Archivi tag: politica estera italiana

Dalla storia all’oggi, perché all’Italia serve una Russia amica

Fonte: L'Huffington Post

Il testo seguente è tratto dall’intervento pronunciato il 17 novembre u.s., presso il Centro russo di scienza e cultura di Roma, in occasione di un convegno su Russia e Italia nella Prima guerra mondiale.

Nel 1472 l’allora Gran Principe di Mosca (futuro sovrano, gosudar, di tutte le russie) Ivan III sposò Sofia, già Zoe, Paleologa, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore romano d’Oriente caduto, diciannove anni prima, sulle mura di Costantinopoli nella vana difesa contro l’aggressore ottomano.

Quest’evento incarna il passaggio della Russia da una mentalità regionale a una imperiale, una sorta di translatio imperii da Costantinopoli a Mosca. Non a caso, in quel periodo si diffusero una leggenda e una dottrina emblematiche. La dottrina è quella, ben nota, della “Terza Roma”: dopo la prima, originale e italiana, caduta nel 476 e la seconda, Costantinopoli (fondata come Nuova Roma), crollata nel 1453, una terza Roma era emersa – Mosca – ovviamente destinata a non crollare mai.

La leggenda è invece quella della discendenza della dinastia principesca moscovita da Ottaviano Augusto. Secondo questa storia (totalmente avulsa dalla realtà storica) l’anziano Augusto avrebbe diviso il proprio impero tra gli eredi, affidando le rive della Vistola a un fratello di nome Prus. Dopo quattordici generazioni, da costui sarebbe disceso Rjurik, semi-leggendario capostipite eponimo della dinastia rjurikide cui si dovette la nascita della Rus’ di Kiev e da cui discendevano gli allora prìncipi di Mosca.

In corrispondenza del matrimonio con Sofia, Ivan III adottò il cerimoniale imperiale bizantino, il simbolo dell’aquila bicipite e pure il titolo di Zar, versione slavo-orientale di Caesar, il titolo con cui i coevi identificavano gli imperatori romani (e la cui pronuncia originale doveva essere “kaesar”, da cui anche il tedesco “Kaiser”). Pochi anni dopo, Ivan III inviò a Venezia un proprio agente col compito di reclutare architetti italiani, inizio di un flusso che sarebbe proseguito per secoli. Oggi alcune delle meraviglie osservabili in Russia sono frutto del genio italiano: porzioni del Cremlino, il Palazzo d’Inverno, l’Hermitage e così via.

Malgrado l’apprezzamento russo per l’arte italiana, e sebbene Mosca cercasse nella storia e nella tradizione romane la sua legittimazione imperiale, i due paesi rimasero ancora per secoli politicamente lontani l’uno dall’altro. Il motivo si può ravvisare nella distanza geografica, che nessuno dei due attori aveva allora la potenza per travalicare. La Russia moscovita fu impegnata, ancora nel Settecento, nella ricostituzione della vecchia Rus’ kievana, concedendosi le “divagazioni” più importanti nell’espansione in Siberia, dunque lontano dall’Europa. In Italia, invece, malgrado il passaggio dalla dimensione comunale a quella degli stati regionali, il processo di accorpamento politico era stato abortito dalle invasioni stranieri a partire dalla fine del XV secolo.

Le cose cambiano a cavallo tra Settecento e Ottocento. Le guerre della Rivoluzione francese e napoleoniche vedono la Russia attore protagonista delle varie coalizioni, impegnata a mandare le sue armate sui campi di battaglia europei. Anche l’Italia, una volta inserita nel sistema imperiale napoleonico, fa la propria parte. La campagna di Russia vede impegnati 50.000 italiani, per metà settentrionali e per metà meridionali, inseriti nel IV Corpo d’armata comandato dal Vicerè d’Italia (e figlio adottivo di Napoleone) Eugene de Beauharnais.

Passata la stagione rivoluzionaria, l’Italia è comunque contagiata alle passioni patriottiche e nazionaliste che infiammeranno il Risorgimento. La Russia, invece, si fa garante della “Santa alleanza” per la conservazione e il legittimismo dinastico. Nel 1848 le armate zariste intervengono in Ungheria per sedare l’insurrezione guidata da Kossuth, favorendo indirettamente la restaurazione asburgica in Italia.

Di lì a poco, tuttavia, con un plateale sfoggio di irriconoscenza gli Absburgo si schierano contro i Romanov nella guerra russo-ottomana, patrocinando l’intervento militare franco-britannico in Crimea. Il Piemonte, interprete statuale del Risorgimento, si trovò di fronte a un dilemma: Parigi e Londra richiedevano un aiuto che, tuttavia, sarebbe andato contro il nemico (Russia) del nostro nemico (Austria). La celebre e controversa scelta del Conte di Cavour fu quella d’impegnare un contingente sabaudo nella guerra di Crimea contro Mosca (e indirettamente a favore di Vienna) pur di elevare la questione italiana da problema d’ordine pubblico a tema diplomatico.

Nel decennio successivo il favore di Parigi e Londra è fondamentale per permettere ai piemontesi di riunificare l’Italia. Lo Zar, difensore dello status quo, non accoglie con entusiasmo tale sviluppo e per molti anni i rapporti col nuovo Stato italiano sono freddi. Anzi, il sovrano moscovita si unisce con quello tedesco e con l’austriaco nel Dreikaiserbund, il “Patto dei tre imperatori” evidentemente teso a gestire consensualmente l’Europa. Con la Francia prostrata dalla sconfitta di Sedan e con la Gran Bretagna persa nel suo “splendido isolamento”, l’Italia si affretta a rinsaldare il rapporto con Berlino, già testato nella Terza guerra d’indipendenza. Il risultato è la Triplice alleanza con Germania e Austria-Ungheria, la quale prende piede negli stessi anni in cui il Dreikaiserbund si consuma fino ad esaurirsi totalmente: per molti versi, l’Italia entra nel sistema d’alleanza germanico in sostituzione della Russia.

