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La sfida totale. Recensione di Alfredo Musto su Rinascita

Tratto da Rinascita

 

Da tempo la geopolitica ha fatto la sua comparsa sulla scena.
Non come fattore determinante della politica internazionale, perché lo è sempre stato da quando è nata, ma come disciplina attenzionata da un crescente numero di curiosi, analisti, giornalisti, esperti e purtroppo anche tuttologi.
Questo ritorno della geopolitica lo si deve sostanzialmente alla fine dello schema bipolare e, con esso, di buona parte della coltre ideologica che sino a quel momento l’aveva più o meno celata agli occhi del pubblico e persino di certi studiosi.
Da par suo però, la materia – sul finire dell’Ottocento e per tutto il corso del Novecento ad oggi – ha rappresentato uno strumento di rilevazione, di analisi, di prospettiva e assolutamente di azione degli attori internazionali, che l’hanno coltivata nei predisposti centri di studio, in particolar modo militari e strategici.
Le visioni geopolitiche, checché possa sembrare o se ne dica, hanno innervato le dinamiche internazionali, specie quelle dei principali attori storici, ovvero gli Stati nazionali.
Ora, sdoganata nella nostra epoca – come spesso accade nel circuito infernale della comunicazione -, è scivolata addirittura in un utilizzo approssimativo da parte di troppi che vi fanno riferimento con faciloneria, arrivando in certi casi ad un ricorso del termine stesso di geopolitica/o per qualsiasi cosa attenga alle questioni internazionali.
Ma la geopolitica, fattore anch’esso dinamico e in evoluzione, non è onnicomprensiva di tutto ciò che concerne l’anarchico sistema delle relazioni internazionali, della storia, della politica internazionale, bensì può considerarsi materia a se stante da coniugarsi alle altre per la comprensione dei fenomeni globali.
In Italia, esemplare in questo senso, è l’impegno portato avanti da “Eurasia, rivista di studi geopolitici”, che con costanza e rigore sta proseguendo il suo impegno in una metodologia di studio e analisi degli affari internazionali sulla base di un approccio squisitamente geopolitico.
“La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” di Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” appunto, ha il merito di aver realizzato un trattato di geopolitica, un’opera a metà strada tra manuale e saggio. Il che è un valore aggiunto.
Nello scarno spettro della pubblicistica nostrana specializzata, sono pochi i casi di libri che affrontino in maniera scientifica la disciplina, in particolare ponendo l’accento sul pensiero e la terminologia dei “classici”. E la geopolitica classica è proprio al centro di questo saggio.
C’è un ricco excursus di teorie, termini e personaggi della dimensione geopolitica classica.
Ci sono il Sea Power e l’ammiraglio Mahan, l’Heartland e Mackinder, la Terra e il Mare e Carl Schmitt, le pan-idee, le pan-regioni e Haushofer, il Rimland e Spykman, La Grande Scacchiera e Brzezinski, l’Eurasiatismo e Dugin… le principali dottrine militari e così via.
Ma, appunto, Scalea non fa una mera divulgazione manualistica né, come spiega nell’introduzione, ha “l’ambizione di rivelare fatti nuovi, ma solo di tessere quelli già noti nella trama di una nuova interpretazione. Non si tratta di un’opera di approfondimento con tutti i crismi della metodologia scientifica”, ma egli ha il merito singolare di fornire una lettura delle principali trame della politica internazionale contemporanea filtrata dalle contestualizzazioni delle teorie della geopolitica classica. Si ha, quindi, una continua connessione tra l’attualità ed il passato all’interno della quale si svolge non solo la disamina delle teorie classiche, ma soprattutto la loro applicazione con i relativi gradi di concretezza.
Sono passati al vaglio di questa particolare analisi tutti i continenti e i loro principali attori, vale a dire gli Stati nazionali o meglio le potenze storiche così come quelle emergenti.
La chiave di lettura cui Scalea ricorre permette di affiancare ai fatti le elaborazioni strategiche, come quelle di centri e think tank, maturate nelle varie fasi internazionali dai singoli Paesi e i loro riflessi nelle aree calde del pianeta, all’interno del grande gioco globale attraversato da nuovi esercizi di equilibrio e ricomposizione dopo la destrutturazione dell’ordine bipolare.
“La sfida totale” è quella delle potenze marittime e telluriche, soprattutto è la sfida eurasiatica, nella massa continentale che serba “il cuore del mondo” e laddove sono destinate sempre di più a misurarsi pretendenti del calibro di Usa, Russia, Cina, India, Giappone, Iran.
L’Eurasia è laddove, è proprio l’assunto della geopolitica a dimostrarlo, si decide la sorte degli equilibri mondiali. Scalea, allora, illustra le caratteristiche del nuovo corso della Nato, degli Stati Uniti – tra neo-con e democratici – e di quello della Russia realista di Putin, richiamando all’impostazione teorica eurasiatista di Dugin.
Evidenzia gli snodi della contesa sotto i vari profili di analisi, con particolare riferimento all’intricato ruolo cruciale dell’energia con annessi conflitti, tensioni e pipeline, tra Afghanistan, Golfo Persico e Mar Caspio. E quindi l’emergere del gigante cinese come ormai imprescindibile attore decisionale, analizzato nei passaggi salienti fino alla sua attuale composizione di cui sono sottolineate le caratteristiche e misurate le potenzialità nei vari campi.
Lo stesso per l’India, altrettanto imprescindibile, e il Pakistan, in un contesto generale di cui il saggio mette in evidenza i fattori di instabilità e le aree di influenza.
C’è la partita dell’Iran, di cui l’autore ci fornisce una non manichea o schematica rappresentazione anche per quanto riguarda il profilo delle vicende interne. Partita iraniana a cavallo tra questa dimensione asiatica e l’infinita vicenda del Vicino Oriente, con l’attenzione posta al “Piccolo Gioco tra Israele-Arabia Saudita e Iran-Turchia, appendice locale del Grande Gioco che oppone gli Usa alle potenze eurasiatiche emergenti”.
A completare il tour geopolitico non poteva mancare l’America Indiolatina (come nella sua più appropriata definizione), dagli sviluppi della Dottrina Monroe e dell’impronta statunitense tra golpe e manipolazione economica fino all’”overstretching”, alla reazione politica e perfino identitaria di importanti Paesi, con il riemergere del bolivarismo. Ci sono Chávez, Morales, Correa, così come il Brasile e l’Argentina, il Mercosur e l’Alba.
All’autore, inoltre, non sfuggono le dinamiche economico-finanziarie, in specie quelle attuali, che compongono insieme a quelle politiche il quadro di un multipolarismo del quale egli cerca di tratteggiare i possibili sviluppi.
Ma la particolarità di questo “raro” lavoro è anche un’altra. L’autore, nel rispetto stesso dell’importanza e del rigore della geopolitica, non ricorre al “complottismo” come chiave di interpretazione, ovvero è lungi da qualsiasi visione distorta e caricaturale para-occultistica – magari con ascendenze extrasensoriali- del potere. Un dato complottismo, di fatti, è ideologizzazione se non storpiatura di quelle che sono in realtà manovre di potere, visibili, celate o mascherate che siano.
Il lavoro di Scalea esce per i tipi della Fuoco Edizioni, una coraggiosa casa editrice che sta dando accuratamente spazio alle tematiche della politica internazionale e della geopolitica.
“La sfida totale”, aspetto di rilievo, gode della prefazione del gen. Fabio Mini, che non ha bisogno di presentazioni. E’ lo stesso Mini, sottolineandone l’intrinseco valore, a definirlo un trattato di alta geopolitica.

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La Sfida Totale. Intervista a Daniele Scalea (di Simone Santini)

Tratto da Clarissa, 14 luglio 2010.  Intervista di Simone Santini a Daniele Scalea

È recentemente uscito per la Fuoco Edizioni il saggio “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” di Daniele Scalea, giovane e talentuoso ricercatore già redattore della rivista di geopolitica Eurasia ed ora al suo primo libro. La sfida totale è una gemma rara, uno straordinario esempio di come la geopolitca, apparentemente una disciplina così complessa da essere materia riservata solo a grigi specialisti, riveli invece una freschezza e una ricchezza di riferimenti, intuizioni, fascinazioni, che servono ad interpretare la storia dei popoli così come la cronaca politica internazionale. Abbiamo incontrato l’autore per una chiacchierata di largo respiro sul suo libro e alcuni aspetti della odierna situazione mondiale.

Daniele Scalea, grazie per averci concesso la possibilità di questa intervista. Comincerei proprio dall’inizio. Il generale Fabio Mini ha scritto la prefazione al tuo volume, brevi note ma palpitanti e profonde. Un tuo commento.

