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Trump-Comey: immagine dello scontro istituzionale USA

Fonte: Roberta Testa, L’Indro

 

Ieri la tanto attesa deposizione di fronte al Senato statunitense dell’ex direttore dell’FBI, James Comey. E piovono dichiarazioni che, inevitabilmente, si ripercuotono sullo stesso Donald Trump che proprio il 9 Maggio scorso aveva dato il ben servito all’allora numero 1 dell’FBI, proprio quando stava portando avanti l’indagine sui presunti rapporti tra amministrazione americana e russi. Il mondo è rimasto lì, immobile ed attento, ad ascoltare le parole di Comey, parole con un alto potenziale di rischio per aprire una strada (davvero) concreta verso l’impeachment. «Quando diventai direttore dell’FBI nel 2013, capii che sarei stato al servizio del Presidente», ha subito affermato Comey. «E capii che sarei potuto essere licenziato dal Presidente per qualsiasi motivo o per nessuno».

Ma i motivi addotti a sostegno del licenziamento non sono molto chiari allo stesso Comey che lo dichiara apertamente dinanzi al Senato. «Avevo la sensazione che qualcosa stava per accadere e capivo che dovevo stare molto attento. Ricordo che pensavo che ci potessero essere sviluppi inquietanti». Prima tanto apprezzato dallo stesso Trump e poi accusato di aver gestito male la vicenda delle e mail di Hillary Clinton. «LAmministrazione Trump ha scelto di diffamare me e lFBI, e ha mentito su di me e sull’FBI», ha sparato Comey «L’FBI è onesta. L’FBI è forte. E l’FBI è e sempre sarà indipendente», ha affermato un po’ provato ma risoluto.

«Non cè alcun dubbio che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane. Ma ho fiducia che nessun voto sia stato alterato», ha detto, ribadendo le indiscrezioni ormai di dominio pubblico. «C’è stato uno sforzo massiccio da parte di Mosca di colpire le elezioni presidenziali americane e l’FBI seppe dei tentativi di hackeraggio da parte dei russi alla fine del 2015». Un tentativo di compromettere il processo elettorale, come spiega lo stesso. «Non sta a me dire se c’è stata ostruzione alla giustizia», risponde Comey affermando che Trump non gli ha mai ordinato in maniera esplicita di bloccare le indagini sul Russiagate e sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Sarebbe stato, quindi, lo stesso Comey ad avere male interpretato le parole di Trump come un ordine. E Trump «non era sotto indagine quando io ero direttore» ha precisato lo stesso.

La reazione della Casa Bianca alle dichiarazioni di Comey è arrivata fulminea. «Il Presidente non è un bugiardo». «Trump è soddisfatto che l’ex capo dell’FBI James Comey abbia confermato che il Presidente non è sotto inchiesta in alcuna indagine sulla Russia», fanno sapere. Anche il legale di Trump, Marc Kasowitz, non perde tempo e precisa che «Trump non ha mai suggerito all’FBI di mettere fine alle indagini su qualcuno». Per giunta, il Presidente non avrebbe mai «chiesto fedeltà» a Comey.

Il clima rimane più che teso e un’intesa tra le istituzioni americane sembra ancora lontana. Abbiamo chiesto a Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di spiegarci come potrà evolvere ora la situazione americana.

Cosa comporterà in USA la deposizione di Comey?

Sicuramente andranno avanti ancora a lungo le polemiche relative a questi fatti. La possibilità che poi queste arrivino ad uno sbocco concreto, e l’unico sarebbe la deposizione di Trump, sono molto poche, nel senso che in questa deposizione non ci sono stati elementi altamente compromettenti. Si, ci sono elementi che potrebbero essere alla base di un’indagine per poi arrivare ad un’accusa di ostruzione alla giustizia, ma anche se si arrivasse a ciò, cosa già secondo me improbabile, bisognerebbe sempre passare per il Congresso che dovrebbe votare l’impeachment. Quindi, considerando che adesso il Congresso è a larga maggioranza repubblicana, è vero che nel mezzo potrebbero esserci le elezioni di medio termine e che potrebbero cambiare le cose, però, diciamo che sono tante cose improbabili che dovrebbero verificarsi tutte assieme.

In termini di sicurezza potrebbe succedere qualcosa?

Sicuramente la vittoria di Trump non è stata accolta molto bene da una parte della società americana, ci sono stati episodi di intolleranza e di violenza e continueranno ad esserci, ma non sono cose che mettono a rischio la stabilità del Paese.

Qual è l’effetto che potrebbe avere verso il resto del mondo?

