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Italia-Iran: una proiezione possibile?

Fonte: L’Indro

 

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Sei giorni dopo la riannessione di Abu Kamal, città sulla frontiera siro-iraniana –  il ‘canale’ verso il Mediterraneo – sottratta all’IS dalle forze fedeli a Bashir al-Assad e da milizie filo-iraniane, giunge un monito all’Europa proprio da una frazione di quei combattenti. Il monito proviene dal Vicecomandante dei Pasdaran o ‘Guardiani della rivoluzione islamica’ (IRGC), il Generale di Brigata Hossein Salami, e contiene una chiara intimidazione: «Limitare la gittata dei nostri missili a 2000 km», ha dichiarato Salami il 25 novembre, «non significa carenza di tecnologia. Abbiamo la nostra strategia. (…) Ma se l’Europa diventa una minaccia per noi, i missili saranno potenziati».

Salami figura, nella lista stilata (e integrata nel 2010) dal Consiglio europeo, tra le «Persone, entità ed organismi coinvolti in attività nucleari o relative a missili balistici» dei quali sono stati «congelati tutti i fondi e le risorse economiche» di loro proprietà o «posseduti, detenuti o controllati» da tali soggetti (Art. 7, comma 2, Regolamento (CE) n. 423/2007, in linea con la Risoluzione n. 1737 (2006) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Nei fatti, complice la spinta ‘intransigente’ della Francia, a partire dal 2012 si è avuto un inedito incremento di sanzioni, sia da parte degli USA che dell’UE, tale da produrre un generale arresto degli scambi economici e finanziari con l’Iran.

L’Unione Europea, seguendo l’avvertimento dell’alto ufficiale, dovrà perciò astenersi da ogni ingerenza sui programmi missilistici iraniani – una conseguenza dell’appoggio alla linea politica statunitense, volta a indebolire l’assetto difensivo del Paese nell’intera area. Pensando anche al nuovo ruolo mediatore di Emmanuel Macron rispetto alla potenza saudita, siamo lontani dall’invito lanciato a caldo dall’ex-Presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011, subito dopo l’attacco all’ ambasciata britannica di Teheran. Per l’Eliseo, a fronte della mancata volontà dell’Iran a negoziare sulla politica nucleare, solo l’inasprimento delle sanzioni avrebbe evitato una guerra preventiva. Le effettive sanzioni, consistenti nel congelamento del sistema bancario nazionale, nell’embargo sul petrolio persiano e in diverse restrizioni commerciali e assicurative, sono state rimosse all’inizio del 2016 (a un semestre dall’Accordo sul nucleare) con un joint statement del Ministro degli Esteri Javad Zarif e dell’Alto Rappresentante dell’Unione Federica Mogherini. Questa svolta ha inaugurato un rilancio distensivo dei rapporti – soprattutto – con l’UE, il cui interscambio commerciale con l’Iran si è ridotto quasi a un quarto nell’arco di un decennio.

Diversamente dalla tensione storica con gli Stati Uniti, la Repubblica Islamica ha finora mantenuto buoni rapporti con l’UE e l’Italia che, con la Germania, è uno dei suoi principali partner commerciali. Appartenente ai cc.dd. ’Next 11’, i Paesi destinati – secondo la multinazionale americana Goldman Sachs – a subentrare nell’alta gerarchia delle potenze economiche globali del XXI secolo, l’Iran presenta aspetti attrattivi per le nostre imprese: ricchezza di risorse nel sottosuolo (petrolio e gas naturale, del quale rappresenta la seconda riserva mondiale), una rete effettiva di infrastrutture, telecomunicazioni e trasporti, e, soprattutto, un ‘ponte’ in grado di facilitare, per l’Italia, una proiezione che colleghi il suo ambito operativo ‘naturale’, ossia l’area mediterranea, al Medio Oriente. Un altro aspetto rilevante è legato alla demografia: secondo le ultime stime della Literacy Movement Organization, negli ultimi 5 anni risulta alfabetizzato il 94,7% della popolazione iraniana di età compresa tra 10 e 49 anni (rispetto alla media globale UNESCO dell’86,3%), mentre nel 2011 era del 92,4%. Il livello medio di istruzione – uno dei più alti della regione mediorientale – negli auspici del Presidente Hassan Rouhani garantirebbe ai giovani sicurezza e occupazione.  L’investimento complementare delle nostre imprese risponderebbe alla domanda di macchinari e componenti industriali, chimici e semilavorati, materiali da costruzione, prodotti farmaceutici e agroalimentari, tecnologie, oltre a conoscenze ed esperienza che gli attori italiani hanno da offrire a un Paese di 1,6 milioni di Kmq e ricchissimo di idrocarburi.  Tuttavia il processo di implementazione dell’Accordo, vigente dal 18 ottobre 2015, è molto lento e si dovrà attendere l’esito dei rapporti ONU 2023 (transitorio) e  2025 (definitivo) per parlare di uscita definitiva dal regime sanzionatorio e di conferma internazionale sull’uso civile del nucleare da parte di Teheran. Nel settore estrattivo, troviamo già due intese tra l’ENI e la National Iranian Oil Company per la realizzazione di studi di fattibilità relativi al giacimenti di Kish (gas), nel Golfo Persico, e di Darquain (petrolio) nella provincia del Khouzestan.

In merito alla questione nucleare, malgrado il mancato rinnovo da parte di Donald Trump della certificazione di adempimento dell’Accordo da parte della Repubblica Islamica, l’Italia persegue la linea dei buoni rapporti: il 13 ottobre, il premier Paolo Gentiloni avvertiva che «preservare l’accordo con l’iran è nel nostro interesse», sia in coerenza con una politica ben rodata di non-proliferazione, sia in ragione delle conferme sull’ attuazione dell’accordo provenienti dall’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tre giorni dopo, Bruxelles ha confermato il sostegno unanime a quell’ accordo, nonostante la bocciatura espressa del Presidente americano Donald Trump, secondo il quale Teheran non ne rispetterebbe il carattere.

Tuttavia, la tensione nel Paese – evidente dalle dichiarazioni del portavoce dei Pasdaran –  resta alta, senza contare le nuove ombre scaturite dall’ attacco terroristico congiunto al palazzo del Majles, o ‘Assemblea consultiva islamica’ (il Parlamento iraniano) e al mausoleo dall’ ayatollah Khomeyni, che suscitano analisi retrospettive sull’ identità politica iraniana e sui nuovi possibili assetti rispetto alle realtà sunnite circostanti (in primis l’Arabia Saudita). Ne abbiamo parlato con Daniele Scalea, esperto dell’area e Direttore dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di Roma

Dottor Scalea, a 6 anni dalla c.d. ‘Primavera araba’, è possibile misurare l’impatto degli eventi del 2011 sulla strategia geopolitica iraniana?