Il generale Mini è una figura d’altri tempi. Un militare che, ad una vasta conoscenza pratica e teorica della sua professione, ha affiancato lo studio approfondito di varie tematiche, il tutto in un quadro di vasta cultura umanistica. Qualcosa di ben diverso dalla cultura superficiale, o al contrario dall’iper-specializzazione, che si sono ormai affermati nella società odierna. È stato dunque un piacere ed un onore che il mio primo libro potesse essere prefato da una persona simile.
Per quanto concerne i contenuti della prefazione stessa, non posso che concordare e fare mia l’appassionata difesa della validità della geopolitica, anche se dal generale Mini divergo a proposito del giudizio sulla geopolitica classica. Secondo il Generale la geopolitica classica, incentrata sull’interesse e l’azione dell’attore statuale, passerebbe oggi in secondo piano rispetto ad una nuova geopolitica, non ancora formalizzata, che dovrebbe riguardare i nuovi soggetti primari della politica internazionale: le compagnie multinazionali, i capitali finanziari transnazionali, ed in generale le varie «reti» che bucano ed oltrepassano gli angusti confini dello Stato.
Indubbiamente, oggi vi sono poteri “informali” che hanno acquisito un enorme peso decisionale. A mio giudizio, però, non è sufficiente per individuare un nuovo paradigma geopolitico. L’influenza di potentati “extra-democratici” non è una novità della nostra epoca, per quanto oggi abbia raggiunto il suo massimo. Come ha insegnato l’imprescindibile lezione della scuola elitista, troppo spesso dimenticata proprio perché mina le fondamenta ideologiche del regime attuale, tutti gli Stati d’ogni epoca e luogo sono sempre stati oligarchie, a prescindere dal loro ordinamento formale. Da sempre le minoranze organizzate riescono ad avere la meglio sulle maggioranze disorganiche, sulle masse, e da sempre lo fanno anche tramando ed agendo nell’ombra. È significativo che Karl Marx, autore quanto mai distante dagli elitisti, considerasse lo Stato come uno strumento di dominio e sfruttamento della classe dirigente su quella subalterna, e che Thomas More – lontano tanto da Marx quanto dagli elitisti – definisse lo Stato «una conventicola di ricchi che, sotto nome e pretesto di Stato, pensano a farsi gli affari loro». Da notare che si tratta di pensatori distanti non solo negli orientamenti ma anche nel tempo e nello spazio, eppure tutti convergono nella sostanza sul loro giudizio dello Stato.
Pur non disponendo di una documentazione “dietrologica” ricca come quella concernente le epoche più recenti, sappiamo per certo che i magnati di Roma antica ebbero un ruolo di primo piano nel definirne la politica estera contingente. Nel Seicento e Settecento la politica dei Paesi Bassi fu determinata soprattutto dalla sua oligarchia mercantile. Nel secolo scorso il Banco di Roma incitò Giolitti a conquistare la Libia. Non sono mancate, in questo quadro, le influenze di potentati transnazionali del tipo cui fa riferimento Mini. Tanto per fare un esempio, l’espansione africana della Gran Bretagna nell’Ottocento avvenne principalmente su impulso di Lord Rothschild, ma nello stesso periodo il ramo francese della famiglia Rotschild finanziava l’imperialismo francese in Africa Occidentale. Non è neppure necessario citare lo stretto intreccio tra la politica statunitense ed il “complesso militare-industriale”.
Ma tutte queste “spinte”, appena descritte, non sembrano essere state troppo divergenti dall’effettivo interesse nazionale degli Stati influenzati: Roma continuò ad espandersi attorno al Mediterraneo, rimanendo fedele alla natura geopolitica del suo impero; i Paesi Bassi cercarono di diventare la prima potenza marittima, coerentemente coi caratteri geografici del loro paese; l’Italia perseguiva la penetrazione nel Nordafrica e, in ottica di lungo periodo, l’egemonia mediterranea, logica politica di potenza per una penisola montuosa nel cuore dello stesso; infine, Francia e Gran Bretagna cercavano di crearsi propri imperi coloniali per sostenere il rafforzamento dell’apparato industriale, elemento imprescindibile della potenza statale.
Le oligarchie, com’è ovvio, concorrono in maniera non trascurabile a definire l’interesse nazionale, ma non possono ignorare del tutto quel che è l’interesse oggettivo, potremmo dire scientifico, della nazione: e quest’ultimo è fissato prima di tutto dalla geografia. Le nazioni in cui l’interesse soggettivo dell’oligarchia diverge da quello oggettivo della nazione, e s’impone su di esso, sono destinate al declino. Ma le nazioni in cui l’interesse oligarchico s’accorda e si fonde con quello nazionale hanno saputo raggiungere, storicamente, i vertici della potenza.
Se partiamo da questo presupposto – che nel corso della storia intera tutti gli Stati sono intimamente più o meno oligarchici, che tutte le oligarchie concorrono a fissare l’interesse nazionale, e che le oligarchie nazionali possono essere legate tra loro (nell’Età Moderna le dinastie regnanti erano tutte imparentate, ma ciò non impedì loro di combattersi incessantemente, così come i magnati finanziari ed industriali erano tutti in affari tra loro nella prima metà del Novecento, ma non di meno permisero due drammatiche guerre mondiali) – allora la dinamica giustamente sottolineata da Mini non ha però un peso talmente radicale da mutare il paradigma geopolitico stesso. Va tenuta in debito conto, ma non cancella la realtà geografica con cui le società umane debbono fare i conti.

Sono rimasto affascinato dalla concezione della geopolitica classica della divisione e contrapposizione tra potenze terrestri e marittime di cui parli nel primo capitolo del libro, e di come queste caratteristiche geografiche possano influenzare non solo le strutture economiche ma anche l’organizzazione statuale e la stessa antropologia dei cittadini. Ci puoi illustrare brevemente questi concetti?

È sempre stato un concetto tanto palese quanto contestato quello che la geografia influisse in maniera determinante o poco meno sulle sorti delle società umane. Ciò è infatti inaccettabile agli occhi di tutte le ideologie universaliste, si chiamino esse “cristianesimo” o “marxismo” o in altro modo ancora, le quali rientrano tutte nel solco del progressismo unilineare. La geografia è un elemento differenziante le società umane (gli habitat non sono uguali per ogni popolo) e come tale non può essere presa in considerazione tra i fattori determinanti se si vuol sostenere che le civiltà hanno tutte un comune destino ineluttabile. Se invece non si vuole partire da una premessa generale (che può essere il “Paradiso” così come il “Comunismo” o la “superiorità della razza ariana”) e ricavare per deduzione tutto ciò che ne discende, ma al contrario si vuol partire dall’osservazione empirica della realtà per indurne delle regole generali, allora la geografia conquista un posto di primo piano nella definizione delle sorti delle società umane.
Charles Darwin ha spiegato in maniera abbastanza convincente come le specie viventi reagiscano all’ambiente circostante adattandovisi. Quest’adattamento non riguarda solo i caratteri fisici, ma anche i comportamenti. Oswald Spengler, ad esempio, spiegava con la geografia (e dunque con l’adattamento all’ambiente) le diverse attitudini di due popoli che, dal punto di vista biologico, sono decisamente simili: quello inglese e quello tedesco. I Tedeschi, trovandosi nel mezzo di una pianura aperta su più lati, esposti ad ogni tipo di pressione da parte dei vicini, hanno sviluppato un naturale senso di coesione e solidarietà di gruppo: il comunitarismo tedesco sarebbe un surrogato di confini naturali certi. Al contrario gl’Inglesi, protetti dal mare e dediti alle attività di navigazione, avrebbero perciò sviluppato il loro peculiare individualismo. Carl Schmitt, addirittura, individuava l’origine della speculazione finanziaria nella pesca, che a differenza dell’agricoltura non dà un prodotto necessariamente proporzionale al lavoro ma dipende dalla fortuna.
Non c’è bisogno di spingersi fino ad interpretazioni così stringenti e particolari per trovare esempi dell’influenza geografica sulla storia. È certo che solo in presenza di pianure fertili e corsi d’acqua si sono potute sviluppare le grandi civiltà stanziali, e che è proprio in queste civiltà che si sono create istituzioni statali e sociali più articolate (il sovrappiù alimentare permette la differenziazione delle attività). È certo che senza ingenti risorse di carbone la piccola Gran Bretagna non sarebbe stata così potente nell’Ottocento. È certo che senza la scoperta di rotte alternative verso l’Oriente (Capo di Buona Speranza, Stretto di Magellano) il ruolo economico dell’Italia non sarebbe declinato nel Cinquecento. Se il riso (che accelera lo svezzamento) non fosse stato originario della Cina e ivi coltivato già ottomila anni fa, difficilmente gli Han si sarebbero moltiplicati con tanta rapidità. Si potrebbero fare infiniti esempi su come la geografia sia stata determinante nella storia di ogni popolazione.
Sarebbe però un errore sfociare nel puro e semplice determinismo geografico. Non a caso, tra gli eserghi del mio libro ne ho scelto uno di Halford Mackinder (tra i padri nobili della geopolitica), il quale afferma che: «L’equilibrio di potenza è il prodotto delle condizioni geografiche e di fattori relativi, come il numero, la virilità, l’equipaggiamento e l’organizzazione dei popoli in competizione». L’uomo è un artefice del proprio destino, seppure non l’unico. Usando una metafora calcistica, sicuramente calzante in questi giorni, la geografia detta le regole del gioco, ma poi in campo ci scendono degli esseri umani, capaci tanto di errori quanto d’intuizioni geniali.

Nel tuo volume dai ampio spazio alla figura ed al pensiero geopolitico di Zbigniew Brzezinski. Nonostante sia considerato un mentore del presidente Obama, a me pare che la sua visione strategica (contenimento dell’Eurasia con la Russia suo elemento centrale; transizione di Ucraina ed Iran nel campo occidentale) non sia prevalente nell’attuale politica americana. Concordi? Quali sono attualmente i principali antagonisti della dottrina Brzezinski?

Brzezinski è mentore di Obama, che l’ha definito «uno dei maggiori pensatori» degli USA contemporanei. Bisogna però considerare che Obama, diventando presidente, si è trovato davanti una situazione particolare. Dal predecessore ha ereditato un debito pubblico fuori controllo, due guerre in corso e dall’andamento non positivo, cattivi rapporti con mezzo mondo e, anche se questo non si può addebitare a Bush jr. (o almeno non a lui principalmente), una grave crisi economica. È normale che in tali condizioni non si possa fare tutto quel che si vorrebbe.
In ogni caso, la politica di Obama è ostile alla Russia almeno quanto quella del predecessore. Al di là della retorica del “reset nelle relazioni bilaterali”, si può osservare che: lo scudo antimissili balistici non è stato abbandonato, ma solo ristrutturato (postazioni mobili anziché fisse, che sarebbero vulnerabili agli Iskander russi piazzati nell’exclave di Kaliningrad) ed infine ampliato (si progettano componenti anche in Romania e Bulgaria); Washington si è accordata con Mosca per sanzioni condivise contro l’Iràn, e subito dopo – contro la volontà russa – ne ha varate unilateralmente di ulteriori; recentemente la segretaria di Stato Hillary Clinton ha svolto un tour per i paesi ex sovietici, rassicurandoli sul sostegno degli USA contro il rischio di ritornare entro la sfera d’influenza moscovita.
Alla luce di quanto appena detto, ritengo che Brzezinski continui a fare scuola a Washington. Tuttavia, la sua influenza diminuisce sensibilmente quando ci si sposta nel Vicino Oriente, perché la voce più forte diviene quella della lobby sionista.


