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Backchannel. Trump a filo diretto col Cremlino, Obama con l’Iran

Fonte: L’Huffington Post, 29 maggio 2017

 

Jared Kushner, dopo l’elezione di Trump, avrebbe proposto all’Ambasciatore russo di aprire un canale di comunicazione riservata tra il Cremlino e l’entourage del Presidente eletto.

Ciò ha destato scandalo, ma la cosa veramente sorprendente (dal momento che la distensione con Mosca era un tema centrale nella campagna elettorale) è, semmai, che solo dopo aver vinto le elezioni la squadra di Trump abbia creato un canale riservato coi Russi.

Quando nel 2008 l’allora Senatore Obama fece campagna promettendo di risolvere la disputa con l’Iran, non aspettò di vincere le elezioni per aprire un “backchannel” con Tehran. Secondo le rivelazioni di Michael Ledeen, mai smentite, si servì del diplomatico in pensione William G. Miller come tramite per i contatti coll’Iran. Iran che in quel momento era ai ferri corti col governo americano, non meno di quanto lo fosse la Russia negli ultimi mesi di Obama alla presidenza. Non bisogna aspettarsi che un candidato presidente, o peggio un presidente-eletto, possano vivere in campane di vetro finché non mettono piede alla Casa Bianca.

A Kushner si contesta però il fatto di aver chiesto di utilizzare un canale dei Russi per la conversazione. Davvero sorprende che l’entourage di Trump non si fidasse di stare sotto l’occhio vigile dell’intelligence Usa? La stessa intelligence che, di lì a poco, avrebbe lasciato filtrare i contenuti di una conversazione privata del consigliere di Trump, Michael Flynn, alla stampa. La stessa intelligence che avrebbe riferito ogni movimento osservato all’ancora al potere Barack Obama. Cioè al capo di un’amministrazione i cui residui pezzi negli apparati fanno a gara nello spacciare informazioni riservate alla stampa, arrivando al punto di rivelare segretissimi dettagli di una conversazione tra il Presidente Trump e il Ministro degli Esteri russo.

Non è insomma sorprendente che Kushner abbia cercato di dialogare coi Russi lontano da occhi indiscreti di suoi compatrioti; né ciò appare come una smoking gun per la tesi che vorrebbe Trump un “Manchurian candidate” di Putin.

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Russia al G7: il convitato di pietra

Fonte: L’Indro

di ILARIA D’ANGELO

 

Non è poi così lontano nel tempo quel 2014 che decretò la sospensione della partecipazione del governo russo al G8 – da allora divenuto G7 – in seguito all’invasione e poi all’annessione della Crimea. Eppure, visto e considerato il ruolo di attore principale che la Federazione Russa ha assunto nello scenario geopolitico internazionale – dalla crisi libica alla guerra siriana e al complicato rapporto dell’Europa con la Turchia di Erdogan, solo per citare alcuni esempi – oggi sembra difficile immaginare che nel G7 di Taormina si possa davvero definire una linea di azione sui temi più caldi, come terrorismo, migranti e questioni economiche, senza il contributo della Russia. E questo non solo perché l’economia russa sta dando segnali di ripresa e necessita di partner stranieri sia per la trasmissione di competenze che per nuove joint-venture, come dimostrato dal recente incontro tra Paolo Gentiloni e Vladimir Putin, ma anche, e soprattutto, per quel tessuto di relazioni e dialoghi imprescindibile per affrontare le crisi attuali. In Libia la partita si gioca sul confronto tra Fayez al-Serraj, Capo di Stato e Primo Ministro del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, e le milizie non regolari di Khalifa Haftar, attualmente appoggiate dalla Russia. Per non parlare della Siria e dello stretto legame che unisce Putin a Bashar al-Assad.

Il contributo della Russia, dunque, potrebbe essere determinante per queste e molte altre questioni centrali su cui i leader delle potenze mondiali dovranno confrontarsi all’ombra del celebre teatro greco di Taormina. E il recente incontro tra il Primo Ministro italiano e Putin, oltre che per stipulare accordi economici, è sembrata l’occasione ideale perché l’Italia possa farsi portavoce di istanze russe al tavolo del G7, favorendo così un possibile recupero del dialogo. Sulle condizioni perché ciò avvenga e sulle conseguenze nello scenario geopolitico internazionale abbiamo chiesto l’opinione di Daniele Scalea, Vice-Presidente Esecutivo dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e di Gianfranco Lizza, professore di Geografia politica ed economica all’Università di degli Studi di Roma La Sapienza.

