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Germania, fake news bandite per legge

Fonte: Gli Occhi della Guerra, 9 aprile 2017

 

Il governo tedesco ha approvato un disegno di legge, che potrebbe essere approvato prima della fine dell’estate dal Parlamento, per punire i social network che non rimuovono prontamente i contenuti “d’odio” o “falsi” postati dai loro utenti. A seconda di quanto siano manifestamente illeciti questi contenuti, soggetti come Facebook o Twitter avranno tra 7 giorni e 24 ore per rimuoverli, o rischieranno enormi pene pecuniarie, fino a 50 milioni di euro.

È manifesto come il tempo concesso sia in molti casi estremamente breve per giudicare se un contenuto sia vero o falso, lecito o “d’odio”. Tanto più che i dipendenti di un social network non dovrebbero in teoria avere le competenze giuridiche per definire rapidamente cosa sia o non sia hate speech, o quelle scientifico-giornalistiche per accertare quali fatti siano veri o falsi. Ma, soprattutto, non ne dovrebbero avere (in un Paese normale) la legittimità.

La cosa più incredibile e disturbante di tutte, in questa legge, è probabilmente il fatto che l’autorità giudiziaria sia chiamata in causa esclusivamente nel caso l’autorità amministrativa voglia far definire un contenuto come illecito per multare il social network. Ma laddove si tratti di decidere se censurare o meno un contenuto, ossia l’espressione del pensiero di un cittadino, la sentenza è demandata a un’azienda privata. Con tutto ciò che ne consegue in termini di mancanza di legittimità, garanzie giuridico-processuali e diritti per il cittadino che viene giudicato.

Visto l’impianto della normativa, è anche semplice capire come questa “psico-polizia privata” andrà ad operare nella pratica. Avrà l’autorità, anzi l’obbligo, di esercitare la censura senza passare per l’autorità giudiziaria, che anzi si pronuncerà solo laddove ravvisi da parte dei social network una censura non abbastanza efficiente. E le eventuali sentenze giudiziarie contro i social network saranno inappellabili.

Alberto Aimi, giurista dell’Università di Brescia e conoscitore della realtà tedesca, commenta: «Per scongiurare il rischio di essere sottoposti a un procedimento amministrativo sanzionatorio (il che ha sempre un certo costo, anche in caso di eventuale “assoluzione”) i provider saranno spinti ad adottare criteri “ampi” per la valutazione di illiceità dei contenuti pubblicati». Se i rischi vengono solo dal censurare troppo poco, la logica reazione sarà quella di censurare sempre, nel dubbio. «Infatti – prosegue il Dott. Aimi – mentre è facile immaginare che venga aperto un procedimento amministrativo contro il gestore del social network in caso di pubblicazioni di contenuti la cui illiceità penale appaia “dubbia”, è certamente più difficile che l’adeguatezza del sistema di controllo venga messa in discussione in caso di cancellazione dei medesimi contenuti».

Questa tendenza a un’interpretazione “espansiva” del dovere censorio andrà per giunta a innestarsi su categorie che, di per sé, già naturalmente si prestano a essere strumentalmente ampliate. La definizione di fake news, che istintivamente rimanda alla “bufala” conclamata, è in realtà stata spesso estesa anche all’interpretazione di fatti dubbi o persino alle opinioni non allineate col mainstream. Quando Facebook, proprio per pararsi da leggi draconiane tipo quella tedesca, ha varato negli USA un sistema di censura basato sul sedicente “fact-checking”, si è rivolto a uno schieramento di entità il cui orientamento politico è piuttosto monolitico. Nel caso del hate speech, invece, ancora più labile è la distinzione tra discorso d’odio ed espressione di un’opinione legittima. Ad esempio, contestare la politica delle porte aperte all’immigrazione sarà considerato un messaggio lecito o “xenofobo” e dunque illecito? Per quanto si è detto poco sopra, e cioè che i social network saranno punibili solo se avranno la mano leggera, è facile indovinare quale interpretazione faranno propria.

I successi elettorali dei populisti in molti Paesi occidentali ha suscitato la reazione terrorizzata dell’establishment. La paura spinge ad attaccare, e così si è subito passati a propugnare limitazioni al suffragio elettorale e alla libertà d’espressione. Questo disegno di legge tedesco è l’espressione più marchiana e palese di tali pulsioni antidemocratiche. È un triste ricorso storico che la Germania si sia posta all’avanguardia in ciò, ma potrà presto essere raggiunta da altri. Il Ministro della Giustizia Maas ha già chiesto che tutta l’Europa si adegui varando simili norme per la censura in Rete, e qualcuno in Italia si è già portato avanti.

Accertare i fatti o processare le opinioni? Il fact-checking come discorso politico

Fonte: Centro Studi Strategici e Politici Machiavelli, 27 marzo 2017

 

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La narrativa della post-verità – L’Oxford Dictionaries ha eletto vocabolo dell’anno “post-verità”, definito come l’aggettivo “relativo a o denotante circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti del formare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle credenze personali”. Secondo la narrativa dominante, tale inclinazione alla “post-verità” sarebbe sfruttata politicamente dalla Destra “populista”, la quale, grazie alla diffusione di false notizie (“fake news” secondo la popolare dizione inglese), sarebbe riuscita a cogliere grandi successi elettorali come la vittoria referendaria della Brexit e l’elezione alla presidenza di Donald Trump. Non a caso la formula “politica della post-verità” origina nel 2010, a opera del blogger David Roberts, come atto d’accusa contro i Repubblicani, freschi vincitori (anche allora) di consultazioni popolari1. Secondo Roberts gli elettori ragionano non sulla base dei fatti, bensì del fazionalismo: perciò un elettore di Destra sarà sempre ostile a proposte provenienti dalla Sinistra. La proposta di Roberts è dunque quella che la Sinistra sia chiusa a ogni mediazione con le istanze della Destra, spingendo invece per proprie risoluzioni radicali.

Siamo davvero nell’epoca della post-verità? Secondo Mario Pireddu2 dell’Università di Roma Tre, la tesi della “politica della post-verità” si baserebbe su una visione malintesa, deterministica e in ultima analisi falsa del funzionamento dei social media digitali. Non è vero che gli spazi della Rete creano isolamento autoreferenziale e assenza di confronto con le opinioni differenti (tesi delle echo chambers e della filter bubble).