L’amministrazione Obama sta cambiando in qualche modo il contesto geopolitico americano? È già possibile delineare un carattere “obamiano” della attuale politica estera Usa?

Anche i più feroci critici di Obama gli riconoscono sempre almeno un pregio: è un bravo oratore. Credo che proprio nelle parole stia la maggiore innovazione apportata da Obama alla politica estera statunitense. Bush abbaiava e mordeva. Obama continua a mordere ma cerca di non abbaiare, perché capita che una parola di troppo, in diplomazia, faccia più danni di una bomba. Ho appena citato il caso dei rapporti con la Russia: Obama sorride e stringe la mano a Medvedev, ma poi appena il Presidente russo si distrae, inanella una serie di misure antimoscovite che farebbero invidia ai tempi della Guerra Fredda (abbiamo avuto persino la retata di “spie” russe – alcune delle quali, come Vicky Peláez, erano al massimo degli “agit-prop” moscoviti, non certo dei ladri d’informazioni riservate). Medvedev non è un caso isolato. Obama sta dispensando abbracci e sorrisi a molti dei suoi nemici, cercando poi di pugnalarli alla schiena. Ha abbracciato Chávez per poi circondare il Venezuela di truppe statunitensi. Si mostra amichevole con Lula da Silva ma sostiene sottobanco l’opposizione brasiliana. Dispensa elogi a Berlusconi, ma non sorprenderebbe scoprire un giorno che, nel corso dell’ultimo anno, abbia manovrato per farlo cadere e sostituirlo con qualcuno che non consideri Putin “un amico”.


Nel capitolo dedicato a Cina e India mostri come il Dragone viva nell’attuale contesto geostrategico una straordinaria ambivalenza: può essere considerato il competitore fondamentale dell’Impero ma allo stesso tempo anche una sorta di “hub dell’occidente” e l’economia cinese un “interfaccia” della globalizzazione anglosassone in oriente. L’attuale strategia statunitense in Medio Oriente e Asia centrale può essere considerata come un’operazione su larga scala per costringere la Cina a divenire in maniera strutturale il socio di minoranza dell’Impero? Qual è la tua opinione?

L’idea della Cina come junior partner appare ormai superata. Lo stesso Obama ha optato, nei primi mesi della sua amministrazione, per un “G-2”, che almeno sulla carta prevederebbe un rapporto paritario. La Casa Bianca, però, non è più abituata a trattare “alla pari” con qualcuno, e Pechino si è risentita per alcune provocazioni – come la massiccia vendita di armi a Taiwan (e qui ritorniamo all’Obama che sorride ma nel frattempo pugnala alle spalle).
Oggi gli USA cercano piuttosto un asse con la Russia per arginare la Cina ma, come abbiamo visto, non mancano neppure le provocazioni a Mosca.
Attualmente mi pare che la Cina navighi verso l’emancipazione: riduce le riserve in dollari e l’acquisto di buoni del Tesoro statunitensi, rafforza lo yuan per proporlo come valuta di riferimento in Oriente, ristruttura lentamente la propria economia verso il mercato interno, vara un importante programma di riarmo navale. L’incognita è la possibile prossima crisi finanziaria in Cina. Il governo si sta sforzando di sgonfiare in maniera controllata la bolla immobiliare. Se fallisse, molte cose potrebbero cambiare, ma non è scontato che lo facciano in meglio per gli USA. L’economia statunitense rimane in bilico sull’orlo del baratro, e l’onda lunga d’una eventuale crisi cinese potrebbe farle perdere l’equilibrio.

Usciamo infine dalle pagine del tuo volume per una incursione nella cronaca geopolitica. Analisti e commentatori si stanno dividendo sulle previsioni circa una possibile drammatica guerra prossima ventura in Medio Oriente. C’è chi sostiene, tra cui anche il sottoscritto, che si giungerà prima o poi ad un confronto bellico con Teheran; altri ritengono, se non sbaglio tu ti trovi su questa linea, che alla fine una guerra non ci sarà. Qual è la tua posizione e la tua analisi attuale?

Io non so se la guerra ci sarà “alla fine”, perché si tratta di un tempo troppo poco determinato per pronunciarsi. Rimango dell’opinione che non ci sarà “a breve”, e questa previsione si è finora rivelata azzeccata – e spero, non solo per vanagloria personale, che continui ad esserlo ancora a lungo.
Obama si è presentato come l’uomo che avrebbe risolto per via negoziale la crisi iraniana: sarebbe pronto ad affrontare il contraccolpo d’immagine che conseguirebbe ad uno sviluppo bellico della stessa?
Gli USA hanno truppe in Iràq e Afghanistan: da ciò deriva che a) sono vulnerabili a rappresaglie iraniane e b) il loro esercito “di campagna” è in larga parte immobilizzato. Non sono le condizioni ideali per attaccare il paese persiano.
Il debito pubblico di Washington è ormai fuori controllo, ed una nuova guerra non gli gioverebbe. A meno di pensare che, come successo spesso in passato, una nuova guerra possa rilanciare l’economia statunitense. Però ogni guerra dev’essere commisurata alla crisi che dovrebbe risolvere. Attaccare l’Iràq all’inizio degli anni ’90 o dopo l’esplosione della bolla “IT” può risolvere piccole crisi congiunturali, ma per crisi sistemiche come quella attuale sarebbe necessario un conflitto mondiale (vedi il Ventinove).
Molti di questi deterrenti non si applicano a Israele, che rimane perciò l’indiziato principale per un ipotetico attacco aereo contro l’Iràn. Credo ci siano discrete possibilità che Tel Aviv lanci una nuova aggressione bellica entro la fine dell’anno, ma la vittima più probabile è ancora una volta il Libano.
Il programma nucleare iraniano non è ancora così minaccioso da giustificare un’opzione militare. Anche se, come si diceva in precedenza, spesso gli uomini sbagliano. E i dirigenti a Washington e Tel Aviv, più di molti altri, negli ultimi tempi ci hanno abituato a parecchi errori, soprattutto quando a pagarli col sangue sono altri popoli.

Scheda libro:
http://sfidatotale.wordpress.com/about/

Dove trovarlo:
http://sfidatotale.wordpress.com/dove-trovarla/

Acquista on-line:
http://www.ibs.it/code/9788890465826/scalea-daniele-mini/sfida-totale-equilibri-e.html

La sfida totale. Recensione di Augusto Marsigliante su Eurasia

Tratto da Eurasia Online,  27 maggio 2010

La Sfida Totale è l’opera prima di un giovane e brillante collaboratore di “Eurasia”, Daniele Scalea, che esce per i tipi della Fuoco Edizioni, casa editrice che si conferma sicuramente tra le migliori per quanto riguarda la pubblicazione di saggi di geopolitica. Riguardo all’Autore, per chi è abituato a leggere i suoi articoli sulla rivista, questo saggio sarà un’ulteriore conferma del suo valore. Si sentiva il bisogno, data la velocità alla quale sta cambiando il mondo che siamo stati abituati a conoscere, di qualcosa che facesse il punto della situazione, che cercasse di dare una spiegazione a fenomeni geopolitici non sempre di facile lettura. Una situazione fluida, in continua evoluzione, che ha visto, tra l’altro, i recenti riposizionamenti geostrategici ad esempio di Giappone e Turchia (molto prudente il primo, più netto e deciso il secondo).

Attraverso otto agili capitoli, si viene guidati alla comprensione delle attuali dinamiche geopolitiche. L’introduzione è volta a illustrare al lettore i principali esponenti della scienza geopolitica, con le relative teorie. La geopolitica come scienza quindi, non solo come prassi, una scienza, così come splendidamente definita da Aldo Braccio, «viva e concreta, [che] non può che favorire […] la formazione di un’unità continentale eurasiatica corrispondente all’effettivo “Cuore della Terra”, che sappia darsi leggi e ordinamenti incompatibili con l’odierno prevalere dell’Usurocrazia e di stili di vita legati all’American Way of Life».

Entriamo così nel vivo del libro, che prende le mosse da quella che è senza dubbio una data spartiacque della storia contemporanea, ossia l’implosione dell’Unione Sovietica, a cavallo dell’ultimo decennio dello scorso millennio. L’Autore analizza le vicende che caratterizzarono quel periodo, le responsabilità della classe dirigente sovietica, e gli effetti scaturiti da tale evento. Viene subito da notare come allo scioglimento del Patto di Varsavia non sia poi corrisposto un analogo evento per il Patto Atlantico, bensì quest’evento è coinciso con la penetrazione a Est della piovra atlantica. Non a caso il capitolo si intitola “Attacco al cuore della Terra”, il quale attacco viene scomposto in tre momenti: l’espansione militare, la sovversione politica, il procacciamento di fonti energetiche.

Nel capitolo successivo l’attenzione si sposta sul gendarme atlantico e sulla supremazia militare, sulle scuole di geopolitica americane (idealisti contro realisti), e sull’importanza del concetto basilare di “supremazia nucleare”. Senza voler sconfinare eccessivamente nella fantapolitica, (“le guerre stellari”) si converrà comunque sull’importanza fondamentale che riveste per ciascuno stato il possesso di un arsenale atomico, per lo meno a livello di deterrenza. Non si spiegherebbero altrimenti, ad esempio, la prudenza che viene riservata nelle delicate trattative con la bellicosa Corea del Nord e, al contrario, l’arroganza che viene riservata all’Iran, “reo” di voler procedere nell’arricchimento dell’uranio a scopi pacifici.