Quando, all’inizio del 2011, si cominciò a profilare la cosiddetta ‘Primavera araba’, l’Iran – che più realisticamente la definì ‘Risveglio islamico’ – sperava di capitalizzarla più di quanto sia in realtà avvenuto. Diverse cose non sono andate come atteso. Innanzitutto, tra gli islamisti sunniti non sono prevalse le correnti favorevoli a un’intesa pan-islamica, bensì quelle più settarie che mirano a uno scontro con Teheran. Ciò ha favorito l’Arabia Saudita che, al contrario delle attese iraniane, non è stata sconvolta da un moto rivoluzionario: ad essere sconvolte sono state, invece, Siria e Iraq, alleati dell’Iran. Di fatto, solo in Yemen il moto di destabilizzazione ha procacciato guadagni strategici per Teheran.

Tuttavia, malgrado le rivolte arabe siano state una delusione per l’Iran, la sua situazione strategica è oggi migliorata, poiché Teheran ha saputo affrontare con successo le varie sfide. Con un notevole sforzo militare ha sostenuto Siria e Iraq, permettendo ai due governi amici di vincere le insorgenze sunnite (in Siria, ovviamente, la vittoria è solo parziale, ma già straordinaria se si considera che, per almeno tre anni, Assad è stato dato per spacciato). Come si è detto, lo Yemen è una spina nel fianco dell’Arabia Saudita. Nel contempo, l’Ue e, con un ripensamento recente, gli Usa hanno scelto di normalizzare i rapporti con il Paese persiano, allentando le sanzioni. Anche la tensione strategica con la Turchia, emersa rispetto alla crisi siriana, si va allentando.

Rispetto alla autonomia politica e agli interessi dell’Italia nell’area (stabilità, commercio, approvvigionamento energetico), come si sono evoluti i rapporti tra Italia e Iran nell’ultimo ventennio? C’è stato qualche sviluppo nel senso di una maggiore indipendenza strategica italiana da Washington  (pensiamo al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e alle sue possibili proiezioni in Medio Oriente) ?

 La classe dirigente italiana si è ormai disabituata all’avere un’iniziativa autonoma in ambito mediterraneo rispetto a Usa e Ue. Purtroppo, i nostri partner fanno però i propri interessi individuali, e non quelli collettivi, come spera ingenuamente la dirigenza italiana.

Parlando dei nostri principali interessi strategici connessi all’Iran,  cosa comporta (nel medio-lungo periodo) per la politica estera italiana la rimozione delle sanzioni internazionali decisa con l’Accordo di Vienna del 14 luglio 2015?

La normalizzazione dei rapporti con l’Iran è preziosa sul piano economico-commerciale, ma anche nello sviluppo di una lotta comune contro il jihadismo sunnita. Ciò non significa che l’Iran diventi un alleato, poiché permangono profonde divergenze di sensibilità politico-ideologica e di interessi. L’Italia non può avallare tentativi egemonici regionali dell’Iran, ma parimenti non ha interesse ad appoggiare l’aggressività saudita. La politica italiana dovrebbe perciò mirare all’equilibrio strategico tra le due potenze regionali, accompagnato da un progressivo allontanamento di entrambi gli attori dalle loro posizioni ideologiche più estreme e pericolose.

Un’ultima domanda sul mercato degli armamenti: quanto pesa questo settore nel rapporto bilaterale tra i due Paesi? Fatti come il recente scandalo della Società Italiana Elicotteri o le accuse all’Iran, da parte della CIA, di supportare reti terroristiche possono pesare sulle scelte future relativamente a questo settore economico? 

Ritengo improbabile che l’esportazione di armamenti in Iran sia liberalizzata a breve, quindi per ora il settore non ha granché peso.

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L’Islam politico è morto?

Tratto da L’Huffington Post, 24 gennaio 2014

 

Nei primi mesi del 2011, quando esplose il fenomeno delle “Primavere Arabe“, l’opinione dominante, pressoché unanime nei grandi media, era che i giovani arabi, ispirati dall’Occidente, armati dai social network, stessero insorgendo per fare dei loro paesi altrettante copie della nostra società: (neo)liberali, parlamentariste, laiche, sessualmente “emancipate”, consumiste, “postmoderne”.

Per nulla persuaso da tale interpretazione, assieme a un amico arabista decisi d’indagare più a fondo quegli eventi, soprattutto ponendoli in una prospettiva storica dinamica propria della loro e non della nostra civiltà. Il risultato fu un libretto, pubblicato da Avatar col titolo Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario, che – mi permetto di dire – fu tra i primissimi in Italia e non solo a contestare la narrazione dominante e porre in rilievo il ruolo dell’Islam politico nell’ispirare le “Primavere“. Tale predominanza dell’ “islamismo” fu poi confermata dai fatti e dai risultati elettorali, tanto che oggi è divenuto banale sottolinearlo, e gli stessi che tre anni fa decantavano la “rivoluzione della Twitter Generation“, oggi esecrano un presunto “Inverno islamista“.

Racconto questo non per volontà di auto-celebrazione, ma perché una genesi analoga è quella di un recente libro di Glauco D’Agostino, La lunga marcia dell’Islam Politico. Contropotere, rinnovamento religioso e dinamismo militante, edito da Gangemi (per altro in una veste grafica molto curata e moderna, anche se le cartografie non appaiono all’altezza).

Negli ultimi mesi il golpe in Egitto che ha rovesciato il presidente dei Fratelli Musulmani Morsi, le minacce analoghe al governo islamista in Tunisia, le vittorie dell’esercito siriano sui ribelli islamisti, le proteste in Turchia contro il governo d’ispirazione religiosa dell’AKP; tutti questi fenomeni concomitanti hanno indotto numerosi commentatori (con una superficialità non diversa da quella che portò a proclamare la “Primavera Araba” tre anni fa) a parlare della “fine dell’Islam politico”.

Contro tale affrettata conclusione si ribella l’Autore del libro poco fa citato, appositamente scritto per confutarla. Ripercorrendo con grande erudizione e minuzia di dettagli la storia del mondo musulmano, D’Agostino descrive una costante, radicata, onnipresente dialettica tra religione e politica, tra studiosi islamici e governanti; anche quando quest’ultimi sono ispirati ai princìpi dell’Islam e da esso legittimati. L’Autore si trova così a condividere la conclusione riassunta nell’apoftegma dell’Āyatollāh Ruhollāh Khomeini per cui “l’Islam è politico o non è”.

Perché Obama ha fallito in Medio Oriente

Tratto da Geopolitica Online, 6 settembre 2013

 

Il 24 agosto scorso il “Wall Street Journal”, quotidiano newyorkese della Dow Jones, ha pubblicato un articolo a firma di Walter Russell Mead dal titolo The Failed Grand Strategy in the Middle East. Mead, professore di Politica estera statunitense al Bard College, è uno studioso molto influente che collabora regolarmente con varie testate ed enti, tra cui il Council on Foreign Relations. Nell’articolo s’interroga sui motivi del fallimento della strategia di Barack Obama nel Vicino e Medio Oriente.