La spada di Damocle in cui è intrappolato Trump  ha pochissime probabilità di arrivare ad un qualcosa di ‘formale’, anzi; Comey ha detto che non è mai stato sotto indagine ufficiale da parte dell’FBI. Però, è sempre una cosa che indebolisce l’autorevolezza, perché, per quanto poco probabile, Trump potrebbe essere messo in stato di accusa nei prossimi anni o, comunque, anche se non si arrivasse a questo, la sua autorevolezza potrebbe essere messa in seria discussione. Non è solo questione di opinione pubblica, ma è anche questione della sua capacità di controllare gli apparati. Una delle cose che Comey ha ammesso apertamente è che sono state fatte filtrare informazioni riservate alla stampa per il tramite di alcuni amici professori universitari. Il senso è che se sono filtrati anche dei dettagli della conversazione di Trump ed altro, sostanzialmente, significa che il sistema di sicurezza e di informazioni americano adesso è un po’ un colabrodo. E non solo per le cose che riguardano Trump. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è successo con gli inglesi in merito alle indagini antiterrorismo; non è che possano essere considerati massimamente affidabili. Questo perché c’è qualcosa dietro il sistema che non funziona o che qualcuno non vuole far funzionare, evidentemente, anche degli scontri interni istituzionali che poi sfociano in risultati come questo, cioè informazioni che dovrebbero rimanere gelosamente custodite, vengono continuamente messe sulla stampa. Questo, chiaramente, mette in imbarazzo anche gli interlocutori esterni perché non sanno quali cose possono dire o meno.

Crede che faccia esplodere maggiormente la non capacità di Trump di mantenere il Paese?

Secondo me non ci saranno effetti catastrofici anche perché vedo sempre dei fortissimi parallelismi con la vicenda di Silvio Berlusconi in Italia e visto che, fino ad ora, le analogie hanno sempre più o meno tenuto, credo che possano tenere anche su questo. Il fatto che a Berlusconi siano state fatte accuse gravissime e che è stato messo sotto processo, ha aumentato la base di supporto intorno a lui, un supporto che ha visto tutto come un accanimento giudiziario ed un tentativo di delegittimare, non solo la figura del Presidente, ma, soprattutto, dell’elettorato che rappresentava;  quindi, non mi stupirebbe se anche negli USA tutto questo faccia paradossalmente acquistare consensi a Trump e, quantomeno, rendere più solido e fedele quel consenso che l’ha portato alla Presidenza.

In cosa consisterebbe la messa in stato di accusa di Trump?

Posto che un primo filone è quello sul Russiagate e l’eventuale collusione con i russi, sul quale per adesso non c’è alcun elemento concreto ed anche la deposizione di Comey ha confermato sostanzialmente che non c’è moltissimo dietro questa accusa, tutti gli episodi che abbiamo sentito finora sono stati marginali e, tra l’altro, successivi alle elezioni, quindi, non c’è  molto che lasci pensare che c’è prova del fatto che Trump fosse colluso con i russi. Personalmente, penso anche che l’idea sia abbastanza fantasiosa; che i russi siano riusciti a mettere un loro uomo alla Casa Bianca, non mi sembra molto credibile. Quindi, scartando l’idea che il Russiagate in sé possa arrivare a qualcosa di concreto, l’altra possibilità è proprio quella legata alla vicenda di Comey, cioè la possibilità di dire che Trump  ha cercato di ostruire la giustizia. Su questo, gli elementi sono quelli che già erano noti e che sono stati confermati in questa udienza, cioè, la sua richiesta un po’ ambigua di non accanirsi su Flynn che per Trump era una ‘speranza’ di non accanimento, mentre, per gli altri, una pressione per bloccare tutte le indagini sul Russiagate; ecco, il prevalere di questa seconda interpretazione è cosa, secondo me, molto difficile perché l’accusa richiede sempre prove più dure della difesa. Si tratta di una differenza di interpretazione di un capo dell’FBI, quindi, di una figura autorevole; però, dall’altra parte c’è sempre il Presidente degli Stati Uniti ed è una bella lotta andare a dire che ha fatto ostruzione alla giustizia sulla base di una frase percepita in un modo o nell’altro, è abbastanza difficile. A quel punto, il rapporto andrebbe pubblicato, i democratici chiederebbero l’impeachment ma dovrebbero comunque ottenere il sostegno del Congresso, che, attualmente, è a maggioranza repubblicana.

Cosa sta succedendo all’interno del partito repubblicano?

Credo che i repubblicani tradirebbero Trump solo se la situazione andasse fuori controllo, cioè se arrivassero delle prove o delle cose su cui non si può più controbattere, se ci fossero cose che non si possono difendere; a quel punto sarebbero costretti a scaricarlo. Ma stiamo parlando di un caso estremo in condizioni estreme. In tutti gli altri casi non lo farebbero e non tanto perché Trump goda di una vasta simpatia all’interno del partito (è vero casomai il contrario), ma perché se i repubblicani cacciassero il loro stesso Presidente che ha vinto le primarie dicendo che lui era stato comprato da una potenza nemica, è chiaro che il partito subirebbe un colpo alla sua credibilità da cui si riprenderebbe, se va bene, fra 20, 30 anni. Non rischierebbero mai di fare una cosa del genere. Più Trump è in difficoltà in queste indagini, più ha bisogno dell’appoggio del suo partito e questo lo rende, d’altro canto, più controllabile. Può crearsi una situazione, non dico ideale, ma non svantaggiosa per i repubblicani.

Cosa ne dobbiamo trarre da questa deposizione?