L’Autore si sofferma anche, in questo capitolo, su quella che viene considerata una data simbolo del nuovo millennio, ossia l’undici settembre 2001, sottolineando, alla luce dell’ormai famigerato documento denominato PNAC, come tale evento sia giunto in maniera più che opportuna per accelerare i desiderata degli Stati Uniti.

La nostra attenzione volge poi nuovamente a Est, dove nel capitolo “L’Orso si rialza” si pone l’attenzione sulla reazione del Cremlino. La riscossa guidata dall’ex agente del Kgb Putin e dal suo delfino Medvedev segue gli anni più bui della storia russa del ventesimo secolo, ossia quelli di Eltsin. Con il nuovo corso instaurato da Putin, gli oligarchi in Russia hanno smesso di imperversare e, anche se l’azione della nuova classe dirigente non sembra sempre essere guidata da una logica eurasista, l’interesse nazionale (e non quello di bande mafiose) è tornato finalmente preminente. Dopo aver fatto piazza pulita di oligarchi e Ong in odore di atlantismo (se non direttamente finanziate da Soros e compagnia), la Russia, finalmente cosciente del vantaggio strategico datole dalle enormi risorse energetiche di cui dispone, sta predisponendo una rete di gasdotti volti a bypassare stati ostili e a garantire quindi una continuità negli approvvigionamenti all’Europa.

I tentativi atlantisti di ostacolare tramite analoghi progetti (Baku-Tblisi-Ceyhan e Nabucco) non sembrano altrettanto convincenti.

Continuando nella lettura, si arriva così a quello che è stato definito l’“Impero di Cindia”, due miliardi e mezzo di persone, pari al 40% della popolazione mondiale, un’economia in costante crescita nonostante la crisi, e tutta una serie di accordi bilaterali che non fanno dormire sonni tranquilli agli atlantisti. Uno degli argomenti più controversi riguardo al rapporto Cina-Stati Uniti è senz’altro l’interdipendenza economica: l’Impero di Mezzo è il principale creditore degli Usa, ed è perciò presumibile che gradualmente la Cina cerchi di svincolarsi da questo pesante fardello. Ed è in queste righe che leggiamo a mio avviso una delle più efficaci definizioni della differenze tra Cina e Stati Uniti: «nel primo caso i capitalisti sono soggetti allo Stato, nel secondo è lo Stato a servire i capitalisti». Comunque, le sfide che oggi Cina e India devono affrontare sono numerose e complicate, una su tutte la minaccia secessionista. Eterodirette da sapienti burattinai, infatti, le rivendicazioni piccolo nazionaliste sono volte nient’altro che a minare dall’interno questi due colossi geopolitici, i quali attraverso una sapiente politica interna stanno al momento rintuzzando efficacemente il pericolo di una frantumazione. La balcanizzazione dell’Eurasia è forse oggi la sfida più difficile da fronteggiare sulla strada di un mondo multipolare.

Non si poteva non dedicare un capitolo a quella che forse è LA questione chiave dell’intero scacchiere geopolitico, ossia la questione palestinese. Vi è infatti, sulle sponde del Mediterraneo, un piccolo popolo minaccioso che, insediatosi in una terra che non era la propria, ha costituito un’entità statuale e, a suon di guerre, ne ha ampliato continuamente l’estensione. Senza voler sconfinare nella polemica politica, basti pensare che l’entità sionista detiene il quinto arsenale atomico mondiale (supposto, mai dichiarato), costituendo, essa sì!, la vera minaccia alla pace e alla stabilità non solo dell’area, ma persino a quella del mondo intero.

Meritava senza dubbio un approfondimento l’America indiolatina, al cui risveglio geopolitico viene dedicato un ampio capitolo. Oggi, questo enorme subcontinente ricco di risorse e potenzialità, non vuol essere più il “cortile di casa” di Washington ma, tramite Chavez, Morales, Correa, Lula, si sta emancipando e vuole essere padrone del proprio destino. Ultimo avamposto atlantico in America Latina è rimasto la Colombia, nella quale recentemente sette basi militari americane sono state installate. Gli anni bui delle sanguinose dittature militari sono un vivo e terribile ricordo (salvo qualche anacronistica ricaduta, come in Honduras) ma oggi i continuatori di Simon Bolivar e di Ernesto Guevara stanno finalmente conquistando quell’indipendenza geopolitica che gli è sempre mancata.

Arriviamo così alla conclusione di quest’avvincente saggio: La sfida totale è quindi quel percorso a ostacoli che condurrà tutti gli uomini liberi dal grigio presente monocorde di un pianeta globalizzato a guida atlantica, a un mondo multipolare in cui le differenze politiche, sociali e culturali siano parimenti rispettate e preservate. Nell’auspicio che a tali benauguranti segnali faccia seguito il concreto sorgere di un nuovo ordine multipolare, non possiamo quindi che consigliare vivamente la lettura del libro di Daniele Scalea.

Entrevista con Daniele Scalea: «El desafío total» (Stefano Grazioli)

Fuente: Eurasia Online, 26 Mayo 2010

 

Muchos hablan y escriben sobre geopolítica, pocos entienden realmente algo. Daniele Scalea es uno de éstos. Joven, 25 años, licenciado en Ciencias Históricas por la Universidad de Milán, Daniele Scalea, que participa desde hace años en la redacción de Eurasia, ha debutado con una obra de gran profundidad, demostrando que las orillas del lago Mayor (vive en Cannobio) pueden ser un observatorio privilegiado para comprender y explicar los acontecimientos del mundo que nos rodea. No soy sólo yo quien lo afirma, sino también el general Fabio Mini, que ha escrito el preámbulo del nuevo libro de Daniele.El general Mini explica “Podemos decir con seguridad que Daniele Scalea ha escrito un tratado de alta geopolítica. Ha descrito el mundo actual tratando de interpretarlo a la luz de las teorías clásicas de la geopolítica, confirmando, por si fuera necesario, su validez metodológica. Ha tomado como objeto de examen todos los principales actores mundiales, aportando una visión apasionada. No hay nada más que decir.”


Invirtamos la botella y comencemos desde el fondo. Usted concluye su libro diciendo que el nacimiento del Nuevo Mundo, o al menos la reestructuración geopolítica del antiguo, podría ser extremadamente complicado. Esencialmente, que la transición de un sistema semiunipolar a uno multipolar podría inducir dolorosas fricciones debidas al hecho de que la potencia hegemónica –Estados Unidos– opondrá resistencia a la pérdida de su poder. ¿El “desafío total” tiene ya tiene ganadores y perdedores?

La tendencia histórica de la posguerra fría va contra Estados Unidos. En los años 90, la geopolítica mundial experimentó un “momento unipolar”, y todo parecía moverse en la dirección correcta, desde la perspectiva de Washington. Pero ya se estaba incubando lo que vendría después. La última década ha visto la aparición, en los ámbitos económico, estratégico y también político, de auténticos competidores de la “única superpotencia realmente existente.” Me refiero sobre todo a China y Rusia, pero también merecen mencionarse India, Brasil y Japón. El sueño del “fin de la historia” se ha desvanecido. EE.UU. realizó, bajo Bush, un último intento brutal para mantener su supremacía indiscutible: el proyecto de “guerra sin fin”, que iba a aniquilar como una apisonadora todos sus posibles enemigos y competidores, pero se han estancado en los dos primeros obstáculos hallados, a saber, Afganistán e Iraq. El orden mundial actual es semiunipolar, con Estados Unidos todavía como primera potencia hegemónica, pero más por la cautela de sus rivales que por su poder y autoridad. La crisis financiera de 2008 salió de EE.UU. e hizo parcialmente añicos el orden económico en que descansa en gran parte el poderío de Washington. Todo permite suponer que se materializará un retorno a un orden real multipolar, y ésta es también mi previsión.

Pero… como suele suceder, hay un “pero”. Uno de los errores más comunes de nuestro tiempo es percibir las tendencias, como factores fijos e inmutables, cuando en realidad son contingentes. Como sostenía Hume, los seres humanos se inclinan a creer en lo que estamos acostumbrados a ver, o sea, a dar carácter absoluto a lo contingente. Pero la reversión de la tendencia es siempre posible. Estados Unidos no ha aceptado, y difícilmente aceptará, el papel de potencia hegemónica en declive. A menos que se produzcan implosiones internas del tipo previsto por Igor Panarin, serán capaces de oponer resistencia; y siguen teniendo muchas flechas en su arco, si no para bloquear al menos frenar la transición a un mundo multipolar: recordemos, entre los principales, el poderoso instrumento militar (con frecuentes fallos, pero cuya capacidad de proyección global no tiene rival), la hegemonía del dólar (Henry Liu), la centralidad del sistema financiero, la influencia cultural. Ya sabemos cómo, el siglo pasado, fue impugnado el dominio de las talasocracias anglosajonas por el Reich alemán y después por la Unión Soviética, y todos sabemos cómo acabó. Mejor no vender la piel del oso –las plumas del águila, para ser más precisos en la alegoría zoológica– antes de matarlo. Es cierto, sin embargo, que los EE.UU. de principios del siglo XXI parecen sólo una pálida copia de la superpotencia del siglo XX: gran parte de su grandeza proviene de la herencia de las generaciones pasadas, y cuando han de defenderla no parecen estar a la altura de su rango sin par.

Vayamos ahora al principio, a hurgar un poco en el pasado. ¿Puedes sintetizar el concepto de “ataque al corazón de la Tierra” –el Heartland–, que Estados Unidos basa en cuatro aspectos (subversión política, expansión militar, recursos energéticos, supremacía nuclear)?