Occorre qui, per comprendere i fatti successivi, sviscerare una costante della politica estera italiana. L’Italia, pur riconosciuta dopo il 1861 e fino al 1943 come una “grande potenza”, non ha mai avuto una potenza pari a quella degli stati più forti. Ciò ha motivato la sua continua ricerca di un alleato di riferimento, ma nel contempo il disagio per il rapporto asimmetrico che con quest’ultimo viene necessariamente a crearsi per la disparità di potenza. Da qui la pratica che Von Bülow definì dei “giri di valzer”: parallelamente al forte alleato, l’Italia cerca solitamente degli “amici”, magari persino avversari del proprio alleato, che possano controbilanciarne l’influenza. La stessa unità nazionale è stata realizzata con questo escamotage: l’alleato francese ha reso possibile la conquista del nord, l’amico britannico quella del sud. La Triplice alleanza è sottoscritta con un allegato, fortemente voluto da Roma, che escluda ogni sua possibile interpretazione in senso anti-britannico. E con Londra e poi anche Parigi la diplomazia italiana comincia, dopo la stagione crispina, a intrattenere rapporti sempre più cordiali, al punto da schierarsi contro l’alleato tedesco in occasione della crisi marocchina.

Nel 1907 l’accordo anglo-russo pone fine a decenni di tensione in Asia, dove le rispettive linee d’espansione avevano cozzato. La preoccupazione per l’ascesa tedesca in Europa consiglia Londra e Mosca d’appianare ogni divergenza. Si tratta di un segnale anche per la diplomazia italiana, che decide di potersi finalmente rivolgere in senso positivo alla Russia. L’occasione giunge l’anno seguente con la crisi bosniaca (annessione formale della Bosnia all’Austria-Ungheria, che Vienna già amministra ma che stava formalmente sotto la sovranità ottomana). Il ministro degli Esteri Tittoni propone a Mosca e Vienna di regolare consensualmente ogni modifica dello status quo nei Balcani, ma il deciso appoggio di Berlino all’alleato austro-ungarico rende Vienna troppo spavalda e Mosca troppo reticente perché il piano italiano si concretizzi.

L’anno successivo, tuttavia, è la Russia a farsi avanti: nel 1909 lo Zar fa visita al Re d’Italia a Rapallo. Il suo ministro degli Esteri Isvolskij si presenta con una bozza di accordo: Mosca dà il via libera all’Italia per conquistare la Libia, Roma riconosce il Bosforo nella sfera di Mosca, ma soprattutto i due paesi s’impegnano a favorire il mantenimento dello status quo nei Balcani e, qualora ciò non sia possibile, a far nascere stati indipendenti anziché far espandere imperi esterni. Si tratta di un accordo evidentemente anti-absburgico e perciò i diplomatici italiani tentennano: Vienna è nostra alleata. Isvolskij vince ogni reticenza mostrando loro un accordo segreto austro-russo di qualche anno prima, dal tenore anti-italiano, che Vienna aveva siglato a nostra insaputa.

Malgrado questo primo importante accordo tra Italia e Russia, se i due paesi si trovano alleati nella Prima guerra mondiale è principalmente per una contingenza: ossia che entrambi si allineano a Londra e Parigi. Nel caso dell’Italia, verificato che il conflitto non sarebbe finito rapidamente e non potendo contare sul proprio peso come determinante del risultato, la scelta va verso coloro che, in qualità di nemici, potrebbero procurare più danni: ossia la Francia (il confine alpino occidentale è meno difendibile dell’orientale) e la Gran Bretagna (che domina nel Mediterraneo). La Russia servirebbe comunque, alla fine della guerra, per controbilanciare Londra e Parigi, ma purtroppo per l’Italia l’alleato d’oriente si eliminerà da solo dalla competizione a Brest-Litovs’k. I risultati si vedono a Versailles, dove il nostro paese è bistrattato dai tre più forti alleati occidentali.

Durante la Guerra fredda, la corrente cosiddetta dei “neoatlantisti” (Gronchi, Fanfani, Mattei ecc.) cerca però proprio un buon rapporto con la Russia, nella sua nuova incarnazione sovietica, quale contrappeso allo strapotere dell’alleato statunitense. Il crollo dell’Urss, nostro avversario, rappresenta paradossalmente l’inizio di un momento critico per l’Italia, la cui influenza politica nel mondo declina improvvisamente.

Oggi la situazione non è, per l’Italia, troppo diversa dal passato. Essa è inserita in due principali sistemi d’alleanza: l’Unione europea e la Nato. Nell’Ue l’Italia è una seconda linea dietro a Germania, Gran Bretagna e Francia. Nella Nato è gerarchicamente ancora più lontana dal capofila Usa. In tale contesto la Russia, con cui l’Italia ha consolidati rapporti economico-commerciali e cordiali relazioni politiche, può fungere da riferimento esterno che faccia da contrappeso a quelli interni, aumentando la nostra voce all’interno dell’Ue e della Nato. Tale opportunità rischia però di svanire se l’attuale china anti-russa assunta a Bruxelles dovesse proseguire e aggravarsi, senza un deciso intervento italiano per frenarla.

Gli oriundi dell’America Latina: emigrazione e politica estera

Tratto da Geopolitica Online, 27 gennaio 2013

“America Latina: tentativi di unità” è stato il titolo della conferenza organizzata dall’IsAG e svoltasi il 21 gennaio presso la Sale delle Colonne di Palazzo Marini, Camera dei Deputati, in Roma. Il sito di “Geopolitica” ospiterà, a partire da oggi, la pubblicazione degli atti del convegno. Si comincia con l’intervento di Daniele Scalea, neo-direttore generale dell’IsAG e condirettore di “Geopolitica”, che ha preso parte al secondo panel, “L’altra relazione transatlantica: l’Italia e l’America Latina”, dedicandosi al tema degli oriundi.

Lo storico australiano Richard J.B. Bosworth ha affermato che il popolo italiano, nei primi decenni post-unitari, conducesse una propria politica estera, indipendente da quella dello Stato, tramite l’emigrazione. A suo dire, l’emigrazione avrebbe potuto fondare per l’Italia una potenza più duratura di quella della Gran Bretagna, della Francia o di altri paesi colonialisti. In altre parole, dare all’Italia un impero coloniale di fatto e duraturo, senza bisogno di conquistarlo con le armi, come avrebbe faticosamente e fuggevolmente fatto più tardi. La considerazione di Bosworth è forse troppo enfatica, ma poggia su solide basi.