Al contrario, mai come oggi è facile accedere a una pluralità di informazioni e opinioni, e verificare quanto si apprende. Emblematico del potere dei motori di ricerca è il caso di Stephen Glass, oggetto anche di una trasposizione cinematografica. Astro nascente del giornalismo Usa negli anni ‘90, Glass fondò la sua fortuna su un sistematico ricorso a notizie inventate. La sua carriera terminò bruscamente nel 1998, quando un giornalista riuscì infine a scoprirlo: il primo strumento utilizzato dal giornalista autore della richiesta furono proprio i motori di ricerca in Internet3. Internet rende forse più veloce la diffusione di false notizie, ma le diluisce in mezzo a una gran messe di altre informazioni, e soprattutto permette di reperire velocemente i riferimenti che le sbugiardano. Grandi casi di fake news nel giornalismo sono attestati nell’Ottocento e nel Novecento4, ma quelle storie avrebbero oggi vita più breve. Difficilmente una falsa notizia come quella della scoperta di animali e uomini alati sulla Luna, propagata dal “New York Sun” nel 1835, richiederebbe anche oggi intere settimane5 per essere sbugiardata. Al contrario, la clamorosa gaffe di molti media italiani, che lo scorso novembre hanno preso per vera una narrazione satirica di una conferenza stampa di Trump chiaramente inventata, è stata denunciata nel giro di poche ore grazie alla facilità con cui si è potuto risalire alla fonte (un blogger de “The Huffington Post”) tramite Internet6.

La biblioteca dell’Università di Harvard ha pubblicato una “guida di ricerca” dedicata a “false notizie, disinformazione e propaganda”7. Essa rimanda a una “lista informale”8, compilata da una ricercatrice, nella quale a fianco di siti realmente produttori di bufale, sono elencati anche “Wikileaks” e “Breitbart”. In particolare, quest’ultimo (il sito di riferimento della Destra trumpiana) è messo all’indice perché “political”, “unreliable” e con “bias”. Se si consulta la legenda, si scopre che tali etichette si riferiscono rispettivamente al fatto di supportare una determinata visione politica pur fornendo informazioni verificabili, a quello che le fonti potrebbero essere affidabili ma è meglio verificarle, e al fatto che le fonti hanno un loro punto di vista. Sostanzialmente, appunti validi per qualsiasi fonte d’informazione, a meno di confidare in un’oggettività assoluta in cui da tempo non crede più nessun giornalista, mediologo o scienziato.

La contrapposizione, oggi molto di moda, tra “fatti” e “false notizie”, tra “post-verità” e “verità”, si scontra inoltre con tendenze consolidate nell’epistemologia occidentale. Trovando ispirazione in Nietzsche, pensatori come Foucault e Derrida hanno proposto una teoria costruttivista della realtà. Da un punto di vista gnoseologico, si afferma la centralità dell’atto della conoscenza rispetto all’oggetto conosciuto. Vi è sempre una mediazione, dei sensi e dell’intelletto, tra la realtà e il soggetto della conoscenza. In particolare, quest’ultimo acquisisce e interpreta le sue conoscenze sulla base di pregiudizi, assunti, a priori che derivano dalla società in cui è situato. La conoscenza è perciò sempre soggettiva, e, secondo una fortunata formula ripresa sempre da Nietzsche, non esistono i fatti ma solo le interpretazioni.

Anche senza ricorrere all’epistemologia costruttivista, è evidente come quello di verità sia un concetto difficoltoso da declinare nel concreto. I “fatti” veri e propri, quelli percepibili da tutti nella medesima maniera e senza dare adito a controversie sulla loro natura, sono in realtà una piccola parte delle informazioni e idee con cui abbiamo a che fare. Ciò appare sfuggire ai paladini della nuova causa, glorificati dalla narrativa dominante: i fact-checker.

I punti deboli del fact-checking – L’industria del fact-checking nasce negli Usa nel 2003 col sito “FactCheck.com”, cui fanno seguito nel 2007 “PolitiFact” (vincitore poi di un Premio Pulitzer) e “The Fact Checker” del “Washington Post”. Questi sono, com’è attestato fino a qualche anno fa, i più attivi nel fact-checking americano9. Se questi tre sono fondati da giornalisti e accademici, lo stesso non vale per “Snopes.com”, un altro popolarissimo sito di accertamento fatti incluso da “Facebook” nella sua lista di partner contro le fake news10. “Snopes” è stato fondato ed è ancora posseduto da David Mikkelson, un informatico che, grazie alle entrate pubblicitarie, ha fatto del fact-checking il proprio mestiere. David Mikkelson è stato accusato dalla ex moglie, nonché co-fondatrice di “Snopes”, d’aver distratto da esso decine di migliaia di dollari per spese personali, incluse prostitute. La nuova consorte, Elyssa Young, è stata assunta in “Snopes” ma, come scoperto dal “Daily Mail”, fino a tempi recenti la sua attività era stata quella di escort11. Ciò ha sollevato domande sull’integrità e competenza dello staff di questo popolare sito di fact-checking.

Al di là delle vicende personali, la cosa da notare è che i fondatori di “Snopes” non provengono né dal giornalismo né dall’accademia. Se ciò rappresenta un’eccezione nel panorama del fact-checking americano, risulta invece la norma in quello italiano. Una rapida ricerca sull’identità dei proprietari dei più famosi siti di fact-checking nostrani e dei loro contributori rivela come si tratti in gran parte dei casi di dilettanti, estranei a giornalismo e accademia. Il dilettantismo o la mancanza di formazione specifica non autorizza a liquidare queste realtà come totalmente inaffidabili, ma solleva però alcuni dubbi sulla loro autorevolezza e capacità di rispettare tutti i criteri, epistemologici e di utilizzo delle fonti, che la funzione richiederebbe.