La estrategia estadounidense, al menos a partir de los últimos años de la XX Guerra Mundial (y quizá antes), está fuertemente inspirada en los principios de la geopolítica. El Heartland definido por Halford Mackinder, es una de las categorías básicas de esta disciplina: es la Tierra-corazón, el centro del continente euroasiático, históricamente impermeable a las potencias marítimas, estas últimas encarnadas primero por el Imperio Británico y luego por el imperialismo “informal” de Estados Unidos. El Heartland está ocupado por Rusia, que representa por lo tanto el principal obstáculo y una amenaza potencial a la hegemonía de la potencia talasocrática, es decir, marítima, de EE.UU. Desde el final de la Guerra Fría hasta la actualidad, Washington y Moscú han intentado en repetidas ocasiones realizar acercamientos amistosos, pero todos terminaron mal. A la política de claudicación de Yeltsin respondió con el desmembramiento de Yugoslavia, y los rusos reaccionaron llevando al Kremlin a un tal Vladimir Putin. La apertura de éste tras el 11 de septiembre se vio recompensada con una penetración de EE.UU. en Asia Central, el “patio trasero” de Rusia. El romance actual, recentísimo, entre Obama y Medvedev no durará mucho tiempo. No hay que dejarse llevar por el determinismo, pero la geografía es un factor importante en los asuntos humanos, y en este caso la geografía condena a Rusia y EE.UU. a ser, al menos en el escenario actual, casi siempre enemigos.

Desde los años 90 hasta hoy Washington, siguiendo teorías como las de Zbigniew Brzezinski, lejos de relajar su presión sobre Moscú, ha intentado explotar el colapso de la URSS para neutralizar la amenaza permanente de Rusia. Las directrices de ataque son cuatro, como usted ha señalado:

a) la subversión política: a través de la CIA, de entes públicos o semipúblicos, como la National Endowment for Democracy, USAID o de supuestas ONG, EE.UU. ha orquestado una serie de golpes de estado en la antigua zona de influencia de Moscú, con objeto de instalar gobiernos proatlantistas y rusófobos, en la medida de lo posible. Los casos más conocidos han sido Serbia, Georgia, Ucrania y Kirguistán. Lo intentaron incluso en Bielorrusia y Rusia (véase Kasparov), pero no les fue bien. Los gobiernos locales se han dado cuenta de la situación, y han comenzado a poner restricciones a las actividades de las organizaciones extranjeras en sus países. Los recientes acontecimientos en Ucrania y Kirguistán sugieren que la ola de “revoluciones de colores” está en reflujo;

b) la expansión militar: la OTAN podría ser descrita como la alianza que vincula a la potencia hegemónica a sus países subordinados. No es cualitativamente diferente de la Liga de Delos, dirigida por Atenas, o de las diversas alianzas itálicas de Roma. Ciertamente, no es una alianza entre iguales. Nacida con una función antisoviética, la disolución de la URSS no sólo no supuso su liquidación sino que se ha expandido hacia el Este hasta las fronteras de Rusia. La nueva doctrina militar de Rusia menciona específicamente a la OTAN entre las amenazas para el país;

c) los recursos energéticos: una poderosa palanca estratégica para Rusia la constituye su papel central en el comercio energético dentro de Eurasia. Estados Unidos ha tratado de disminuirla haciendo de Asia Central un competidor de Moscú, mediante gasoductos y oleoductos alternativos que evitan el territorio de Rusia. La incapacidad para construir la conducción transafgana, el reducido impacto del ducto BTC y la posible quiebra del Nabucco demuestran que el proyecto, al menos por ahora, no ha tenido éxito;

d) la supremacía nuclear: es un punto a menudo ignorado por los comentaristas occidentales. Se define como supremacía nuclear la capacidad de un estado para ganar una guerra nuclear sin sufrir daños excesivos, es decir, de lanzar un primer golpe (first strike) y detener después la represalia subsiguiente. Cuando se dispone de los miles de ojivas y misiles nucleares que tiene EE.UU., es fácil aniquilar a un rival mediante una guerra atómica. El gran problema es ser capaz de evitar ser destruido, a su vez, si el enemigo, como Rusia, dispone de miles de armas nucleares con las que responder. He aquí, por consiguiente, la idea del escudo antimisiles antibalísticos (ABM) soñado por Reagan, revivido por Bush y en absoluto abandonado por Obama, que seguirá siendo durante mucho tiempo un importante contencioso entre Moscú y Washington. De hecho, el Kremlin no se cree el cuento de que el escudo el ABM esté dirigido contra Irán y Corea del Norte, y en mi libro explico en detalle el porqué.

Se centra usted mucho en la política exterior de EE.UU. de última década, diseccionando las diferencias entre idealistas y realistas en la Casa Blanca. ¿Qué ha cambiado con la llegada de Barack Obama a la Casa Blanca?

Muchas cosas, pero probablemente menos de las que podrían haber cambiado si no hubiera existido la crisis financiera de 2008. Obama fue el portador de una alternativa geoestrategia a la de los neoconservadores, menos centrada en Oriente Próximo y más atenta a los equilibrios globales en conjunto. Incluía también una estrategia no declarada de lucha contra Rusia de tipo “brzezinskiano”. La distensión misma con Irán estaba y está concebida principalmente para dirigir a la potencia persa contra Moscú en funciones de contención del flanco sur.

Huelga decir que la crisis ha trastocado los planes. EE.UU. se encontró con el agua al cuello, y Obama se contentó con tratar de salvar la supremacía mundial. El ideologismo de Bush ha sido sustituido por un poco de sana realpolitik, y la amenaza y el uso de la fuerza militar están ahora suavizados por el uso de la diplomacia como vía preferente. Pero esto no es suficiente. Washington ha entendido que no puede conseguir todo solo, y está tratando de cooptar a algunas grandes potencias como muletas de su propia hegemonía. Al principio, Obama intentó formar el famoso G-2 con China, pero pronto la tensión comenzó a subir, y ahora Washington y Pekín se observan con una hostilidad no vista en las últimas décadas. Así, Obama ha dirigido su punto de mira hacia China, y se ha aproximado a Rusia. El leviatán talasocrático y el mastodonte tellurocratico ya se han encontrado uno al lado del otro contra un poder del Rimland, es decir, del margen continental de Eurasia (me refiero a la Alemania del siglo pasado), pero no creo que esto se repita hoy. La superpotencia estadounidense fue capaz de cooptar a la Rusia de Yeltsin y del Putin de los comienzos, pero su excesiva avidez de poder terminó por alejarla. Hoy en día sigue siendo la potencia hegemónica, y por lo tanto suscita envidia y hostilidad, pero es una hegemonía coja, y ya no da las mismas ventajas del pasado. Aliarse con alguien que te utiliza como muleta de su poder debilitado no es ya una perspectiva tan atractiva. El Kremlin tomará por otros caminos y sólo cuando EE.UU. se haya reducido a la categoría de potencia inter pares, entonces podrá volver a discutir de alianzas estratégicas.

El 8 de diciembre 1991, los presidentes de Rusia, Ucrania y Bielorrusia, reunidos en Brest, proclamaron la disolución de la Unión Soviética. Gorbachov se vio obligado a aceptar contra su voluntad. El ex presidente ruso Vladimir Putin, ahora primer ministro, dijo que la disolución de la URSS ha sido la mayor catástrofe geopolítica del siglo XX. ¿Está de acuerdo?

El término catástrofe implica un juicio de valor, y por lo tanto es subjetivo. Al respecto, no hay duda de que el colapso de la URSS, es decir, la potencia terrestre del Heartland que contenía a la superpotencia marítima, fue un acontecimiento trascendental. Y desde el punto de vista de los rusos, sólo puede calificarse de catastrófica. Pero no sólo para ellos. El colapso de la represa soviética –un dique criticado y polémico hasta decir basta– abrió el camino a los intentos hegemónicos de EE.UU., con sus añadidos de abusos y guerras. Para los estadounidenses la desintegración de la URSS fue un éxito; para los polacos una bendición; para los cubanos, sirios o palestinos, una desgracia.

Vladimir Putin ha significado, entre luces y sombras, el símbolo del retorno de Rusia al Gran Tablero de Ajedrez. Usted escribe que la doctrina Putin se puede interpretar como un realismo a la salsa rusa, fundada en la astuta textura de las alianzas intracontinentales con China, India, Irán, Turquía y Europa Occidental. ¿Es decir…?

He recogido de Tiberio Graziani, director de Eurasia, la definición que usted cita. En Rusia, después de la caída del comunismo surgieron dos visiones ideológicas: la eurasiática, que ve en Estados Unidos al enemigo histórico que hay que combatir a toda costa; y la occidentalista, que ve en Occidente el benjamín al que hay que emular por todos los medios. La doctrina Putin va más allá de estos esquemas, y se coloca a medio camino entre los extremistas de ambos bandos. Adopta un lenguaje y unos formalismos caros a los occidentales, y ha considerado por mucho tiempo una prioridad las relaciones con Europa y EE.UU. Pero nunca ha sido sumiso ni se da por vencido, nunca ha renunciado a defender el papel de Rusia en el mundo y su propio espacio vital, el Heartland. Cuando llegó a la conclusión de que con Washington no había lugar para el diálogo, se volvió hacia otras partes. Las alianzas intracontinentales que usted menciona sirven para crear un segundo anillo de seguridad (el primero debe ser el exterior más cercano) en torno a Rusia. El objetivo último es excluir a la talasocracia, es decir EE.UU., de toda la masa continental eurasiática, con el fin de conseguir la seguridad permanente de Rusia.

Según Parag Khanna de los “tres imperios” del nuevo mundo multipolar serían EE.UU., China y la Unión Europea, mientras que Rusia formaría parte del “segundo mundo”. Usted no está de acuerdo. ¿Por qué?

Porque la visión de Parag Khanna se basa principalmente en evaluaciones de tipo económico y en sus propias simpatías personales. La economía es importante, pero no revela todo. Por ejemplo, la Unión Europea, como se sabe, es un gigante económico pero un enano político. Tampoco es un estado, sino una mezcolanza de estados nacionales que, como los acontecimientos actuales están demostrando, en medio de la tormenta prefieren pensar en sus propios intereses. Rusia tiene un ingente patrimonio geopolítico, en términos geográficos, militares y energéticos, con los que desempeñar un papel muy eficaz en el escenario mundial. Moscú sigue estando en el centro de la política internacional; considerarlo como el “segundo mundo” no está justificado.