Si conferma lo scontro in atto all’interno delle istituzioni americane che prevede anche dei colpi bassi nelle procedure che sono totalmente fuori dall’ordinario; il fatto che Trump abbia licenziato Comey, i suoi tentativi di ammorbidirlo sulle indagini ed il fatto che Comey abbia passato informazioni alla stampa (informazioni che non dovrebbe avere), crea una situazione di confusione e di lotta interna. E le rivelazioni alla stampa sono evidentemente solo la parte visibile di un qualcosa che, però, va molto più a fondo; questo è un grosso problema per gli USA, perché, se c’è una crisi interna totale, avrà diverse conseguenze che non sono solo di immagine, ma anche di efficienza. Nessuno si fida dell’altro e tutti potrebbero cercare di sabotare le iniziative dell’altra agenzia, piuttosto che dell’altro dipartimento, quindi, il pericolo è che l’azione degli USA si faccia particolarmente debole nei prossimi anni. Questo, secondo me, è il vero problema. Da un punto di vista strettamente politico, invece, la questione è che Trump sarà molto dipendente dall’appoggio del suo partito, il quale non lo scaricherà se non nella situazione improbabile in cui ci saranno accuse contro di lui. Mentre, d’altro canto, le indagini che pendono su Trump lo rendono più malleabile e docile, come del resto è stato fino ad ora;  infatti, per ora si è abbastanza piegato a quelle che sono state le direttive del suo partito. Non ha cercato uno scontro con i suoi e diminuiscono sempre di più le possibilità che possa o voglia farlo.

Russia al G7: il convitato di pietra

Fonte: L’Indro

di ILARIA D’ANGELO

 

Non è poi così lontano nel tempo quel 2014 che decretò la sospensione della partecipazione del governo russo al G8 – da allora divenuto G7 – in seguito all’invasione e poi all’annessione della Crimea. Eppure, visto e considerato il ruolo di attore principale che la Federazione Russa ha assunto nello scenario geopolitico internazionale – dalla crisi libica alla guerra siriana e al complicato rapporto dell’Europa con la Turchia di Erdogan, solo per citare alcuni esempi – oggi sembra difficile immaginare che nel G7 di Taormina si possa davvero definire una linea di azione sui temi più caldi, come terrorismo, migranti e questioni economiche, senza il contributo della Russia. E questo non solo perché l’economia russa sta dando segnali di ripresa e necessita di partner stranieri sia per la trasmissione di competenze che per nuove joint-venture, come dimostrato dal recente incontro tra Paolo Gentiloni e Vladimir Putin, ma anche, e soprattutto, per quel tessuto di relazioni e dialoghi imprescindibile per affrontare le crisi attuali. In Libia la partita si gioca sul confronto tra Fayez al-Serraj, Capo di Stato e Primo Ministro del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, e le milizie non regolari di Khalifa Haftar, attualmente appoggiate dalla Russia. Per non parlare della Siria e dello stretto legame che unisce Putin a Bashar al-Assad.

Il contributo della Russia, dunque, potrebbe essere determinante per queste e molte altre questioni centrali su cui i leader delle potenze mondiali dovranno confrontarsi all’ombra del celebre teatro greco di Taormina. E il recente incontro tra il Primo Ministro italiano e Putin, oltre che per stipulare accordi economici, è sembrata l’occasione ideale perché l’Italia possa farsi portavoce di istanze russe al tavolo del G7, favorendo così un possibile recupero del dialogo. Sulle condizioni perché ciò avvenga e sulle conseguenze nello scenario geopolitico internazionale abbiamo chiesto l’opinione di Daniele Scalea, Vice-Presidente Esecutivo dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e di Gianfranco Lizza, professore di Geografia politica ed economica all’Università di degli Studi di Roma La Sapienza.

Se è vero che la ‘questione russa’ torna al centro del dibattito con la vicenda di Trump, non si può dimenticare che esiste una ‘questione russa’ anche in Europa. In particolare, Daniele Scalea definisce oggi il rapporto tra Europa e Russia come “di amore e odio”. Spiega infatti Scalea che “la Russia ha una costante tensione tra il desiderio di far parte dell’Occidente e l’idea di rappresentare una civiltà eurasiatica a sé stante. L’Europa, e in minor misura gli Usa, intravedono le opportunità di una partnership con la Russia, la più occidentale tra le potenze che sono al di fuori dell’attuale concezione di ‘Occidente’, ma provano repulsione per la particolare cultura politica russa. A mio avviso la Russia è indubbiamente parte della civiltà occidentale, pur con le sue chiare specificità, e oggi tanto la Russia quanto l’Europa, e in parte pure gli Usa, si trovano in una fase storica in cui il loro tradizionale predominio mondiale sta scemando. Ha senso continuare a rivaleggiare tra noi anziché far fronte comune nella competizione mondiale? Gli Europei già declinanti si affrontarono furiosamente in due guerre mondiali lo scorso secolo, uscendone – vincitori e vinti – a pezzi, e passando lo scettro del potere a Usa e Russia. Mi chiedo se al termine di questa contesa tra il fronte nordatlantico e la Russia, il risultato non sarà semplicemente l’ascesa della Cina come nuova grande potenza globale.”

Il professor Lizza a questo proposito sottolinea comunque che “il quadro politico ed economico internazionale non può avere una sua completezza senza la partecipazione della Russia”. E proprio per questo Lizza afferma che “lasciare la Russia fuori dal G8 ormai dal 2014 dopo la questione della Crimea ha reso questo importante summit un po’ monco. Tutti vorrebbero il rientro della Russia e che il G7 tornasse a essere G8 per una serie di motivi. Non c’è dubbio che la Russia nei riguardi del Mediterraneo e del Medio-Oriente e quindi della Siria, ma anche per tanti aspetti politici ed economici è il referente principale dell’Europa ma naturalmente anche degli Stati Uniti che oggi sono rappresentati da Trump”.