Se è vero che la ‘questione russa’ torna al centro del dibattito con la vicenda di Trump, non si può dimenticare che esiste una ‘questione russa’ anche in Europa. In particolare, Daniele Scalea definisce oggi il rapporto tra Europa e Russia come “di amore e odio”. Spiega infatti Scalea che “la Russia ha una costante tensione tra il desiderio di far parte dell’Occidente e l’idea di rappresentare una civiltà eurasiatica a sé stante. L’Europa, e in minor misura gli Usa, intravedono le opportunità di una partnership con la Russia, la più occidentale tra le potenze che sono al di fuori dell’attuale concezione di ‘Occidente’, ma provano repulsione per la particolare cultura politica russa. A mio avviso la Russia è indubbiamente parte della civiltà occidentale, pur con le sue chiare specificità, e oggi tanto la Russia quanto l’Europa, e in parte pure gli Usa, si trovano in una fase storica in cui il loro tradizionale predominio mondiale sta scemando. Ha senso continuare a rivaleggiare tra noi anziché far fronte comune nella competizione mondiale? Gli Europei già declinanti si affrontarono furiosamente in due guerre mondiali lo scorso secolo, uscendone – vincitori e vinti – a pezzi, e passando lo scettro del potere a Usa e Russia. Mi chiedo se al termine di questa contesa tra il fronte nordatlantico e la Russia, il risultato non sarà semplicemente l’ascesa della Cina come nuova grande potenza globale.”

Il professor Lizza a questo proposito sottolinea comunque che “il quadro politico ed economico internazionale non può avere una sua completezza senza la partecipazione della Russia”. E proprio per questo Lizza afferma che “lasciare la Russia fuori dal G8 ormai dal 2014 dopo la questione della Crimea ha reso questo importante summit un po’ monco. Tutti vorrebbero il rientro della Russia e che il G7 tornasse a essere G8 per una serie di motivi. Non c’è dubbio che la Russia nei riguardi del Mediterraneo e del Medio-Oriente e quindi della Siria, ma anche per tanti aspetti politici ed economici è il referente principale dell’Europa ma naturalmente anche degli Stati Uniti che oggi sono rappresentati da Trump”.

Anche Daniele Scalea ritiene che i membri europei siano “già tutti più (Italia) o meno (Germania) convinti della necessità di riattivare la partecipazione russa” e lo stesso vale per il Giappone. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è semplice prevedere le mosse di Trump. Quel che è certo è che “già da parte europea si è smesso di parlare della Crimea e si discute solo dell’implementazione degli Accordi di Minsk in Ucraina”. Anche secondo l’opinione del professor Lizza la questione delle responsabilità in Ucraina è una delle condizioni per un possibile rientro della Russia nel summit, ma più che una ‘verità’, per Lizza è necessario che la diplomazia trovile strade più opportune perché questo rientro possa essere rapido”. Tuttavia, continua Lizza “non c’è dubbio che anche se la Russia non sarà presente ufficialmente al G7 di Taormina, ci sarà comunque ufficiosamente. La sua presenza sarà, come dire, nell’aria” e questa presenza ufficiosa per Lizza sarà molto probabilmente rappresentata dall’Italia.

Durante l’incontro di pochi giorni fa, il Primo Ministro italiano e Putin “hanno parlato di questioni economiche ma hanno dialogato a lungo anche su Siria, Medio-Oriente e migranti. A parte la questione economica, noi italiani abbiamo tutto l’interesse che la Russia rientri e che vi sia un dialogo costante. Ci sono più di 600 imprese che lavorano in Russia e vorremmo fare di più. Il nostro interscambio è un po’ calato ma adesso si sta riprendendo. Noi abbiamo grandi interessi economici con la Russia e dobbiamo fare di tutto perché questo non venga meno e abbiamo l’interesse a far sì che oltre all’Anas e all’Eni anche altre aziende lavorino e cooperino con questo grande Paese. Non si può esautorare o escludere un Paese, specialmente quando la sua potenza è notevole”.