L’emigrazione italiana fu diversa da quella britannica, che avvenne nel quadro d’una dominazione coloniale, ma più simile agli attuali flussi dall’Africa, dalla Cina o dall’Europa Orientale. Questo tipo d’emigrazione inizialmente diffonde pregiudizi e ostilità, ma successivamente crea comunità nazionali ben integrate nella società ospite e capaci d’influenzarla. Tra i vantaggi possibili v’è la presenza d’una comunità favorevole ai buoni rapporti con l’Italia, la diffusione della cultura italiana, gli acquisti “della memoria” di prodotti italiani.

I governi italiani hanno tuttavia ignorato gli emigrati fino agli anni ’70 dell’Ottocento. Allora Francesco Crispi, capo del Governo e ministro degli Esteri, e Carlo Dossi (noto soprattutto come letterato, ma che fu anche il capo di Gabinetto agli Esteri di Crispi), invitarono i diplomatici a studiare, tutelare e dialogare con le colonie all’estero per tenerle legate alla madrepatria. I due garantirono inoltre finanziamenti ad associazioni e scuole italiane all’estero: nello stesso periodo, anche se su iniziativa privata, nacque la Società Dante Alighieri.

La linea di Crispi e Dossi non fu tuttavia seguita dai successori. Solo nel 1920 il ministro degli Esteri Sforza creò una Direzione Generale delle Scuole all’Estero, cui Mussolini aggiunse nel 1927 una Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e nel 1928 un Comitato per l’Espansione della Cultura all’Estero. Parallelamente all’attività statale, si muoveva però nel Ventennio anche l’organizzazione estera del Partito Fascista: ciò comportava ideologizzazione e faziosità, generando divisioni in seno alle comunità italiane e tra le comunità e le società indigene.

Nel secondo dopoguerra la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero divenne “per l’Emigrazione”, e su iniziativa di Nenni nacque una Direzione Generale delle Relazioni Culturali. Si trattava di una mossa di soft power compiuta ben prima che Joseph Nye coniasse il termine: l’idea era che, tramite la diffusione della cultura italiana, si potesse rilegittimare internazionalmente il paese dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

Dagli anni ’70, momento in cui si ha l’inversione del saldo migratorio, è calata l’attenzione per gli emigrati. Un rinnovato interesse si è verificato solo dopo il 2000, con la concessione del voto per gl’italiani all’estero e l’organizzazione di numerose conferenze internazionali di contatto con le comunità di espatriati. Tuttavia l’interesse appare rivolto – a torto o a ragione – esclusivamente agl’italiani all’estero e non agli oriundi, ossia le persone d’origine italiana. Le pure cifre quantitative invitano però a riflettere. Visto che si sta parlando di America Latina, prendiamo il caso dell’Argentina. Colà i cittadini italiani residenti sono 665.000; non pochi, ma gli oriundi (ossia gli argentini con almeno un antenato italiano) sono tra i 20 e i 25 milioni, ossia oltre la metà della popolazione di quel paese (sebbene gli italofoni siano al massimo un milione e mezzo). Di origini italiane sono stati sei presidenti argentini (sette se si accetta la teoria che vorrebbe Peron di origine sarda), diversi generali della dittatura (su tutti Galtieri e Bignone), artisti (ad esempio Astor Piazzolla), sportivi (oggi il più famoso è senz’altro Lionel Messi, d’origini venete).

Superiore, in termini assoluti e non relativi, alla comunità italiana in Argentina è solo quella in Brasile. Gli oriundi brasiliani sono tra i 25 e i 30 milioni, con concentrazioni in alcune regioni: a Sao Paulo sono il 25% della popolazione totale (il 50% nella città), a Paranà il 30%, a Santa Caterina il 45%, a Espirito Santo il 50%. Circa quattro milioni sono gl’italofoni. Tra i brasiliani d’origine italiana s’annoverano tre presidenti e numerosi sportivi (tra cui Ayrton Senna).

Le domande che a mio avviso meritano d’essere poste, e di trovare una risposta attenta e ragionata da parte nostra, sono dunque le seguenti: quanto sono ancora sentiti l’italianità e l’interesse per l’Italia tra oriundi il cui legame col nostro paese risale a diverse generazioni fa? In che misura questi oriundi alimentano legami economici e commerciali con l’Italia? E come gli oriundi dell’America Latina possono (se possono) inserirsi nella politica estera italiana?

Ripensare l’interesse nazionale dell’Italia nel mondo che cambia: il ruolo della Russia

Tratto da Non solo gas. Le relazioni economiche tra Italia e Russia, Quaderni di Geopolitica, n. 1 (vol. I, 2012), pp. 139-144

 

Nel mondo che, anche in ragione degli effetti della crisi economica del 2008, sta mutando rapidamente a livello di rapporti di forza internazionali, è importante adattare la cognizione d’interesse nazionale dell’Italia, quale base per elaborare una politica estera e una grande strategia. Tale ripensamento non può che partire dai due tradizionali pilastri dell’atlantismo e dell’europeismo, che vanno compresi e inquadrati nella situazione attuale. Una delle osservazioni che si possono fare è quella sulla necessità d’un più stretto rapporto con la Russia, che però si può ottenere solo liberandosi degli strascichi della Guerra Fredda e del confronto bipolare.

Il mondo sta cambiando rapidamente. Da alcuni anni a questa parte, ancora più rapidamente. Le crisi sistemiche (e le conseguenti “grandi depressioni”) hanno storicamente comportato un’accelerazione delle pre-esistenti dinamiche di ascesa e discesa delle potenze: la crisi del 1873 agevolò l’ascesa di USA e Germania rispetto alla Gran Bretagna, quella del 1929 il recupero tedesco e la copertura del gap industriale da parte dell’URSS. La crisi cominciata nel 2008 accelera l’ascesa delle cosiddette “potenze emergenti” (in realtà spesso già “emerse” da un bel pezzo), in particolare i BRICS, e su tutti la Cina, mentre a perdere terreno è il finora dominante “sistema occidentale” della triade USA-Europa-Giappone. Il breve momento unipolare, coincidente grosso modo con gli anni ’90 e i primi 2000, è ormai passato: oggi si parla comunemente di mondo multipolare. In realtà, ci si trova ancora in una fase di transizione uni-multipolare, in cui gli USA mantengono una posizione egemonica. Ma l’arrivo ad un compiuto sistema multipolare nel futuro prossimo appare ormai ineluttabile.