Innanzi tutto, bisogna definire quale sia questa strategia, e Mead lo fa con una sintesi assai efficace:

Gli USA avrebbero lavorato coi gruppi islamisti moderati, come il Partito AK turco e la Fratellanza Musulmana egiziana, per rendere il Medio Oriente più democratico. Ciò avrebbe preso tre piccioni con una fava. Innanzi tutto, allineandosi a questi partiti, l’amministrazione Obama avrebbe ridotto la distanza tra il “centro moderato” del mondo musulmano e gli USA. In secondo luogo, mostrando ai musulmani che questi partiti pacifici e moderati possono ottenere risultati positivi, avrebbe isolato radicali e terroristi, marginalizzandoli ulteriormente nel mondo islamico. Infine, col supporto americano questi gruppi potevano portare la democrazia a più paesi mediorientali, portando a migliori condizioni socio-economiche, eradicando gradualmente i mali e le lagnanze che spingono alcune persone ad abbracciare gruppi fanatici e terroristi.

Secondo il professor Mead questa strategia è fallita a causa di cinque grossi errori di calcolo:

  • si è sopravvalutata la maturità e capacità politica dei gruppi islamisti supportati;
  • non si è compresa correttamente la situazione egiziana;
  • è stato sottovalutato l’impatto di questa strategia sui due tradizionali grandi alleati locali (Israele e Arabia Saudita);
  • non si sono colte le nuove dinamiche dei movimenti terroristi;
  • il costo dell’inazione in Siria è stato sottostimato.

A giudizio del commentatore statunitense, AKP e Fratelli Musulmani sono troppo autoritaristi e anti-ebraici, e comunque – soprattutto i secondi – ancora incapaci di gestire efficacemente uno Stato. In Egitto l’amministrazione Obama avrebbe visto una “rivoluzione democratica” laddove era semplicemente in atto un golpe interno al regime militare (questa tesi fu da me espressa già il 15 febbraio 2011, in contrasto alle visioni trionfalistiche allora universalmente diffuse). D’altro canto, l’allineamento USA all’islamismo moderato ha fatto infuriare tanto Israele quanto l’Arabia Saudita. Tel Aviv non ha visto di buon occhio il mutamento d’uno status quo favorevole, e non era disponibile a quelle concessioni verso i Palestinesi che erano invece richieste da Obama per ricucire i rapporti col mondo musulmano. I Saud vedono nei Fratelli Musulmani un rivale ideologico e nei Turchi un rivale geopolitico. Inoltre, a differenza del Qatar che ha posto l’enfasi della sua politica sulla diffusione della “democrazia islamica” nel mondo arabo, Riyad percepisce ciò come una minaccia e vorrebbe fissare come priorità la lotta all’Iran e al regime alawita in Siria. Spiega inoltre Mead che, lungi dall’essere indeboliti dall’uccisione di Osama Bin Laden, i gruppi terroristi si sono riorganizzati e rafforzati. Infine, è opinione del professore statunitense che i prodotti della guerra in Siria – vale a dire i drammi umanitari, le tensioni inter-confessionali e la destabilizzazione regionale – si aggravino di giorno in giorno, ma parallelamente si sia alzato anche il costo di un eventuale intervento. Per giunta, la resistenza del presidente Assad ha rafforzato la credibilità di Russia e Iran nel mondo arabo e indebolito quella degli USA. Gl’islamisti radicali sono divenuti i campioni della lotta contro il dominio sciita in Siria, accrescendone la popolarità nel mondo sunnita.

Per recuperare di fronte ai fallimenti della sua strategia (il golpe egiziano, la perdurante crisi in Siria, la perdita di popolarità degli USA nella regione ecc.), il professor Mead suggerisce a Obama alcuni punti fermi: ricostruire il rapporto con gli alleati tradizionali nella regione (Israele, i militari egiziani e la casata dei Saud); rispostare l’enfasi del discorso sulla lotta al terrorismo islamico, preparando l’opinione pubblica a una lotta lunga e aspra; concentrarsi sulla sfida dell’Iran (anche assumendo una posizione più decisa in Siria).

L’analisi del professore di Politica estera statunitense è per molti versi impeccabile. Egli sottolinea vari punti deboli della strategia di Obama e invoca un ritorno ai prìncipi di quella pre-obamiana. Malgrado i molti meriti della disamina del professor Mead, chi scrive ritiene che anche la sua analisi e la sua proposta – al pari della strategia obamiana – presentino delle pecche da non ignorare. Partiamo dalla coda, ossia dalla ricetta alternativa proposta da Mead. Quand’egli propone un ritorno alla strategia pre-obamiana, bisogna ricordarsi che l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America ha adottato un diverso approccio verso il Medio Oriente proprio perché quella strategia tradizionale aveva creato problemi difficili da gestire. Possiamo enumerarli brevemente:

  • La presenza di regimi dittatoriali e corrotti, con la loro brutalità e il loro malgoverno, ha creato quella situazione di sottosviluppo ch’è terreno di coltura ideale per i radicalismi, oltre a generare una certa pressione demografica sull’Europa.
  • Il sostegno incondizionato e acritico a Israele ne ha agevolato la svolta verso la destra radicale e l’intransigenza nella politica regionale, col procrastinarsi della questione palestinese e delle tensioni con alcuni vicini (su tutti il Libano).
  • L’appoggio all’intransigenza israeliana e il patrocinio delle dittature arabe hanno alimentato l’antiamericanismo tra le masse popolari e gl’intellettuali arabi.
  • Il favore garantito ai Saud, pur essendo ripagato con petrolio a basso costo e armate di “jihadisti” da impiegare a proprio favore in teatri come l’Afghanistan, il Caucaso o la Jugoslavia, ha però generato anche una proliferazione del wahhabismo in tutto il mondo musulmano – ivi incluse le comunità stabilitesi in Occidente. Il wahhabismo, con la sua visione purista, intransigente e aggressiva dell’Islam, rappresenta il brodo di coltura ideale di quell’estremismo islamico che ha fatto parlare di sé con atti di terrorismo eclatanti.
  • L’allineamento della politica statunitense a quella israeliana e saudita comporta inevitabilmente tensioni con la Turchia e uno scontro aperto – probabilmente fino alla guerra – con l’Iran.

Bisogna chiedersi se questa politica, che ha generato simili problematiche, sia ancora perseguibile e a che costo. La pressione delle società locali verso regimi più rappresentativi delle loro aspirazioni non potrà essere contenuta in eterno. Paradossalmente, la “Primavera Araba” ha aumentato la longevità di questi regimi politici. In Egitto, per odio e paura dei Fratelli Musulmani, ampi settori sociali che si erano ribellati contro Mubarak (cristiani, liberali, socialisti, nasseriani) hanno appoggiato il ritorno al potere diretto dei militari. Non di meno, più il tempo passa e più andrà scemando la paura per l’ipotesi dei Fratelli Musulmani, e crescendo la disapprovazione per la realtà del regime militare. Mentre l’arretratezza e la repressione forniranno le ragioni sociali del terrorismo, la diffusione del wahhabismo – messa in atto proprio da uno dei maggiori alleati segnalati da Mead, ossia l’Arabia Saudita – provvederà alla sovrastruttura ideologica. Lo stesso professore del Bard College ammette che gli USA dovrebbero prepararsi a una lunga guerra contro il terrorismo. Ma pecca già di ottimismo. Se Washington dovrà soddisfare le attese strategiche di Tel Aviv e Riyad, sarà costretta allo scontro aperto con l’asse Siria-Iran. Il che vorrebbe dire riprendere l’agenda bellica di G.W. Bush, ma consapevoli che già il suo eponimo dovette abbandonarla a causa degli eccessivi problemi incontrati in Afghanistan e Iraq. Gli USA sarebbero disposti, proprio ora che stanno disimpegnandosi da quei due paesi, a sostituirli prontamente con la Siria e l’Iran?