A prescindere da chi lo pratichi, il fact-checking si espone a critiche. Uscinski e Butler12 hanno elencato una serie di problemi di metodo: la pretesa di sentenziare su asserzioni che non sono fatti e non sono verificabili; la forzata riduzione della complessità del reale al “bianco e nero” del vero o falso; la mancanza di criteri di selezione dei casi da esaminare così come delle fonti e definizioni da utilizzare; l’ignoranza dei metodi scientifici necessari a valutare complesse relazioni causali in ambito politico-sociale; il fondare valutazioni su previsioni del futuro, per definizione inverificabili. La loro conclusione è che i fact-checker, diffondendo la nozione che la realtà non sia ambigua ma facilmente inquadrabile in uno schema binario vero-falso, non stiano rendendo un buon servizio alla società. In un altro studio si sono rilevate, nei tre maggiori accertatori di fatti americani, incoerenze rivelatrici di pregiudizi nella selezione delle notizie da valutare, mancanza di metodologia scientifica o quanto meno di procedure standardizzate nella valutazione, differenti valutazioni fornite rispetto alla medesima asserzione13. Confrontando i verdetti politici di due importanti siti di fact-checking, si è osservato come esso coinvolga giudizi soggettivi, “come qualsiasi altra forma di giornalismo”, e che perciò “gli elettori dovrebbero ancora decidere da sé stessi di quali fatti fidarsi”14.

Il fact-checking è stato descritto come giornalismo d’opinione travestito da giornalismo oggettivo15 o, peggio, velata continuazione della politica per mezzo del giornalismo16. Il potente linguaggio della valutazione dei fatti oggettivi è portato al di fuori del suo ambito ristretto, quello appunto dei fatti oggettivi, e utilizzato per nobilitare quelle che sono semplici contro-argomentazioni a opinioni altrui17. Quando si occupa di politica, più che verificare i fatti soppesa gli argomenti: il che è compito d’un normale commentatore, che non dovrebbe pretendere l’autorevolezza assoluta di chi “accerta i fatti”18. Le opinioni del fact-checker, o di determinati analisti, sono contrapposte a quelle del politico di turno, ma le prime presentate come la verità indiscutibile19. È questionabile la tendenza dei fact-checker a non perdonare l’uso di iperboli e altri artifici retorici ai politici, focalizzandosi sulle minuzie del linguaggio più che sul senso delle loro asserzioni per giudicare queste ultime “false”20. Altre volte, asserzioni letteralmente vere sono giudicate come fallaci poiché i fact-checker vi leggono arbitrariamente significati ulteriori21.

Con riferimento a “Snopes”, si è lamentata la mancanza di trasparenza rispetto al modo in cui le storie vengono selezionate e valutate, o rispetto alla selezione del personale per garantire professionalità e neutralità; si è inoltre lamentata la pratica di non contattare gli autori degli articoli che sono giudicati falsi per permettere loro di rivelare confidenzialmente eventuali fonti segrete22.

Giudici parziali – Secondo Greg Marx23, nella pratica il fact-checking è parte d’uno sforzo per plasmare il discorso pubblico: non decide solo quali affermazioni siano vere, ma soprattutto quali siano legittime. Ciò porta dritto al punto: quale ideologia, o visione del mondo, accomuna i fact-checker?

Melissa Zimdars, la giovane ricercatrice artefice della sopra menzionata lista di siti da evitare, si descrive nel suo profilo Twitter come “femminista, attivista”24 e non ha mancato di fare esternazioni ostili al Presidente Trump e al Vice-Presidente Pence25. La dott.ssa Zimdars è però in abbondante compagnia, tra quanti vogliono combattere la “post-verità” e hanno un orientamento politico personale di Sinistra.

Prendiamo ad esempio la rete di fact-checker patrocinata dal marchio Poynter, cui Facebook ad esempio si appoggia per decidere se una notizia sia falsa, etichettandola di conseguenza come “disputed” e limitandone automaticamente la diffusione. Poynter è un’entità autorevole nel mondo del giornalismo, ma non necessariamente super partes. Il 9 novembre scorso, ad esempio, pubblicava a firma di Kelly McBride (non una penna occasionale, ma una sua alta dirigente) un commento all’elezione di Donald Trump che cominciava così: “Talvolta il peggio accade”26. E continuava descrivendo il presidente eletto come una persona che “usa gli stranieri quali capri espiatori, marginalizza le donne, invoca la violenza contro le minoranze religiose […] è più bugiardo dei suoi rivali”. E incitava i colleghi giornalisti a perseverare nella lotta. Un articolo di Melody Kramer27, pubblicato prima delle elezioni, negava invece che i media fossero faziosi nella contesa tra Trump e la Clinton, malgrado evidenze in senso contrario28. La rete ha vari finanziatori, tra cui il non certo apolitico George Soros tramite la Open Society Foundation29.

Varie componenti della rete di Poynter hanno ricevuto accuse di essere schierati politicamente, e tutti dalla stessa parte. È il caso ad esempio di ABC News, il cui principale corrispondente politico durante la recente campagna presidenziale negli Usa, George Stephanapoulos, oltre a essere ex portavoce di Bill Clinton, era un abituale donatore alla Clinton Foundation – fatto non rivelato agli spettatori come buona condotta etica avrebbe richiesto. Secondo il Pew Center, la ABC è considerata una fonte attendibile dalla maggioranza di spettatori liberal ma da una minoranza di quelli conservatori30.

“Politifact” è indirettamente di proprietà del Poynter Institute che dovrebbe poi valutarne l’aderenza ai princìpi etici necessari a far parte della rete. Poynter ha infatti la proprietà del promotore di “Politifact”, il giornale “Tampa Bay Times”, che alle ultime elezioni ha dato il suo endorsement a Hillary Clinton e al locale candidato democratico al Senato31. È stato calcolato che “Politifact” si focalizza maggiormente su, e con maggior frequenza giudica come false, le affermazioni di politici repubblicani rispetto a quelle di democratici32. Forse questi ultimi mentono davvero di più, ma numerosi critici ritengono invece che “Politifact” interpreti le loro asserzioni in maniera più letterale, trovando così quasi sempre una virgola cui aggrapparsi per invalidarle33. Il pregiudizio potrebbe essere non solo di natura ideologica, ma talvolta anche determinato da conflitti d’interessi: “Politifact” ha difeso un programma della Fondazione Clinton in Africa da talune accuse, omettendo però di rivelare ai lettori che un loro finanziatore ha finanziato anche quello stesso programma (la buona etica giornalistica impone di dichiarare sempre possibili conflitti di interesse)34.

Proposte normative – Non solo i gestori dei servizi Internet, ma pure i politici si stanno muovendo sul tema delle fake news con proposte ad hoc.

