla-Rastan, ma il discorso potrebbe cambiare per Idlib. La regione confina direttamente con la Turchia e vi sono milizie che hanno tuttora rapporti con Ankara, in primis le Brigate Turkmene Siriane. Erdoğan avrà barattato Idlib per avere mano libera in tutto il Settentrione contro i Curdi? Se anche ciò fosse vero, tensioni si creerebbero con Arabia Saudita e Qatar.

Più probabilmente, il piano strategico turco-russo prevede una fine negoziata del conflitto tramite la cantonalizzazione della Siria, un po’ sul modello iracheno post-Saddam. L’Iran potrà essere accontentato garantendo un ponte terrestre ininterrotto tra il Paese persiano e il Libano, realizzabile inglobando la direttrice Palmira-Deir ez-Zour nel dominio post-bellico di Assad (o di un suo eventuale successore). Il ponte aereo col Libano è attualmente già sufficiente, ma gli analisti attribuiscono agli strateghi di Tehran una tendenza ad assicurarsi linee di comunicazione ridondanti. Visto il cattivo andamento della guerra, le parti sunnite interne ed esterne al Paese potrebbero ben accontentarsi dell’autonomia di Idlib, Deraa e forse Raqqa. La Turchia potrebbe accettare una limitata autonomia curda se gestita da un partito diverso dal PYD: col Kurdistan iracheno Ankara ha infatti rapporti eccellenti. Infine, l’influenza sulla porzione occidentale del Paese e sul governo centrale potrebbero ben bastare agl’interessi di Mosca.

Le incognite, tuttavia, restano molteplici. Si va dalla possibile opposizione di Israele e Usa alla prevedibile resistenza armata della fazioni jihadiste e del YPG curdo. I jihadisti si preparano alla resa dei conti a Idlib, l’YPG avanza verso Raqqa per conquistarsi l’appoggio occidentale, e Daesh malgrado gli attacchi concentrici è all’offensiva presso Palmira e Homs e sta facendo pagare molto cara ai Turchi la presa di Al-Bab.

Ancora molti scenari rimangono aperti in Siria.

L’assassinio dell’Ambasciatore russo in Turchia – Daniele Scalea a RTV San Marino

Daniele Scalea è stato intervistato al telegiornale di RTV San Marino, edizione delle 13.50, a proposito dell’uccisione dell’Ambasciatore russo in Turchia.

L’intervento può essere rivisto (tra 12’50” e 13’50”) cliccando qui.

Non sappiamo chi siano i mandanti, ha dichiarato Daniele Scalea, ma è plausibile che oltre al gesto simbolico (“punire” i Russi per la conquista di Aleppo) ci fosse anche la finalità politica di turbare i rapporti tra Ankara e Mosca; ad ascoltare le prime dichiarazioni di Erdogan e Putin, non ci sono riusciti.