Per quanto riguarda allora il possibile apporto della Federazione Russa su questioni importanti come la Siria o la crisi libica, Scalea parla di “contributo decisivo” circa la Siriadove la Russia ha una posizione dominante dal punto di vista militare (ha permesso ad Assad di stabilizzare il controllo su quasi tutte le grandi città) e dal punto di vista diplomatico (sta gestendo i Dialoghi di Astana, più efficaci dei Colloqui di Ginevra). Non si potrà prescindere dalla cooperazione con Mosca in Siria, e le prospettive sono buone perché il progetto russo delle aree di de-escalation è molto simile a quello americano delle safe zones. Ma serve buona volontà. Se prevarranno gelosie e le politiche di potenza l’uno a danno dell’altro, il conflitto siriano andrà prolungandosi sine die, destabilizzando tutte le aree vicine come già sta facendo”.

Per quanto riguarda la Libia, il professor Lizza non manca di sottolineare come anche questa faccia parte del delicato assetto di equilibri da discutere durante il summit e come “un quadro di pace, stabilità ed equilibrio generale senza che la Russia faccia uno sforzo insieme agli altri per trovare una soluzione ai problemi non è realizzabile. Questo evidentemente accade quando c’è interesse a trovare una soluzione e il problema è questo. Secondo me questo è il momento in cui la Russia ha davvero tutto l’interesse, anche perché è cambiato il quadro di riferimento negli Stati Uniti”.

Il dialogo con Trump, dunque, sarà senza dubbio un aspetto chiave del summit di Taormina dalla cui buona riuscita dipende senza dubbio anche il successo del G20 che si terrà a inizio luglio in Germania, ad Amburgo. Secondo Scalea, a questo proposito, se è vero che “il G20 tradizionalmente si focalizza più che altro sulle questioni economiche globali, e in tal senso dovrebbero farla da padrone i temi sul libero scambio e il protezionismo”, l’incontro di Amburgo “sarà particolarmente importante anche perché per la prima volta Trump e Putin si vedranno di persona, ed è possibile che abbiano colloqui riservati faccia a faccia. Potrebbe essere un momento di svolta nei rapporti tra Usa e Russia, non cominciati, certo, sotto l’Amministrazione Trump, come tutti ci si aspettava”. Tuttavia, questo “momento di svolta”, se si concretizzerà, dovrà essere preparato nel summit di Taormina, forse proprio a cominciare dal riconoscimento che “tutti gli sforzi della politica di Putin, tesi a far ritornare l’ex Unione Sovietica oggi Federazione Russa a un ruolo di potenza egemone, stanno avendo successo”, come conclude il professor Lizza.

La guerra in Siria dopo Aleppo: situazione e scenari

Fonte: Geopolitica Online

La riconquista di Aleppo da parte del Governo di Assad apre un nuovo capitolo nella guerra di Siria. Con la presa di Aleppo, Assad è tornato a controllare le cinque maggiori città del Paese (le altre sono Damasco, Homs, Latakia e Hama). Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ossia a partire dall’intervento russo, il regime siriano – che nell’estate 2015 era traballante, vittima di una grossa offensiva da parte di Jaish al-Fatah – non si è limitato a vincere la battaglia di Aleppo, ma ha guadagnato terreno in tutta la Siria occidentale. Particolarmente degno di nota è l’accerchiamento delle forze ribelli e l’erosione della loro area di controllo nella Ghouta Orientale, nei pressi di Damasco. Malgrado ciò non sono mancati alcuni rovesci: in estate le ultime forze lealiste si sono ritirate da Al-Hasakah abbandonando la città al PYD curdo, mentre in dicembre Palmira è stata ripresa da Daesh.

Al fine di prevedere le prossime mosse di Assad, è necessario avere presente lo stato delle forze a sua disposizione. L’Esercito Nazionale Siriano ha sulle spalle ormai quasi sei anni di aspra lotta, con diserzioni massive e la perdita o distruzione di ampia parte delle infrastrutture. Decisivo è il contributo fornito dalle Forze di Difesa Nazionale (milizie paramilitari modellate sui Basiji iraniani) e dai contingenti provenienti dall’estero (sciiti libanesi, iracheni, iraniani e afghani coordinati da Tehran). Fonti russe confermano che l’Esercito siriano non brilla per organizzazione o morale, i dissidi con le milizie straniere sono all’ordine del giorno, e succede spesso che il territorio conquistato a caro prezzo sia rapidamente ceduto ritirandosi senza motivo.

