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La guerra in Siria: analisi di scenario e interessi nazionali italiani

Report per il Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, scritto assieme a Dario Citati.

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1. LA GUERRA CIVILE SIRIANA: fattori, attori e sviluppi interni

La guerra civile in Siria è cominciata nel 2011, sull’onda dei sommovimenti che quell’anno interessarono ampia parte del mondo arabo e che furono all’epoca denominati “Primavera araba”. La Repubblica Araba di Siria è dal 2003 l’ultimo superstite regime retto dal Ba’th, il partito nazionalista, panarabo e socialista che è stato al potere anche in Iraq. Dal 1970 la famiglia Assad detiene la Presidenza del Paese, prima con Hafiz e quindi con Bashar.
Nel 2011, all’alba del conflitto, la stabilità della Siria risentiva di diversi fattori negativi:
∎ povertà: malgrado le politiche di liberalizzazione economica perseguite dagli Assad, il Paese continuava ad avere un basso reddito. Particolarmente elevata era la disoccupazione giovanile;
∎ divisioni etniche: la maggioranza etnica di arabi includeva i ¾ della popolazione totale, compresi però anche 600.000 palestinesi (Damasco era sede del quartier generale di Hamas). Le minoranze etniche si presentavano inoltre geograficamente concentrate, dotate di una forte identità particolare e collegate con compatrioti oltre confine: è il caso dei curdi (10% della popolazione) e dei turcomanni (5%);
∎ divisioni religiose: oltre a una consistente minoranza cristiana (10% della popolazione), era presente un’importante suddivisione interna alla maggioranza islamica. Il 10% della popolazione era infatti alawita, ossia appartenente a un gruppo prossimo allo sciismo da cui provengono pure gli Assad. Malgrado il loro regime non avesse connotati nettamente settari, gli Assad si erano preferibilmente affidati ad alawiti per molte posizioni chiave nell’amministrazione e nelle forze armate. Hafiz aveva creato interi quartieri a Damasco popolati da alawiti provenienti dalla regione costiera, per meglio controllare la capitale.
Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 Hafiz al-Assad aveva dovuto contrastare e reprimere un’insurrezione capeggiata dai Fratelli Musulmani, movimento politico-religioso transnazionale di estrazione sunnita. Bashar al-Assad durante il proprio governo aveva cercato di conquistare consensi tra la maggioranza sunnita tollerando l’estendersi di rigide interpretazioni religiose (mossa che ha invece favorito il diffondersi di un islamismo ostile agli alawiti). Inoltre la riduzione dei fondi alle forze armate e al partito ha ridotto la loro capacità di controllare e indottrinare i giovani.
Il fatto che la nuova rivolta, incendiatasi nel 2011, abbia trovato il serbatoio principale tra i giovani delle periferie urbane dei grandi centri, di religione sunnita e sensibili alle predicazioni islamiste, ha presto conferito un carattere decisamente settario alla guerra civile. Le fazioni più laiche dei rivoltosi, per giunta fin dall’inizio alleate ai Fratelli Musulmani nell’Esercito Libero Siriano, sono state presto relegate a un ruolo di comprimario delle più forti milizie jihadiste, e in particolare delle due filiazioni di al-Qaida – Jabhat al-Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham, e lo “Stato Islamico di Iraq e del Levante” (meglio noto con l’acronimo inglese di ISIS). Importanti milizie islamiste sono pure Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, ma esiste una vasta costellazione di formazioni minori. Sia “Jane’s” sia il Washington Institute hanno in momenti diversi stimato il peso degli estremisti islamici in circa il 50% dei rivoltosi totali; gran parte della restante metà era composta da islamisti meno radicali o da milizie di carattere locale, con solo una piccola porzione di forze realmente laiche e moderate.
Nel Settentrione la minoranza curda si è invece riunita sotto le insegne del PYD e della sua ala militare YPG. Col prosieguo del conflitto il YPG ha coalizzato attorno a sé varie milizie arabe nelle Forze Democratiche Siriane (FDS). Come conseguenza del carattere etno-settario della ribellione, anche il Governo ha fatto crescente ricorso agli alawiti per i propri quadri militari. La pratica di accordare l’evacuazione dei centri assediati, spesso grazie a tregue sotto l’egida dell’Onu, ha favorito il redistribuirsi della popolazione, col progressivo spostamento di una fetta di abitanti sunniti, quella ideologicamente più ostile al Governo, verso la regione di Idlib. È questa, assieme alla provincia di Deraa al Sud e a piccole exclavi nel centro del Paese, l’ultima zona ancora controllata dai ribelli arabi e turcomanni. La porzione nord-orientale della Siria è controllata ora dalle FDS a guida curda, minacciate da un’offensiva di milizie sostenute dalla Turchia. Il resto del Paese è tornato sotto il controllo del Governo.
L’acme della ribellione si era raggiunto nel 2015, quando sembrava concretamente in grado di scalzare Assad dal potere: dal settembre di quell’anno, grazie all’intervento diretto della Russia e ad un accresciuto sforzo iraniano, il Governo ha cominciato a riconquistare terreno. In questa fase le forze di Assad, sorrette da Russi e Iraniani, stanno procedendo a ripulire le sacche ribelli tra Hama e Homs e nella Ghouta Orientale. Dopo di che dovrebbero puntare verso le roccaforti ribelli a Nord e Sud, ossia Idlib e Deraa. Quest’ultima potrebbe rivelarsi particolarmente critica, poiché in prossimità del confine israeliano. La reazione di Gerusalemme al dislocarsi di forze iraniane o della milizia libanese Hizballah in prossimità del confine sarebbe prevedibilmente violenta. Un altro settore critico è quello dell’alto corso dell’Eufrate, dove già si fronteggiano milizie pro-turche e SDF a guida curda.