Anche Daniele Scalea ritiene che i membri europei siano “già tutti più (Italia) o meno (Germania) convinti della necessità di riattivare la partecipazione russa” e lo stesso vale per il Giappone. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è semplice prevedere le mosse di Trump. Quel che è certo è che “già da parte europea si è smesso di parlare della Crimea e si discute solo dell’implementazione degli Accordi di Minsk in Ucraina”. Anche secondo l’opinione del professor Lizza la questione delle responsabilità in Ucraina è una delle condizioni per un possibile rientro della Russia nel summit, ma più che una ‘verità’, per Lizza è necessario che la diplomazia trovile strade più opportune perché questo rientro possa essere rapido”. Tuttavia, continua Lizza “non c’è dubbio che anche se la Russia non sarà presente ufficialmente al G7 di Taormina, ci sarà comunque ufficiosamente. La sua presenza sarà, come dire, nell’aria” e questa presenza ufficiosa per Lizza sarà molto probabilmente rappresentata dall’Italia.

Durante l’incontro di pochi giorni fa, il Primo Ministro italiano e Putin “hanno parlato di questioni economiche ma hanno dialogato a lungo anche su Siria, Medio-Oriente e migranti. A parte la questione economica, noi italiani abbiamo tutto l’interesse che la Russia rientri e che vi sia un dialogo costante. Ci sono più di 600 imprese che lavorano in Russia e vorremmo fare di più. Il nostro interscambio è un po’ calato ma adesso si sta riprendendo. Noi abbiamo grandi interessi economici con la Russia e dobbiamo fare di tutto perché questo non venga meno e abbiamo l’interesse a far sì che oltre all’Anas e all’Eni anche altre aziende lavorino e cooperino con questo grande Paese. Non si può esautorare o escludere un Paese, specialmente quando la sua potenza è notevole”.

Per quanto riguarda allora il possibile apporto della Federazione Russa su questioni importanti come la Siria o la crisi libica, Scalea parla di “contributo decisivo” circa la Siriadove la Russia ha una posizione dominante dal punto di vista militare (ha permesso ad Assad di stabilizzare il controllo su quasi tutte le grandi città) e dal punto di vista diplomatico (sta gestendo i Dialoghi di Astana, più efficaci dei Colloqui di Ginevra). Non si potrà prescindere dalla cooperazione con Mosca in Siria, e le prospettive sono buone perché il progetto russo delle aree di de-escalation è molto simile a quello americano delle safe zones. Ma serve buona volontà. Se prevarranno gelosie e le politiche di potenza l’uno a danno dell’altro, il conflitto siriano andrà prolungandosi sine die, destabilizzando tutte le aree vicine come già sta facendo”.

Per quanto riguarda la Libia, il professor Lizza non manca di sottolineare come anche questa faccia parte del delicato assetto di equilibri da discutere durante il summit e come “un quadro di pace, stabilità ed equilibrio generale senza che la Russia faccia uno sforzo insieme agli altri per trovare una soluzione ai problemi non è realizzabile. Questo evidentemente accade quando c’è interesse a trovare una soluzione e il problema è questo. Secondo me questo è il momento in cui la Russia ha davvero tutto l’interesse, anche perché è cambiato il quadro di riferimento negli Stati Uniti”.

Il dialogo con Trump, dunque, sarà senza dubbio un aspetto chiave del summit di Taormina dalla cui buona riuscita dipende senza dubbio anche il successo del G20 che si terrà a inizio luglio in Germania, ad Amburgo. Secondo Scalea, a questo proposito, se è vero che “il G20 tradizionalmente si focalizza più che altro sulle questioni economiche globali, e in tal senso dovrebbero farla da padrone i temi sul libero scambio e il protezionismo”, l’incontro di Amburgo “sarà particolarmente importante anche perché per la prima volta Trump e Putin si vedranno di persona, ed è possibile che abbiano colloqui riservati faccia a faccia. Potrebbe essere un momento di svolta nei rapporti tra Usa e Russia, non cominciati, certo, sotto l’Amministrazione Trump, come tutti ci si aspettava”. Tuttavia, questo “momento di svolta”, se si concretizzerà, dovrà essere preparato nel summit di Taormina, forse proprio a cominciare dal riconoscimento che “tutti gli sforzi della politica di Putin, tesi a far ritornare l’ex Unione Sovietica oggi Federazione Russa a un ruolo di potenza egemone, stanno avendo successo”, come conclude il professor Lizza.

USA e Corea del Nord: scontro possibile ma non probabile

Fonte: L’Indro

 

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Il rischio di un possibile conflitto con la Corea del Nord si starebbe pericolosamente avvicinando. Trump attacca la Siria e loro reagiscono condannando la mossa americana e definendola «un’invasione assolutamente inaccettabile»; in più, Pyongyang ribadisce la scelta di continuare la sua politica e, quindi, di aumentare la dotazione di armi nucleari. Anche gli esperimenti con i missili balistici continuano e sembrano, anzi, essersi intensificati anche alla luce dell’ultimo lancio proprio in corrispondenza dell’incontro tra Donald Trump e il cinese Xi Jinping. Il Presidente americano ha, quindi, pensato di fare la sua prossima mossa proprio su questo fronte, stimolato dalle continue provocazioni.