Il fatto che Mosca abbia lasciato trapelare una certa insoddisfazione per lo stato di preparazione dell’Esercito siriano, unito al negoziato tripartito con Ankara e Tehran, suggeriscono che il Cremlino stia ora puntando, dopo il successo di Aleppo, a porre fine in maniera pacifica al conflitto siriano.

In questi giorni si è dunque giunti all’accordo tra Turchia, Russia e Iran per un cessate-il-fuoco in Siria, in vista di negoziati da tenersi in Kazakhstan, coinvolgendo le parti indigene. Non è il primo tentativo di cessate-il-fuoco in Siria, ma questo ha notevole differenze rispetto ai precedenti, innanzi tutto perché non è un accordo Washington-Mosca. Ha pure varie debolezze. Il primo è negli esclusi: altri Paesi, come Usa, Arabia Saudita e Qatar, hanno una notevole influenza in Siria e potrebbero sabotare l’accordo. L’HNC, rilevante sigla politica dei ribelli patrocinata dall’Arabia Saudita, si è dichiarata non a caso estranea ai negoziati. Ma il neonato tripartito ha già espresso il desiderio di coinvolgere Doha e Riyad nella futura conferenza di pace di Astanà. Washington pure potrebbe aggregarsi, dopo l’avvicendamento presidenziale tra Obama e Trump.

siria-aree-controllo-dicembre-2016Un altro, ovvio problema è rappresentato dalle forze sul terreno. L’accordo escluderà le fazioni “terroriste”, tra le quali rientrano Daesh (che controlla, tra Siria e Iraq, oltre 60mila km2, non contando le aree deserte) per volontà condivisa, Fatah ash-Sham (ex an-Nusra) per volontà russa, e lo YPG (branca militare del PYD curdo) per volontà turca. Ciò non solo lascia presagire il proseguire dei combattimenti su un amplissimo fronte, ma potrebbe minare anche la tenuta del cessate-il-fuoco tra le parti coinvolte. Particolarmente problematico è lo status di Fatah al-Sham, presente in forze in tutti i residui capisaldi dei ribelli, intrecciato colle altre milizie da una rete d’alleanze. La regione nord-occidentale di Idlib è in mano alla coalizione Jaish al-Fatah, di cui l’ex an-Nusra, coi suoi diecimila combattenti stimati, è la componente più forte assieme a Ahrar ash-Sham (fazione islamista vicina all’Arabia Saudita, accreditata di circa 20.000 armati). Nella regione si trova anche Jund al-Aqsa, il quale ha un rapporto ambiguo con Jaish al-Fatah e Daesh. Come potranno le forze russe e governative siriane distruggere Fatah ash-Sham e Jund al-Aqsa a Idlib, senza attaccare le altre fazioni che sono a queste (soprattutto all’ex an-Nusra) alleate?

Un’altra situazione esplosiva è nella Ghouta Orientale, che secondo Mosca dovrebbe essere esclusa dalla tregua per la presenza di Jaish al-Fustat, legato a Fatah ash-Sham; ma nella zona si trova anche Jaish al-Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita, e perciò Ahrar ash-Sham pretende che sia inclusa nel cessate-il-fuoco.

Dulcis in fundo, anche se la tregua dovesse reggere malgrado tanti inconvenienti, la parola passerebbe a un complesso negoziato politico tra fazioni interne e potenze esterne. Nel frattempo, il conflitto non si placherà del tutto, data la selettività del cessate-il-fuoco.

In tale quadro, è molto probabile che Idlib costituisca il prossimo obiettivo militare di Assad, assieme all’eliminazione della sacche ribelli che si trovano nei pressi di Homs e Damasco. Il fronte sud, quello verso Deraa, è più calmo, poiché le fazioni di ribelli locali non hanno legami con le grandi sigle jihadiste del Nord-Ovest, bensì con la vicina Giordania – e Amman da ormai un anno collabora apertamente con Mosca nella lotta a Daesh. Invece, secondo l’Institute for the Study of War, jihadisti e islamisti (“moderati” inclusi) costituiscono il 100% dei ribelli della Ghouta Orientale e il 96% di quelli di Idlib. Se quelli della ormai ridotta sacca della Ghouta Orientale non sembrano capaci di nuovi attacchi, i ribelli di Idlib negli ultimi mesi hanno alimentato offensive verso Aleppo e Hama, continuato a premere sulla roccaforte costiera alawita (dove si trovano anche le basi russe) grazie all’occupazione Jisr al-Shughur, e tutt’ora mantengono una presenza a poche centinaia di metri da Aleppo. Latakia, Hama e soprattutto Aleppo non potranno essere mai al sicuro finché Idlib è nella mani dei ribelli.