L’alternativa prospettata dal professor Mead può essere seducente e rassicurante sul breve termine, ma terrificante se ci figuriamo le conseguenze di medio-lungo termine. Torniamo allora a riflettere sulla strategia di Obama, così chiara e lungimirante sulla carta, ma (per ora) fallimentare alla prova dei fatti. Le cause individuate dal professor Mead sono tutte convincenti, ma se ne potrebbero trovare altre. Infatti, l’amministrazione Obama non ha perseguito la propria strategia con una coerenza assoluta. Ad esempio, nei confronti di Israele, inizialmente ha cercato di porre dei paletti, di costringere Tel Aviv a ritornare sul tavolo negoziale con posizioni più morbide; ma di fronte alla strenua opposizione di Netanyahu, Barack Obama – che per ragioni elettorali non può ignorare i quasi sei milioni e mezzo di cittadini statunitensi di religione giudaica od origine ebraica, con annesse potenti lobbies pro-israeliane – ha presto desistito. Nel 2011 gli USA hanno utilizzato il loro diritto di veto all’ONU per bloccare una risoluzione di condanna dei nuovi insediamenti israeliani nei Territori Occupati. La risoluzione della questione palestinese non sembra essersi avvicinata di un passo durante gli ultimi anni.

Veniamo all’appoggio di Obama alla diffusione della democrazia nel mondo arabo. È vero che gli USA hanno favorito, o quanto meno non sfavorito, la caduta dei regimi militari in Tunisia e in Egitto. È vero che sono addirittura intervenuti militarmente per far sì che cadesse il regime in Libia, anche se in quel caso si è trattata più di una lotta tribale che di una rivolta per la democrazia. È però altrettanto vero che la politica e i media statunitensi hanno chiuso gli occhi (e la bocca) sulla brutale repressione delle manifestazioni di protesta in Bahrayn e in Arabia Saudita, facendo capire che se per l’Occidente la democrazia è un valore universale, allora la Penisola Arabica non fa parte dell’universo.

L’appoggio degli USA ai nuovi regimi democratici non è stato né entusiastico né profondo. Sulla Tunisia, l’Egitto e la Libia (nel caso di quest’ultima, il fatto che i nuovi padroni del paese si siano affrettati ad uccidere l’Ambasciatore statunitense non ha certo giocato a loro favore) non sono piovuti aiuti finanziari, tecnici e diplomatici nella misura massima che Washington avrebbe potuto garantire. Quando i governi eletti si sono trovati in difficoltà, gli USA non si sono impegnati a difenderli. Quando il presidente egiziano Morsi si è trovato assediato dalle dimostrazioni di piazza e ricattato dai militari, gli USA sono stati “equidistanti” nelle loro dichiarazioni. Ma essere equidistanti tra un governo eletto e un aspirante golpista, tra un potere legittimo ed uno illegittimo, equivale a parteggiare per quest’ultimo. Solo quando la repressione dei militari si è fatta più brutale, Obama ha alzato la voce – salvo poi rinviare la definizione dei nuovi rapporti con l’Egitto a dopo la conclusione della nuova crisi siriana, in larga parte creata dagli USA stessi.

Gli Stati Uniti d’America di Barack Obama, l’uomo che aveva promesso il dialogo con l’Iran, non sono stati molto più teneri verso il paese persiano di quanto lo siano stati i neoconservatori. È vero che Obama ha abbandonato la retorica bellicista, fatta di continue minacce di attacco, ma passando dal campo della retorica a quello dei fatti si è dimostrato persino più aggressivo. La tornata di sanzioni più dure e menomanti per l’Iran – quelle che ne hanno colpito il sistema finanziario e monetario – è stata varata da Obama, non da Bush Jr.

La domanda sorge allora spontanea: e se la strategia di Obama avesse fallito perché è stata poco “obamiana”?

L’Egitto delle finte rivoluzioni

Tratto da Geopolitica Online, 14 luglio 2013

 

Il 3 luglio 2013 Muḥammad Mursī, presidente dell’Egitto – ossia il principale paese interessato dal fenomeno noto come “Primavera Araba” – è stato destituito dalle Forze Armate, le quali – appoggiandosi a proteste di piazza organizzate dall’opposizione – hanno sospeso la Costituzione e nominato un governo ad interim. Fin da subito, prima ancora cioè che i sostenitori del presidente eletto scendessero in piazza, i militari hanno preso misure repressive verso la Fratellanza Musulmana, il Partito Libertà e Giustizia e i loro alleati. Nel momento in cui scriviamo la situazione è ancora fluida, sebbene il nuovo governo di transizione stia faticosamente assestandosi al potere, sorretto, oltre che dal consenso d’una porzione importante della popolazione, dalle baionette dei militari.

La finta rivoluzione d’Egitto

In tempi non sospetti, ossia il 15 febbraio 2011, quattro giorni dopo la deposizione del presidente Hosni Mubarak, sostenevamo che quanto avvenuto in Egitto, più che una rivoluzione, era stato un golpe militare volto a rafforzare il regime, riformandolo se necessario, ma non certo ad abbatterlo (vedi: Rivoluzione? Cosa (non) cambia in Egitto). Il presidente Mubarak cercava d’imporre in Egitto, sulla falsariga di gran parte dei paesi arabi (compresi quelli con regime politico repubblicano), una successione dinastica a favore del figlio Gamal. Ciò non solo era molto impopolare nel paese, ma anche tra i militari, a maggior ragione perché Gamal Mubarak – di formazione anglosassone e professione bancaria – era fautore di liberalizzazioni economiche. Ciò minacciava il variegato impero finanziario (dai resort di Sharm el-Sheikh alle fabbriche di frigoriferi) che le forze armate egiziane hanno edificato nel paese fin dall’Ottocento, molto prima del colpo di stato condotto da Nasser e Naguib. Le stime sono varie, ma è ragionevole supporre che le forze armate controllino il 30% dell’economia egiziana.