2. L’INTERVENTO RUSSO: obiettivi, effetti e motivazioni

Il 30 settembre 2015, la Federazione Russa ha dato avvio ad un intervento militare di massicce proporzioni, iniziando a bombardare le postazioni ribelli nelle province di Homs, Hama e Latakia. Dalla portaerei Admiral Kuznecov sono decollati i caccia multiruolo Su-33 Flanker-D, ma sono stati dispiegati con successo anche i MiG-29SMT e i bombardieri strategici TU-22M3 sino all’invio recente dei caccia di quinta generazione Sukhoi Su-57. A volte coordinata con le forze siriane e iraniane, altre volte condotta in autonomia, l’azione di Mosca è risultata decisiva per il rovesciamento delle sorti del conflitto, contribuendo alla riuscita di operazioni essenziali come la riconquista delle città di Palmira e di Aleppo nel 2016.
L’intervento russo non si è limitato peraltro alla sola dimensione aeronavale, ma ha contemplato anche il dispiegamento di forze terrestri sul campo, finalizzate a ricostituire reparti dell’esercito siriano ma con funzioni di comando e controllo gestite direttamente dai Russi. Ad esempio, nell’ottobre 2015 Mosca ha strutturato il 4° Corpo d’Assalto nella provincia di Latakia; un anno dopo a Damasco è stato costituito invece il 5° Corpo d’Assalto sotto la guida del Generale Valerij Asapov, poi ucciso da una scheggia di proietto di mortaio a settembre 2017 nel corso della battaglia di Deir Ezzor. Dal punto di vista tecnico-militare, la tutela russa della Siria è ben esemplificata dal dispiegamento delle batterie anti-missile S-300VM Antey-2500 e S-400 Triumf, localizzate intorno alle basi di Tartus e di Hmeimm. Tali sistemi di difesa sono deputati a intercettare e colpire i missili nemici entro uno spazio tecnicamente definito MEZ (Missile Engagement Zone), e vengono attivati tuttavia a discrezione dai Russi. Ad esempio, Mosca ha tollerato negli anni numerose incursioni israeliane in territorio siriano (come nel caso dei ripetuti attacchi all’aeroporto di Mezzeh, Damasco, per colpire depositi di munizioni di Hizbollah tra fine 2016 e inizio 2017).
La Russia è intervenuta in Siria principalmente per tre ragioni, di carattere allo stesso tempo strategico-militare e politico-diplomatico.
∎ In primo luogo, per garantire e ampliare la propria presenza marittimo-militare nel Mediterraneo: il porto di Tartus, tecnicamente definito «Punto di appoggio tecnico-militare n° 720», è infatti l’unica base mediterranea rimasta a Mosca dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. La caduta di Assad avrebbe quindi implicato una grave perdita di posizione, in contrasto peraltro con tutta la nuova strategia navale russa, che prevede (dopo l’acquisizione della Crimea e la completa sovranità sul porto di Sebastopoli) un ampliamento dei punti di appoggio nel Mediterraneo, con negoziati in corso per avere facilitazioni nei porti di Limassol (Cipro), Sidi el Barrani (Egitto) e forse Tobruk o Bengasi (Libia). Siglando un accordo con il governo di Damasco il 18 gennaio 2017, Mosca si è impegnata ad ammodernare e ampliarne gli impianti, gli scali e le banchine in modo che Tartus arrivi ad ospitare simultaneamente fino a 11 unità navali russe, compresi i sottomarini a propulsione nucleare, garantendosi inoltre l’inalienabilità delle infrastrutture e l’immunità per il personale militare russo in loco. È proprio questo rafforzata presenza militare russa nella regione ad essere vista con sospetto e preoccupazione da parte di alcuni Paesi NATO, Stati Uniti in testa.
∎ In secondo luogo, la Russia ha tentato di porsi come il nuovo broker in Medio Oriente. Prima di intervenire militarmente, ha concertato la sua azione con diversi attori chiave della regione, in particolare con Israele (i capi di Stato Maggiore Eizenkot e Gerasimov hanno concordato la neutralità nelle rispettive operazioni aeree) e con l’Egitto di al-Sisi, con cui ha siglato molti accordi di cooperazione economica ottenendo importanti sponde diplomatiche (nell’ottobre 2016, il Cairo ha votato a favore della risoluzione russa sui bombardamenti ad Aleppo entrando in rotta di collisione con l’Arabia Saudita). Soprattutto, Mosca ha organizzato i Colloqui di Astana, l’iniziativa diplomatica per la pace in Siria parallela ai colloqui di Ginevra che ha avuto otto sessioni in tutto il 2017 riuscendo a far sedere allo stesso tavolo due grandi rivali, Turchia e Iran. Pur senza trovare una soluzione politica alla crisi siriana, i colloqui di Astana hanno raggiunto obiettivi tattici importanti, come la fissazione delle 4 de-escalation zones (Idlib, nord di Homs, periferia est di Damasco, zona di Deraa ai confini della Giordania). La tregua in questa zone è stata funzionale agli sviluppi successivi, cioè la sconfitta dell’ISIS e la ripresa di controllo del territorio da parte dell’esercito siriano.
∎ Infine, il contrasto all’ISIS e alle fazioni islamiche radicali anti-Assad ha avuto e riveste tuttora per Mosca un’importante finalità difensiva interna. Le popolazioni musulmane della Russia nel Caucaso settentrionale sono infatti sensibili al radicalismo sunnita e il rischio di foreign fighters e proliferazione del jihadismo è vissuta come una minaccia reale da parte di Mosca. Basti ricordare che uno dei leader militari più importanti dell’ISIS, Omar Al-Shishani, («Omar il Ceceno»), poi ucciso in battaglia, proveniva proprio da questa regione, e che Mosca ha pagato il proprio sostegno ad Assad con diversi attentati islamisti subiti sul proprio territorio sia prima sia dopo l’intervento militare (attentati di Volgograd di fine 2013, attentati alla metro di Pietroburgo di aprile 2017).
Nella versione ufficiale del governo russo, proprio quest’ultimo punto – la lotta al terrorismo – è quello maggiormente amplificato e che ha conferito a Mosca un certo prestigio presso l’opinione pubblica internazionale. Particolare rilievo ha assunto la riconquista della città di Palmira, simbolo delle devastazioni dell’ISIS. Dopo la sua liberazione, nel maggio 2016 il Cremlino vi ha organizzato un grande concerto di musica accreditandosi come il difensore e il restauratore della civiltà, e in particolare delle minoranze cristiane, contro la barbarie islamista. In tal modo la Russia ha cercato di prendersi tutto il merito della vittoria sul Califfato, oscurando il ruolo degli Stati Uniti, che in realtà con l’operazione Inherent Resolve hanno condotto numerosi raid contro le postazioni dello Stato Islamico tra Siria e Iraq dando un contributo importante proprio alla liberazione di Palmira.
Allo stesso tempo, la politica estera russa non è stata priva di ambiguità e cambi di posizione. L’esempio più eclatante è senz’altro l’atteggiamento nei confronti della Turchia e dei Curdi siriani. Sino al luglio 2016, Mosca riteneva Ankara uno dei maggiori sponsor del terrorismo, arrivando ad accusare personalmente il presidente turco Erdoğan e la sua famiglia. Parallelamente, garantiva un supporto diplomatico alla regione curda del Rojava (Nord della Siria), sostenendo la sua autonomia nel futuro assetto costituzionale della Siria pacificata. Dopo il tentato golpe in Turchia dell’estate 2016, Mosca ha approfittato dell’isolamento di Erdoğan, garantendogli informalmente mano libera contro i Curdi in cambio dell’accettazione turca del ruolo di Russia e Iran in Siria e in parte anche della permanenza di Assad. Da ambiguità simili non hanno potuto astenersi, del resto, nemmeno gli USA: i Curdi sono stato il loro braccio armato contro ISIS, ma Washington ha poi fatto poco per difenderli dalla controffensiva turca in Siria e da quella iraniana in Iraq.

