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L’Iran descritto da Saviano esclude davvero le donne dalla vita universitaria?

Fonte: L’Huffington Post

 

Commemorando su Facebook la morte prematura della scienziata Maryam Mirzakhani, Roberto Saviano si è attirato diverse critiche per aver definito la matematica “uno dei pochi corsi consentiti alle donne” in Iran. Nei commenti intervengono molti iraniani, contestando quest’ultima affermazione, asserendo che le donne sono la maggioranza degli studenti universitari in Iran e hanno accesso alla maggior parte dei corsi. Saviano ha replicato accusando i critici di “revisionismo storico”, citando parole di Shirin Ebadi sulla limitazione delle donne nella sfera pubblica e scrivendo che “nel 2012 il governo guidato da Ahmadinejad cerca di abbassare la presenza femminile nelle università vietando alle donne 77 corsi universitari (da letteratura inglese a fisica nucleare)”.

Chi ha ragione? Cerchiamo di fare un po’ di quello che, oggi, va di moda definire fact-checking.

Dopo la Rivoluzione del 1979, le università iraniane furono chiuse per quasi tre anni. Quando riaprirono, alle donne fu consentita l’iscrizione a 91 dei 169 corsi accademici disponibili: i 78 proibiti riguardavano per lo più materie ingegneristiche e tecniche (Shaditalab 2005). In questi primi anni di regime islamico, il numero delle donne nelle università fu in calo (Rezai-Rashti 2015) sebbene aumentò quello ai livelli d’istruzione inferiori (l’alfabetizzazione femminile passò dal 35,5% del 1976 al 52,1% del 1986, ed è oggi all’83% – dati Unesco). La mobilitazione di figure femminili islamiste, molte delle quali impegnate nella Rivoluzione, fece sì che nel 1993, durante la presidenza del recentemente scomparso Rafsanjani, fossero rimossi gli ostacoli all’ingresso per gran parte dei corsi (Boozari 2001; Vakil 2011).

Negli anni ’90, la liberalizzazione e l’istituzione delle università private ha permesso l’aumento delle donne iscritte all’università. Tra 1993 e 2003 erano donne il 68% degli iscritti a lauree brevi e il 52% degli iscritti a lauree specialistiche, sebbene solo il 35% degli ammessi a dottorati di ricerca (Rahbari 2016). Nel 2011, le donne risultavano assommare al 57,3% degli studenti di università pubbliche e al 40,4% di quelli di università private (Rezai-Rashti 2015). Nelle università pubbliche le donne erano maggioritarie in tutti i corsi di laurea breve e specialistica eccetto quelli in ingegneria; erano inoltre in maggioranza nei dottorati professionalizzanti (per lo più medicina e veterinaria) ma non in quelli di ricerca. Il calo relativo nelle università private è dovuto al fatto che esse accolgono in genere gli studenti che non passano il selettivo esame d’ammissione alle università pubbliche, in cui le donne, come dimostrano i dati, tendono a primeggiare.

Il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad (2009-2013) ha effettivamente segnato una svolta, poiché su input del Governo 36 università pubbliche hanno individualmente imposto limitazioni all’accesso delle donne a 77 corsi, per lo più di ingegneria, scienze applicate, informatica e scienze politiche; restrizioni sono state però poste anche agli uomini per l’accesso a corsi letterari, storici e filosofici (Rezai-Rashti, 2015). La logica, infatti, non era tanto quella, pur presente, di limitare la presenza femminile nelle università (che era sproporzionatamente alta) con l’istituzione di una sorta di “quote azzurre”, quanto promuovere la segregazione limitando le donne ad alcune materie e gli uomini ad altre.

Questi cambiamenti non hanno influito in maniera troppo sensibile sulla presenza femminile nelle università (Rezai-Rashti, 2015), sia perché adottati solo da 36 università pubbliche (su un totale di quasi 60, che raggiunge il centinaio includendo gli istituti medici, cui vanno aggiunte le oltre 200 università private) sia perché già dal 2013 il Presidente Rouhani è intervenuto, abbassando le restrizioni alle donne nelle università pubbliche. Inoltre, le classi distinte maschili e femminili si sono rivelate un costo aggiuntivo difficile da sostenere per gli atenei che hanno provato ad adottarle. Ad esempio, un’università come la Allameh Tabataba’i di Tehran, che all’epoca di Ahmadinejad aveva tutte le classi separate tra uomini e donne, con Rouhani è tornata alle classi miste.