Ora navi americane puntano proprio in direzione della minacciosissima Corea del Nord. Pare di camminare sul filo di un rasoio ma il Pentagono, invece, smentisce e dichiara che tutto è normale. “Noi veniamo dal periodo di Obama, soprattutto l’ultimo, in cui lui è stato molto cauto ed ha evitato di prendere posizioni nette su diverse questioni”, spiega Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG); “a questo si è aggiunto il fatto che è stato eletto un Presidente con una linea parzialmente isolazionista che ha messo al centro di tutto l’America stessa”.

“Questa eredità di Obama, sommata all’impatto che ha avuto l’inizio della Presidenza Trump, grazie ai messaggi che lui ha lanciato in campagna elettorale, hanno dato il segnale che, inizialmente, ci poteva essere un ‘liberi tutti’, ovvero, la possibilità di essere più assertivi”. “Potrebbe essere il motivo per cui, se fosse confermato, Assad si sarebbe spinto fino ad usare le armi chimiche, pur se è un’azione sostanzialmente inutile”, continua Scalea; “l’unica possibile spiegazione si può trovare nella volontà di abbattere il morale del nemico, contando sul fatto che non ci sarebbero state reazioni da parte degli Stati Uniti”.

È l’unica lettura possibile e spiega anche il fatto che la Corea del Nord si è subito impegnata in nuovi test missilistici, anche in prossimità dell’incontro tra cinesi ed americani, rendendo la cosa particolarmente provocatoria”, precisa lo stesso. “Anche la reazione dell’Amministrazione Trump è stata questa: diamo subito un segnale di muscolarità e facciamolo con un attacco militare mirato e contenuto che è sì misurato, ma si distingue soprattutto per la rapidità con cui è avvenuto” afferma Scalea. “Obama nel 2013, di fronte all’attacco ben più grave e con molte più vittime, mandò avanti la discussione se intervenire o meno per settimane, e dopo, non lo fece, mentre Trump, fino al giorno prima, diceva di non avere intenzione di rimuovere Assad, per poi dire di stare pensando ad un possibile attacco ed attuarlo, di fatto, dopo poche ore”.

L’obiettivo dell’ultima trovata di Trump, quindi, è stato quello di dare un messaggio di forza e di imprevedibilità. “Questo penso che voglia fare l’Amministrazione statunitense, in modo che tutti gli altri stiano più cauti, cioè ‘giocare al pazzo’ come fece all’epoca Nixon: se tu non sai come io potrei reagire, ed io sono il più forte, sarai sempre molto attento a non provocarmi”, afferma Daniele Scalea. “Il fatto, poi, che l’attacco alla Siria sia avvenuto proprio mentre Trump incontrava il Presidente cinese, è ancora più sintomatico poiché, chiaramente, un possibile attacco americano alla Corea del Nord è molto più complesso rispetto alla Siria, sia perché in questo caso la Corea non è in una situazione di guerra civile interna, sia perché Assad non aveva nessuna possibilità, né le armi, né la volontà di reagire contro gli USA ed ha la presenza dei russi che lo mantengono in vita”.

La Nord Corea, invece, ha missili balistici e molti più strumenti”, continua; “è altresì vero che, se gli americani facessero un attacco dimostrativo, anche qui è molto probabile che la reazione nordcoreana sarebbe parimenti dimostrativa”. “Potrebbe esserci il lancio di qualche missile verso la Corea del Sud ma non ci sarebbe un’escalation; vorrebbe dire che gli americani scommettono sulla razionalità del dittatore che vuole essenzialmente sopravvivere, ma basta oltre a quello”. “Sono, però, scommesse molto pericolose perché sulla pelle dei sud coreani, quindi, è abbastanza improbabile che gli USA vogliano ripetere quanto hanno fatto in Siria con la Corea del Nord, ma vogliano semplicemente dare l’idea che potrebbero farlo”.

Il messaggio più che ai nordcoreani, va verso i cinesi, perché, se lì qualcosa cambia, se bombardano la Corea del Nord e si scatena la crisi regionale o prendono altre misure diverse da un’incursione aerea (come potrebbe essere spostare armi tattiche in Corea del Sud o dire loro vi aiutiamo, sviluppate voi la bomba atomica, piuttosto che mettere missili balistici in Asia Orientale contro la Corea del Nord), quello, diventa anche uno strumento contro i cinesi”, afferma Scalea. “La vera pressione è spingere la Cina a fare leva politica ma, soprattutto, economica in modo da tranquillizzare i nordcoreani”. “I cinesi, secondo me”, precisa Scalea, “saranno ben disposti ad ascoltare, perché, la Cina non ha interesse a ritrovarsi una guerra di fianco, né ad avere la Corea del Nord poco controllabile; la grossa novità è che la Nord Corea entro poco potrebbe essere in grado di colpire in teoria gli Stati Uniti”.