3. IL RUOLO IRANIANO: le posizioni in Siria

Altro alleato di ferro del governo siriano, la Repubblica Islamica dell’Iran ha avuto un ruolo forse meno appariscente dal punto di vista della copertura mediatica, ma ancor più decisivo sul campo di battaglia. Gli obiettivi strategici di lungo periodo dell’Iran in Siria sono in realtà divergenti da quelli della Russia, al punto che il rapporto tra i due sponsor di Damasco potrebbe essere descritto nei termini di una «cooperazione tattica nell’ambito di una competizione strategica».
Mentre Mosca rimane un attore esterno alla regione, interessato comunque a trovare un equilibrio tra i Paesi dell’area e ritagliare per sé il ruolo di mediatore pur partendo dal sostegno al governo di Damasco, per Teheran la difesa di Bashar al-Assad rientra nel quadro di una affermazione regionale che si sostanzia nella creazione di un «corridoio pan-sciita» a guida iraniana. Il rafforzamento degli sciiti in Iraq, quello di Hizbollah in Libano, nonché lo stesso sostegno alla minoranza sciita degli Houthi in Yemen, sono gli ingredienti fondamentali di questa strategia, di cui tuttavia proprio la Siria costituisce il tassello fondamentale.
A differenza della Russia che non ha interesse ad uno scontro con il mondo sunnita (sia arabo-saudita sia turco) né con Israele, per l’Iran la guerra civile siriana ha rappresentato una grande occasione geopolitica per trasformare la Siria in uno Stato de facto satellite. Esistono calcoli molto discordanti e non facilmente verificabili su quanto la Repubblica Islamica abbia speso e investito per sostenere gli sforzi militari in Siria; si stimano cifre nell’ordine dei miliardi di dollari (che non hanno peraltro mancato di suscitare alcuni malumori interni considerata la situazione economica di Teheran).
La prassi operativa di Teheran in Siria si è articolata lungo tre direttrici fondamentali. Primo, la formazione e l’invio di milizie sciite di differenti nazionalità e provenienze, tra cui si possono menzionare la Brigata Abu al-Fadl al-Abbas, composta da sciiti siriani, le forze paramilitari irachene come Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba’, supportate ed equipaggiate dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione, da membri di Hizballah libanese o dalle brigate Al-Quds del Generale iraniano Qasem Suleimani; o ancora la brigata Liwa Fatemiyoun («Brigata Fatima»), composta da combattenti sciiti di provenienza afgana o pakistana.
Secondo, l’Iran ha lavorato per una diretta assunzione di comando su interi reparti dell’Esercito regolare siriano: in diverse fasi del conflitto, ufficiali iraniani o libanesi hanno avuto accesso quasi esclusivo alle sale operative, con piena facoltà di trasferire dal fronte i soldati siriani e persino di passarli per le armi in caso di collaborazione col nemico. In particolare, la 9a Divisione dell’Esercito siriano sarebbe stata sotto il comando diretto degli Iraniani, almeno stando ai racconti di alcuni disertori.
Terzo, la leva etno-demografica: mentre si è assistito al ricollocamento di abitanti sunniti ostili ad Assad nella regione di Idlib, l’Iran ha provveduto a favorire un massiccio reinsediamento di popolazione sciita nelle aree al confine con il Libano, al fine di fare della Siria una continuazione geografica di quest’ultimo.
La domanda su cui da mesi si interrogano gli esperti è proprio quanto sia forte il controllo dell’Iran sugli apparati politico-militari di Damasco, quanto strutturata la sua presenza militare in Siria e in generale la sua influenza diretta sul Paese. Di recente sono aumentati gli attacchi israeliani su obiettivi iraniani in Siria: a fine dicembre 2017 è stata colpita la base di Al-Kiswah, 14 km a Sud di Damasco; nelle scorse settimane un attacco missilistico è stato sferrato dagli F-15 israeliani sulla base aerea T-4 nella provincia di Homs. L’eccessivo peso iraniano sulla Siria è fonte di difficoltà anche per la Russia, che formalmente continua a fare fronte comune con Teheran di fronte all’attacco missilistico occidentale, ma sa che sul piano della soluzione diplomatica il controllo iraniano su Damasco è l’ostacolo principale ad un negoziato internazionale e alla pacificazione della Siria.
Accanto alle preoccupazioni di Israele, Arabia Saudita e in certa misura anche della stessa Turchia, il ruolo dell’Iran è problematico anche per il controverso rapporto con organizzazioni terroristiche. A parte il noto patrocinio iraniano di Hizballah (un partito politico in Libano, ma considerato organizzazione terroristica da USA, Israele, numerosi Paesi arabi e, limitatamente al suo braccio militare, anche UE), dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, la CIA ha diffuso migliaia di documenti declassificati che proverebbero legami, almeno in passato, tra Teheran e al-Qaida, i cui membri avrebbero trovato rifugio e supporto proprio in Iran. Dell’esistenza d’un rapporto tra Iran e al-Qaida è uno dei massimi assertori il nuovo Segretario di Stato americano Mike Pompeo, e proprio il mutato atteggiamento della nuova amministrazione USA sul dossier iraniano è una delle chiavi per comprendere le evoluzioni e le prospettive degli scenari nella regione.