Non sono cambiamenti da poco quelli che stiamo affrontando. Alcuni eventi hanno portata epocale: è il caso della rinascita di Cina e India dopo secoli d’oblio, o della progressiva perdita di centralità politico-culturale-economica dell’Occidente. Una configurazione manifestatasi fin dal ’500 sta svanendo. Di fronte a cambiamenti epocali, nessuno, nemmeno l’Italia, può rimanere fermo e inerte. È giunto il momento che l’Italia rifletta, senza alcuna preclusione ideologica o fissità dettata dall’abitudine, ai propri interessi nazionali ed alla strategia più adatta a perseguirli nel futuro che s’avvicina a grandi falcate. Adattarsi all’ambiente è fondamentale per il successo. L’attenzione va rivolta soprattutto ai due pilastri che hanno caratterizzato la politica estera italiana negli ultimi sessant’anni e più: atlantismo ed europeismo. Un cambiamento epocale porta con sé anche un mutamento a livello categoriale.

A metà del Novecento l’Italia s’inserì nel sistema occidentale, o meglio nordatlantico, a guida statunitense. Si trattò d’una scelta obbligata: l’Italia aveva appena perduto una guerra, era stata occupata manu militari, ed il suo destino era stato deciso a tavolino dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale all’atto della spartizione dell’Europa in sfere d’influenza. L’Italia prese la scelta atlantica prima di tutto perché costrettavi. Vi era poi ovviamente la minaccia sovietica, ch’era però tale più di nome che di fatto. L’URSS continuava ad essere aggressivo nella retorica e nell’ideologia universalista, ma la realtà è che sin da Stalin e fino al suo scioglimento ebbe una condotta per lo più conservativa. Stalin scelse di costruire il socialismo in un solo paese, e i suoi successori si trovarono alle prese col problema di farvelo sopravvivere. Problema che alfine si rivelò insolubile.

Nell’Europa del 2012, la Russia – non più comunista da vent’anni – non rappresenta certamente più una minaccia. Al di là dell’accanimento di certa stampa, la Federazione Russa è un interlocutore affidabile, di civiltà affine a quella europea (anzi, europea essa stessa), che non ha mire aggressive ma punta ad un partenariato con l’Europa Occidentale e Centrale, con cui ha un forte potenziale di complementarità (l’esempio classico è quello del petrolio e del gas russi necessari ad alimentare l’economia europea). C’è però un ostacolo di rilievo a questa partnership euro-russa, ed è lo strascico di conflittualità rimasta latente dopo la fine del bipolarismo. Pensiamo all’evoluzione della NATO post-1989. È storia che l’alleanza nordatlantica nacque in funzione anti-russa, ed è un fatto che ha mantenuto quella peculiarità anche dopo la fine della Guerra Fredda. La NATO, infatti, da allora ha allargato se stessa e le sue competenze, ma tutto ciò è andato ad aggiungersi alla base passata senza cancellarla. In Europa la NATO, portatasi con l’allargamento post-1989 fino ai confini stessi della Federazione Russa, continua a servire innanzi tutto a “tenere gli Statunitensi dentro e i Russi fuori”, per dirla con Lord Ismay. Sergio Romano, in un’intervista pubblicata nel primo numero di “Geopolitica”, ha definito l’Europa «prigioniera della NATO», ed auspicato la nascita d’una politica estera europea distinta da quella statunitense. L’equilibrio militare del continente andrebbe pensato non più come estensione della zona d’influenza nordatlantica, ma come sicurezza paneuropea. Alla logica bipolare e del “blocco” dovrebbe succedere quella di un’organizzazione di sicurezza collettiva paneuropea che non può escludere la Russia.

Pensare che gl’interessi degli USA e quelli dell’Italia coincidano sempre e perfettamente è un controsenso. Gli USA sono una grande nazione continentale e bioceanica in Nordamerica; l’Italia è una piccola penisola nel mezzo del Mediterraneo. Le diverse caratteristiche geopolitiche non possono che creare divergenze d’interesse, di volta in volta più o meno profonde. La politica mediterranea e vicino-orientale di Washington nell’ultimo decennio ne è un chiaro esempio. Durante la presidenza Bush jr. gli USA hanno impostato, seppur in maniera non ufficiale, la loro politica verso il mondo musulmano sullo “scontro di civiltà” e la “distruzione creativa”. Ciò non poteva che creare un solco d’ostilità tra le due sponde del Mediterraneo e alimentare la destabilizzazione regionale, a detrimento delle nazioni locali, tra cui l’Italia. Obama sta invece appoggiando, seppur con talune riserve, il “risveglio islamico” in atto nel mondo arabo. Non si tratta d’una scelta sbagliata in sé, poiché l’ascesa dei movimenti islamici è una tendenza consolidata ormai da decenni; ma certamente preoccupanti sono gli estremi di questa strategia, che porta ad appoggiare gruppi armati radicali legati o affini a Al Qaida in Libia o Siria. Sappiamo bene a cosa portò in Afghanistan una simile condotta, e ne stiamo ancora oggi pagando il dazio con un’onerosa (in termini di danaro, mezzi e uomini) occupazione militare del paese centrasiatico. Ora il rischio concreto è che santuari dell’estremismo e del terrorismo si creino a pochi passi da casa nostra. Gli USA, al riparo di un oceano, possono essere più propensi a rischiare; l’Italia, così vicina al mondo arabo, no.

Ancor più importante, è il fatto che gli USA, in quanto potenza egemone, cercheranno d’ostacolare l’ascesa di altri paesi. L’Italia non ha il medesimo interesse: non ha motivo d’opporsi all’ascesa della Cina, della Russia, dell’India o del Brasile. Non si tratta dal nostro punto di vista d’un evento negativo. Al contrario, il multipolarismo rafforza la posizione italiana. Si pensi alla crisi della politica estera italiana dopo la fine della Guerra Fredda: l’unipolarismo aveva limitato la nostra libertà d’azione e ridotto la nostra importanza strategica. In un sistema multipolare l’Italia ritornerebbe ad avere il suo peso. Inoltre, finché l’Europa riserverà agli USA il compito di garantire la propria sicurezza, non potrà avere una propria strategia e politica estera. Per crescere è necessario emanciparsi.