No obstante, China es y será uno de los líderes de este siglo, y en torno al papel de Pekín se juega, obviamente, el futuro de Washington. Tomo sus palabras: “Para EE.UU., la contención de China debería realizarse con la ayuda de dos “perros guardianes”: India y Japón. ¿Es cierto que Nueva Delhi y Tokio están realmente dispuestos a cumplir el papel que Washington querría asignarles, o bien preferirían unirse a Pekín para crear una “esfera de coprosperidad” asiática?

Es un dilema aún no resuelto. India parecía estar más cerca a China hace unos años, y los profesionales del género comenzaron a utilizar el término “Chindia”. Por el contrario, Japón, que hace unos años parecía ser un irreconciliable enemigo de Pekín, hoy está aproximándose. La situación es fluida y difícil de descifrar, pero la sensación es que Nueva Delhi y Tokio intentarán conocer al ganador: esperarán hasta saber con certeza quién va a ganar entre China y EE.UU., y sólo entonces apostarán todo al caballo ganador.

Por último, desplacémonos a otro ámbito del extranjero, en el que los grandes actores son siempre los mismos. En su libro, escribe usted que Obama parece decidido a recuperar su influencia sobre el “patio trasero”, por cualquier medio. Rusia y China, sin embargo, ofrecen un cauce diplomático a las nuevas potencias emergentes como Brasil y Venezuela. ¿Los conflictos futuros están ya programados?

América del Sur ha sido históricamente una zona muy tranquila. Pero esto se debe también a su historia de marginalidad en el marco geopolítico, y a la hegemonía indiscutible durante mucho tiempo de EE.UU. Estos dos factores están perdiendo importancia. En América del Sur está surgiendo una gran potencia mundial – Brasil– mientras que el control estadounidense del “patio trasero” se ha visto seriamente erosionado. China y Rusia se burlan de la Doctrina Monroe, piedra angular de la estrategia de EE.UU. desde hace dos siglos. Washington pasará a la acción, o mejor dicho, a la reacción, y no sabemos aún qué herramienta elegirá.

¿Mayor integración económica? El ALCA ha sido rechazado por casi todos los países de América del Sur.

¿Lazos militares? En América del Sur, Rusia ya supera a EE.UU. en la exportación de armas.

¿Influencia cultural? El sentimiento antiestadounidense, enraizado en la tradición, alcanza en niveles históricos, y el despertar de la comunidad indígena conduce a un redescubrimiento de su patrimonio más arcaico, en lugar de adoptar el estilo de vida americano.

¿Golpes de estado? En Venezuela lo intentaron, pero fue un fracaso; un pez mucho más pequeño, Honduras, ha caído en la red, pero se encuentra casi totalmente aislado de la región.

¿Guerras por delegación? Los países de América del Sur son extremadamente reacios a ir a la guerra entre sí, aunque sólo sea porque todos ellos son inestables internamente, y temen graves consecuencias en el interior. En torno a Colombia la tensión va en aumento, y mucho dependerá de las próximas elecciones presidenciales. Santos recuerda en algunos aspectos a Saakashvili: es un exaltado, con él todo es posible. Mockus, por el contrario, busca el entendimiento con sus vecinos y aflojar los lazos con EE.UU. En cualquier caso, para Bogotá sería un movimiento por lo menos arriesgado ir a la guerra con sus vecinos, cuando ni siquiera controla su propio territorio nacional.

¿Guerras en primera persona? A descartar, al menos mientras las tropas estadounidenses sigan empantanadas en Iraq y Afganistán. E incluso después de haber evacuado estos dos países del Oriente Próximo, la experiencia tendrá un impacto negativo en la propensión a la guerra en los próximos años. No cabe duda de que no son eventos traumáticos como Vietnam –por la participación de soldados profesionales, en lugar ciudadanos reclutados a la fuerza– pero el país está desmoralizado y las arcas vacías. Por otra parte, los países de América del Sur se están integrando: atacar a uno echaría a perder las relaciones con todos.

Por estas razones, creo que en los próximos años Washington se limitará, simplemente, a subvencionar y “vender” en los medios de comunicación a sus paladines locales: ya lo está haciendo en Brasil, aunque difícilmente el Partido de los Trabajadores de Lula será expulsado del poder. En alguna “república bananera” centroamericana podrán también organizar un golpe de estado, pero el arma tradicional estadounidense de influencia sobre los vecinos del Sur está perdiendo cada vez más fuerza.

La pérdida de la hegemonía en el continente americano representa un punto de inflexión para EE.UU. y la geopolítica mundial. Estados Unidos de América, potencia continental, ha podido inventarse a sí misma como potencia marítima al contar con el aislamiento que le confería la ausencia de enemigos en el continente: desde finales del siglo XIX han sido por tanto capaces de proyectarse con seguridad por los océanos y más allá de sí mismos. Con la aparición de fuertes rivales en las Américas, EE.UU. perdería una de sus ventajas estratégicas históricas: dejar de ser una “isla” geopolítica y volver a ser una potencia continental.

¿Cuáles son estos rivales que Estados Unidos puede encontrar en el continente? Es fácil de responder que Brasil, por encima de todos, por su dimensión y población, que le permiten desafiar la supremacía de Washington en el hemisferio occidental. Es fácil hacer referencia al “bloque bolivariano”, países que individualmente son débiles, pero que si llegaran a unirse, fortalecidos por la vehemencia ideológica, crearían muchos problemas a los gringos, como ellos los llaman. Y no olvidemos a México, un país muy grande, que comparte frontera con EE.UU. y cultiva –aunque silenciosamente– históricas reivindicaciones territoriales sobre el sur de los Estados Unidos. Su economía está creciendo rápidamente, y en pocos años se considerará una gran potencia, al menos en este ámbito. Tiene dificultades para controlar la parte norte del país, pero es la menos poblada y más pobre. Por otra parte tiene un arma atípica. Samuel Huntington, poco antes de su muerte, hizo una advertencia a sus compatriotas: deberían estar atentos al enorme incremento en el número de latinos –en su mayoría mexicanos– en Estados Unidos. Los latinos se concentran en unos pocos estados: California, Texas, Arizona, Nuevo México e incluso Florida (se trata de cubanos y puertorriqueños). Vienen en masa y tienden a preservar su lengua, religión y forma de vida. Ya han adquirido un peso electoral significativo, pero en su mayoría no están integrados en la sociedad estadounidense. En el Sur, los cárteles del tráfico de drogas ya han creado verdaderos estados dentro del Estado, que se enseñorean en los barrios latinos, son capaces de financiarse mediante el tráfico ilícito de drogas y la prostitución, y tienen verdaderos ejércitos armados hasta los dientes. Un sujeto ideal para llevar a cabo una guerra asimétrica, si llegasen a crearse las condiciones. Estos cárteles de la droga tienen el mismo poder al otro lado de la frontera norte de México, y cuentan también con importantes colusiones con las autoridades de Ciudad de México. No es casual que en EE.UU. desde hace algunos años están tratando de frenar la inmigración y la integración de los latinos en la sociedad, mientras que en México no hacen nada para disuadir a sus ciudadanos de expatriarse a tierras que el vecino del Norte robó a México hace ciento cincuenta años. La situación es explosiva, y algunos analistas, como George Friedman, se han dado cuenta.

Gracias por la entrevista.

La Sfida Totale. Intervista a Daniele Scalea (di Stefano Grazioli)

Tratto da East Side Report, 17 maggio 2010. Intervista di Stefano Grazioli a Daniele Scalea

Tanti parlano e scrivono di geopolitica, pochi ne capiscono davvero qualcosa. Daniele Scalea è uno di questi. Giovane, 25 anni e una laurea in Scienze storiche alla Statale di Milano, Daniele Scalea – che già da qualche anno é nella redazione di Eurasia –  ha esordito con un opera di grande spessore (un assaggio sul sito), dimostrando che le sponde del Lago Maggiore (vive a Cannobio) possono diventare un osservatorio privilegiato per capire e spiegare le vicende del Mondo che ci circonda. A confermarlo non sono tanto io, quanto chi ha scritto la prefazione del nuovo libro di Daniele, “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni), e cioè il generale Fabio Mini, uno che ne capisce: “Si potrebbe tranquillamente dire che Daniele Scalea ha scritto un trattato di alta Geopolitica. Ha descritto il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della Geopolitica confermandone, e ce n’era bisogno, la validità metodologica. Ha preso in esame tutti i grandi attori mondiali e dopo una panoramica appassionata, non c’è nient’altro da dire”.

Ecco, non aggiungo altro nemmeno io. Consiglio solo di correre in libreria o ordinare il libro via internet direttamente dall’editore. E di leggere con attenzione la lunga  intervista che gentilmente che l’autore ci ha concesso.

 

Rovesciamo la bottiglia e partiamo dal fondo. Lei conclude il suo libro scrivendo che la nascita del Nuovo Mondo, o perlomeno la ristrutturazione geopolitica di quello vecchio, potrebbe essere oltremodo complicata: in sostanza il passaggio da un sistema semi-unipolare a uno multipolare rischia di produrre dolorose frizioni dovute al fatto che la potenza egemone – gli Stati Uniti – opporrà resistenza alla perdita del proprio potere. La “sfida totale” ha già vincitori e vinti?

La tendenza storica del post-Guerra Fredda marcia contro gli USA. Negli anni ’90 la geopolitica mondiale ha vissuto il suo “momento unipolare”, e tutto sembrava girare per il verso giusto, dalla prospettiva di Washington. Ma già si covava quanto sarebbe venuto. L’ultimo decennio ha visto l’emergere a livello economico, strategico ed infine anche politico di veri e propri competitori della “unica superpotenza rimasta”: il riferimento è prima di tutto a Cina e Russia, ma una menzione la meritano pure India, Brasile, Giappone. Il sogno della “fine della storia” è svanito. Gli USA hanno tentato, sotto Bush, un ultimo brutale tentativo di mantenere la propria supremazia incontrastata: il progetto di “guerra infinita”, che avrebbe dovuto annichilire come un rullo compressore tutti i possibili nemici e competitori, ma che si è arenato già sui primi due scogli incontrati, ossia Afghanistan e Iràq. L’ordine mondiale odierno è “semi-unipolare”, con Washington ancora potenza egemone, ma più per la cautela dei suoi rivali che per la propria forza ed autorità. La crisi finanziaria del 2008 è partita dagli USA ed ha mandato parzialmente in frantumi quell’ordine economico su cui si fonda gran parte del potere di Washington. Tutto lascia supporre che si concretizzerà il ritorno ad un vero e proprio ordine “multipolare”, e questa è anche la mia previsione.