4. LA POLITICA AMERICANA DA OBAMA A TRUMP

Il Presidente Barack Obama diede all’epoca un pieno appoggio alle rivolte arabe del 2011. Nella sua concezione strategica la democratizzazione di quei Paesi, anche laddove avesse portato al potere movimenti islamisti (come accadde coi Fratelli Musulmani in Egitto), avrebbe comunque contribuito a stemperare il sostegno popolare per le forze più estremiste e violente, nonché le tensioni tra molti Paesi arabi e sunniti e l’Iran persiano e sciita (con quest’ultimo Obama stava cercando una distensione, concretizzatasi nell’accordo sul nucleare del 2015).
Le previsioni di Obama si rivelarono errate. Pochi esperimenti democratici hanno fatto qualche progresso (vedi la Tunisia); alcuni pre-esistenti hanno persino mostrato segni di regressione (Turchia). Nella generale instabilità i gruppi jihadisti, con al-Qaida in testa, hanno trovato maggiori spazi, giungendo a controllare ampi “Stati de-facto”. La scissione qaidista dello Stato Islamico, dalla base in Siria e Iraq che, al suo acme, minacciava Damasco e Baghdad, ha scatenato una campagna di violenze transnazionali, che ha portato l’Europa a conoscere una stagione di attacchi terroristici che per brutalità supera anche quella degli anni ‘70. Infine, le guerre civili in Siria e Yemen, l’insorgenza in Iraq, le tensioni perduranti in Bahrain e Libano, hanno portato a nuove vette lo scontro diplomatico e, per procura, anche militare tra Iran e Arabia Saudita, minacciando la regione col pericolo di una grande conflagrazione bellica.
La Siria ha esemplificato meglio di qualunque altro Paese il fallimento della strategia obamiana: sulla guerra civile interna si è innestato lo scontro tra l’Iran e il blocco sunnita capeggiato da Ryad, e in questo clima sia le milizie jihadiste sia Hizballah si sono notevolmente rafforzate. L’imbarazzo e le difficoltà della Presidenza Obama si sono rivelate nella maniera incerta con cui ha trattato la materia siriana: le offensive diplomatiche contro Assad non seguite da quelle militari, la “linea rossa” sulle armi chimiche non rispettata, l’ampia autonomia concessa all’alleato turco nel sostenere i ribelli a prescindere dalla loro compatibilità con l’Occidente, il fallimentare tentativo di addestrare milizie pro-Usa, il campo aperto lasciato alla Russia per estendere la propria influenza sul Paese. In ultimo, Obama ha scelto di focalizzarsi sul sostegno al YPG curdo in funzione anti-ISIS, una linea di condotta ereditata e portata alle estreme conseguenze dal successore Donald Trump.
Sotto la Presidenza Trump lo Stato Islamico in Siria e in Iraq è stato annientato, mentre nel contempo gli Usa hanno lasciato che il Governo riconquistasse importanti posizioni (come Aleppo) ai ribelli, per lo più estremisti islamici. La nuova Amministrazione americana ha fin da subito promesso di concentrarsi sull’annientamento dello Stato Islamico e di non fare una priorità del rovesciamento di Assad. Se la presenza di soldati americani in supporto alle SDF curdo-arabe è aumentato, il Presidente Trump ne ha annunciato il prossimo ritiro a inizio aprile. Il desiderio di disimpegnarsi dalla Siria si scontra tuttavia con tre ordini di problemi:
∎ il denunciato ricorso ad armi chimiche da parte del Governo: una “linea rossa” tracciata da Obama ma che Trump ha fatto un punto d’onore nel voler far rispettare. Tuttavia, anche senza bisogno di accodarsi alle accuse dei critici secondo cui si tratterebbe di macchinazioni utilizzate come pretesto per intervenire, si può tuttavia assumere che questo sia più un casus belli che la motivazione profonda degli interventi americani;
∎ la situazione di perdurante conflitto, che ha trascinato in differente ordine d’intensità anche Turchia e Israele, con un latente rischio di escalation. Washington non vuole lasciare a Mosca l’onere, ma anche l’onore, di fare da mediatore tra le parti e divenire dunque il punto di riferimento diplomatico nella regione;
∎ l’ascendente guadagnato dall’Iran sulla Siria, divenuto quasi un proprio feudo, laddove il Presidente Trump vuole invece contrastare la crescente influenza di Tehran sulla regione. In ciò trova l’incoraggiamento di vari partner, in primis Israele e Arabia Saudita, le cui aspettative – a differenza di Obama – Trump non sembra voler frustrare. Le recenti nomine di Mike Pompeo e John Bolton lasciano presagire una crescente attenzione, e non certo amichevole, verso l’Iran.
Queste esigenze contrastanti hanno fatto sì che, finora, la politica americana in Siria si mostrasse ambivalente e soggetta a improvvise variazioni. È probabile che Washington cercherà d’avere una forte voce in capitolo nella sistemazione del futuro assetto della Siria, tutelando la frontiera nord-orientale di Israele e limitando il peso russo e soprattutto iraniano nel Paese – cosa che si potrebbe ottenere con una qualche forma di cantonalizzazione e l’avviamento di un processo politico che superi l’attuale fisionomia del regime.
Sia lo scorso anno, sia in occasione della seconda e recente incursione aerea contro il Governo siriano, il Presidente Trump ha ribadito la natura una tantum dell’azione militare e la volontà di non impegnare i militari americani in una nuova guerra in Medio Oriente. In tal senso le due opposte esigenze ­­­̶ disimpegnarsi dalla Siria ma determinarne il destino ­­­̶ possono trovare una sintesi in questo tipo d’azioni, il cui significato è mostrare la supremazia militare americana per ottenere col minimo sforzo la soddisfazione delle proprie richieste. L’occasionale ricorso alla forza militare contro il Governo mira cioè a riaffermare il peso degli Stati Uniti sul tavolo negoziale, rispetto al quale si sono finora trovati ai margini per via del maggior successo della strategia russa.
Una durevole e pacifica ricomposizione del quadro siriano non potrà tuttavia prescindere da una collaborazione tra Mosca e Washington, che dovranno mediare tra le ancor più distanti posizioni che separano vari attori esterni: Turchi e Curdi, Iraniani e Israeliani, Iraniani e Sauditi. In mancanza di una tale cooperazione tra Russia e Usa, la Siria è condannata a rimanere ostaggio di una “guerra per procura” senza termine, e a fungere da catalizzatore d’ostilità regionali e centro di diffusione d’instabilità e terrorismo. Lo stesso proposito del Presidente Trump di disimpegnarsi dal Paese non potrà avverarsi, e lo stesso vale per la volontà del Presidente Putin di non estendere sine die lo sforzo militare russo in loco.