In Italia uno schieramento trasversale di senatori ha avanzato il disegno di legge S. 2688 sulla “prevenzione della manipolazione dell’informazione online”35. Esso presenta aspetti problematici fin dalla relazione. I firmatari considerano “peggio ancora” delle bufale le “opinioni che […] rischiano di apparire più come fatti conclamati che come idee”. I quattro senatori giudicano queste opinioni “legittime”, ma è comunque un campanello d’allarme che, in un documento ufficiale, le opinioni siano accostate alle fake news – tra l’altro in una proposta di punire queste ultime come reato. Non meno problematici i richiami ai contenuti “considerati falsi” che misteriosi “selettori software” dovrebbero rimuovere. I senatori sembrano rendersi conto di quanto sia spesso insidioso distinguere tra vero e falso, laddove lamentano che “notizie relative a fatti eclatanti, anche di cronaca, sono state considerate ‘fake news’ con conseguenti ritardi dei relativi interventi”, ma non pare che tale consapevolezza si traduca in una riflessione autocritica sulla propria tesi.

A livello di proposte normative, si comincia con l’art. 656 c.p., quello sulla diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, che è duplicato in un bis dedicato esplicitamente all’utilizzo di mezzi elettronici/telematici. Eliminando però un discrimine fondamentale: l’art. 656 configura il reato solo qualora “possa essere turbato l’ordine pubblico”, mentre il proposto bis elimina tale requisito.

L’aggiunta di un bis e di un ter all’art. 265 c.p. andrebbe a punire con la carcerazione la diffusione di “voci o notizie false, esagerate o tendenziose che possano destare pubblico allarme” o “recare nocumento agli interessi pubblici” o “fuorviare settori dell’opinione pubblica”. Il punto è che l’attuale art. 265 è quello sul “disfattismo politico”, che punisce la diffusione delle suddette voci o notizie false, esagerate e tendenziose ma “in tempo di guerra”. I proponenti vorrebbero insomma traslare in tempo di pace una norma pensata per il tempo di guerra. Così il “menomare la resistenza della nazione di fronte al nemico” è trasformato, nella casistica più grave pensata dai proponenti (con pena detentiva non inferiore ai due anni), in “minare il processo democratico, anche a fini politici”. Una formulazione pericolosamente ambigua, se si pensa ai preoccupati richiami, fatti nella relazione illustrativa, all’ascesa (pur democratica e legale) dei movimenti populisti.

L’ultima importante disposizione del ddl è quella di rendere i gestori delle piattaforme informatiche una sorta di sceriffi del web. Essi non solo potranno, ma anzi avranno il dovere di monitorare costantemente i contenuti pubblicati dagli utenti, e avranno il diritto/dovere di cancellarli prontamente laddove “ne stabiliscono la non attendibilità”. Con tale norma la decisione di ciò che è vero e ciò che è falso si sposterebbe da uno strumento istituzionale, costituzionalmente regolato, quali sono i tribunali, a privati sui quali non vi è alcun controllo democratico. Non solo si incoraggiano, ma anzi si rendono obbligatorie ed estremizzate (non più la semplice indicazione di “controversia” ma la cancellazione d’autorità) mosse come quella di Facebook sul controllo dei propri contenuti. Un controllo che, come si è illustrato, appare privo di qualsiasi garanzia di scientificità e neutralità.

Lotta alle false notizie o alle opinioni divergenti? – Il discorso su fake news e post-verità poggia su alcuni elementi concreti, quali ad esempio la diffusione di siti produttori di notizie deliberatamente false che circolano rapidamente grazie ai social networks, o la polarizzazione dello spettro politico di molti Paesi con conseguente “tribalismo” degli elettori. Tuttavia, questo discorso tradisce la propria strumentalità politica nel momento in cui imputa tutte le colpe a un’unica parte politica, la Destra (in particolare nella sua accezione “populista”), ritenendo l’altra, la Sinistra (o in generale quella “politicamente corretta”) come una vittima innocente di tali meccanismi36. Si è giunti a sostenere che, anche in assenza di falsità, la semplice ri-circolazione di idee che partono dai media di Destra non sia definibile “informazione”, ma al più, spregiativamente, “re-informazione”37.

Lo psicologo liberal Jonathan Haidt ha ricavato dai suoi studi la conclusione che gli individui di Sinistra, maggiormente convinti della loro razionalità e apertura mentale, siano in realtà meno capaci di comprendere le posizioni diverse dalle proprie38. La reazione ai recenti successi elettorali delle Destre è sfociata in genere nella delegittimazione, con l’idea che l’elettorato di Destra sia composto da persone ignoranti39. Malgrado studi recenti suggeriscano che i livelli di disinformazione siano eguali tra persone di Sinistra o di Destra40, la narrativa dominante si focalizza sulle presunte lacune conoscitive di questi ultimi. Ne consegue che la loro scelta non sia legittimamente fondata su propri valori e opinioni, bensì oggettivamente “sbagliata”. Il successivo passaggio logico è quello di proporre di limitare la libertà di voto, cosa effettivamente successa da parte di media e giornalisti di primo piano41.

Di fronte a un’opinione o decisione diversa dalla propria, si può reagire in due diverse maniere: la prima è quella di riconoscerla come frutto di valori legittimi o interessi oggettivi diversi dai propri; la seconda è quella di ritenere che solo i propri valori siano legittimi e solo i propri interessi oggettivi, e che dunque l’altro sia mosso o da malvagità (valori e interessi illegittimi) o da incapacità (non riesce a comprendere chi meglio difenda i giusti valori e interessi). Il discorso sulla post-verità è sorto come corollario di quest’ultima posizione da parte della cultura egemone: gli elettori “sbagliano” perché “incapaci”, e a fuorviarli sarebbero state le fake news diffuse ad arte dalla Destra. Si tratta di una visione delle cose egocentrica al punto da negare l’Altro, se non come erroneo e contingente scostamento dal Sè (quest’ultimo perfetto parametro di Verità e Giustizia). Non si mancherà di cogliere anche l’implicito impianto complottista, poiché la diffusione capillare di fake news che favoriscano un’unica parte politica non è ipotizzabile senza una regia e una strategia. Alcuni si sono spinti fino ad esplicitare questo sostrato complottista, individuando come artefice della mega-cospirazione globale l’immancabile Vladimir Putin42.