Quindi resta da capire fino a dove gli americani vogliono effettivamente che i cinesi aiutino sul fronte nordcoreano. “Incognita questa che rende un po’ più difficili le cose, perché, le richieste americane, potrebbero essere piuttosto elevate, quindi, diventerà abbastanza difficile anche per i cinesi riuscire a spingere sul fronte, motivo per cui gli USA mettono sul campo minacce pesanti di destabilizzazione dell’intera regione per fare sì che i cinesi si muovano in maniera altrettanto decisa”. Proprio in conseguenza delle ultime mosse tattiche tra USA e Nord Corea, i giornali cinesi scrivono che l’attacco di Trump alla Siria, in realtà, è stato studiato anche per intimidire il dittatore Kim. Una velata preoccupazione che un prossimo attacco sia rivolto in quella direzione.

Una posizione, quella cinese, difficile e certamente centrale. “La Cina ha il desiderio di rimanere il patrono della Corea del Nord, anche perché è l’unico vero alleato su cui possano contare nella regione”, spiega Scalea. “Dall’altro lato, vorrebbero tenere i nordcoreani più sotto controllo, cosa che gli sta riuscendo meno negli ultimi anni; è probabile che, quindi, si vogliano coordinare con gli USA e agiscano insieme per riuscire a fare in modo che la Corea del Nord rimanga sotto la loro sfera di influenza e sia meno assertiva”. “Preferiscono avere un alleato più docile che non uno incontrollabile”. “Potrebbero derogare a questo ed andare contro alla Corea del Nord solo nel caso in cui sia questa a dire ai cinesi ‘noi facciamo come ci pare’, con tutto ciò che ne verrebbe dopo”, continua. “Per la Cina diventerebbe un gioco molto pericoloso e sarebbe un conflitto regionale ed avrebbe delle conseguenze, quindi, piuttosto gravi”. “Se ci fosse un attacco degli USA contro la Corea del Nord, invece, credo che la Cina si porrebbe nel ruolo di mediatore per evitare un’escalation e cercare di riportare a dei negoziati che possano soddisfare gli Stati Uniti”.

La Corea del Nord sta diventando sempre più pericolosa in tema di armi. “Orientativamente, ha un programma di missili balistici e questo significa che gli permette di avere dei raggi di azioni sempre più ampi, infatti, si sospetta che possano arrivare a colpire anche gli Stati Uniti”, spiega Scalea. “Dal punto di vista delle armi nucleari tutti questi esperimenti che vengono fatti preludono, secondo gli analisti, al tentativo di sviluppare la bomba termo nucleare che vuol dire fare un salto di qualità nelle capacità del proprio armamento”. “Sta aumentando le sue capacità sia in termini quantitativi, sia in termini di potenza proprio del singolo attacco che potrebbe sferrare; la Corea del Nord agisce soprattutto per poter sopravvivere in un mondo ostile, e lo sta facendo in un’ottica di deterrenza perché sta rimanendo inferiore tanto alla Cina quanto alla Russia, per non parlare poi degli USA”, continua Daniele Scalea. “In quest’ottica, la deterrenza gli permette di non essere attaccata ed è pur vero che, il fatto di possedere queste armi nucleari, diventa anche uno strumento offensivo, ad esempio, diventerebbe problematico per chi volesse difendere la Corea del Sud”. Quindi, quella che nasce per essere un arma difensiva, in realtà, diventa un ostacolo problematico per le altre potenze coinvolte, poiché,  permette alla Corea del Nord di essere intoccabile dal punto di vista offensivo. “È chiaro, quindi, che USA e altri Paesi non vogliono che questa deterrenza diventi troppo efficace”.

A completare lo scenario, la prossima parata nordcoreana del 15 Aprile in occasione dei festeggiamenti per la nascita del nonno del dittatore Kim Jong-un (Kim Il Sung); chissà se e quale sarà la mossa da parte di Kim. I sud coreani sospettano che stia pianificando il suo sesto esperimento nucleare proprio in quest’occasione. “L’atto dimostrativo potrebbe essere un nuovo esperimento nucleare, del resto lui, rispetto al padre, ne sta facendo molti di più ed in maniera più serrata, la stessa cosa con i missili balistici, quindi, evidentemente è la priorità della sua politica, una priorità che è, non solo militare, ma simbolica”, dice Scalea. Kim Jong-un vuole dimostrare di poter fare tutto ciò. “Effettivamente, potrebbe suscitare una reazione molto dura da parte degli Stati Uniti come un’ipotetica incursione; rimango però dell’idea che qui, sostanzialmente, gli USA stiano puntando sul fatto che i cinesi impediranno ai nordcoreani di fare questa cosa”.

Inoltre, un accordo è stato appena raggiunto tra Cina e Corea del Sud, secondo quanto scrive la stampa sudcoreana; le sanzioni diventeranno sempre più pesanti qualora Kim Jong-un vada avanti con nuovi test nucleari. «Corea del Sud e Cina hanno condiviso l’urgenza e la gravità del problema nucleare nordcoreano», ha detto il diplomatico di Seul Kim Hong-kyun che oggi ha incontrato l’inviato speciale per la Cina sul nucleare, Wu Dawei. «Abbiamo raggiunto una comune intesa che le sanzioni e le pressioni, incluse anche l’attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dovrebbero essere stabilmente intensificate a fronte delle continue provocazioni della Corea del Nord».