5. L’INTERESSE NAZIONALE DELL’ITALIA

Senza dubbio l’Italia non può tollerare l’utilizzo di armi chimiche, proibite dall’apposita Convenzione internazionale di cui dal 2013, grazie alle pressioni americane, anche la Siria è parte. Stante tuttavia la mancanza di chiarezza su precise responsabilità negli ultimi presunti attacchi chimici, e per evitare che le cancellerie internazionali siano manovrate da tattiche propagandistiche poste in essere da attori locali, si dovrebbe affrontare la materia sfruttando gli strumenti messi a disposizione dall’ONU.
Tra 2013 e 2014 una missione congiunta ONU-OPCW (quest’ultima è l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, creata dalla succitata Convenzione) ha presieduto allo smaltimento dell’arsenale d’armi proibite detenuto dal Governo siriano. La OPCW ha regolarmente investigato i casi di presunto utilizzo d’armi chimiche in Siria. Rispetto alla strage avvenuta a Khan Shaykun nel 2017, a seguito della quale avvenne il raid americano contro posizioni governative, l’indagine non ha trovato prove sufficienti per assegnare la paternità del crimine alle forze di Assad. La precedente investigazione aveva riguardato un caso di utilizzo di gas mostarda presso Aleppo, sebbene non si siano trovate prove a sufficienza della responsabilità dei ribelli, denunciata dal Governo. In anni precedenti altre indagini erano comunque riuscite a indicare una responsabilità: in due occasioni (2014 e 2015) da parte del Governo per l’uso di cloro e una volta (2015) da parte di ISIS per l’uso di gas mostarda. Una nuova squadra investigativa si è recata a Douma, sede dell’ultimo presunto attacco. Attendere l’esito di questa nuova indagine sarebbe stato opportuno, per non far precipitare la situazione in assenza di certezze.
Va rammentato che fino al 2015 l’UE ha introdotto varie restrizioni e sanzioni verso la Siria. Da allora, stando almeno al numero di indagini condotte dalla OPCW, l’uso di armi chimiche nel Paese appare diminuito: la vigilanza dovrà comunque rimanere massima finché esso non sarà azzerato, ma nelle ultime occasioni non si è potuta stabilire la paternità dell’attaccante. Il timore è che questi episodi siano utilizzati come pretesto per interventi che rispondono invece all’interesse nazionale degli attori che li realizzano.
Da parte italiana, la stabilizzazione della Siria e lo scongiuramento di escalation internazionali appare come il principale interesse nazionale rispetto al Paese mediorientale.
La guerra civile in Siria ha portato verso l’Europa grosse masse di profughi, con tutti i problemi di natura socio-economica ad esse connessi. Inoltre diversi espatriati siriani, o persone capaci di farsi identificare come tali, hanno partecipato ad attentati terroristici in Europa, rivelando come questo flusso di persone difficilmente controllabile costituisca una grave falla alla sicurezza. In Siria si trovava, e ancora si trova seppure non più sotto forma statuale, il centro d’irradiazione del terrorismo che ha investito il continente negli ultimi anni provocando centinaia di vittime. Solo grazie all’accorta opera delle nostre forze di sicurezza l’Italia è finora rimasta immune a tale tipo di attacchi.
In secondo luogo, la guerra civile siriana, coinvolgendo numerosi attori esterni – a livello individuale, collettivo e statuale – diffonde instabilità e conflittualità nella regione. Migliaia di estremisti hanno acquisito armi, tecniche e connessioni combattendo in Siria, e molti di essi faranno ritorno nel Paese d’origine, o si sposteranno in altri Paesi, per portarvi terrorismo e guerriglia – sulla falsariga di quanto accaduto dopo la Guerra in Afghanistan, negli anni ‘90. Ad esempio la Tunisia, che ha il massimo numero pro capite di volontari stranieri in Siria e sta attraversando una delicata fase di consolidamento democratico, è a serio rischio. Israele guarda con preoccupazione al rafforzamento conseguito da Hizballah.
La guerra civile siriana ha inoltre acuito vecchi odi come quelli tra sciiti e sunniti e tra curdi e turchi, che si riverberano poi su tutti i Paesi che possiedano la medesima composizione al loro interno.
Infine il conflitto dentro la Siria acuisce le tensioni tra Iran e Arabia Saudita, Iran e Israele, Russia e USA. Vista la prossimità geografica, il rilievo delle importazioni petrolifere, la strategicità del Canale di Suez, e a fronte del troppo trascurato strumento militare di cui dispone, l’Italia si troverebbe in balia delle ricadute di qualsiasi ulteriore crollo statuale, guerra civile o conflitto inter-regionale che dovesse esplodere nel Vicino Oriente o in Nordafrica. Anche le tensioni tra USA e Russia sono negative, poiché è opinione diffusa in Italia – e supportata da solidi fatti – che Mosca non costituisca una credibile minaccia per la NATO. Continuare a prioritizzare il confine orientale in nome d’una presunta minaccia russa non fa che rendere trascurata la frontiera meridionale, laddove si addensano più sfide e minacce per tutta l’Alleanza Atlantica; ma con l’Italia – vista la posizione geografica – in avanguardia.
Il Governo italiano dovrebbe pertanto concorrere a stemperare le tensioni catalizzate dalla Siria, dissuadendo alleati e partner da azioni di forza avventate e da posizioni di troppo radicale contrapposizione verso interlocutori necessari, quale la Russia. Così come già riuscì a fare al tempo del Vertice di Pratica di Mare, l’Italia può fungere da mediatore tra USA, Europa e Russia, la cui partnership è imprescindibile per la stabilizzazione della Siria. In particolare Mosca, garantita nei suoi interessi fondamentali (il mantenimento della base navale di Tartus, l’estirpazione degli estremisti islamici, il riconoscimento del suo ruolo diplomatico), potrà moderare i propri alleati (Iran e Bashar al-Assad) affinché si venga incontro alle preoccupazioni di vari Paesi della regione per l’accresciuta influenza iraniana e lo status degli abitanti sunniti, pur nel riconoscimento (necessario salvo voler intraprendere una qualche campagna di tipo militare) del dato di fatto del successo bellico del Governo siriano e dei suoi alleati.
L’Italia potrà in tal senso agire attraverso i canali bilaterali, quelli multilaterali come NATO e UE, e non ultimo anche l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di cui assumerà la Presidenza di turno a partire dal 1 gennaio 2018 per dodici mesi. La nostra diplomazia ha già previsto, tra le priorità della Presidenza OSCE, un maggiore focus sulle sfide e le opportunità provenienti dal Mediterraneo e una particolare attenzione per il dialogo strutturato che ripristini il clima di fiducia tra gli Stati membri (che includono anche gli USA e la Russia).
Inutile precisare che, per un’efficace azione diplomatica da parte italiana, è necessaria la costituzione di un nuovo governo dotato di una maggioranza parlamentare e di fiducia nel Paese.