Purtroppo anche l’altro pilastro della politica estera italiana degli ultimi decenni – quello europeo – comincia a scricchiolare vistosamente. Gli esempi sono molteplici. L’Italia, al pari degli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale, ha finora dovuto privilegiare con la Russia i rapporti bilaterali, perché la diplomazia multilaterale di Bruxelles mantiene una linea di non troppo velata ostilità verso Mosca. Il tentativo delle autorità dell’Unione Europea di ostacolare la realizzazione del South Stream, grande infrastruttura strategica per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia, non può essere ignorato. La crisi libica dello scorso anno ha messo in luce ulteriori divisioni all’interno dell’UE, un po’ come accadde nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, ma che in questo caso ci hanno riguardato molto più da vicino. La Libia era divenuto un partner strategico per l’Italia – rapporto suggellato da un recente trattato d’amicizia e cooperazione – ma una serie di paesi europei, sostenuti dagli USA e capeggiati dalla Francia e dalla Gran Bretagna, non hanno esitato ad attaccare il paese. Si può dare qualsiasi giudizio politico e morale soggettivo sulla caduta di al-Qaḏḏāfī, ma è un dato di fatto oggettivo che un paese nordafricano relativamente florido e stabile sia stato tramutato in un paese diviso in una miriade di bande armate rivali. È preoccupante – e rivelatore del rispetto di cui Roma gode all’interno dell’alleanza nordatlantica – che l’asse Washington-Londra-Parigi abbia destabilizzato a cuor leggero un paese amico, nonché fornitore strategico d’idrocarburi e risorse finanziarie, dell’Italia.

L’ultimo esempio, e più attuale, è quello del comportamento europeo di fronte alla crisi del debito che ha interessato diversi paesi dell’Unione, tra cui l’Italia. L’Unione Europea non ha saputo far fronte comune, ma sono prevalsi gli egoismi e interessi particolaristici, finendo così con l’aggravare la situazione dei paesi più esposti. Anziché tendere una mano e aiutare concretamente, abbiamo visto il direttorio europeo (sempre più “monocolore” tedesco) imporre politiche depressive e di rigore, arrivando ad accettare (e probabilmente promuovere) la sostituzione di governi democraticamente eletti con governi “tecnici”, non legittimati dal voto popolare. Può ben darsi, come auspicato recentemente da Sergio Romano, che da questa crisi l’Europa esca alfine più forte ed unita, con la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma è possibilità non meno remota che questa crisi finisca invece col disintegrare l’Unione Europea, o quanto meno lasciarla nel limbo di un’integrazione imperfetta ed insufficiente.

Lo spettro della fine del sogno unitario europeo, o anche di uno stallo indefinito del processo d’integrazione, impone all’Italia d’imparare a fare minore affidamento sul multilateralismo, così caro alla nostra diplomazia negli ultimi decenni. La capacità d’intessere rapporti strategici su base bilaterale diviene fondamentale nel contesto attuale di crisi globale ed europea, nonché di transizione uni-multipolare. Ciò non toglie, tuttavia, che nella nostra epoca una singola nazione come l’Italia abbia dei chiari limiti fisici alla propria azione politica e strategica. La tendenza globale, come dimostrano in particolare le nuove aggregazioni, tra cui la nascita dell’UNASUR e l’annuncio dell’Unione Eurasiatica, è all’integrazione regionale. L’Europa, ch’è stata all’avanguardia, rischia d’andare in contro-tendenza e disintegrarsi proprio in questa fase. Nel qual caso, l’Italia dovrà sapersi guardare attorno e cercare delle alternative. La geografia ci ha dato una sola alternativa all’Europa: il Mediterraneo.

Che l’Unione Europea tenga o meno, una rivalutazione del “terzo cerchio” della politica estera italiana è necessario. Nel Mediterraneo sta emergendo una grande potenza regionale, che è la Turchia, e si è attivato un processo di rinnovamento dell’élite socio-politica che riguarda gran parte dei paesi arabi. Questo moto di rinnovamento potrebbe preludere anche ad un ritorno ai fasti del passato di un’altra nazione dal grande potenziale ch’è l’Egitto. L’ingresso degl’islamisti nella “stanza dei bottoni” di molti paesi, e in particolare i successi che la Fratellanza Musulmana sta ottenendo in diversi Stati, lasciano presagire un mutamento non secondario del quadro politico-strategico del Mediterraneo e del mondo arabo. L’Italia ha manifestato una preoccupante incapacità di interferire in questo processo che riguarda i nostri dirimpettai. È necessario invece fare in modo che il Mediterraneo diventi un’area di pace, cooperazione e potenziale integrazione.

Finora si è discusso di come l’Italia dovrebbe comportarsi verso l’esterno, ma è non meno importante accennare a quanto bisognerebbe fare all’interno. La politica estera è solo il predicato d’un soggetto che è lo Stato stesso. La più accorta e geniale delle strategie non può sopperire all’assenza d’una solida base interna su cui poggiare. L’Italia non potrà perseguire i suoi interessi nazionali o sviluppare una strategia di successo se non sarà una nazione forte. Partiamo da una posizione privilegiata: l’Italia è l’ottava nazione al mondo per PIL nominale e lo Stato italiano ha il sesto bilancio più abbondante del globo. Bisognerà però riuscire ad invertire la china discendente che ormai percorriamo da vent’anni. È necessaria una seria politica industriale: l’ascesa cinese dimostra come la terziarizzazione (o finanziarizzazione) non sia la “fase suprema del capitalismo”. L’Italia ha bisogno di ritornare a ospitare quella grande industria a elevato contenuto tecnologico che un tempo non ci mancava. È necessario inoltre sostenere la spina dorsale dell’economia italiana, le PMI, oggi in sofferenza per la combinazione tra una moneta forte e una pressione fiscale sempre più soffocante. Bisogna riformare un sistema educativo le cui pecche sono fin troppo note, ma senza cedere alla tentazione – assai diffusa in questi tempi di “sacrifici” – d’istituire un’economica ma ingiusta e improduttiva educazione classista. Più di tutto, però, bisogna ritrovare la piena sovranità italiana, ch’è in primis libertà di pensiero strategico, e va sorretta da un popolo moralmente forte e coeso. Tutte cose che, purtroppo, allo stato attuale fanno difetto all’Italia.

