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Il terrorismo negli Usa: Daniele Scalea al Giornale di Sicilia

Edizione del 21 settembre 2016:

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Golpe in Turchia: Daniele Scalea a Radio Cusano Campus

Daniele Scalea è intervenuto a Radio Cusano Campus, nella trasmissione “Il mondo è piccolo” condotta da Fabio Stefanelli, per parlare del fallito golpe in Turchia. La puntata può essere riascoltata integralmente cliccando qui.

Scalea ha fatto un excursus storico sulle due anime turche dalle Tanzimat a oggi, per sottolineare quanto sia radicata la tensione tra occidentalizzazione e “indigenismo”. Malgrado il fallito golpe abbia sancito la vittoria di quest’ultimo, tuttavia l’islamizzazione promossa dall’AKP, che ci allarma tanto perché praticata nel Paese musulmano più secolarizzato, è meno spinta di quanto avvenuto altrove nella nostra epoca. Tutto il mondo musulmano, ha osservato Scalea, procede da decenni verso una maggiore religiosità e non dovremmo aspettarci inversioni di tendenza a breve; del resto il modello kemalista, cioè il nazionalismo laico e militarista, è stato rigettato dall’Europa stessa parecchio tempo fa.

La strage del “Charlie-Hebdo” e le sue radici geopolitiche

Fonte: L'Huffington Post, 8 gennaio 2015

L’azione stragistica di Parigi ha colpito sotto svariati aspetti. Uno di questi è la preparazione militare degli attentatori, notata da tutti gli analisti. Con piena padronanza del loro armamento pesante, i due hanno compiuto la strage, superato uno scontro a fuoco con la polizia e si sono dileguati in auto.

Può sembrare paradossale, ma questa è, se non una “buona notizia”, per lo meno una “meno cattiva” delle altre. Perché è meglio dover affrontare dei militanti organizzati che dei “lupi solitari” che agiscono in maniera spontanea e slegata da ogni centrale direttiva. I primi, infatti, possono essere individuati e combattuti, spesso prima che provochino delle vittime; i secondi rimangono una minaccia sconosciuta fino a quando colpiscono (ed allora è troppo tardi).

Taluni ritengono che gli attentatori di Parigi abbiano riunito le due qualità: sarebbero “lupi solitari” che agiscono spontaneamente ma con le qualità di militanti addestrati. Finché non si sarà fatta luce sulla loro reale identità, non si potrà nemmeno affermare nulla con certezza. Tuttavia, è difficile credere che non appartengano quanto meno a una piccola cellula organizzata. Hanno colpito nel momento in cui la redazione di Charlie Hebdo era riunita (il che farebbe pensare abbiano sorvegliato le vittime prima di colpire) e sono riusciti a fuggire dopo l’attacco (possibile farlo senza una copertura? Forse, ma difficile). Il loro qualificarsi come Al-Qaida in Yemen potrebbe essere una millanteria, ma ciò non significa che siano dei mitomani né, tanto meno, dei “lupi solitari”.

Il fatto che, almeno al momento in cui scrivo, i due attentatori siano sfuggiti alla cattura, unito al loro evidente addestramento militare, alimenta una ridda di teorie dietrologiche, soprattutto ma non solo nel mondo musulmano. Occam ci suggerisce di seguire la spiegazione più semplice, ma se anche la verità fosse diversa, non cancellerebbe l’innegabile presenza di una cultura dell’intolleranza che non è certo esclusiva dell’Islam, ma che oggi nel mondo musulmano trova molto, troppo terreno fertile.

Non è esclusiva islamica, si è detto. Abbiamo conosciuto secoli di intolleranza e oscurantismo cristiano, così come una intolleranza laicista che oggi appare spesso più violenta di quella cattolica. Ma di certo la più virulenta, adesso, è quella musulmana. Negare, minimizzare, non aiuterebbe. Né criminalizzare sarebbe la risposta. Primo: perché la grande maggioranza dei musulmani non è né attore né sodale di crimini come la strage di Parigi. Secondo: perché quando si criminalizza un intero gruppo, etnico o religioso che sia, il risultato è sempre uno solo. Quanto accaduto in Europa nel secolo scorso è lì a ricordarcelo. I lettori di giornali online che nei commenti invocano camere a gas o bombe nucleari sono lì a ricordarcelo.

L’estremismo di questi ultimi è speculare a quello dei terroristi, sebbene rimanga a livello declamatorio e non d’azione. Il suo sacrosanto rifiuto non giustifica però una buonistica ignoranza del problema. Ossia che in certo Islam sunnita si diffonde, da tempo, un’interpretazione radicale, intransigente, violenta e irrispettosa del diverso. Una corrente che balza agli onori delle cronache quando colpisce i non musulmani, ma che nel frattempo miete vittime soprattutto tra questi ultimi. In particolare tra i musulmani sciiti, che per questa corrente sono eretici. Una ricerca condotta dal Pew Center rivela che per molti sunniti gli sciiti non vanno considerati musulmani: la pensa così addirittura l’85% dei sunniti egiziani, il 77% di quelli libanesi, il 54% dei tunisini, e così via.