Destituendo Mubarak, i militari nel 2011 non solo presero in mano la transizione, ma si posero anche come tutori del nuovo regime democratico – avvicinandosi in ciò al vecchio modello turco. Ai Fratelli Musulmani è stato permesso di vincere le elezioni, ma tramite un partito collaterale (il Partito di Libertà e Giustizia) e una figura non di primissimo piano come Muḥammad Mursī. Infatti, la Fratellanza Musulmana rinunciò formalmente a partecipare alle elezioni in prima persona, e la candidatura del suo leader Khairat el-Shater fu rigettata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA). Quest’organismo autoproclamatosi dopo la caduta di Mubarak non si sciolse dopo l’elezione del Parlamento e del Presidente. Tutto ciò che ha potuto fare Mursī, in un anno di presidenza, è sollevare dall’incarico il Feldmaresciallo Tantawi, in un gesto poco più che simbolico: il CSFA, solo capeggiato da una nuova figura (il Colonnello Generale Abdul Fatah al-Sisi), è rimasto a vigilare sul nuovo regime, e infine ha preso l’iniziativa di destituire Mursī, rivelandosi così il vero potere supremo in Egitto. Inutile dire che, nel corso di quest’anno, Mursī non ha potuto minimamente intaccare la potenza finanziaria della holding militare.

Residui del vecchio regime si sono conservati facilmente nel nuovo, anche quando non vestono divise militari. È il caso della Corte Suprema, il massimo potere giudiziario con facoltà di veto su ogni azione del potere politico. Tale istituto si è distinto, nel corso degli ultimi due anni, per aver cercato di sciogliere il Parlamento appena eletto. Significativamente i militari hanno scelto quale nuovo presidente ad interim proprio il capo della Corte Suprema, Adly Mansour. Nel momento della sua proclamazione presidenziale, oltre agl’immancabili militari era presente anche il Grande Imam di Al-Azhar Ahmed el-Tayeb, nominato nel 2010 da Mubarak nel cui Partito Nazionale Democratico militava. E se personaggi tanto in vista del passato regime sono rimasti al proprio posto (i Mubarak, Tantawi e pochi altri hanno pagato per tutti), ancora più significativa è stata la permanenza di burocrati più oscuri, ma che presi nel loro insieme hanno avuto la capacità di tenere in mano le sorti del paese.

Mursī non ha voluto o potuto avviare una radicale epurazione, perché il vecchio regime era di fatto ancora in sella. È probabile che la strategia dei Fratelli Musulmani prevedesse una coesistenza pacifica coi militari e i resti del Partito Nazionale Democratico, erodendone con metodo ma lentezza il potere, senza arrivare a uno scontro aperto ma aspettando che la supremazia del movimento islamista si fosse affermata a tal punto da poter rovesciare ciò che rimaneva del Ancien Regime con un piccolo scrollone. Purtroppo per loro, i militari avevano in mente qualcosa di similare. Hanno dapprima permesso che i Fratelli Musulmani arrivassero al governo, e da lì li hanno “lavorati ai fianchi”. La situazione economica dell’Egitto, quando Mursī è divenuto presidente, era tragica. Ma i residui del vecchio regime hanno sfruttato le loro posizioni per peggiorarla. Mentre le imprese dei militari offrivano beni a buon mercato per procacciarsi il favore popolare, il paese lottava con i black-out energetici, la carenza di gas, l’aumento della criminalità. Che questi disservizi, i quali hanno contribuito notevolmente a minare la popolarità di Mursī, fossero in larga parte artificiosi, sembra confermato dal fatto che, subito dopo il golpe, siano improvvisamente spariti.

Oltre a militari e burocrati, a rimanere incolumi dalla “rivoluzione” del 2011 sono stati anche i potentati economici. Molti, a dir la verità, afferivano già durante il passato regime ai Fratelli Musulmani. Khairat el-Shater, ad esempio, è un imprenditore tessile e d’arredamenti con una fortuna di svariati milioni, sebbene abbia pagato la sua militanza con svariati anni di prigionia. Non è però il caso della famiglia Sawiris, che ha un patrimonio stimato di 36 miliardi di dollari tramite il conglomerato Orascom. I Sawiris hanno costruito la loro immensa fortuna sotto i governi liberisti di Sadat e Mubarak (Onsi Sawiris, il patriarca della famiglia, ebbe invece problemi col più socialista Nasser), operando in settori come le telecomunicazioni, l’edilizia, il turismo e anche i media. Naguib Sawiris, il più noto dei tre successori di Onsi, è infatti padrone di televisioni e giornali in Egitto. In Italia è conosciuto come il proprietario di Wind. Di religione copta, i Sawiris sono ostili ai Fratelli Musulmani. Naguib ha fondato, assieme allo scienziato egizio-statunitense Farouk El-Baz, il Partito degli Egiziani Liberi, laico e liberale, che ha accolto al suo interno anche diversi ex membri del disciolto PND di Mubarak. Sawiris ha sostenuto finanziariamente e mediaticamente Tamarrod e gli altri manifestanti protagonisti delle proteste di piazza che hanno innescato il golpe.

Un regalo all’islamismo radicale

L’ultimo golpe egiziano avrà un effetto di lungo periodo sull’Egitto e il mondo islamico in generale. Il professor Vittorio Emanuele Parsi ha esultato perché dall’Egitto «potrebbe allora partire la sconfitta dell’islamismo politico». Molti altri credono come lui nella possibilità che l’Islam Politico sia declinante, potendo chiamare a sostegno anche le recenti proteste di piazza che hanno dovuto affrontare i governi d’ispirazione religiosa di Ankara e Tunisi, o le sconfitte militari dei ribelli islamisti in Siria. Chi scrive, nel 2011, in prossimità delle prime rivolte arabe e quando tutti o quasi parlavano di rivoluzioni “progressiste” (intendendo con ciò laiche e liberali), pubblicò un libro dove si sosteneva, al contrario, che fosse in corso una transizione dal nazionalismo “laico” e autoritario alla democrazia islamica. L’ascesa dell’islamismo risultò in seguito evidente a tutti gli osservatori. Rimaniamo dell’idea che l’Islam Politico sia ancora in fase ascendente, e che quella egiziana sia una battaglia persa, che non pregiudica il risultato della guerra. Ma che non di meno ne segnerà significativamente il percorso.

In Egitto i Fratelli Musulmani sono riusciti a vincere sia le elezioni legislative sia quelle presidenziali. Ciò malgrado, contro di loro si è scatenato il fuoco di sbarramento dei residui del vecchio regime. Sommato agli errori commessi dagli stessi nuovi governanti, ciò ha portato alle imponenti proteste di piazza che hanno dato ai militari il pretesto per effettuare il colpo di stato. L’impressione, fin dall’inizio, tra veti ai candidati presidenziali e scioglimenti in tribunale del parlamento, è stata che agl’islamisti non si sarebbe permesso di governare. In Turchia, il governo d’ispirazione islamica ha dovuto affrontare nutrite e vivaci (spesso violente) proteste di piazza, il cui fine ultimo sarebbe stato costringere Erdoğan alle dimissioni. In precedenza, quando l’islamista Hamas vinse le prime elezioni legislative in Palestina, gli stessi paesi che avevano costretto le autorità palestinesi a indirle reagirono rabbiosamente disconoscendo il risultato e incitando Abbas a un colpo di Stato presidenziale. Tornando più indietro nel tempo, ritorna alla mente quanto avvenne in Algeria quando il fronte islamico conquistò democraticamente il potere: la violenta reazione militare e anni di sanguinosa guerra civile. L’impressione evidente che potrà ricavarne un seguace dell’Islam Politico è che mai gli sarà permesso di raggiungere pacificamente il potere.