Però …come spesso accade c’è un “però”. Uno degli errori più comuni del nostro tempo è quello di percepire le tendenze come fattori fissi ed immutabili, quando in realtà sono contingenti. Come sosteneva Hume, l’uomo è portato a credere in ciò che è abituato a vedere, ossia ad assolutizzare il contingente. Ma le inversioni di tendenza sono sempre possibili. Gli Stati Uniti non hanno accettato e difficilmente accetteranno il ruolo di ex egemone in declino. A meno d’implosioni interne del tipo pronosticato da Igor Panarin, riusciranno ad opporre resistenza, ed hanno molto frecce al loro arco se non per bloccare, quanto meno per rallentare la transizione al mondo multipolare: ricordiamo, tra i principali, il poderoso strumento militare (che spesso fa cilecca, ma per capacità di proiezione globale non ha pari), la “egemonia del dollaro” (Henry Liu), la centralità nel sistema finanziario, l’influenza culturale. Già il secolo scorso la supremazia delle talassocrazie anglosassoni fu sfidata, prima dal Reich tedesco e poi dall’Unione Sovietica, e sappiamo bene tutti come andò a finire. Meglio non vendere la pelle dell’orso (o le penne dell’aquila, se vogliamo esser più precisi nell’allegoria zoologica) prima d’averlo ucciso. Certo però che questi USA d’inizio XXI secolo paiono solo la copia sbiadita della superpotenza del ventesimo: molta della loro grandezza deriva dall’eredità delle generazioni passate, e quando sono chiamati a difenderla non sembrano all’altezza del proprio rango senza pari.

E ora dall’inizio, tuffandoci un po’ nel passato. L’attacco al cuore della Terra, all’Heartland, che gli Stati Uniti hanno attuato su quattro direttrici (sovversione politica, espansione militare, risorse energetiche, supremazia nucleare): può sintetizzare?

La strategia statunitense, quanto meno dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in poi (e forse anche da prima), è fortemente ispirata ai princìpi della geopolitica. L’Heartland (H. Mackinder) è una delle categorie basilari di questa disciplina: è la Terra-cuore, il centro del continente eurasiatico, storicamente impermeabile alla potenza marittima – quest’ultima incarnata prima dall’Impero britannico e poi dal “imperialismo informale” statunitense. L’Heartland è occupato dalla Russia, che rappresenta perciò stesso il principale ostacolo e minaccia potenziale all’egemonia della potenza talassocratica, ossia marittima, degli USA. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, Washington e Mosca hanno più volte tentato approcci amichevoli, ma tutti sono finiti male. All’arrendevolezza di El’cin si rispose con lo smembramento della Jugoslavia, ed i Russi reagirono portando al Cremlino un certo Vladimir Putin. Le sue aperture dopo l’11 settembre sono state ripagate con la penetrazione statunitense in Asia Centrale, nel “cortile di casa” russo. Anche l’attuale recentissimo idillio tra Obama e Medvedev durerà poco. Nessuno vuole sfociare nel determinismo, ma la geografia è un fattore importante nella vicenda umana, ed in questo caso la geografia condanna Russia e USA ad essere, almeno nello scenario attuale, quasi sempre nemici.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Statunitensi, sulla scia di teorizzazioni come quelle di Zbigniew Brzezinski, lungi dall’allentare la morsa su Mosca hanno cercato di sfruttare il crollo dell’URSS per neutralizzare definitivamente la minaccia russa. Le “direttrici d’attacco”, come da lei sottolineato, sono state quattro:

a) la sovversione politica: tramite la CIA, enti pubblici o semi-pubblici come il National Endowment for Democracy o U.S. Aid, e finte ONG gli USA hanno orchestrato una serie di colpi di Stato in giro per l’ex area d’influenza moscovita, allo scopo d’insediare quanti più governi filo-atlantici e russofobi fosse possibile. I casi più celebri: Serbia, Georgia, Ucraìna, Kirghizistan. Ci hanno provato persino in Bielorussia e in Russia (leggi Kaspàrov), ma non è andata bene. I governanti locali si sono fatti furbi ed hanno iniziato a porre una serie di restrizioni alle attività d’organizzazioni straniere nei propri paesi. Gli ultimi eventi in Ucraìna e Kirghizistan fanno pensare che l’ondata di “rivoluzioni colorate” sia ormai in fase di risacca;

b) l’espansione militare: la NATO si potrebbe definire come l’alleanza che lega l’egemone statunitense ai paesi ad esso subordinati. Non è qualitativamente diversa dalla Lega Delio-Attica capeggiata da Atene, o dalle varie alleanze italiche di Roma. Un’alleanza non certo tra pari. Nata in funzione anti-sovietica, scioltasi l’URSS non solo non ha chiuso i battenti ma si è allargata verso est, fino ai confini della Russia. La nuova dottrina militare russa cita espressamente la NATO tra le minacce per il paese;

c) le risorse energetiche: una potente leva strategica per la Russia è costituita dalla sua centralità nel commercio energetico intra-eurasiatico. Gli USA hanno cercato di sminuirla facendo dell’Asia Centrale un competitore di Mosca, tramite gasdotti e oledotti alternativi che scavalcassero il territorio russo. L’impossibilità di costruire la condotta trans-afghana, il ridotto impatto del BTC ed il fallimento annunciato del Nabucco chiariscono che il progetto, almeno per ora, non ha avuto successo;

d) la supremazia nucleare: è un punto sovente ignorato dai commentatori occidentali. Si definisce “supremazia nucleare” la capacità d’uno Stato di vincere una guerra atomica senza subire danni eccessivi, ossia di sferrare un “primo colpo” (first strike) parando la successiva rappresaglia. Quando si dispone di migliaia di testate e missili nucleari, come gli USA, è facile annientare un rivale con una guerra atomica: il grosso problema è riuscire ad evitare d’essere annientati a propria volta se il nemico, come la Russia, ha a sua volta migliaia di armi nucleari con cui rispondere. Ecco dunque l’idea dello scudo ABM (anti-missili balistici), il sogno di Reagan riesumato da Bush e per niente accantonato da Obama. Resterà ancora a lungo una delle principali pietre della discordia tra Mosca e Washington. Infatti, il Cremlino non si beve la storia che lo scudo ABM sia rivolto contro l’Iràn e la Corea del Nord, e nel mio libro spiego dettagliatamente il perché.

Lei si sofferma sulla politica estera statunitense dell’ultimo decennio sviscerando le differenze tra idealisti e realisti alla Casa Bianca. Cosa ha cambiato l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca?

Ha cambiato molto, ma probabilmente meno di quello che avrebbe potuto se non ci fosse stata la crisi finanziaria del 2008. Obama era portatore d’una geostrategia alternativa a quella neoconservatrice, meno fissata sul Vicino e Medio Oriente e più attenta agli equilibri globali nel loro complesso. Essa comprendeva anche una non dichiarata strategia anti-russa di tipo brzezinskiana. La stessa distensione con l’Iràn era ed è mirata soprattutto a rivolgere la potenza persiana contro Mosca in funzione di contenimento sul fianco meridionale.

Inutile dire che la crisi ha scompaginato i piani. Gli USA si sono ritrovati con l’acqua alla gola, ed Obama s’è accontentato di cercare di salvarne la supremazia mondiale. L’ideologismo di Bush è stato sostituito con un po’ di sana Realpolitik, e la minaccia ed uso della forza militare sono oggi stemperate dal ricorso alla diplomazia come via prediletta. Ma ciò non è sufficiente. Washington, capendo di non farcela più da sola, sta cercando di cooptare qualche grande potenza come stampella della propria egemonia. All’inizio Obama ha cercato di formare il famoso “G-2” con la Cina, ma ben presto la tensione ha preso a montare ed oggi Washington e Pechino si guardano in cagnesco come non succedeva da decenni. Così Obama ha messo nel mirino la Cina, ed ha pensato bene di corteggiare la Russia. Il “leviatano” talassocratico ed il “behemoth” tellurocratico si sono già trovati fianco a fianco contro una potenza del Rimland, ossia del margine continentale dell’Eurasia (mi riferisco alla Germania nel secolo scorso), ma non credo che ciò si ripeterà oggi. Gli USA superpotenza avrebbero potuto cooptare la Russia di El’cin e del primo Putin, ma si sono rivelati troppo avidi di potere ed hanno finito con l’allontanarla. Oggi sono ancora la potenza egemone, e perciò suscitano invidia ed ostilità, ma sono un egemone zoppo,  e dunque appoggiarlo non dà più gli stessi vantaggi d’un tempo. Allearsi con qualcuno che ti vorrebbe come stampella del suo potere traballante non è una prospettiva così allettante. Il Cremlino prenderà altre strade. Solo quando gli USA si saranno ridimensionati al rango di grande potenza inter pares, allora si potrà ridiscutere d’alleanze strategiche.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, riuniti a Brest, proclamarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Gorbačev fu costretto ad accettare suo malgrado. L’ex presidente russo Vladimir Putin, ora primo ministro, ha affermato che la dissoluzione dell’Urss è la stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. È d’accordo?