Libia: che alternative aveva l’Italia

Tratto da Eurasia Online, 23 marzo 2011

 

In un articolo di pochi giorni fa si è criticato il comportamento della diplomazia italiana in occasione della crisi libica.

Innanzi tutto si è escluso che la guerra alla Libia sia davvero motivata da preoccupazioni umanitarie: a) mancano elementi probanti gravi violazioni dei “diritti umani” da parte delle autorità libiche nel corso della rivolta; b) le recenti esperienze lasciano supporre che i bombardamenti ed un’eventuale successiva invasione, oltre al procrastinarsi delle lotte intestine, faranno più vittime d’una guerra civile che stava ormai esaurendosi; c) il medesimo interventismo “umanitario” non è stato suscitato dalla dura repressione da parte della monarchia assolutista del Bahrain, che ha addirittura fatto entrare truppe straniere nel suo territorio per massacrare manifestanti realmente disarmati. Le vere finalità sono geopolitiche e strategiche, come sembra aver realizzato la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ed una vasta gamma d’opinionisti, diversi per orientamenti e sensibilità, che va da Gino Strada a Vittorio Feltri passando per Sergio Romano e Carlo Jean.

In secondo luogo, si è riassunta l’importanza strategica ed economica della Libia per l’Italia. Si è sottolineato come la Libia, caso più unico che raro, rappresenti un paese produttore di petrolio e gas naturale inserito nella “sfera d’influenza” italiana.

Si è infine ripercorso l’atteggiamento italiano nel corso della crisi libica: incerto ed ondivago, ha palesato la volontà di schierarsi col probabile vincitore. Gl’imbarazzanti ondeggiamenti si sono conclusi stracciando di fatto il recente Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Italia e Libia, tradendo impegni ben precisi assunti da Roma nei confronti di Tripoli, e passando repentinamente da un’intesa strategica e cordiale ad uno stato di guerra.

Si concludeva quindi che l’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, perché qualsiasi sarà l’esito del conflitto ne sortirà una situazione per noi più svantaggiosa dello status quo ante.

Resta ora da valutare, per completezza, di quali alternative disponeva l’Italia per meglio affrontare la crisi libica.

Il Governo italiano si difende dalle critiche affermando che non aveva altra scelta, dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CdS), che quella di partecipare alle operazioni militari. La Risoluzione 1973/2011 del CdS si limita ad autorizzare i paesi membri all’azione «per tutelare i civili» (paragrafo 4) e per imporre la zona d’interdizione al volo (par. 8), ed a chiedere assistenza per questi compiti (par. 9), dunque non vincola l’Italia a scendere in guerra e neppure a concedere le basi per gli attacchi altrui: la piccola Malta, ad esempio, ha negato l’uso del proprio territorio per l’implementazione della Risoluzione 1973. Del resto, il territorio italiano è importante ma non imprescindibile: i Francesi bombardano facendo decollare gli aerei direttamente dalle loro basi, ed anche Spagna e Grecia si sono prestate alla missione.

Dunque, anche dopo il voto del CdS del 17 marzo 2011 (e tralasciando per ora quanto avvenuto prima), all’Italia si ponevano effettivamente due scelte:

a) l’Italia poteva non avvalersi dell’autorizzazione ad attaccare la Libia e non concedere il proprio territorio a quei paesi che hanno deciso d’avvalersene. Ciò in ragione della sua posizione privilegiata nei rapporti col paese nordafricano e del Trattato siglato nel 2009, che c’impegna a non ingerire negli affari interni libici (art. 4.1), a non usare la forza (art. 3) ed a non prestare il nostro territorio ad azioni di forza contro la Libia (art. 4.2). Benché secondo alcuni, in punto di diritto, la Risoluzione 1973 esenti l’Italia dal rispettare integralmente il Trattato, s’intende sempre che ciò sia vero solo ed esclusivamente nella misura ed entro i limiti fissati dalla risoluzione medesima.

Ma ciò che è legittimo giuridicamente non necessariamente dev’essere compiuto. Il fatto che una risoluzione del CdS ci consenta di non rispettare un Trattato non è ragione sufficiente per non rispettarlo. Debbono entrare in gioco altre considerazioni, d’interesse ed opportunità. Il comportamento italiano rispetto agl’impegni assunti con la Libia può essere giustificabile dal punto di vista giuridico, ma non necessariamente anche da quello morale. L’Italia è stata percepita come traditrice e voltagabbana da Tripoli e, c’è da scommettervi, anche dal resto del mondo.

Evitare un voltafaccia tanto plateale, anche con la foglia di fico dell’ONU, non è solo un punto d’onore e dignità nazionale. È anche una questione d’interesse pratico. L’Italia da decenni paga pesantemente il fatto di essere percepita come una nazione inaffidabile ed incline al tradimento. Si tratta d’una nomea costruitasi nel corso della nostra storia unitaria, talvolta meritatamente talaltra meno. Nel 1870 i Francesi non apprezzarono la scelta italiana di non intervenire a fianco di Napoleone III, protagonista della nostra Seconda Guerra d’Indipendenza, ed anzi di sfruttare la sue disgrazie belliche per occupare Roma. Le critiche francesi erano ingenerose, poiché l’atteggiamento del Secondo Impero nei nostri confronti era stato ambiguo (dalla soppressione della Repubblica Romana del ’48 all’armistizio di Villafranca ed allo scontro di Mentana). Più fondata appare invece l’acrimonia sviluppata dai Tedeschi, costretti ad assistere ai celebri “giri di valzer” primo-novecenteschi della nostra diplomazia, al rovesciamento d’alleanze all’inizio della Prima Guerra Mondiale, al proditorio cambio di schieramento nel bel mezzo della Seconda.