Il golpe in Egitto segna forse, come scrive e auspica il prof. Parsi, la fine del sogno della “via islamica alla democrazia”. Ma non tanto, com’egli sostiene, per le colpe degl’islamisti, quanto per quelle dei loro avversari, che scelgono la via non costituzionale per affrontarli. Si dirà che la democrazia non s’esaurisce con l’elezione, e che gl’islamisti avrebbero potuto sfruttare la vittoria elettorale per imporre un regime non democratico. Ma il punto è che non l’avevano fatto ancora nel momento in cui è scattata la reazione violenta. Né Mursī né Erdoğan si sono imposti come dittatori prima che l’opposizione cercasse di rovesciarli con la piazza. Sono forse governanti autoritari se paragonati a quelli dei paesi occidentali, ma non certo se confrontati coi predecessori nei loro stessi paesi. Hamas governa ora in maniera dittatoriale la Striscia di Gaza, ma ciò è stata la conseguenza del colpo di palazzo del presidente Abbas: non vi è la prova che sarebbe accaduto lo stesso se il processo democratico fosse proseguito senza intoppi. I Fratelli Musulmani da decenni hanno abbandonato la lotta armata in Egitto (la perseguono invece in Palestina e in Siria), ma la loro scelta è stata infine retribuita col golpe cui abbiamo appena assistito. In futuro sarà molto più difficile, per un leader islamista, progettare e proporre ai suoi seguaci una strategia pacifica per la conquista democratica del potere. Le frange che credono nella lotta violenta, e nell’imposizione d’un regime autoritario e chiuso dopo l’arrivo al governo, sembreranno d’ora in poi le più realiste e ragionevoli ai milioni di seguaci dell’Islam Politico presenti nel mondo musulmano. Non è così lontana dal possibile la previsione di Vincenzo Maddaloni d’«una “mezzaluna salafita” che si estenda dal Golfo Persico al Nord Africa».

Vince l’Arabia Saudita, perde il Qatar

Il panorama dell’islamismo sunnita vede, su grosse linee, una contesa tra una corrente più democratica e moderata, incarnata in genere dai Fratelli Musulmani o da movimenti affini, ed una più radicale, che è generalmente descritta come “salafita”. L’Arabia Saudita wahhabita, per quanto al suo interno debba affrontare l’ostilità d’alcune frange salafite, è di fatto il principale patrocinatore e finanziatore della diffusione del salafismo nel mondo. La visione saudita dell’Islam, purista e intransigente, è propagandata dalle numerose moschee e istituti islamici che Riyad dissemina ovunque. Alla loro rigidità ideologica fa spesso da contraltare una notevole flessibilità strategica. L’Arabia Saudita è il paese arabo meno occidentalizzato, ma uno di quelli più saldamente legato agli USA e all’Europa. I salafiti, d’idee anti-occidentali, hanno però collaborato con l’Occidente in Afghanistan o in Bosnia o in Kosovo. Questi elementi peculiari li ritroviamo osservando il caso egiziano.

I salafiti egiziani, rivelatisi una forza sorprendentemente rappresentativa alle ultime elezioni, si sono sì coalizzati per il governo coi Fratelli Musulmani, ma di fatto hanno impedito loro di governare da soli appropriandosi d’una porzione consistente del loro bacino di voti potenziale. Hanno criticato i Fratelli Musulmani per non aver portato a termine la rivoluzione, ma nel contempo si sono allineati ai militari accettandone il piano di transizione. Ciò è in linea con la posizione dell’Arabia Saudita, che fu il più pervicace difensore di Mubarak e oggi ha salutato con entusiasmo il golpe militare. Riyad sa di avere importanti leve finanziarie sui militari egiziane, e comunque non può che valutare positivamente qualsiasi cosa allontani dai suoi confini la democrazia, soprattutto se islamica e dunque potenzialmente più attrattiva per i propri cittadini. Secondo il New York Times, nei giorni successivi al golpe Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno fatto affluire in Egitto ben 12 miliardi di dollari per aiutare i militari.

Il piccolo ma ricco Qatar, invece, ha acquisito molta influenza sostenendo – col suo denaro e la sua televisione Al Jazeera – le rivolte arabe (esclusa quella “scomoda” degli sciiti in Bahrayn) e le forze islamiste moderate. Non è democratico al suo interno, ma sostiene la diffusione della democrazia nel mondo islamico. Il fallimento dell’esperimento egiziano rappresenta una sconfitta per Doha, che si somma alle difficoltà della ribellione in Siria, dove il Qatar si è schierato fortemente contro il governo. Inoltre il golpe egiziano crea problemi anche a Hamas, protetto di Doha in Palestina: i militari si sono subito preoccupati di chiudere il Valico di Rafah, e così ritornare come ai tempi di Mubarak a stringere d’assedio la Striscia di Gaza assieme a Israele. In questa fase il Qatar sta poi attraversando una delicata fase di transizione, con l’abdicazione dell’Emiro Hamad bin Khalifa Al Thani a favore del figlio Tamim bin Hamad Al Thani. La delicatezza dell’evento è meglio comprensibile se si ricorda che Hamad giunse al potere con un colpo di palazzo che destituì il padre.

Chiudiamo citando gl’immancabili protagonisti della politica mondiale, gli USA. Secondo Al Jazeera Washington ha finanziato i movimenti che hanno contribuito al rovesciamento di Mursī. Non è sorprendente. Gli USA sono maestri del giocare su più tavoli, soprattutto in Egitto. Nel 2011 erano i grandi sostenitori di Mubarak, ma nel contempo da anni addestravano e finanziavano quelli che avrebbero occupato Piazza Tahrir per chiederne la destituzione. Oggi Washington ha appoggiato Mursī, anche per influenzarlo politicamente, finché è stato più o meno saldo al potere, salvo privarlo visibilmente del suo favore allo scoppio delle proteste di piazza. Col pieno reintegro dei militari al potere, gli USA ritrovano un governo docile alle loro richieste.

Da Tahrir a Taksim: il carosello delle rivolte nella periferia mediterranea

Tratto da Geopolitica Online, 10 giugno 2013

 

Il cerchio sembra essersi chiuso. I tumulti sono arrivati in Turchia: proprio in quella Turchia che era stata indicata come il modello d’islamismo – moderato, democratico e sunnita – per i nuovi regimi arabi post-rivoluzionari. Proprio in quella Turchia che a molti osservatori era apparsa come il principale precursore e nel contempo vincitore delle rivolte arabe. Gli eventi degli ultimi mesi rivelano come tutti i paesi e le forze autoctone coinvolte siano state in realtà più oggetto che soggetto del subbuglio regionale, e che – almeno per il momento – nessuno nel Mediterraneo possa rivendicare la qualifica di vincitore delle rivolte.