Questa corrente è talvolta definita come “takfirista”, dall’arabo takfīr, la “scomunica” musulmana che i suoi aderenti distribuiscono a piene mani. Il brodo di coltura di questi takiristi è l’Islam dei Muwaḥḥidīn, meglio noti come “wahhabiti”. Tale corrente non è certo “malvagia” in sé: la sua cifra è di voler tornare all’Islam delle origini, puro. Tuttavia, il rigore che richiede nella vita pubblica come in quella privata, la condanna per pratiche giudicate come “degenerazioni” del vero Islam, l’intrinseca condanna verso “eresie” come quella sciita, creano terreno fertile per la violenza dei takfiristi.

Il wahhabismo è l’ideologia di Stato dell’Arabia Saudita e questo paese, forte dell’ingente introito di petro-dollari seguito allo choc petrolifero degli anni ’70, ha da allora investito molto per promuoverlo in tutto il mondo musulmano – e anche nelle moschee sorte in Europa. Riyad destina un budget alla promozione della religione islamica (che per i sauditi equivale all’interpretazione wahhabita): la spesa complessiva, nell’ultimo quarantennio, si stima nell’ordine delle svariate decine di miliardi di dollari. Grazie ai fondi sauditi sono sorte nel mondo migliaia di moschee, scuole coraniche, centri culturali islamici e si sono finanziate borse di studio, libri e opere caritatevoli. Buone opere, legate però indissolubilmente al diffondersi del wahhabismo nel mondo.

Per i Sauditi la diffusione del wahhabismo non ha risposto solo a un imperativo morale, ma anche a una precisa strategia politica. Essa costituisce il soft power saudita ed è utilizzata soprattutto per contrastare il grande rivale regionale dell’Arabia Saudita: l’Iran. Non è un caso che il wahhabismo si sia fatto negli anni sempre più ostile allo sciismo. E i petro-dollari sauditi sono serviti a finanziare non solo la devozione e la cultura, ma anche la lotta armata. L’esempio più famoso è l’appoggio ai mujahiddin afghani contro l’URSS, ma oggi pochi analisti hanno dubbi che Riyad alimenti, ad esempio, la rivolta in Siria contro il “cripto-sciita” e filo-iraniano Assad. Compresa quella dell’ISIS, che pure oggi gli aerei delle monarchie del Golfo bombardano.

In tutto ciò, stona che l’Arabia Saudita – dopo un quindicennio di “guerra al terrorismo” – sia ancora un solidissimo alleato dell’Occidente e degli USA in particolare. Di recente, Washington vi ha fatto ricorso per mettere in ginocchio la Russia facendo crollare il prezzo del petrolio. Arabia Saudita e Occidente erano sullo stesso fronte un quarto di secolo fa per debellare l’URSS e lo sono oggi per debellare l’Iran. Impossibile non chiedersi, però, se il gioco valga ancora la candela. Il mondo islamico sunnita ribolle di rabbia ed estremismo, armi molto utili per isolare l’Iran, stringerlo in un assedio. Ma che non sono così facilmente controllabili, come dimostrano i casi di al-Qaida e di ISIS, e possono facilmente rivolgersi contro di noi.

Sia chiaro: sarebbe semplicistico attribuire la diffusione del takfirismo ai soli petrodollari sauditi. Essi sono un fattore, pure importante. Ma di fondo c’è anche una situazione di sottosviluppo economico, fragilità sociale, ingiustizia politica, che dispone gli animi di milioni di musulmani all’estremismo, alla lotta armata, al terrorismo. Spesso le politiche occidentali non hanno fatto che esacerbare questi problemi.

Politiche miopi e amicizie equivoche. Nel mondo globalizzato, due AK-47 che aprono il fuoco a Parigi contro i redattori di una rivista satirica, sono azionati non tanto dal dito che ne preme il grilletto, quanto da dinamiche molto più elevate, legate alla politica internazionale. Correggere quelle potrà risolvere il problema in maniera duratura.

129 etnie e 40 religioni: il Kazakhstan e la sfida della convivenza

Tratto da L’Huffington Post, 19 gennaio 2014

Nell’ultimo articolo, scrivendo di A.J. Toynbee, si è citata una sua espressione riguardo alla “molteplicità nell’unità” (multiplicity-in-unity). Un concetto similare è espresso nel titolo de L’unità nella diversità. Religioni, etnie e civiltà del Kazakhstan contemporaneo, recentissima opera di Fuoco Edizioni a cura di Dario Citati e Alessandro Lundini (e con contributi anche di Eliseo Bertolasi, Giacomo Guarini, Giuliano Luongo e Roberto Valle), la quale inaugura la nuova collana “Orizzonti d’Eurasia” patrocinata dall’IsAG e dedicata all’area post-sovietica.