Resta da chiedersi quale sarà la prossima mossa di Trump ora. “Fondamentale sarà, certamente, l’incontro tra USA e Russia, dove gli Stati Uniti chiederanno di avere di nuovo un ruolo perché sono stati di fatto estromessi dal grosso dei giochi diplomatici intorno alla Siria”, spiega Scalea, “e, inoltre, chiederanno di avere un controllo più ferreo su Assad per evitare episodi che li mettano in imbarazzo in termini di immagine e di comunicazione mondiale”. “Molto probabile anche un piano di pacificazione della Siria che prevedrà il fatto che Assad, ad un certo punto, si dovrà dimettere o fare da parte”. “Mentre dal punto di vista dell’estremo Oriente, si impatterà sulla Cina perché siano loro ad intervenire con la Corea del Nord; sicuramente sono cose di cui avranno discusso”.

Una situazione che, quindi, sembra ancor più pericolosa. “C’è un evidente tentativo degli Stati Uniti di risolverla in parte, quanto meno di ricondurla lungo binari più controllati”, spiega Scalea. “La Corea del Nord si è presa molta più libertà, e quindi, si crea un attrito, una tensione; d’altro canto, l’alternativa era lasciare che i nordcoreani facessero ciò che vogliono e ciò rischierebbe, sul medio lungo periodo, di provocare delle situazioni ancora più esplosive”. “Credo che potremo dare una risposta più decisa quando capiremo cosa faranno i cinesi e quali saranno le risposte dei nordcoreani in risposta alle pressioni che la Cina farà”.

Mar Cinese Orientale, ancora tensioni [Priscilla Inzerilli]

Tratto da L’Indro, 17 gennaio 2014. Articolo di Priscilla Inzerilli con intervista a Daniele Scalea

Dopo l’istituzione da parte di Pechino di una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea, lo scorso 23 Novembre 2013, interpretata come un «atto unilaterale» e provocatorio dal vicino-rivale giapponese (che ha immediatamente accusato la Cina di violazione dello spazio aereo nipponico) e dal suo alleato statunitense, tocca adesso a Tokyo preparare la prossima mossa del grande e delicato gioco in corso nel Mar Cinese Orientale; un’area che si configura ormai sempre più come il cuore pulsante degli interessi politici, economici e strategici dei principali attori asiatici e non solo.

Lo fa annunciando l’intenzione di velocizzare le procedure per la nazionalizzazione di circa 280 nuovi isolotti, situati al largo di quelle che Tokyo considera le proprie acque territoriali e che andrebbero a delimitare la Zona economica esclusiva allargata del Giappone.

Il Governo giapponese conta, infatti, di «registrare le isole remote come proprietà dello Stato per rafforzare la loro gestione», come chiarito da Yamamoto Ichita, Ministro della politica oceanica e delle questioni territoriali giapponese.
Le isole in questione, disabitate e non oggetto di contenziosi territoriali, fanno parte di un insieme di 400 isole distribuite tra l’Oceano Pacifico, lo Stretto di Corea e lo stesso Mar Cinese Orientale.

Diversi media e lo stesso Ministro Yamamoto confermano che la collocazione precisa dei 280 isolotti non è ancora chiara e che sono in corso le indagini necessarie per accertare che le isole, che sino ad ora non risultano oggetto di rivendicazioni, risultino effettivamente prive di proprietari.
La mossa di Tokyo, quasi una risposta diretta alle precedenti ‘provocazioni’ cinesi, avviene in un momento tutt’altro che casuale.

L’intenzione di registrare gli isolotti come beni nazionali (e dunque, di conseguenza, di rivendicare il diritto di sfruttamento dei fondali ed espandere la propria influenza territoriale nell’area), unita alla recente inaugurazione ufficiale, da parte del Primo Ministro giapponese Abe Shinzo, dell’ufficio del Consiglio di sicurezza nazionale e all’immancabile visita al santuario shintoista Yasukuni (al centro delle polemiche sul crescente nazionalismo nipponico), hanno prevedibilmente scatenato le reazioni di Pechino e Seoul.

Con i vicini cinesi e sudcoreani, infatti, il Giappone porta avanti da tempo delle dispute territoriali (oltre a una serie di vecchie questioni storiche e ideologiche): tutt’ora irrisolto rimane infatti il contenzioso sulla sovranità delle isole Senkaku, rivendicate a sua volta dalla Cina con il nome di Diaoyu (già nazionalizzate per iniziativa dell’allora governo giapponese di centro-sinistra nel settembre 2012, suscitando le forti proteste cinesi) e delle isole Takeshima, nel Mar del Giappone, chiamate invece Dokdo dai sudcoreani.

La materia delle contese, così come la loro soluzione, risulta fortemente problematica, in quanto coinvolge allo stesso tempo svariati fattori, territoriali, strategici, storico – ideologici e non ultimo economici (i fondali delle acque contese sono ricchi di giacimenti di gas naturale e altre risorse, essenziali specialmente per un Giappone, reduce dal disastro di Fukushima, in forte crisi di approvvigionamento energetico).

Queste dispute, che nel tempo sono sfociate in una vero e proprio stato di tensione diplomatica, dando spesso origine a una serie di ‘incidenti’ e provocazioni reciproche, hanno finito per compromettere seriamente i rapporti tra il Giappone e la Corea del Sud (il principale alleato di Tokyo in Asia, nonché importante partner commerciale); mentre attualmente sembra essere sceso un vero e proprio gelo nelle relazioni con Pechino.

In materia di dispute territoriali, il Giappone del conservatore Abe Shinzo ha aumentato la propria assertività, ritenendo quella della sovranità sulle Senkaku/Diaoyu una «questione nazionale», ossia privata e non questionabile.