Quella dell’8 settembre 1943 è un’onta che l’Italia ha cercato per decenni di cancellare. Poco importa il giudizio storico, politico o morale che si vuole dare di quella data: è fuor di dubbio che essa è stata percepita e recepita dal resto del mondo, anche da quella parte che s’avvantaggiò del nostro cambio di schieramento (si vedano a proposito i giudizi attribuiti al generale Eisenhower nelle memorie del suo aiutante navale), come un tradimento disonorevole. La Repubblica Italiana ha così percepito come necessario dimostrare l’affidabilità internazionale del nostro paese, in contrasto coi succitati eventi storici. È stata questa esigenza ad indurre i nostri governanti a coinvolgere l’Italia in un numero esageratamente alto d’imprese militari oltremare, in luoghi o missioni lontani dal nostro interesse nazionale, ma con la sola ambizione di rimarcare la fedeltà agli alleati. L’Italia è il paese europeo che fornisce all’ONU la maggior parte dei “caschi blu”, ed è uno degli Stati al mondo col maggior numero di militari in missione all’estero. Si cerca di dimostrare l’affidabilità dell’Italia rispondendo sempre di sì a qualsiasi richiesta da parte delle organizzazioni internazionali cui siamo legati.

La macchia dell’Otto Settembre, insomma, sta costandoci caro. Un po’ di militari morti e diversi miliardi di euro che se ne vanno in missioni che, per noi, non hanno ritorni strategici ma servono solo a migliorare l’immagine internazionale del paese. Ecco perché la scelta di Berlusconi – anzi, dei ministri Frattini e La Russa – di violare il Trattato con la Libia è sciagurata: lavare l’immagine di paese inaffidabile ed incline al tradimento (che si è data non solo in Libia ma nel mondo intero) ci costerà, ancora una volta, molto caro.

b) l’Italia ha optato dunque per una diversa opzione: intervenire contro la Libia, sfruttando l’autorizzazione del CdS ed in spregio dei precedenti accordi con Tripoli. Il Governo è stato molto chiaro sulle reali motivazioni della sua scelta, non riuscendo a spacciare efficacemente (soprattutto tra il suo elettorato) il pretesto “umanitario”. Si è giustificato asserendo che solo partecipando in prima persona all’attacco contro la Libia Roma avrebbe potuto difendere i suoi interessi in loco.

Lucio Caracciolo, intervistato da “l’Unità”, ha sagacemente osservato che «come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”, nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice “sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi il bottino della vittoria».

È un riflesso storico che affonda le sue radici nella Guerra di Crimea. Era il lontano 1853, ed il Conte di Cavour – capo del Governo del Regno di Sardegna – decise di mandare le sue truppe a sostegno di quello franco-britanniche e contro la Russia. Il Piemonte non aveva alcun interesse strategico in Crimea. Ce l’aveva la sua nemica mortale, l’Austria, che infatti appoggiava la missione franco-britannica. Torino andava dunque a combattere a vantaggio di Vienna, la sua nemica, al solo scopo di poter partecipare al successivo tavolo della pace e sollevare la questione italiana. La questione italiana fu infatti sollevata, ma senza troppo eco. La storiografia italiana esalta quella pagina di storia diplomatica, mentre quella straniera è più cauta: il britannico Denis Mack Smith, ad esempio, la derubrica tra le mosse mal riuscite di Cavour.

Fatto sta che, da allora, la diplomazia italiana è ossessionata dal “posto a tavola”, per riprendere le parole di Caracciolo. C’è un filo rosso che lega l’intervento cavouriano in Crimea alla decisione mussoliniana del 1940 di entrare in guerra per procurarsi quella manciata di morti da buttare sul tavolo della pace; questo filo sembra allungarsi fino al recente espediente di Frattini e La Russa (più che di Berlusconi) di bombardare l’ex amico libico per non lasciare la mano alla Francia.

Ma non è scritto da nessuna parte che, accodandosi alla “coalizione dei volenterosi”, l’Italia avrà davvero voce in capitolo. Ci sono 10 paesi attivamente impegnati nelle operazioni belliche contro la Libia, e gli attacchi aerei non partono solo (né principalmente) dall’Italia, ma anche da Spagna, Grecia, Francia e persino Gran Bretagna e Stati Uniti (grazie ai bombardieri intercontinentali o alle unità di marina che stazionano nel Mediterraneo). L’Italia non ha un ruolo decisivo nelle operazioni militari, dunque nulla garantisce che l’avrà nelle decisioni politiche e strategiche.

Quando Berlusconi si è recato al vertice di Parigi, che radunava i capi di Governo della “coalizione dei volenterosi”, ha scoperto che le decisioni fondamentali erano già state prese durante un incontro privato da Obama, Cameron e Sarkozy. L’Italia è stata trattata alla stregua d’un comprimario, al pari di paesi come la Danimarca o la Norvegia: incaricata d’eseguire le disposizioni altrui. A differenza di Oslo, non ha avuto sussulti d’orgoglio e non s’è sottratta all’ingrato incarico.

Non è, infatti, un vero “sussulto d’orgoglio” la recente richiesta italiana che il comando della missione non passi alla Francia bensì alla NATO: si è trattato della semplice pedissequa ripetizione d’una richiesta britannica formulata il 20 marzo, e poi ripresa da Frattini il giorno successivo. Lo scontro è tra Francia e Gran Bretagna, ognuna delle quali vuol fare la parte del leone nell’impresa libica: l’Italia s’agita confusamente sullo sfondo. Anche il comando NATO non risolverà i nostri problemi, perché Sarkozy ha già messo in chiaro che vi sarà una “cabina di regia” politica. Ed in ultima istanza, continuerà ad essere composta da Parigi, Washington e Londra.

La diplomazia italiana è in un vicolo cieco, impelagata in una guerra che, come si è detto nell’articolo precedente, si può solo perdere, ma in nessun caso vincere. Ma in questo vicolo cieco, Roma ci si è infilata da sola. Il Governo continua a ripetere di non aver avuto altra scelta dopo la Risoluzione 1973, ma questa è stata adottata il 17 marzo, mentre la crisi libica è cominciata intorno al 20 febbraio, con l’insurrezione armata anti-Gheddafi. Cos’ha fatto, nel corso di questo mese precedente la risoluzione ONU, la diplomazia italiana per evitare il vicolo cieco?