La regione che oggi chiamiamo “Asia Centrale” è caratterizzata da una orografia alquanto piatta e uniforme, la quale ha favorito nei secoli i movimenti e il frammischiamento dei popoli nomadi che l’hanno percorsa e abitata. Ciò si è tradotto in uniformità culturale e in società distinte più dalla lealtà a un capo che dall’etnia, e perciò mutevoli. Lo dimostra il fatto che fino a qualche secolo fa nemmeno esisteva l’attuale distinzione in nazionalità centroasiatiche: i Kazaki si separano dagli Uzbeki solo nel XV secolo, e ancora nei primi anni sovietici i Kazaki erano comunemente definiti “Kirghisi“. L’assoggettamento all’Impero moscovita, col giungere di milioni di coloni russi nell’area, e la politica staliniana di deportazione delle comunità nazionali giudicate di dubbia fedeltà nella steppa (nel frattempo “svuotata” da politiche di sterminio: i Kazachi diminuirono del 40% tra 1926 e 1937), non fecero altro che complicare il quadro.

Fatto sta che, al crollo dell’URSS e conseguimento dell’indipendenza, in Kazakhstan i Kazaki non erano nemmeno il 50% della popolazione, con una componente poco inferiore di Slavi e poi altre varie etnie minoritarie, incluso un 7% di tedeschi. La fine dell’unità sovietica e il rifiuto kazako di concedere la doppia cittadinanza agli abitanti russi spinse molti slavi a emigrare, tanto che oggi nel paese i Kazaki risultano essere il 65% della popolazione, i Russi il 22%, gli Uzbeki il 3%, e via via con percentuali sempre inferiori si trovano le altre 129 (centoventinove) etnie di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Un quadro semplificatosi, ma nient’affatto semplice.

La scelta dello Stato indipendente kazako, incarnato dal presidente Nursultan Nazarbaev che dall’inizio lo governa con piglio autoritario e paternalistico, è stata quella di valorizzare sì la componente indigena, ma senza adottare politiche nazionaliste che avrebbero potuto minare la convivenza interna. Da qui anche la scelta di riconoscere una cittadinanza “kazakistana”, di cui l’etnia kazaka è solo la componente maggioritaria, e promuovere il trilinguismo: kazako come idioma nazionale, russo come lingua “alla pari”, inglese per le comunicazioni col più vasto mondo. Questa saggia politica non nazionalista ha permesso al Kazakhstan di mantenersi, contrariamente a tutte le previsioni, stabile e pacifico, a dispetto degli scontri inter-etnici che hanno caratterizzato, e spesso ancora caratterizzano, un gran numero di regioni post-sovietiche (si possono citare, a mo’ di esempio e in ordine sparso, gli Stati baltici, l’Ucraina, il Caucaso russo, la Georgia, il Nagorno-Karabakh, la Valle di Fergana…).

Alla pluralità etnica in Kazakhstan ha corrisposto anche la pluralità religiosa, con oltre 40 confessioni rappresentate nel paese. Le principali sono oggi Islam (70%) e Cristianesimo (27%). Il nuovo regime indipendente ha optato perciò per la continuazione della politica laica d’epoca sovietica, ma non più in chiave ateista-militante. Al contrario, le moschee, in gran parte chiuse o distrutte da Stalin, hanno ripreso a diffondersi nel paese. L’Islam kazako è tradizionalmente d’ascendenza sufi, moderato e tollerante, e lo Stato ha dunque cercato di sfruttarlo per rinsaldare la coesione del paese senza minacciare le altre religioni. Un problema è stato però il diffondersi di correnti wahhabite, promosse dall’esterno, di tenore purista, con un programma più “interventista” negli affari politici e una minore tolleranza verso i non musulmani.

Al verificarsi d’alcuni atti di violenza e terrorismo, le autorità kazake hanno risposto con una rigida regolamentazione dell’attività religiosa. La logica di fondo delle nuove norme è quella di tutelare le confessioni tradizionali del paese bloccando il diffondersi di nuove. Oltre ai wahhabiti e ad altre versioni puriste dell’Islam, ne sono cadute vittime anche alcune sette occidentali come testimoni di Geova e Scientology. Tale legislazione ha dunque incontrato molte critiche tra i seguaci di questi culti e le ONG dirittoumaniste.

Per quanto draconiane, bisogna però riconoscere che tali norme rispondono a un’esigenza molto sentita in un’epoca in cui correnti estremiste dell’Islam stanno generando disordini in parecchi paesi; e tanto più sentita in uno che, avendo un’ingente minoranza cristiana, incontrerebbe grosse difficoltà qualora volesse caratterizzarsi come Stato islamico.