L’ultimo Konkur, il concorso nazionale d’ammissione alle università pubbliche, ha visto prevalere ancora una volta le donne, che assommano al 57% delle ammesse: un dato in linea con quelli del 2011 prima citati, e dunque precedenti la stretta varata da Ahmedinejad e parzialmente rivista da Rouhani. Curiosamente per noi, le donne sono state la maggioranza delle ammesse in campo umanistico, linguistico e delle scienze applicate, mentre gli uomini hanno costituito la maggioranza degli ammessi proprio in campo matematico (Tehran Times 2016).

Possiamo dunque osservare che, malgrado i passi indietro compiuti durante il secondo mandato di Ahmadinejad, le donne continuano ad avere ampio accesso all’istruzione universitaria in Iran. Ovviamente, non si possono ignorare le numerose discriminazioni verso le donne (Shahidian 2002), soprattutto a livello di ranghi accademici: così come la loro quota diminuisce man mano che si procede nell’istruzione terziaria, le donne costituivano, al 2012, solo il 21% del personale accademico, il 14,9% dei professori associati, l’8,3% degli ordinari (Rezai-Rashti, 2015).

Tornando a quanto asserito da Saviano, e volendo pronunciare un verdetto, la conclusione è che sia una palese esagerazione affermare che “matematica è uno dei pochi corsi consentiti alle donne” nel paese. Le restrizioni all’accesso contro le donne riguardano una minoranza dei corsi e solo in una minoranza di università, e sono parzialmente controbilanciate da alcuni corsi interdetti agli uomini. Quella della discriminazione è una realtà, ma quando si entra nei dettagli l’aderenza ai fatti è imprescindibile: a maggior ragione ce la si aspetta da chi, come Roberto Saviano, negli ultimi tempi si è fatto paladino della lotta contro le fake news. Lotta che deve partire dal non propalarne in prima persona.

 

Fonti:

Boozari S., Development of Women’s Participation in Higher Education, “Cultural and Social Studies, Women Studies”, vol. 2, n. 2, 2001, pp. 93-113

Rahbari L., Women in Higher Education and Academia in Iran, “Sociology and Anthropology”, vol. 4, n. 11, 2016, pp. 1003-1010.

Rezai-Rashti G.M., The politics of gender segregation and women’s access to higher education in the Islamic Republic of Iran: the interplay of repression and resistance, “Gender & Education”, vol. 27, n. 5, 2015, pp. 469-486

Shaditalab J., Iranian Women: Rising Expectations, “Critique: Critical Middle Eastern Studies”, vol. 14, n. 1, 2005, pp. 35-55

Shahidian H., Women in Iran, vol. 2, Greenwood, Westport, 2002

Vakil S., Women and politics in the Islamic Republic of Iran, Bloomsbury, New York, 2011

Il lavoro, non la Brexit, ha frenato Theresa May

Fonte: L’Huffington Post

 

Il deludente risultato dei Toriesdi Theresa May alle elezioni anticipate non va letto come una rivincita dei Remainer contro la Brexit (cui la stessa leader conservatrice, giova ricordarlo, era contraria prima del referendum).

I vari sondaggi realizzati nel corso di quest’ultimo anno, cercando di replicare il referendum sulla Brexit, hanno confermato che non c’è stato alcun pentimento di massa. Inoltre, Theresa May aveva già fatto propria la causa della Brexit quando ha deciso per le elezioni anticipate e i sondaggi le davano un largo vantaggio: da allora non sono intervenuti scossoni in materia di Europa, quanto in materia sociale (la polemica sulla cosiddetta Dementia tax) e di sicurezza (gli attentati terroristici). Corbyn, un anno fa aspramente criticato dagli europeisti per lo scarso impegno nella campagna Remain, oggi si impegna a mantenere la promessa della Brexit, pur volendo condurla “morbidamente” tramite un accordo con l’UE. Il partito che chiede un secondo referendum per rettificare la Brexit, ossia quello dei Liberal-Democratici, ha sì guadagnato tre seggi ma non consensi: ha anzi perduto lo 0,5% dei voti. I nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon, che in nome della permanenza nell’UE vorrebbero ripetere il referendum per l’indipendenza, hanno perso voti (-1,7%) ma soprattutto seggi (19 su 54).

Ciò che è fallito è stato il tentativo di Theresa May di ereditare i voti che l’anno scorso hanno fatto vincere l’opzione Brexit. Un voto che, malgrado una certa prevalenza di conservatori, era tuttavia trasversale all’arco politico. I Tories hanno effettivamente incrementato le proprie percentuali nelle aree pro-Brexit, ma soprattutto grazie allo svuotamento dello UKIP e comunque non in maniera sufficiente da espugnare le roccaforti laburiste su cui avevano messo gli occhi. I laburisti si sono così confermati in circoscrizioni che pure avevano votato in maggioranza per il Leave, come Hartlepool (70% Brexit), Redcar (66% Brexit) Middlesborough (65% Brexit), Stockton (62% Brexit), tanto per citare solo alcuni seggi del Nord-Est. Si tratta delle regioni industriali dell’Inghilterra, equivalenti della Rust Belt americana su cui in novembre Donald Trump aveva realizzato il proprio successo politico.