Tale non era la percezione del caso turco, fino almeno all’inizio del 2012. In tutto il mondo arabo stavano avanzando forze politiche ideologicamente vicine al AKP al potere a Ankara: in Egitto e Tunisia, in particolare, erano giunte al governo vincendo chiaramente le elezioni. Il primo ministro turco Erdoğan avviava un tour in quei paesi in cui le rivolte avevano avuto successo, ricevendo ovunque accoglienze trionfali e vantaggiosi accordi economici per il suo paese. Quando la rivolta esplose nella vicina Siria, Erdoğan nel giro di poche settimane scaricò il presidente al-ʾAsad e si presentò come principale sostenitore dell’opposizione, che sembrava in grado di rovesciare il regime con la stessa rapidità con cui era avvenuto in Egitto o Tunisia.

A distanza d’un paio d’anni da quegli eventi, la situazione appare meno rosea per Ankara. I rapporti coi governi post-rivoluzionari del Nordafrica sono eccellenti, ma non sembra essersi per ora creato un chiaro e ferreo asse politico con la Turchia al suo centro. In Siria il regime si è dimostrato molto più resiliente del previsto e, dopo una fiera resistenza, proprio in questi giorni sta conducendo una serie di offensive che potrebbero rivelarsi decisive. Al contrario, la zona di confine turca appare destabilizzata, per il traffico di armi e armati alla frontiera e il riacutizzarsi della riottosità curda favorita proprio dall’autonomia de facto che i Curdi hanno ottenuto in Siria. Infine, sommosse massicce e violente sono esplose a Istanbul, per poi allargarsi a numerose città turche, nel migliore dei casi danneggiando l’immagine democratica della Turchia nel mondo, nel peggiore minacciando la sopravvivenza del governo e della convivenza civile nel paese anatolico.

In realtà, già nel “trionfale” 2011 la condotta turca era apparsa molto legata alla contingenza degli eventi e dipendente da variabili su cui non aveva controllo. Ankara non ha previsto né sobillato le rivolte: fino al giorno prima l’inizio dei disordini intrattiene ottimi rapporti coi governi in carica. Quando la rivolta esplode in Libia, inizialmente Erdoğan – che ha un buon rapporto anche con al-Qaddāfī e probabilmente ne coglie il carattere di lotta tribale più che di rivoluzione di popolo – è cauto, apparentemente più favorevole al governo che ai ribelli. Le cose cambiano quando Gran Bretagna e Francia imprimono un’accelerata, superando l’ostilità tedesca e la titubanza statunitense e tirandosi dietro anche l’Italia, in uno dei nostri tanti voltafaccia diplomatici. Il regime tripolitano stava vincendo i ribelli cirenaici, finché il conflitto rimaneva interno. Quando s’internazionalizza la crisi, con tutte le potenze vicine e più interessate (Russia e Cina se ne tirano invece fuori, con un’accondiscendente astensione all’ONU) schierate contro al-Qaddāfī, la sorte di quest’ultimo è segnata. Ankara lo capisce rapidamente e s’aggrega alla coalizione.

Sicuramente l’esperienza libica segna Erdoğan e il suo ministro degli esteri Davutoğlu, influenzandoli quando si tratta di far fronte agli eventi siriani. Il governo del AKP ha lavorato alacremente a ricucire i rapporti con la Siria negli anni precedenti: Erdoğan e al-ʾAsad palesano una certa intesa in pubblico. Ma all’esplodere delle rivolte, i Turchi scommettono sulla sconfitta del regime. Molto probabilmente, perché puntano su una ripetizione dello scenario libico, con l’intervento d’almeno alcuni paesi NATO, coalizzati con gli emirati del Golfo, a sostegno dei ribelli. Per non lasciare nuovamente l’iniziativa a Parigi e Londra, questa volta Erdoğan si muove per primo e si afferma rapidamente quale principale patrono dei ribelli e più eloquente sostenitore della necessità di un intervento esterno a loro sostegno.

C’è però qualcosa di errato nell’equazione. La rivolta in Siria non assomiglia a quella in Egitto o Tunisia, dove una schiacciante maggioranza della popolazione si solleva contro il despota. In Siria la componente tribale è più forte, e ciò avvicina la crisi siriana a quella libica (che, non a caso, non si sarebbe risolta con la vittoria dei ribelli senza l’intervento esterno). La dicotomia governo “laico” / opposizione islamista è ben presente anche in Siria, come in Egitto o in Tunisia, ma nel paese levantino non fa che acuire il contrasto settario. Spaventati dall’estremismo sunnita di certe frange ribelli (che acquistano peso crescente man mano che prosegue il conflitto), gli alawiti e i cristiani si compattano a favore del regime, visto come garanzia della convivenza comunitaria – o come pura e semplice garanzia della sopravvivenza di queste comunità minoritarie.

Ciò che più conta, il clima è cambiato anche a livello internazionale. Mosca, scottata dall’esperienza libica (dove, malgrado la sua accondiscendenza in sede ONU, non ha avuto sufficiente voce in capitolo nell’evolversi della crisi), preoccupata per la sorte degli ortodossi siriani e soprattutto per quella della sua base navale di Ṭarṭūs e delle commesse che Damasco garantisce all’industria russa degli armamenti, è meno incline ad assecondare i programmi occidentali. Il regime di al-ʾAsad non è inoltre completamente isolato come quello di Mubārak o quello di bin ‘Alī o ancora quello di al-Qaddāfī: dispone di un alleato forte come l’Iran e del favore delle componenti sciite nei vicini Iraq e Libano. Se i paesi del Golfo, ispirandosi allo scenario afghano, inviano “jihadisti” in Siria e se la Turchia arma il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” dei ribelli, la Repubblica Islamica d’Iran e Ḥizbu ‘llāh danno invece il loro sostegno alle forze governative.

A cambiare significativamente è stato anche l’atteggiamento dell’Occidente. Se divisioni erano sorte già nel caso della Libia, esse sono ancora maggiori di fronte alla crisi siriana. La percezione dei sommovimenti nel mondo arabo è mutata. Di fronte all’ascesa di forze politiche islamiste nei paesi interessati dalle rivoluzioni, di fronte al crescente peso dell’estremismo sunnita nelle fila della rivolta siriana, settori cospicui dell’opinione pubblica e della classe dirigente occidentale mostrano paura o aperta ostilità verso gli sviluppi in corso. Gli USA non esitano a inserire sigle della ribellione siriana nella lista dei gruppi terroristi, mentre l’Unione Europea impone un bando alla fornitura di armi alle fazioni siriane. Questo bando è scaduto solo ora e da agosto Francia e Gran Bretagna – i paesi più favorevoli alla rivolta – potranno cominciare a passare apertamente armi ai ribelli siriani. Ma ciò avviene nel momento in cui la rivolta sembra aver perso il suo slancio e rischiare anzi la sconfitta definitiva. Il fatto che questa debacle sia causata o meno dall’uso di armi chimiche da parte delle forze governative è irrilevante. E non solo perché voci d’uso di armi proibite riguardano anche i ribelli, ma soprattutto perché tale accusa rivolta al regime di Damasco non è riuscita a smuovere le opinioni pubbliche e le diplomazie, come invece fecero pretesti di successo quali le “armi di distruzione di massa” dell’Iraq o i “bombardamenti aerei sulle manifestazioni” della Libia. Un intervento militare occidentale a fianco dei ribelli potrebbe con tutta probabilità invertire le sorti del conflitto (proprio come avvenne in Libia), ma le probabilità ch’esso avvenga sembrano scendere col passare dei mesi. Anche perché proprio l’esempio libico ha dimostrato quanto poi sia difficile gestire la successiva destabilizzazione, che in quel caso si è allargata al Mali e minaccia pure Niger e Algeria, costringendo la Francia a un secondo intervento militare.