Conclusioni – Non si può ignorare, né mostrarle indulgenza, la proliferazione di siti e blog sensazionalistici, o incentrati su false notizie, che deteriorano la qualità dell’informazione. Tuttavia, bisogna dare il giusto peso alle cose, e riconoscere che questi ben noti fenomeni hanno un impatto meno grave rispetto allo scadimento di qualità che ormai da anni interessa i media mainstream. In ciò Internet può aver avuto un ruolo, ma il click-baiting non è che la versione digitale del vecchio ricorso a titoli sensazionalistici per attirare l’occhio del lettore nelle edicole.

A questi mali si può rispondere incentivando nei cittadini, tramite l’educazione, l’interesse verso le questioni politicamente rilevanti (rispetto al gossip e alle curiosità) e lo spirito critico nel valutare ciò si legge, vede o ascolta. Con la consapevolezza che manipolazione, propaganda, false credenze, sono costanti nella storia umana e che non siamo dunque di fronte a una svolta epocale.

Quest’idea della svolta epocale serve, del resto, a legittimare misure e idee radicali, le quali costituiscono, più che una cura, autentici veleni per la democrazia. L’idea che tutti o quasi i pensieri e le espressioni siano facilmente distinguibili lungo il discrimine binario del vero e del falso, e che ciò che un’autorità giudica falso vada sempre bandito o peggio punito, rimanda a epoche oscure della storia umana. In teoria applicare ciò solo ai casi in cui sia manifesta, palese e conclamata la falsità di un’affermazione, può risultare accettabile. Tutti i nostri sistemi giuridici puniscono già, ad esempio, la diffamazione, senza bisogno di nuove leggi. Il problema è che la pratica del fact-checking ha già dimostrato come il giudizio straripi nel campo dell’opinione, e come anzi il giudizio sulle opinioni divenga persino prevalente. Il lavoro di fact-checking è dunque prezioso, da tutelare e incentivare nella misura in cui davvero si dedichi all’accertamento dei fatti, ma va evitata la sua strumentalizzazione politico-ideologica, come giudice falsamente oggettivo delle opinioni, né tanto meno si possono elevarne i verdetti a legge.

Oltre ai chiari effetti censori, il pericolo deriva dall’idea stessa di interpretare la politica non più come contesa tra valori e opinioni differenti, ma tra Vero e Falso. Il primo è il tipo della democrazia, il secondo delle guerre di religione. Evitare la delegittimazione dell’interlocutore politico è non meno, anzi più, importante che garantire un’informazione il più possibile corretta.

1 D. ROBERTS, Post-truth politics, “Grist”, 1 Apr. 2010, <http://grist.org/article/2010-03-30-post-truth-politics/&gt;.

2 M. PIREDDU, Storia naturale della post-verità, “Doppiozero”, 1 Dic. 2016, <http://www.doppiozero.com/materiali/storia-naturale-della-post-verita&gt;.

3 A.L. PENENBERG, Lies, damn lies and fiction, “Forbes”, 11 May 1998, <https://www.forbes.com/1998/05/11/otw3.html&gt;.

4 D. UBERTI, The real history of fake news, “Columbia Journalism Review”, 15 Dec. 2016, <http://www.cjr.org/special_report/fake_news_history.php&gt;.

5 D.V. FALK, Thomas Low Nichols, Poe and the “Balloon Hoax”, “Poe Studies”, Vol. V, No. 2 (Dec. 1972), pp. 48-49.

6 No, Trump non ha insultato la Statua della Libertà, “Il Post”, 20 Nov. 2016, <http://www.ilpost.it/2016/11/20/trump-statua-della-liberta/&gt;.

7 HARVARD LIBRARY, Fake news, misinformation, and propaganda, <http://guides.library.harvard.edu/fake&gt;.

8 M. ZIMDARS, False, misleading, clickbait-y, and/or satirical “news” sources, <https://docs.google.com/document/u/1/d/10eA5-mCZLSS4MQY5QGb5ewC3VAL6pLkT53V_81ZyitM/mobilebasic&gt;.

9 A. WINTERSIECK, K. FRIDKIN, The rise of fact checking in American political campaigns, in AA.VV., The Praeger handbook of political campaigning in the United States, Praeger, New York, 2015.

10 M. REYNOLDS, Facebook partners with Snopes and Associated Press to tackle fake news, “Wired”, 16 Dec. 2016, <http://www.wired.co.uk/article/facebook-tackles-fake-news&gt;.

11 A. GOODMAN, Facebook “fact-checker” who will arbitrate on “fake news” is accused of defrauding website to pay for prostitutes – and its staff includes an escort-porn star and “Vice-Vixen domme”, “Daily Mail”, 21 Dec. 2016, <http://www.dailymail.co.uk/news/article-4042194/Facebook-fact-checker-arbitrate-fake-news-accused-defrauding-website-pay-prostitutes-staff-includes-escort-porn-star-Vice-Vixen-domme.html&gt;.

12 J.E. USCINSKI, R.W. BUTLER, The epistemology of fact-checking, “Critical Review”, Vol. 25, No. 2 (2013), pp. 162-180.

13 M. MARIETTA, D.C. BARKER, T. BOWSER, Fact-checking polarized politics: does the fact-check industry provide consistent guidance on disputed realities?, “The Forum”, Vol. 12, No. 4 (2015), pp. 577-596.

14 CENTER FOR MEDIA AND PUBLIC AFFAIRS, PolitiFact hits GOP, but Wash Post faults both parties, George Mason University.

15 J. TARANTO, The “fact checking” fad, “Wall Street Journal”, 7 Oct. 2008, <https://www.wsj.com/articles/SB122339946870411861&gt;.

16 J.E. USCINSKI, The epistemology of fact-checking (is still naive): rejoinder to Amazeen, “Critical Review”, Vol. 27, No. 2 (2015), pp. 243-252.

17 G. MARX, What the fact-checkers get wrong, “Columbia Journalism Review”, 5 Jan. 2012, <http://archives.cjr.org/campaign_desk/what_the_fact-checkers_get_wro.php&gt;.

18 C. CROOK, Fact-checking: a clarification, “The Atlantic”, 4 Sept. 2012, <https://www.theatlantic.com/politics/archive/2012/09/fact-checking-a-clarification/261945/&gt;.

19 M. HEMINGWAY, Lies, damned lies, and “fact checking”, “Weekly Standard”, 19 Dec. 2011, <http://www.weeklystandard.com/lies-damned-lies-and-fact-checking/article/611854&gt;; G. GREENWALD, PolitiFact and the scam of neutral expertise, “Salon”, 5 Dec. 2011, <http://www.salon.com/2011/12/05/politifact_and_the_scam_of_neutral_expertise/&gt;.