 

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Italia-Iran: una proiezione possibile?

Fonte: L’Indro

 

di

Sei giorni dopo la riannessione di Abu Kamal, città sulla frontiera siro-iraniana –  il ‘canale’ verso il Mediterraneo – sottratta all’IS dalle forze fedeli a Bashir al-Assad e da milizie filo-iraniane, giunge un monito all’Europa proprio da una frazione di quei combattenti. Il monito proviene dal Vicecomandante dei Pasdaran o ‘Guardiani della rivoluzione islamica’ (IRGC), il Generale di Brigata Hossein Salami, e contiene una chiara intimidazione: «Limitare la gittata dei nostri missili a 2000 km», ha dichiarato Salami il 25 novembre, «non significa carenza di tecnologia. Abbiamo la nostra strategia. (…) Ma se l’Europa diventa una minaccia per noi, i missili saranno potenziati».

Salami figura, nella lista stilata (e integrata nel 2010) dal Consiglio europeo, tra le «Persone, entità ed organismi coinvolti in attività nucleari o relative a missili balistici» dei quali sono stati «congelati tutti i fondi e le risorse economiche» di loro proprietà o «posseduti, detenuti o controllati» da tali soggetti (Art. 7, comma 2, Regolamento (CE) n. 423/2007, in linea con la Risoluzione n. 1737 (2006) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Nei fatti, complice la spinta ‘intransigente’ della Francia, a partire dal 2012 si è avuto un inedito incremento di sanzioni, sia da parte degli USA che dell’UE, tale da produrre un generale arresto degli scambi economici e finanziari con l’Iran.

L’Unione Europea, seguendo l’avvertimento dell’alto ufficiale, dovrà perciò astenersi da ogni ingerenza sui programmi missilistici iraniani – una conseguenza dell’appoggio alla linea politica statunitense, volta a indebolire l’assetto difensivo del Paese nell’intera area. Pensando anche al nuovo ruolo mediatore di Emmanuel Macron rispetto alla potenza saudita, siamo lontani dall’invito lanciato a caldo dall’ex-Presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011, subito dopo l’attacco all’ ambasciata britannica di Teheran. Per l’Eliseo, a fronte della mancata volontà dell’Iran a negoziare sulla politica nucleare, solo l’inasprimento delle sanzioni avrebbe evitato una guerra preventiva. Le effettive sanzioni, consistenti nel congelamento del sistema bancario nazionale, nell’embargo sul petrolio persiano e in diverse restrizioni commerciali e assicurative, sono state rimosse all’inizio del 2016 (a un semestre dall’Accordo sul nucleare) con un joint statement del Ministro degli Esteri Javad Zarif e dell’Alto Rappresentante dell’Unione Federica Mogherini. Questa svolta ha inaugurato un rilancio distensivo dei rapporti – soprattutto – con l’UE, il cui interscambio commerciale con l’Iran si è ridotto quasi a un quarto nell’arco di un decennio.

Diversamente dalla tensione storica con gli Stati Uniti, la Repubblica Islamica ha finora mantenuto buoni rapporti con l’UE e l’Italia che, con la Germania, è uno dei suoi principali partner commerciali. Appartenente ai cc.dd. ’Next 11’, i Paesi destinati – secondo la multinazionale americana Goldman Sachs – a subentrare nell’alta gerarchia delle potenze economiche globali del XXI secolo, l’Iran presenta aspetti attrattivi per le nostre imprese: ricchezza di risorse nel sottosuolo (petrolio e gas naturale, del quale rappresenta la seconda riserva mondiale), una rete effettiva di infrastrutture, telecomunicazioni e trasporti, e, soprattutto, un ‘ponte’ in grado di facilitare, per l’Italia, una proiezione che colleghi il suo ambito operativo ‘naturale’, ossia l’area mediterranea, al Medio Oriente. Un altro aspetto rilevante è legato alla demografia: secondo le ultime stime della Literacy Movement Organization, negli ultimi 5 anni risulta alfabetizzato il 94,7% della popolazione iraniana di età compresa tra 10 e 49 anni (rispetto alla media globale UNESCO dell’86,3%), mentre nel 2011 era del 92,4%. Il livello medio di istruzione – uno dei più alti della regione mediorientale – negli auspici del Presidente Hassan Rouhani garantirebbe ai giovani sicurezza e occupazione.  L’investimento complementare delle nostre imprese risponderebbe alla domanda di macchinari e componenti industriali, chimici e semilavorati, materiali da costruzione, prodotti farmaceutici e agroalimentari, tecnologie, oltre a conoscenze ed esperienza che gli attori italiani hanno da offrire a un Paese di 1,6 milioni di Kmq e ricchissimo di idrocarburi.  Tuttavia il processo di implementazione dell’Accordo, vigente dal 18 ottobre 2015, è molto lento e si dovrà attendere l’esito dei rapporti ONU 2023 (transitorio) e  2025 (definitivo) per parlare di uscita definitiva dal regime sanzionatorio e di conferma internazionale sull’uso civile del nucleare da parte di Teheran. Nel settore estrattivo, troviamo già due intese tra l’ENI e la National Iranian Oil Company per la realizzazione di studi di fattibilità relativi al giacimenti di Kish (gas), nel Golfo Persico, e di Darquain (petrolio) nella provincia del Khouzestan.