Si è qui notata la grande differenza tra Theresa May e Donald Trump, due leader politici affini per tratti quali la critica al multiculturalismo, ma che in realtà non si sono mai amati reciprocamente. Mentre Trump ha corretto il tradizionale liberismo conservatore con argomenti industrialisti e anti-globalizzazione capaci di far breccia sui ceti lavoratori, Theresa May si è attenuta pedissequamente alla linea thatcherista. Ha così dimostrato, paradossalmente, di aver subito la narrativa degli anti-Brexit: di aver ciò pensato che quel voto fosse espressione unicamente di un’ostilità “di pancia” alla globalizzazione e all’immigrazione, e non di un più profondo malessere sociale frutto della deindustrializzazione e dello status sempre meno privilegiato del lavoro nelle società occidentali. Così molti Brexiteers (non pentiti) si sono rivolti al socialista Corbyn. “Anti-storico”, come dicono i suoi detrattori: ma capace di catalizzare il consenso e le speranze di molti cittadini il cui “senso della storia” è in evidente disaccordo con quello aleggiante nei salotti televisivi.

Backchannel. Trump a filo diretto col Cremlino, Obama con l’Iran

Fonte: L’Huffington Post, 29 maggio 2017

 

Jared Kushner, dopo l’elezione di Trump, avrebbe proposto all’Ambasciatore russo di aprire un canale di comunicazione riservata tra il Cremlino e l’entourage del Presidente eletto.

Ciò ha destato scandalo, ma la cosa veramente sorprendente (dal momento che la distensione con Mosca era un tema centrale nella campagna elettorale) è, semmai, che solo dopo aver vinto le elezioni la squadra di Trump abbia creato un canale riservato coi Russi.

Quando nel 2008 l’allora Senatore Obama fece campagna promettendo di risolvere la disputa con l’Iran, non aspettò di vincere le elezioni per aprire un “backchannel” con Tehran. Secondo le rivelazioni di Michael Ledeen, mai smentite, si servì del diplomatico in pensione William G. Miller come tramite per i contatti coll’Iran. Iran che in quel momento era ai ferri corti col governo americano, non meno di quanto lo fosse la Russia negli ultimi mesi di Obama alla presidenza. Non bisogna aspettarsi che un candidato presidente, o peggio un presidente-eletto, possano vivere in campane di vetro finché non mettono piede alla Casa Bianca.

A Kushner si contesta però il fatto di aver chiesto di utilizzare un canale dei Russi per la conversazione. Davvero sorprende che l’entourage di Trump non si fidasse di stare sotto l’occhio vigile dell’intelligence Usa? La stessa intelligence che, di lì a poco, avrebbe lasciato filtrare i contenuti di una conversazione privata del consigliere di Trump, Michael Flynn, alla stampa. La stessa intelligence che avrebbe riferito ogni movimento osservato all’ancora al potere Barack Obama. Cioè al capo di un’amministrazione i cui residui pezzi negli apparati fanno a gara nello spacciare informazioni riservate alla stampa, arrivando al punto di rivelare segretissimi dettagli di una conversazione tra il Presidente Trump e il Ministro degli Esteri russo.

Non è insomma sorprendente che Kushner abbia cercato di dialogare coi Russi lontano da occhi indiscreti di suoi compatrioti; né ciò appare come una smoking gun per la tesi che vorrebbe Trump un “Manchurian candidate” di Putin.

L’estremismo non aiuterà la causa degli afroamericani

Fonte: L’Huffington Post, 21 settembre 2016

 

La stampa italiana fa un lungo servizio sull’uccisione di una persona negli Usa da parte di un poliziotto, mettendo bene in evidenza che la vittima era afroamericana e che afroamericani sono coloro che stanno protestando contro la polizia, ma omettendo che afroamericano è pure il poliziotto che ha sparato.

Innocente dimenticanza o tentativo di forzare il discorso dello scontro inter-etnico?

Discorso che per inciso non conviene nemmeno ai neri, perché significa parificare le vittime innocenti (come apparentemente quella odierna) ai criminali che invece rimangono uccisi in sparatorie con la polizia (e ahimé non sono pochi: statistiche alla mano, gli afroamericani uccidono poliziotti molto più di qualsiasi altra etnia).