20 K. RIDDELL, Eight examples where “fact-checking” became opinion journalism, “Washington Times”, 26 Sept. 2016, <http://www.washingtontimes.com/news/2016/sep/26/eight-examples-where-fact-checking-became-opinion-/&gt;.

21 B. SMITH, The facts about the fact checkers, “Politico”, 1 Nov. 2011, <http://www.politico.com/story/2011/11/the-facts-about-the-fact-checkers-067175&gt;.

22 K. LEETARU, The Daily Mail Snopes story and fact checking the fact checkers, “Forbes”, 22 Dec. 2016, <https://www.forbes.com/sites/kalevleetaru/2016/12/22/the-daily-mail-snopes-story-and-fact-checking-the-fact-checkers/#1399ba71227f&gt;.

23 G. MARX, What the fact-checkers get wrong, cit.

25 M. BALAN, LA Times boosts Professors’s “fake news” list that smears conservative sites, “mrc News Busters”, 16 Nov. 2016, <https://www.newsbusters.org/blogs/nb/matthew-balan/2016/11/16/la-times-boosts-professors-fake-news-list-smears-conservative&gt;.

26 K. MCBRIDE, Journalists, it’s time to get back to work, “Poynter”, 9 Nov. 2016, <http://www.poynter.org/2016/journalists-its-time-to-get-back-to-work/438452/&gt;.

27 M. KRAMER, Is media bias really rampant? Ask the man who studies it for a living, “Poynter”, 24 Oct. 2016, <http://www.poynter.org/2016/is-media-bias-really-rampant-ask-the-man-who-studies-it-for-a-living/435840/&gt;.

28 D. SCALEA, “Vota Hillary”. Così i media americani sono diventati fazione politica, “Il Foglio”, 24 Ott. 2016, <http://www.ilfoglio.it/esteri/2016/10/24/news/vota-hillary-cosi-i-media-americani-sono-diventati-fazione-politica-105720/&gt;.

29 POYNTER, About the International Fact-Checking Network, <https://www.poynter.org/about-the-international-fact-checking-network/&gt;.

30 PEW RESEARCH CENTER, Where news audience fit on the political spectrum, 21 Ott. 2016, <http://www.journalism.org/interactives/media-polarization/&gt;.

31 EDITORIAL BOARD, At a glance: Tampa Bay Times general elections recommendations, “Tampa Bay Times”, 21 Oct. 2016, <http://www.tampabay.com/opinion/editorials/at-a-glance-times-general-election-recommendations/2297029&gt;.

32 E. OSTERMEIER, Selection bias? PolitiFact rates Republican statements as false at 3 times the rate of democrats, “Smart Politics”, 10 Feb. 2011, <http://editions.lib.umn.edu/smartpolitics/2011/02/10/selection-bias-politifact-rate/&gt;; M. NASH, Assessing truth in the information age: evidence from PolitiFact, Master of Public Policy Essay, Oregon State University, 2012, <http://ir.library.oregonstate.edu/xmlui/bitstream/handle/1957/34542/michael_nash_mpp.pdf?sequence=1&gt;; Center for Media and Public Affairs, Group rates democrats more truthful in campaign 2012, George Mason University, 2012, <http://cmpa.gmu.edu/study-politifact-rates-gop-as-biggest-liar/&gt;.

33 B. BOZELL, The Liberal tilt at PolitiFact, “Townhall”, 29 Jun. 2016, <https://townhall.com/columnists/brentbozell/2016/06/29/the-liberal-tilt-at-politifact-n2185076&gt;.

34 L. CARROLL, FBI findings tear holes in Hillary Clinton’s email defence, “PolitiFact”, 6 Jul. 2016, <http://www.politifact.com/truth-o-meter/statements/2016/jul/06/hillary-clinton/fbi-findings-tear-holes-hillary-clintons-email-def/&gt;.

35 SENATO DELLA REPUBBLICA, Disegno di legge n. 2688, XVII Legislatura, <http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/1006504/index.html&gt;. Cfr. D. SCALEA, Tutte le ambiguità contenute nella legge sulle fake news, “Il Foglio”, 17 Feb. 2017, <http://www.ilfoglio.it/politica/2017/02/17/news/fake-news-cosa-dice-la-proposta-di-legge-al-senato-121091/&gt;.

36 T. YOUNG, The truth about “post-truth politics”, “The Spectator”, 16 Jul. 2016, <https://www.spectator.co.uk/2016/07/the-truth-about-post-truth-politics/&gt;.

37 L. BIANCHI, La verità sul video “La verità sui migranti”, 14 Mar. 2017, <https://www.vice.com/it/article/analisi-video-verita-sui-migranti-luca-donadel&gt;.

38 J. HAIDT, The righteous mind, Pantheon, New York, 2012.

39 Si veda, a puro titolo di esempio: D. GRASSUCCI, Brexit: hanno scelto i vecchi ignoranti, “Linkiesta”, 24 Giu. 2016, <http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2016/06/24/brexit-hanno-scelto-i-vecchi-ignoranti/24397/&gt;. Cfr. D. SCALEA, Brexit: rassegnatevi, il voto dei poveri e degli “ignoranti” vale quanto il vostro, “L’Huffington Post”, 27 Giu. 2016, <http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/brexit-rassegnatevi-il-voto-dei-poveri-e-degli-ignoranti-conta-quanto-il-vostro_b_10664694.html&gt;.

41 Cfr. D. HARSANYI, We must weed out ignorant Americans from the electorate, “Washington Post”, 20 Mag. 2016, <https://www.washingtonpost.com/opinions/we-must-weed-out-ignorant-americans-from-the-electorate/2016/05/20/f66b3e18-1c7a-11e6-8c7b-6931e66333e7_story.html&gt;. Cfr. D. SCALEA, Contro i contestatori “à la page” del suffragio universale, 6 Giu. 2016, <http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/contestatori-suffragio-universale_b_10286424.html&gt;.

42 R. OLIPHANT, R. MULHOLLAND, J. HUGGLER, S. BOZTAS, How Vladimir Putin and Russia are using cyber attacks and fake news to try to rig three major European elections this year, “Telegraph”, 13 Feb. 2017, <http://www.telegraph.co.uk/news/2017/02/13/vladimir-putin-russia-using-cyber-attacks-fake-news-try-rig/&gt;.