In merito alla questione nucleare, malgrado il mancato rinnovo da parte di Donald Trump della certificazione di adempimento dell’Accordo da parte della Repubblica Islamica, l’Italia persegue la linea dei buoni rapporti: il 13 ottobre, il premier Paolo Gentiloni avvertiva che «preservare l’accordo con l’iran è nel nostro interesse», sia in coerenza con una politica ben rodata di non-proliferazione, sia in ragione delle conferme sull’ attuazione dell’accordo provenienti dall’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tre giorni dopo, Bruxelles ha confermato il sostegno unanime a quell’ accordo, nonostante la bocciatura espressa del Presidente americano Donald Trump, secondo il quale Teheran non ne rispetterebbe il carattere.

Tuttavia, la tensione nel Paese – evidente dalle dichiarazioni del portavoce dei Pasdaran –  resta alta, senza contare le nuove ombre scaturite dall’ attacco terroristico congiunto al palazzo del Majles, o ‘Assemblea consultiva islamica’ (il Parlamento iraniano) e al mausoleo dall’ ayatollah Khomeyni, che suscitano analisi retrospettive sull’ identità politica iraniana e sui nuovi possibili assetti rispetto alle realtà sunnite circostanti (in primis l’Arabia Saudita). Ne abbiamo parlato con Daniele Scalea, esperto dell’area e Direttore dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di Roma

Dottor Scalea, a 6 anni dalla c.d. ‘Primavera araba’, è possibile misurare l’impatto degli eventi del 2011 sulla strategia geopolitica iraniana?

Quando, all’inizio del 2011, si cominciò a profilare la cosiddetta ‘Primavera araba’, l’Iran – che più realisticamente la definì ‘Risveglio islamico’ – sperava di capitalizzarla più di quanto sia in realtà avvenuto. Diverse cose non sono andate come atteso. Innanzitutto, tra gli islamisti sunniti non sono prevalse le correnti favorevoli a un’intesa pan-islamica, bensì quelle più settarie che mirano a uno scontro con Teheran. Ciò ha favorito l’Arabia Saudita che, al contrario delle attese iraniane, non è stata sconvolta da un moto rivoluzionario: ad essere sconvolte sono state, invece, Siria e Iraq, alleati dell’Iran. Di fatto, solo in Yemen il moto di destabilizzazione ha procacciato guadagni strategici per Teheran.

Tuttavia, malgrado le rivolte arabe siano state una delusione per l’Iran, la sua situazione strategica è oggi migliorata, poiché Teheran ha saputo affrontare con successo le varie sfide. Con un notevole sforzo militare ha sostenuto Siria e Iraq, permettendo ai due governi amici di vincere le insorgenze sunnite (in Siria, ovviamente, la vittoria è solo parziale, ma già straordinaria se si considera che, per almeno tre anni, Assad è stato dato per spacciato). Come si è detto, lo Yemen è una spina nel fianco dell’Arabia Saudita. Nel contempo, l’Ue e, con un ripensamento recente, gli Usa hanno scelto di normalizzare i rapporti con il Paese persiano, allentando le sanzioni. Anche la tensione strategica con la Turchia, emersa rispetto alla crisi siriana, si va allentando.

Rispetto alla autonomia politica e agli interessi dell’Italia nell’area (stabilità, commercio, approvvigionamento energetico), come si sono evoluti i rapporti tra Italia e Iran nell’ultimo ventennio? C’è stato qualche sviluppo nel senso di una maggiore indipendenza strategica italiana da Washington  (pensiamo al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e alle sue possibili proiezioni in Medio Oriente) ?

 La classe dirigente italiana si è ormai disabituata all’avere un’iniziativa autonoma in ambito mediterraneo rispetto a Usa e Ue. Purtroppo, i nostri partner fanno però i propri interessi individuali, e non quelli collettivi, come spera ingenuamente la dirigenza italiana.

Parlando dei nostri principali interessi strategici connessi all’Iran,  cosa comporta (nel medio-lungo periodo) per la politica estera italiana la rimozione delle sanzioni internazionali decisa con l’Accordo di Vienna del 14 luglio 2015?

La normalizzazione dei rapporti con l’Iran è preziosa sul piano economico-commerciale, ma anche nello sviluppo di una lotta comune contro il jihadismo sunnita. Ciò non significa che l’Iran diventi un alleato, poiché permangono profonde divergenze di sensibilità politico-ideologica e di interessi. L’Italia non può avallare tentativi egemonici regionali dell’Iran, ma parimenti non ha interesse ad appoggiare l’aggressività saudita. La politica italiana dovrebbe perciò mirare all’equilibrio strategico tra le due potenze regionali, accompagnato da un progressivo allontanamento di entrambi gli attori dalle loro posizioni ideologiche più estreme e pericolose.

Un’ultima domanda sul mercato degli armamenti: quanto pesa questo settore nel rapporto bilaterale tra i due Paesi? Fatti come il recente scandalo della Società Italiana Elicotteri o le accuse all’Iran, da parte della CIA, di supportare reti terroristiche possono pesare sulle scelte future relativamente a questo settore economico? 

Ritengo improbabile che l’esportazione di armamenti in Iran sia liberalizzata a breve, quindi per ora il settore non ha granché peso.