Nel frattempo, “l’ondata islamista” ha subito una battuta d’arresto non solo in Siria. Massicce e violente manifestazioni di protesta contro i governi islamisti sono esplose, in tempi diversi, in Tunisia e in Egitto. Ora in Turchia. A dire la verità è improbabile che i tumulti turchi abbiano un esito differente da quelli tunisini o egiziani, ossia il loro scemare fino al ritorno alla normalità – salvo eventi improbabili, come un golpe militare. Tuttavia mettono in mostra una società divisa, una componente della quale – minoritaria ma ingente – non si è rassegnata a vivere il passaggio epocale dai regimi autoritari ma “laci” ai regimi democratici ma “islamici”. Proprio il fatto che in Turchia, Egitto o Tunisia non sia nata una “repubblica islamica”, come in Iran, dotata di sue proprie specificità, è la causa dei disordini e della conflittualità. Essa certo non è assente neppure in Iran, ma là è più sottotraccia perché il regime squisitamente autoctono e islamico ha marginalizzato, o del tutto estromesso, le contro-proposte più radicali dal sistema (come non citare il processo elettorale attualmente in corso, cui concorreranno solo candidati “centristi” essendo stati esclusi tanto i “riformisti” quanto i “deviazionisti”?). Turchia, Egitto e Tunisia hanno invece regimi politici modellati sul sistema occidentale ma, a differenza dei paesi occidentali, una intrinseca dicotonomia sociale e ideologica molto più marcata. I conflitti in questi paesi – ma si potrebbero citarne altri anche non musulmani: vedasi ad esempio il Venezuela – non sono abbastanza marginali da risolversi nel pacifico gioco della rappresentatività democratica. Ciascuna delle fazioni in ballo vede l’altra come un nemico mortale, e le sue proposte come esiziali per sé. Esperienze di dittature e sopraffazioni vanno a confermare tali convinzioni negli animi dei cittadini di tutti gli schieramenti. L’applicazione a società frazionate d’un sistema politico creato per società coese non può che generare instabilità.

In chiusura, non possiamo risparmiarci un’osservazione sul modo in cui le sommosse turche sono state accolte dal pubblico europeo. Questo stesso pubblico s’infatuò inizialmente delle rivolte arabe, descritte come la sollevazione di giovani laici, moderni e democratici contro regimi retrogradi e repressivi. Presa coscienza della realtà di una maggioranza islamista nel processo rivoluzionario, l’immagine prevalente in Occidente passò rapidamente dall’elegiaca “primavera araba” al dispregiativo “inverno islamico”. Non erano cambiate le persone, le idee o le dinamiche nei paesi arabi. Era cambiata solo la percezione occidentale. I rivoltosi erano stati inizialmente descritti come uguali, in tutto e per tutto, a noi (o, meglio, all’autorappresentazione che facciamo di noi stessi). Quando si è colta la loro differenza e specificità, è scattata una reazione di rifiuto e chiusura, come se l’opinione pubblica occidentale possa nutrire simpatia per le cause degli altri popoli solo nella misura in cui questi ultimi, e le loro cause, sono identici a noi. I tumulti turchi hanno ridestato dalla loro delusione gl’idealistici e un po’ naif osservatori occidentali. Finalmente, coloro che scendono in piazza sono veramente laici e “moderni” (anzi, post-moderni) come loro. Dalla parte del governo, questa volta ci sono gl’islamisti. Un’occasione d’oro per mondarsi del presunto errore del 2011 e finalmente sostenere una rivolta in cui ci si possa identificare appieno.

Purtroppo, la visione occidentale continua ad essere troppo semplicista (ci sono sempre dei “buoni” contro dei “cattivi”) e troppo etno-centrica (quelli che assomigliano a noi sono i “buoni”, quelli che ci assomigliano di meno sono i “cattivi”). Il governo di Erdoğan è come minimo paternalista, fors’anche autoritario. Il AKP è un partito islamista, ancorché “moderato”. Ma il governo di Erdoğan è stato eletto democraticamente e gode, probabilmente, ancora del consenso di almeno metà della popolazione. Le frange più politicizzate (e rappresentative) della protesta – lasciamo ora stare i bravi ambientalisti del Parco Gezi o i giovani che temono di non potersi più scambiare troppe effusioni in pubblico – si richiamano a quell’opposizione che è sì laica, ma che da decenni regge il suo potere – che sia al governo o che sia all’opposizione – sulla punta delle baionette, non lesinando golpe militari e arresti arbitrari o per reati d’opinione. È la medesima parte politica che, in nome del suo nazionalismo (la proposta alternativa all’islamismo del AKP), ha compiuto lo scempio della sanguinosa persecuzione dei Curdi o incarcerato chi non mostra deferenza verso la nazione turca e il suo padre Mustafa Kemal. È la medesima parte politica che legge come provocazioni e un tentativo di “re-islamizzare” il paese proposte quali la possibilità, per le donne che lo vogliano, d’indossare il velo ovunque. Continuare a leggere i fatti che avvengono in altri paesi, con specificità politico-culturali proprie, con le medesime categorie nostre è la ricetta migliore per sbagliare sempre e comunque. E negli ultimi anni, d’errori i paesi europei ne hanno compiuti davvero molti nella lettura dei sommovimenti mediterranei.

Le rivolte, i conflitti interni, l’instabilità dei paesi arabi e ora anche della Turchia fanno il paio con le difficoltà che attraversano i paesi mediterranei dell’Europa. Se i nostri vicini musulmani devono fare i conti con le divisioni interne e sommovimenti talvolta eterodiretti, Italia, Spagna e Grecia (si potrebbe aggiungere pure il Portogallo) annaspano in una crisi economica apparentemente senza via d’uscita, anche perché hanno appaltato la propria politica economica e monetaria alle potenze dell’Europa del Nord. Grandi cose stanno avvenendo nel Mediterraneo – nel bene e nel male – ma in ognuna di esse è difficile individuare un soggetto interno che stia agendo con piena forza creatrice, anziché essere travolto dagli eventi e cercare, con più o meno abilità, di cavalcarli per quanto possibile. Il mare è in tormenta e la nostra barca in balia delle onde e dei venti che soffiano da lontano. Il Mediterraneo si rivela sempre più una periferia geopolitica, mentre i centri di potere si sono spostati. Più a ovest, più a nord o più a est. Ma in ogni caso lontano da qui.