«Vi racconto cosa c’è dietro alla guerra di intelligence, media e politica contro Trump»

Fonte: Diario del Web

 

ROMA«Il tramonto dell’Occidente». Con queste parole buona parte della stampa mainstream ha accolto l’elezione di Donald J. Trump, il presidente del «politicamente scorretto», che ha fatto della rottura rispetto al «sistema» e all’«establishment» la propria cifra. Ma come interpretare più correttamente il «fenomeno Trump» e, soprattutto, quali conseguenze porterà all’assetto geopolitico attuale? Ne abbiamo parlato con Daniele Scalea, direttore generale dell’Istituto  di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

Il caso Flynn
Non c’è dubbio che il nuovo Comandante in Capo degli Stati Uniti sia attualmente sotto il fuoco incrociato di oppositori politici e apparati. Pressioni di cui le dimissioni di Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale accusato di «legami» con la Russia, sono una vivida testimonianza.  Resta da chiarire se Flynn sia stato intercettato incidentalmente, perché parlava con l’Ambasciatore russo, o se fosse oggetto di sorveglianza. Ad ogni modo, queste intercettazioni sono circolate rapidamente degli apparati e «casualmente» finite nelle mani della stampa. Una circostanza che difficilmente risponde alle logiche comuni di sicurezza nazionale.

Siamo al tramonto dell’Occidente?
E’ insomma in atto una vera e propria guerra tra Trump, colui che vuole scardinare il sistema, e i media, che del sistema sono espressione? Certamente, le logiche politico-editoriali cui i quotidiani americani rispondono, in virtù di una sempre maggiore concentrazione oligopolistica, fotografano un mondo dell’informazione nettamente critico nei confronti del nuovo Presidente. Ma derubricare la vittoria del tycoon a simbolo del «tramonto dell’Occidente» non tiene conto di ciò che sta alla base. Come quello scollamento tra ampi settori della società e mondo della politica e dell’informazione, un mondo spesso rimasto appannaggio di élites economiche, politiche e culturali, che tendono a perdere di vista le reali e pressanti esigenze del popolo.

I rischi del dibattito sulle fake news
Le stesse categorie di «fake news» e «post-Verità» tanto presenti nel dibattito attuale sono indicative di una tendenza, per così dire, «manichea» nel dividere il mondo rigidamente in «vero» e «falso», «buoni» e «cattivi». Il rischio, cioè, è che chi si arroga il diritto di riconoscere ciò che è «verità» finisca, di fatto, per calarla dall’alto, catalogando semplicisticamente il mondo dell’informazione in base all’opinione più diffusa. Un rischio che, di fatto, si riscontra anche a proposito del disegno di legge attualmente in discussione in Senato, che si propone idealmente a contrastare i casi di manipolazione dell’informazione online.

Globalismo e sovranità
La vittoria di Trump, però, ha portato alla luce anche un’altra questione: quella che riguarda la globalizzazione. Si ravvisano infatti due tendenze contrapposte: da un lato un sempre maggior globalismo, dall’altro un ritorno alla difesa dello Stato e della sua sovranità. Difficile dire, secondo Scalea, quale tendenza risulti vincente. Fino a una decina di anni fa, certamente era il «mantra» della globalizzazione a prevalere. Di certo, a suo avviso la protezione dei confini nazionali in quanto tali non è un male, come non lo è la difesa dell’identità, elemento da sempre connaturato all’umano. Lo dimostra quell’«etnicizzazione di ritorno» che subiscono le terze e le quarte generazioni di immigrati, i quali, incapaci di riconoscersi del tutto nella cultura di arrivo ed «espropriati» della propria origine, tendono poi a recuperarla.

Ah, ma non è Lercio

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

 

Mercoledì, quando la stampa italiana ha riportato la notizia delle ultime indiscrezioni su Trump, l’ha spesso fatto in maniera ambigua e inaccurata. Gli articoli lasciavano intendere che queste ultime informazioni venissero da un lavoro dell’intelligence Usa: il Corriere ad esempio parlava di «indagine dell’intelligence», la Repubblica di «lavoro dell’intelligence Usa», secondo entrambi con l’intervento a supporto dei servizi britannici. Ciò, malgrado la stampa Usa, fin dall’inizio, chiarisse trattarsi di note realizzate da un autore indipendente dietro commissione di una entità privata. Ma non si tratta né del primo né del più clamoroso svarione realizzato dai media italiani quando si parla di Trump.

Lo scorso 20 novembre Rai News, La 7, Il Giornale, il Corriere, la Repubblica e altre testate nostrane arrivarono a presentare come vera una finta intervista a Trump inventata dall’autore satirico Chris Lamb. In questa intervista si faceva esprimere al Presidente-eletto l’intenzione di abbattere la Statua della Libertà, eventualmente sostituendola con una nuova avente le fattezze della consorte Melania – ma non più con in mano la fiaccola, bensì raffigurata nel gesto di fare il dito medio. Sembra incredibile, ma il gotha del giornalismo italiano per alcune ore presentò come vere queste dichiarazioni. Quando lo svarione fu denunciato, alcuni si limitarono a cancellare in fretta e furia l’errore, e pochi ebbero il buon gusto di scusarsi coi lettori. Tra questi Repubblica, che tuttavia incolpò sostanzialmente Trump perché la sua retorica avrebbe reso verosimile la notizia.
Il problema sembrerebbe stare nella comprensione dei testi in lingua inglese. Come gli stessi media ci ricordano di frequente, si definisce analfabetismo funzionale l’incapacità di comprendere un testo che pure si sa leggere. Non riuscire a distinguere una satira aperta da una notizia; fraintendere una nota di un investigatore indipendente con l’indagine ufficiale di tutte le intelligence Usa; non capire che «ex agente del Mi6» non significa «i servizi britannici come istituzione» – potrebbero essere considerati analfabetismo funzionale nella lingua inglese? Tutto sembrerebbe coincidere, se non fosse per il notorio collegamento, anch’esso raccontato nei giornali, tra l’essere analfabeta funzionale e l’essere populista.