La rivolta del centro d’accoglienza di Cona e la manipolazione delle parole

Fonte: Il Foglio

 

La rivolta degli ospiti del centro d’accoglienza di Cona, in provincia di Venezia è stata descritta in vari modi dalla stampa italiana: i venticinque tra operatori del centro e medici sono stati “assediati” (Corriere) o “bloccati” (Repubblica, Fatto, Unità) dai richiedenti asilo in rivolta, che li hanno costretti a barricarsi negli uffici. Secondo il Codice Penale (art. 605) e la glossa della Cassazione (sentenza 18186 del 4 maggio 2009) quando si priva qualcuno della libertà personale, intesa come “libertà di muoversi nello spazio e cioè come libertà di locomozione”, si configura il reato di sequestro di persona, punito con la reclusione da 6 mesi a 8 anni. Le agenzie riportano che le forze dell’ordine non hanno proceduto a nessun fermo né denuncia.

Ciò che preme qui indagare, tuttavia, non è l’operato di polizia e carabinieri, bensì lo strano pudore che gran parte della stampa italiana ha mostrato nell’evitare di usare il termine “sequestro” – malgrado esso si attagli decisamente alla situazione descritta. Se per ipotesi, a seguito d’un caso di malasanità in Italia, i congiunti d’una vittima avessero preso in ostaggio l’ala di un ospedale, l’atteggiamento dei giornalisti sarebbe stato egualmente pudico e giustificazionista? Difficile a dirsi, ma colpisce la scelta astuta delle parole per minimizzare le responsabilità dei richiedenti asilo.

Del resto la difesa a oltranza dell’accoglienza senza limiti si fa notare come il tema prediletto dalla narrazione dominante – anche se ciò comporta talvolta qualche disonestà intellettuale. Pochi giorni fa è andato in onda il grande show savianeo di fine anno. Nella sua geremiade contro l’Europa che costruisce muri, l’intellettuale napoletano ha richiamato il Trattato di Lisbona. Lo ha fatto citando gli articoli 61 e 63, di cui ha proiettato brevi stralci. Uno, dall’art. 61, cita l’impegno a sviluppare “una politica comune in materia di asilo”, ma è tranciato da un omissis per nulla innocente. La frase continua infatti con “immigrazione e controllo delle frontiere esterne”, ma l’inciso – stonante con l’argomentazione generale di Saviano – è stato arbitrariamente espunto. Innocente non è nemmeno la scelta di omettere l’art. 62, che certo non può essere sfuggito trovandosi proprio là, nel mezzo tra i due invocati. In quest’articolo si legge: “L’Unione sviluppa una politica volta a […] garantire il controllo delle persone e la sorveglianza efficace dell’attraversamento delle frontiere esterne”.

Con involontaria ironia, Saviano ha proseguito il proprio monologo unendosi alla grande crociata contro le fake news, la quale ottiene i suoi primi risultati nei social, consegnando a organismi partigiani e inaffidabili il compito di decretare ciò ch’è “vero” e ciò ch’è “falso”.

Tagliare e ricucire a piacimento i trattati non è una novità introdotta da Saviano. Quante volte certi commentatori hanno tirato in ballo Schengen per criticare l’idea di limitare l’immigrazione in Europa? Scordandosi che quegli accordi non cancellavano le frontiere interne con una bacchetta magica, ma semplicemente le spostavano all’esterno, a un unico confine comune (art. 17 della Convenzione). Non a caso gli accordi di Schengen sono pieni di riferimenti alla lotta all’ingresso e soggiorno irregolare di persone, al contrasto all’immigrazione clandestina, ai controlli alle frontiere esterne, al fatto che privilegi spettano ai cittadini europei (artt. 3, 5, 6 della Convenzione, artt. 1, 3, 7 e 9 dell’Accordo). Eppure Schengen nella mitologia odierna è divenuta la messa al bando della parola “frontiera” in Europa, e non solo per gli europei ma per tutti gli abitanti dell’universo mondo.

Che si tratti dei giornali mainstream o dei sermoni a reti unificate del papa laico del politicamente corretto, quest’anno è cominciato all’insegna della manipolazione della lingua e dei documenti, in un modo che un fact-checking reale, imparziale e oggettivo non farebbe passare indisturbato. Benvenuti nel nuovo anno – benvenuti nel millenovecentottantaquattro.

La politica estera italiana nel 2017: Daniele Scalea a Sputnik

Daniele Scalea è stato intervistato da Tatiana Santi per Sputnik Italia in merito agli appuntamenti di politica estera per l’Italia nel 2017.

L’intervista, pubblicata il 31 dicembre 2016, può essere letta cliccando qui.

In quest’anno appena iniziato l’Italia siederà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presiederà il G7 e il vertice del Processo di Berlino, e preparerà la presidenza dell’OSCE nel 2018. Questa somma di importanti posizioni rappresenterà un momento di svolta per la politica estera del nostro Paese? Secondo Daniele Scalea è concreto il rischio che non sarà sfruttata, poiché l’Italia non ha un’agenda ben chiara né dimestichezza con la prassi per spingerla a livello internazionale. E’ probabile che il Presidente Gentiloni si impegni fortemente sulla Libia, dove però fino a ora la sua strategia non ha premiato completamente.

Nuove amministrazioni in Usa e Italia. Daniele Scalea a Radio Cusano

Daniele Scalea è stato intervistato da Daniel Moretti per Radio Cusano Campus. L’intervista, trasmessa il 12 dicembre 2016, può essere riascoltata cliccando qui.

Nel corso della intervista si è parlato di:

– nomine dell’amministrazione Trump. Sono in linea con la sua piattaforma anti-politica, industrialista e nazionalista: pochi politici, tanti militari e manager/industriali. Semmai sorprende la presenza di ex Goldman Sachs, ma è motivabile (Mnuchin è sostenitore della prima ora di Trump, mentre Bannon ha cambiato lavoro da tempo). Tillerson segretario di Stato confermerebbe la volontà di reindirizzare la strategia Usa verso un’intesa con Mosca per fronteggiare l’ascesa cinese, il jihadismo e i disordini in Medio Oriente;

– Paolo Gentiloni alla Farnesina. E’ stato un Ministro meno protagonista di altri, il che non è necessariamente un male, e anche quando si è concesso qualche gaffe (tipo endorsement a Hillary Clinton) la cosa è passata inavvertita. Ha risentito molto della presenza ingombrante di un premier come Renzi, che ha guidato la politica estera, ma ha legato il suo nome al tentativo di ristabilizzare la Libia sotto un governo Serraj di unità nazionale – tentativo che, a oggi, appare non coronato da successo.