Inoltre, la regione di Idlib in mano ai ribelli allunga enormemente il fronte per Assad. L’Esercito Nazionale Siriano conta attualmente 125.000 uomini, cui vanno aggiunti 150.000 paramilitari locali e 50.000 miliziani stranieri. Dovendo reggere molteplici fronti, che includono il lungo confine orientale (sebbene spesso desertico) con Daesh, le sacche ribelli nei pressi di Damasco e in Houla-Rastan (tra Hama e Homs) e la roccaforte di Jaish al-Fatah nella regione di Idlib, si ritiene che solo 20-30.000 unità siano impiegabili per manovre offensive. Ciò rende estremamente improbabile lo scenario, ad esempio, di una marcia verso Raqqa lungo la Valle dell’Eufrate, o verso Deir ez-Zour assediata passando da Palmira. La riconquista di quest’ultima città è possibilità più concreta, se non altro per ragioni di immagine, ma allo stato attuale è Daesh che ha preso l’offensiva contro Assad. Non solo hanno ripreso la città famosa per le sue antiche rovine, ma gli uomini di al-Baghdadi stanno avanzando pure verso Homs: in questo momento minacciano la Base T-4 di Tiyas, la più grande base aerea del Paese.

Resta tuttavia da capire quali siano i reali termini dell’accordo stretto tra Erdoğan e Putin. L’intesa turco-russa è evidente sotto taluni aspetti: ad esempio il via libera dato da Ankara alla riconquista di Aleppo in cambio del placet all’ingresso di truppe turche nel corridoio Azaz-Jarablus, per evitare il ricongiungimento delle due roccaforti curde di Afrin e Kobane-Jarablus. È improbabile che i Turchi abbiano riserve relative alla Ghouta Orientale o al settore di Houla-Rastan, ma il discorso potrebbe cambiare per Idlib. La regione confina direttamente con la Turchia e vi sono milizie che hanno tuttora rapporti con Ankara, in primis le Brigate Turkmene Siriane. Erdoğan avrà barattato Idlib per avere mano libera in tutto il Settentrione contro i Curdi? Se anche ciò fosse vero, tensioni si creerebbero con Arabia Saudita e Qatar.

Più probabilmente, il piano strategico turco-russo prevede una fine negoziata del conflitto tramite la cantonalizzazione della Siria, un po’ sul modello iracheno post-Saddam. L’Iran potrà essere accontentato garantendo un ponte terrestre ininterrotto tra il Paese persiano e il Libano, realizzabile inglobando la direttrice Palmira-Deir ez-Zour nel dominio post-bellico di Assad (o di un suo eventuale successore). Il ponte aereo col Libano è attualmente già sufficiente, ma gli analisti attribuiscono agli strateghi di Tehran una tendenza ad assicurarsi linee di comunicazione ridondanti. Visto il cattivo andamento della guerra, le parti sunnite interne ed esterne al Paese potrebbero ben accontentarsi dell’autonomia di Idlib, Deraa e forse Raqqa. La Turchia potrebbe accettare una limitata autonomia curda se gestita da un partito diverso dal PYD: col Kurdistan iracheno Ankara ha infatti rapporti eccellenti. Infine, l’influenza sulla porzione occidentale del Paese e sul governo centrale potrebbero ben bastare agl’interessi di Mosca.

Le incognite, tuttavia, restano molteplici. Si va dalla possibile opposizione di Israele e Usa alla prevedibile resistenza armata della fazioni jihadiste e del YPG curdo. I jihadisti si preparano alla resa dei conti a Idlib, l’YPG avanza verso Raqqa per conquistarsi l’appoggio occidentale, e Daesh malgrado gli attacchi concentrici è all’offensiva presso Palmira e Homs e sta facendo pagare molto cara ai Turchi la presa di Al-Bab.

Ancora molti scenari rimangono aperti in Siria.