Tale posizione, insieme al recente aumento del budget per le spese militari, al progetto di emendamento (anche se recentemente si è parlato per lo più di ‘revisione’) della Costituzione pacifista giapponese e alle continue visite del Primo Ministro e di altri esponenti della politica presso il controverso santuario Yasukuni, ha portato alla crescente irritazione della Cina. Che è arrivata a mettere pubblicamente in guardia la comunità internazionale, per bocca di Liu Jieyi, rappresentante permanente cinese all’ONU, sulla piega pericolosa assunta dal governo giapponese con le sue politiche ultranazionaliste.

In questo clima di crescente tensione con la Cina e di raffreddamento nelle relazioni con l’alleato sudcoreano, si inserisce il complesso ruolo giocato dagli Stati Uniti.

Un ruolo per certi versi contraddittorio, considerando da una parte l’interesse di Washington nell’incoraggiare lo sviluppo dell’alleanza militare ed economica con il Giappone e la Corea del Sud in funzione di contenimento della Cina e delle sue mire espansionistiche, sia militari che commerciali, in Asia; dall’altra la necessità, sempre per gli USA, di mantenere la condizione di status quo nella regione, fungendo da riequilibratore all’interno di una serie di situazioni potenzialmente ‘esplosive’, che essi stessi hanno in qualche modo contribuito a creare.

Un’analisi di Daniele Scalea, Direttore Generale di IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e codirettore della rivista ‘Geopolitica’, ci chiarisce l’importanza geostrategica dell’area del Mar Cinese Orientale nelle dinamiche dei rapporti tra gli USA e la Cina.

“Di fronte all’ascesa economica, militare e diplomatica della Cina, gli USA sembrano ancora indecisi tra una politica cooperativa e una competitiva” ci spiega Scalea. Infatti, “se la Cina appare la più grande minaccia all’egemonia USA, è pure vero che il basso profilo diplomatico ha fatto sì che finora non si ponesse in aperta competizione con Washington. Così negli USA vi è chi vorrebbe riproporre la strategia del contenimento contro la Cina (ad es. Edward Luttwak) e chi invece ritiene necessario mantenere un rapporto amichevole (come Henry Kissinger). Di sicuro c’è che Washington ha posto la Cina in cima alla lista degli ‘osservati speciali’, come dimostra la nuova strategia di sicurezza nazionale promossa da Obama che fa esplicitamente perno sulla regione dell’Asia-Pacifico“.

il contenimento dell’URSS consistette nell’impedirgli d’acquisire sbocchi oceanici diversi da quelli artici (e dunque poco sfruttabili) che già possedeva. La Cina invece si trova affacciata sull’oceano. Ma, osservando bene la carta geografica, si noterà che questo sbocco non è granché aperto. Tra la Cina e l’oceano c’è il Mar Cinese, delimitato sul lato oceanico da una fitta e continua rete d’isole più o meno grandi che vanno dall’arcipelago giapponese a Singapore. Il controllo di queste isole può interdire l’accesso all’Oceano ai cinesi, senza considerare che, anche una volta superato questo primo sbarramento, le rotte verso occidente devono affrontare l’intricata selva d’isole e stretti indonesiani“, prosegue Scalea.

L’assertività cinese nelle acque prospicienti non è dunque motivata da semplice ideologia nazionalista o dalle risorse scoperte nell’area, bensì dalla volontà di garantirsi sicuri sbocchi oceanici. Le rotte oceaniche sono vitali per la Cina non tanto per l’approvvigionamento energetico. La Cina è infatti ancora in ampia misura autosufficiente, grazie soprattutto al carbone, e per quanto la sua dipendenza dalle fonti estere sia destinata a crescere, ha una valida alternativa nelle comunicazioni terrestri con la regione caspica ricca di petrolio e gas (e in cui non a caso sta sviluppando ambiziosi progetti infrastrutturali). Le rotte oceaniche servono alla Cina soprattutto in chiave commerciale, perché il suo modello di crescita si basa ancora sull’esportazione e su un mercato che deve avere dimensioni mondiali“.

In tale quadro, “gli USA sfruttano le preoccupazioni che l’ascesa cinese suscita sui vicini per creare attorno alla Cina una sorta dicordone sanitariomarittimo che ne impedisca l’acquisizione di posizioni oceaniche. In tal modo, i commerci cinesi sarebbero sempre potenzialmente vulnerabili a rappresaglie USA qualora dovessero crearsi grandi tensioni strategiche o un’autentica guerra fredda (per non parlare di una calda, per quanto molto meno probabile). Mantenendola in stato di costrizione e subalternità sui mari, gli USA contano di poter gestire l’ascesa cinese e impedire a Pechino di minacciare l’egemonia di Washington nel mondo“.

Quella attualmente in corso nel Mar Cinese Orientale è dunque qualcosa di più di una semplice disputa territoriale avente come oggetto degli scogli disabitati.
Si tratta di una vera e propria corsa per la conquista di un’area geografica nevralgica, che assicurerebbe i diritti di sfruttamento di materie prime fondamentali, il controllo di importanti rotte commerciali, ma soprattutto un esteso controllo su aree di rilevanza strategica all’interno della regione Asia-Pacifico.