Il termine “catastrofe” sottintende un giudizio di valore, e dunque è soggettivo. Restando sul merito, è indubbio che il crollo dell’URSS, ossia della potenza terrestre dell’Heartland che conteneva la superpotenza marittima, è stato un evento epocale. E dal punto di vista dei Russi, non si può che considerare catastrofico. Ma non solo dal loro. Il crollo della diga sovietica – una diga criticabile e controversa fin quanto si vuole – ha aperto la strada al tentativo egemonico degli USA, col suo contorno di prevaricazione e guerre. Per gli Statunitensi la disgregazione dell’URSS è stata un successo, per i Polacchi una benedizione, per i Cubani, i Siriani o i Palestinesi una disgrazia.

Vladimir Putin è stato, tra luci ed ombre, il simbolo della ritorno della Russia sulla Grande Scacchiera. Lei scrive che la “Dottrina Putin” può essere interpretata come un realismo in salsa russa, fondato sull’accorta tessitura d’alleanze intra-continentali con la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia e l’Europa Occidentale. Cioè?

Ho ripreso la definizione che cita da Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”. In Russia, dopo la fine del comunismo sono emerse due visioni ideologiche: quella eurasiatica, che vede negli USA il nemico storico da combattere ad ogni costo, e quella occidentalista, che vede nell’Ovest il beniamino da emulare e compiacere ad ogni costo. La Dottrina Putin esula da questi schemi e si pone nel mezzo degli “opposti estremismi”. Putin ha adottato linguaggi e formalità cari agli occidentali, ed ha a lungo considerato prioritari i rapporti con l’Europa e gli USA. Ma non è mai stato arrendevole e rinunciatario, non ha mai rinunciato a difendere il ruolo della Russia nel mondo ed il suo “spazio vitale” nell’Heartland. Quando ha verificato che con Washington non c’erano spazi di dialogo, si è rivolto altrove. Le alleanze intra-continentali da lei citate servono a creare un “secondo anello di sicurezza” (il primo dovrebbe essere il “estero vicino”) attorno alla Russia. L’obiettivo finale è estromettere la talassocrazia, ossia gli USA, dall’intera massa continentale eurasiatica, per mettere definitivamente in sicurezza la Russia.

Secondo Parag Khanna i “tre imperi” del nuovo mondo multipolare sarebbero Usa, Cina e Unione Europea, mentre la Russia farebbe parte del “secondo mondo”. Lei non è d’accordo. Perché?

Perché la visione di Parag Khanna si fonda sostanzialmente su valutazioni di tipo economico e sulle sue simpatie personali. L’economia è importante ma non rivela tutto. Ad esempio, l’Unione Europea, si sa, è un gigante economico ma un nano politico. Non è neppure uno Stato, bensì un’accozzaglia di Stati nazionali che, come stanno dimostrando gli eventi attuali, in mezzo alla tempesta preferiscono pensare ognuno per sé. La Russia ha un ingente patrimonio geopolitico, in termini geografici, militari ed energetici, che può giocare efficacemente sulla grande scacchiera mondiale. Mosca è ancora al centro della politica internazionale, considerarla parte del “secondo mondo” è ingiustificato.

La Cina è e sarà comunque uno dei protagonisti di questo secolo e intorno al ruolo di Pechino si gioca ovviamente il futuro di Washington. Riprendo allora le sue parole: «Per gli Usa il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperità” asiatica?»

È un dilemma che non ha ancora trovato risposta. L’India sembrava più vicina alla Cina qualche anno fa, quando entrò nel gergo comune degli addetti ai lavori il termine “Cindia”. Al contrario, il Giappone che qualche anno fa pareva nemico irriducibile di Pechino oggi gli si sta riavvicinando. La situazione è fluida e difficile da decifrare, ma la sensazione è che Nuova Delhi e Tokio cercheranno la vincita sicura: aspetteranno di capire con certezza chi avrà la meglio tra Cina e USA, e solo allora punteranno tutto sul cavallo vincente.

Spostiamoci infine Oltreoceano, dove comunque i grandi attori sono sempre gli stessi. Nel libro scrive che Obama sembra deciso a recuperare l’influenza sul “cortile di casa”, e con qualsiasi mezzo. Russia e Cina, invece, offrono una sponda diplomatica alle nuove potenze emergenti come Brasile e Venezuela. I prossimi conflitti sono programmati?

Il Sudamerica è storicamente un’area molto pacifica. Ma ciò è dovuto anche alla sua storia di marginalità nel quadro geopolitico, ed all’egemonia a lungo incontrastata degli USA. Oggi questi due fattori stanno venendo meno. In Sudamerica sta emergendo una grande potenza mondiale – il Brasile – mentre il controllo degli USA sul “cortile di casa” è stato seriamente intaccato. Cina e Russia si fanno beffe della Dottrina Monroe, punto fermo della strategia statunitense da un paio di secoli. Washington passerà all’azione, o meglio alla reazione, e non sappiamo ancora quali strumenti sceglierà.

Maggiore integrazione economica? L’ALCA è stato bocciato da quasi tutti i paesi sudamericani.

Legami militari? In Sudamerica la Russia ha superato gli USA nell’esportazione di armi.

Influenza culturale? I sentimenti anti-statunitensi, tradizionalmente radicati nell’area, appaiono al massimo storico, ed il risveglio della comunità indigena porta ad una riscoperta del proprio retaggio più arcaico, piuttosto che all’adozione della way of life nordamericana.

Colpi di Stato? In Venezuela ci hanno provato ma fu un fallimento; un pesce molto più piccolo come l’Honduras è caduto nella rete, ma si ritrova quasi completamente isolato nella regione.

Guerre per procura? I paesi sudamericani sono molto restî a scendere in guerra tra loro, se non altro perché sono tutti instabili al loro interno e temono gravi contraccolpi domestici. Attorno alla Colombia la tensione sta montando, e molto decideranno le imminenti elezioni presidenziali. Santos ricorda per certi versi Saakašvili: è una testa calda, con lui tutto sarebbe possibile. Mockus, al contrario, cercherebbe la distensione coi vicini ed allenterebbe i legami con gli USA. In ogni caso, per Bogotà sarebbe una mossa come minimo azzardata andare in guerra coi vicini, quando non controlla neppure il proprio territorio nazionale.

Guerre in prima persona? Sono da escludersi almeno finché le truppe nordamericane rimangono impantanate in Iràq e Afghanistan. Anche dopo aver evacuato i due paesi mediorientali, l’esperienza inciderà negativamente sulla propensione alla guerra nei prossimi anni. Certo, non sono eventi traumatici come il Vietnam – avendovi preso parte soldati professionisti e non cittadini coscritti – ma il paese è comunque demoralizzato e le casse vuote. Inoltre i paesi sudamericani si stanno integrando: attaccarne uno significherebbe rovinare i rapporti con tutti.

Per tali ragioni, ritengo che nei prossimi anni Washington si limiterà a sovvenzionare e “pompare” a livello mediatico i propri campioni in loco: lo sta già facendo in Brasile, anche se difficilmente il Partito dei Lavoratori di Lula sarà scalzato dal potere. In qualche “repubblica delle banane” centroamericana potranno pure organizzare dei golpe, ma l’arma tradizionale dell’influenza nordamericana sui vicini meridionali appare sempre più spuntata.

La perdita dell’egemonia sul continente americano rappresenterà una svolta epocale per gli USA e la geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti d’America, potenza continentale, hanno potuto inventarsi potenza marittima contando sull’isolamento conferito dall’assenza di nemici sulla terraferma: dal Novecento hanno perciò potuto proiettarsi con sicurezza sugli oceani e al di là degli stessi. Con l’emergere di forti rivali nelle Americhe, gli USA perderebbero uno dei loro storici vantaggi strategici: smetterebbero di essere “un’isola” geopolitica e ritornerebbero una potenza continentale.

Quali sono questi “rivali” che gli USA potranno trovare nel continente? Facile rispondere il Brasile, su tutti, che ha dimensioni e demografia adatte a sfidare la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Facilissimo citare il “blocco bolivariano”, paesi che presi singolarmente sono deboli, ma che se dovessero riuscire ad unirsi, resi più forti dalla veemenza ideologica, creerebbero non pochi problemi ai gringos, come li chiamano loro. E non scordiamoci il Messico. Il Messico è una nazione molto grande, direttamente confinante con gli USA, e coltiva – anche se silenziosamente – storiche rivendicazioni territoriali sul sud degli Stati Uniti. La sua economia è in forte crescita: fra pochi anni sarà considerata una grande potenza, almeno in quest’ambito. Fatica a tenere sotto controllo la parte settentrionale del paese, ma è quella meno popolata e più povera. In compenso ha un’arma atipica. Samuel Huntington, poco prima di morire, lanciò un avvertimento ai propri connazionali: di guardarsi dall’enorme aumento numerico dei Latinos – per lo più messicani – negli USA. I Latinos sono concentrati in pochi Stati: California, Texas, Arizona, New Mexico ed anche Florida (qui si tratta di cubani e portoricani). Giungono in massa e tendono a conservare la propria lingua, la propria religione ed il proprio modo di vivere. Hanno già acquisito un ingente peso elettorale, ma in massima parte non sono integrati nella società statunitense. Nel Sud, i cartelli criminali del narcotraffico hanno costituito veri e propri “Stati nello Stato”, che spadroneggiano nei quartieri latini, sanno autofinanziarsi illecitamente tramite il traffico di droga e la prostituzione, hanno veri e propri eserciti armati fino ai denti. Un soggetto ideale per condurre una guerra asimmetrica, se se ne creassero le condizioni. Questi cartelli del narcotraffico hanno eguale potere al di là del confine, nel settentrione del Messico, e forti collusioni con le autorità di Città del Messico. Non è un caso che negli USA da alcuni anni stiano cercando d’arginare l’immigrazione e d’integrare i Latinos nella società, mentre in Messico non fanno nulla per dissuadere i propri cittadini dall’espatriare nelle terre che gli Statunitensi rubarono al Messico centocinquant’anni fa. La situazione è esplosiva, e qualche analista – come George Friedman – se n’è accorto.

Grazie per l’intervista.

 

Daniele Scalea

La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali

Fuoco Edizioni, 186 pagine, 15 Euro.