I giornalisti di cui parliamo, infatti, sono assolutamente ortodossi, e ai populisti li odiano. Al punto da considerarli la causa di effetti che li precedono temporalmente. Il 5 gennaio Repubblica titolava: «Effetto Brexit sui treni in Uk: tariffe sei volte più alte che nel resto d’Europa». Il titolo non lascia spazio a molte interpretazioni: si collegano una causa (la Brexit) ad un effetto (le tariffe sei volte più care). Peccato che quelle tariffe fossero sei volte più care anche un anno fa, quindi mesi prima che si tenesse il referendum sulla Brexit. Del resto, leggendo l’articolo stesso, si scopre che “anche” alla Brexit è imputabile un aumento dell’inflazione del 1,2% in Novembre, che a sua volta avrebbe (il condizionale è d’obbligo) provocato un aumento delle tariffe dei treni del 2,3%. Insomma: la montagna del titolo ha partorito un topolino.

Considerando che questi svarioni della grande stampa vanno spesso contro i “populisti”, si potrebbe immaginare che a pesare siano i pregiudizi dei giornalisti: vale a dire, non veri errori bensì manipolazioni, consce o inconsce (wishful thinking). Ma prendiamo Augusto Del Noce, che col populismo c’entra ben poco. Orbene, lo scorso 30 dicembre Rai Storia ha mandato in onda un servizio (per giorni presente sul sito ma ora cancellato) clamorosamente intitolato «Del Noce, filosofo ateo». Sì, proprio quell’Augusto Del Noce che è tra i maggiori filosofi cattolici del Novecento, critico dell’ateismo denunciato come problema della Modernità, senatore con la Democrazia Cristiana, promotore del referendum contro il divorzio.

Nel frattempo, le medesime testate continuano a propinare intemerate contro la Rete, sordido antro in cui le “bufale”, le fake news, nascono e brulicano. Forse si intendono contrastare le fake news della Rete con le fake news dei media tradizionali, solo di segno opposto. È vero, esiste l’esempio del controfuoco, incendio controllato utilizzato per frenare l’incendio incontrollato. Ma avevamo inteso che fosse una lotta in nome della verità e del buon giornalismo, la loro, e non a maggior gloria di un’altra narrazione, non meno falsa ma ben più ortodossa.

La rivolta del centro d’accoglienza di Cona e la manipolazione delle parole

Fonte: Il Foglio

 

La rivolta degli ospiti del centro d’accoglienza di Cona, in provincia di Venezia è stata descritta in vari modi dalla stampa italiana: i venticinque tra operatori del centro e medici sono stati “assediati” (Corriere) o “bloccati” (Repubblica, Fatto, Unità) dai richiedenti asilo in rivolta, che li hanno costretti a barricarsi negli uffici. Secondo il Codice Penale (art. 605) e la glossa della Cassazione (sentenza 18186 del 4 maggio 2009) quando si priva qualcuno della libertà personale, intesa come “libertà di muoversi nello spazio e cioè come libertà di locomozione”, si configura il reato di sequestro di persona, punito con la reclusione da 6 mesi a 8 anni. Le agenzie riportano che le forze dell’ordine non hanno proceduto a nessun fermo né denuncia.

Ciò che preme qui indagare, tuttavia, non è l’operato di polizia e carabinieri, bensì lo strano pudore che gran parte della stampa italiana ha mostrato nell’evitare di usare il termine “sequestro” – malgrado esso si attagli decisamente alla situazione descritta. Se per ipotesi, a seguito d’un caso di malasanità in Italia, i congiunti d’una vittima avessero preso in ostaggio l’ala di un ospedale, l’atteggiamento dei giornalisti sarebbe stato egualmente pudico e giustificazionista? Difficile a dirsi, ma colpisce la scelta astuta delle parole per minimizzare le responsabilità dei richiedenti asilo.

Del resto la difesa a oltranza dell’accoglienza senza limiti si fa notare come il tema prediletto dalla narrazione dominante – anche se ciò comporta talvolta qualche disonestà intellettuale. Pochi giorni fa è andato in onda il grande show savianeo di fine anno. Nella sua geremiade contro l’Europa che costruisce muri, l’intellettuale napoletano ha richiamato il Trattato di Lisbona. Lo ha fatto citando gli articoli 61 e 63, di cui ha proiettato brevi stralci. Uno, dall’art. 61, cita l’impegno a sviluppare “una politica comune in materia di asilo”, ma è tranciato da un omissis per nulla innocente. La frase continua infatti con “immigrazione e controllo delle frontiere esterne”, ma l’inciso – stonante con l’argomentazione generale di Saviano – è stato arbitrariamente espunto. Innocente non è nemmeno la scelta di omettere l’art. 62, che certo non può essere sfuggito trovandosi proprio là, nel mezzo tra i due invocati. In quest’articolo si legge: “L’Unione sviluppa una politica volta a […] garantire il controllo delle persone e la sorveglianza efficace dell’attraversamento delle frontiere esterne”.

Con involontaria ironia, Saviano ha proseguito il proprio monologo unendosi alla grande crociata contro le fake news, la quale ottiene i suoi primi risultati nei social, consegnando a organismi partigiani e inaffidabili il compito di decretare ciò ch’è “vero” e ciò ch’è “falso”.

Tagliare e ricucire a piacimento i trattati non è una novità introdotta da Saviano. Quante volte certi commentatori hanno tirato in ballo Schengen per criticare l’idea di limitare l’immigrazione in Europa? Scordandosi che quegli accordi non cancellavano le frontiere interne con una bacchetta magica, ma semplicemente le spostavano all’esterno, a un unico confine comune (art. 17 della Convenzione). Non a caso gli accordi di Schengen sono pieni di riferimenti alla lotta all’ingresso e soggiorno irregolare di persone, al contrasto all’immigrazione clandestina, ai controlli alle frontiere esterne, al fatto che privilegi spettano ai cittadini europei (artt. 3, 5, 6 della Convenzione, artt. 1, 3, 7 e 9 dell’Accordo). Eppure Schengen nella mitologia odierna è divenuta la messa al bando della parola “frontiera” in Europa, e non solo per gli europei ma per tutti gli abitanti dell’universo mondo.

Che si tratti dei giornali mainstream o dei sermoni a reti unificate del papa laico del politicamente corretto, quest’anno è cominciato all’insegna della manipolazione della lingua e dei documenti, in un modo che un fact-checking reale, imparziale e oggettivo non farebbe passare indisturbato. Benvenuti nel nuovo anno – benvenuti nel millenovecentottantaquattro.

Non solo geopolitica