È esattamente ciò che già avviene da mesi: non si guarda alla situazione, ma solo all’etnia. Col risultato di rendere più deboli le rivendicazioni della comunità afroamericana, mischiando onesti cittadini a criminali, subordinandone le esigenze materiali all’ideologia di qualche estremista. Col plauso della stampa radical chic internazionale che guarda ancora al pensiero di Bernstein e Cox nell’attico di Park Avenue.

Xenofobi. Xenofobi ovunque. O forse no

Fonte: L’Huffington Post

 

Leggo sul “Sole 24 Ore” (perché è tra i pochissimi a riportare la notizia) che a Frauke Petry, leader del Afd, hanno bruciato la macchina. Non voglio parlare del fatto in sé. La cosa che mi incuriosisce è che il titolo fosse, su per giù: “Incendiata auto della leader xenofoba” (scrivo al passato perché l’hanno subito cambiato, togliendo l’aggettivo “xenofoba”, ma rimane visibile ancora nell’Url a testimonianza del titolo originario). Qualificare come “xenofoba” la vittima della violenza, è quasi come avallarla, suggerendo che alla fin fine la prima violenta è lei e che se l’è andata a cercare.

Peccato che, come scrive Pierluigi Magnaschi (non proprio l’ultimo arrivato, ecco: non l’anonimo titolista del “Sole 24 Ore”) su “Formiche”, l’Afd è bollato come “xenofobo” e “razzista” solo perché chiede una politica più restrittiva in termini di immigrazione. Questo sciatto name-calling, secondo lui, “vuol dire che si preferisce diluire (o schivare) i problemi in un’invettiva, anziché includerli in un ragionamento”.

Di recente sentivo Crozza definire Trump, senza mezzi termini, “un nazista dell’Illinois”. Non è una battuta, è una stupidaggine ancor più grossa della Petry “xenofoba/razzista”. Ma strappa gli applausi del pubblico del programma di Floris, ossia – immagino – una platea di laureati (a proposito: ma Crozza è laureato? Nessun problema per me, ma molti dei suoi ammiratori sono gli stessi che vedono i non laureati come Omero vedeva Tersite…).

Due piccoli episodi che mi paiono perfette conferme di quanto scritto da Nassim Taleb contro la “classe intellettuale-eppure-idiota”. Taleb non è un “redneck“: è un accademico, un autore di grido; ed è pure d’origine araba, quindi difficilmente tacciabile di essere un maschio bianco, razzista e patriarcale, secondo il mantra dei radical chic. Taleb se la prende con quella classe di laureati, che in realtà ha una preparazione intellettuale alquanto superficiale, ma malgrado ciò, o forse proprio per ciò (perché incapace di riconoscere l’enorme complessità delle cose e di affrontare razionalmente e criticamente le obiezioni alle proprie idee) si sente investita della facoltà di decretare ovunque il bene e il male, senza mai zone d’ombra. Pensarla come loro è pensare giusto, pensarla diversamente da loro non significa avere un’altra idea, ma essere indegni, essere subumani: indegni di pensare, indegni di esprimersi, indegni di votare.

Bene; io, in un articolo post-Brexit che suscitò un acceso dibattito, e in uno di poco precedente, criticavo quella stessa genia di persone. La definizione di “intellectual yet idiots” mi ricorda quella di “ceto medio semi-colto”, coniata da Gianfranco la Grassa.

Il problema è noto, ed è gravissimo. Halford Mackinder scrisse che la vera minaccia al buon governo e alla democrazia non sono gli analfabeti, incapaci di comprendere discorsi troppo grandiosi e astratti e infiammarsi per essi, ma legati alla realtà pratica e a un cauto conservatorismo. Né ovviamente i dotti, gli eruditi, che hanno tutti gli strumenti per muoversi nel mondo e interpretarlo. Il problema sono coloro che hanno una cultura, ma superficiale; hanno gli strumenti per recepire discorsi ideologici, ma non quelli per valutarli criticamente, e dunque ne rimangono spesso incantati. Questi semi-colti, diceva Mackinder, sono coloro che potrebbero minare le fondamenta democratiche delle nostre società.

E sono essi, oggi, che delegittimano sistematicamente chiunque non la pensi come loro; sono loro che vorrebbero abolire il suffragio universale e non si vergognano a dirlo; sono loro che pensano che gli eterodossi vadano inseriti nel “basket of deplorables“.

Prendono un po’ degli inquisitori, un po’ del calvinismo puritano, un po’ del maoismo da rivoluzione culturale; gridano continui allarmi per il ritorno del nazismo – ma sono quanto di più simile all’idea antidemocratica, che già fu del fascismo, ravvisabile oggi in Occidente.