La posizione espressa da Roma è stata ondivaga: di volta in volta ha cercato d’ingraziarsi la parte che appariva come la più probabile vincitrice. Ma era evidente (e pure comprensibile e condivisibile, considerando il nostro rapporto privilegiato con la Libia) fin da subito che l’Italia avrebbe voluto evitare un intervento esterno nel paese nordafricano. Frattini assunse dunque la seguente posizione: sì ad una zona d’interdizione dei voli, ma solo col consenso dell’ONU; ciò in una fase in cui Russia e Cina ancora s’opponevano all’internazionalizzazione della crisi. L’atteggiamento italiano era passivo: scommetteva sul veto di Mosca e Pechino al CdS. Avrebbe dovuto allarmare la nostra diplomazia il fatto che, più o meno nei medesimi giorni, anche Sarkozy, campione dell’interventismo, condizionava la “no fly zone” all’assenso delle Nazioni Unite. Evidentemente, aver passivamente scommesso sul sicuro veto russo-cinese è stato un azzardo.

È difficile, e richiederebbe quanto meno un articolo a parte, spiegare le ragioni per cui Russia e Cina hanno permesso che la Risoluzione 1973 passasse al CdS. Sembra però scontato ipotizzare che la Francia abbia fatto pressioni su Mosca, nell’ambito d’un riavvicinamento strategico con la Russia in corso già da diversi mesi e ben simboleggiato dalla vendita di navi da guerra Mistral al Cremlino. Il mancato veto della Russia al CdS può essere inteso anche come un implicito riconoscimento del Mediterraneo quale sfera d’influenza della Francia.

Lo smacco per l’Italia è grave ed evidente. Il nostro paese, ed il Governo Berlusconi più d’ogni altro, hanno posto grande enfasi sul rapporto strategico con la Russia. Tanto da far infuriare gli USA e spingere l’Ambasciata statunitense a Roma ad operare nell’ombra per creare una fronda anti-Berlusconi nel PDL – come documentato dalle rivelazioni di “Wikileaks”. La nostra diplomazia ha cercato di far valere questo rapporto privilegiato con Mosca per ottenere un veto al CdS, contrastando le prevedibili pressioni francesi in senso contrario? Oppure, per negligenza o altro, s’è limitata a sperare? Al momento non si può rispondere a queste domande.

Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, l’errore sta a monte: l’aver scelto la passività, affidandosi all’iniziativa ed alle scelte altrui. L’Italia doveva e poteva avere un ruolo attivo e di primo piano nella crisi libica, fin dal primo minuto.

È un’altra delle sindromi che affligge la diplomazia italiana, almeno quella repubblicana, il ritenere il nostro paese inadatto a prendere posizioni di forza, chiare e decise a sostegno del proprio interesse nazionale. Si tratta di un’eredità della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso della disfatta che derivò dall’avventurismo di Mussolini. E poggia su un fatto reale: l’Italia non ha i mezzi per una politica di Grandeur.

Eppure, dall’evitare l’avventurismo al rinunciare ad ogni iniziativa molto ne corre. Il nostro paese aveva tutte le carte in regola per prendere l’iniziativa nell’affaire Libia. L’Italia ha l’economia più ricca del Mediterraneo, Francia esclusa (ma la Francia non è un paese propriamente mediterraneo; è un paese del Nordeuropa che si affaccia sul Mediterraneo). Dei 17 paesi litoranei è il quarto più popoloso (hanno più abitanti Egitto, Francia e Turchia). Ha una posizione strategica nel centro del Mare. Infine, era il paese che intratteneva le relazioni più strette con la Libia.

Persino Hugo Chávez, presidente del lontano Venezuela, s’è proposto come mediatore nella vertenza libica, suscitando l’interesse di Unione Africana e Lega Araba ma il rifiuto, non a caso, di Parigi. Il problema è che non toccava ad un paese sudamericano, bensì all’Italia prendere una simile iniziativa, ed avrebbe potuto farlo in collaborazione con la Turchia, altra potenza mediterranea contraria alla guerra. Assieme, Roma e Ankara avrebbero potuto premere sulla Russia affinché usasse il suo potere di veto per frenare le opzioni belliche nel CdS, e favorire una soluzione negoziale della crisi.

Prima della Risoluzione 1973, la guerra civile libica stava rapidamente volgendo verso la conclusione, con la vittoria delle forze governative sui ribelli. Rinunciando all’obiettivo politico, ormai non più conseguibile se non a grave prezzo, di destituire Gheddafi, si poteva inviare una forza di pace variegata, con l’apporto di nazioni neutrali come l’Italia e la Turchia, dell’Unione Africana schierata col Governo libico e della Lega Araba che parteggia per i ribelli; forza di pace incaricata d’interporsi tra le armate in conflitto, disarmare i ribelli ormai prossimi alla sconfitta ma costringere Gheddafi a varare un’amnistia e qualche concessione minore. La missione internazionale sarebbe stata accettata, con tutta probabilità, dal Governo libico, dal momento che escludeva un attacco militare a suo danno; dai ribelli, perché scongiurava il bagno di sangue finale, poteva favorire l’espatrio di quelli più compromessi con la rivolta, e strappare a Tripoli concessioni che non era più possibile conquistare con le armi.

Questo è solo un possibile scenario di come l’Italia avrebbe potuto muoversi per frenare l’escalation della crisi libica. L’importante era porsi come elemento di mediazione, all’interno della Libia e tra la Libia ed il mondo esterno. Ciò non si è neppure tentato. Si è rinunciato all’azione per affidarsi passivamente alle scelte altrui. Quest’errore ha infilato l’Italia in un vicolo cieco da cui ormai non può più uscire se non con una sconfitta.

L’Italia non è una grande potenza, si ama ripetere; e dunque ci stava anche che perdesse la Libia. Ma è il modo che brucia, con la violazione del Trattato e l’attacco all’ex amico e partner di Tripoli. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che potevamo scegliere tra il disonore e la perdita della Libia; abbiamo scelto il disonore, e perderemo anche la Libia.

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

Tratto da Eurasia Online, 19 marzo 2011

 

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.