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Islamici tra terrorismo e vittimismo

Fonte: Il Giornale

 

Salman Abedi, il giovane attentatore suicida di Manchester, qualche anno fa accusò un suo professore di liceo d’essere islamofobo”.

All’epoca Abedi frequentava la Burnage Academy for Boys, una scuola solo maschile di Manchester in cui gran parte degli studenti sono musulmani. Secondo il racconto fatto dal Times l’insegnante di religione toccò il tema degli attentatori suicidi. Cogliendo forse in anticipo le idee pericolose di Abedi sul tema, gli chiese come giudicasse chi si fa saltare in aria per uccidere altre persone. Non ci è dato sapere cos’abbia risposto Abedi, ma di sicuro il ragazzo d’origine libica andò dalle autorità scolastiche a denunciare l’insegnante come “islamofobo”.

Assieme a lui, un gruppetto di ragazzi arabofoni con cui si frequentava. Uno dei suoi migliori amici era Bilal Ahmed, pochi anni fa condannato per uno stupro di gruppo su una minorenne. Secondo la madre della vittima, Salman Abedi assieme a Bilal Ahmed ed altri teppisti avrebbe cercato ripetutamente di intimidire lei e il resto della famiglia affinché facessero cadere le accuse.

La storia di Salman Abedi che denuncia l’islamofobia di un insegnante perché gli parla di attentatori suicidi, salvo poi farsi egli stesso attentatore suicida pochi anni dopo, ricorda da vicino un’altra vicenda: quella di Abdul Ali Artan, il rifugiato somalo negli Usa che tentò di fare una strage alla Ohio State University.

Il 28 novembre scorso Artan si lanciò con l’auto su una folla di universitari, per poi scendere dal veicolo e aggredirli con un coltello. Solo la fortuna e il pronto intervento di un poliziotto, che sparò al somalo uccidendolo, impedì la strage, con un bilancio finale di tredici feriti. Artan era giunto negli Usa due anni prima e aveva potuto frequentare l’università. Tre mesi prima di rispondere all’appello dell’Isis e cercare di fare una strage tra i suoi compagni, era stato intervistato dal giornale universitario “The Lantern”. Qui si lamentava dell’assenza di sale per la preghiera e si diceva spaventato di pregare all’aperto, per colpa dei media che danno un’immagine sbagliata dei musulmani. “Sono un musulmano, non sono come i media mi dipingono” si legge nell’intervista.

Perché Abedi e Artan, poco dopo essersi lamentati per l’islamofobia e i pregiudizi contro i musulmani, hanno scelto di seguire Isis e fare una strage tra gli “infedeli”? Il senso di persecuzione è un potente fattore scatenante di violenza estrema, ed è per questo che non andrebbe assecondato certo vittimismo. Dopo ogni attentato terroristico islamista, i commentatori televisivi sembrano poco interessati alle vittime e al pericolo che pende sui cittadini, e molto più preoccupati di fare tutti i rituali distinguo sull’Islam, lamentare il rischio che aumenti “l’islamofobia” piuttosto che le critiche all’immigrazione, o che il populismo guadagni consensi.

La narrativa, assolto in toto l’Islam come completamente slegato dal terrorismo (la cui matrice ideologica è, a quanto pare, la “depressione”), si prodiga invece a denunciare il “vero” pericolo del razzismo, dei pregiudizi, della non-accoglienza, dell’imperialismo, del patriarcato – queste sì colpe congenite ed eterne di tutta una civiltà, l’occidentale. Giornali, scuole e università “progressiste” insegnano ai giovani musulmani di casa nostra come l’Occidente li stia ingiustamente opprimendo; spesso in maniera molto più convincente di quanto saprebbe fare un barbuto predicatore di qualche lontano paese.

Così il musulmano è, in quanto tale, sempre giustificato, anche quando è un teppista come Abedi o un estremista come Artan. Agli occhi di qualcuno lo è persino quando, come loro due, si fa terrorista. Non ci credete? Un mese dopo la tentata strage, un gruppo di studenti della Ohio State University si radunò per condannare la violenza della polizia contro le persone di colore. Con sé portava un elenco delle vittime. In fondo, il nominativo del mancato stragista e adepto di Isis Abdul Ali Artan. Il suo attentato, spiegava una studentessa di Gender Studies, ricordava che la Ohio State “dev’essere un punto focale nella lotta a xenofobia, islamofobia e opinionisti di destra”.

 

Non solo Colonia, sui migranti l’efficienza tedesca ha fallito

Fonte: L’Huffington Post

 

I fatti di Colonia sono noti: nella notte dell’ultimo dell’anno, centinaia di persone, quasi tutte identificate come di etnia araba, si sono radunate nei pressi della stazione centrale cittadina sottoponendo le passanti a molestie sessuali, furti e, in alcuni casi, pare veri e propri stupri. I primi indagati confermano che gli autori del misfatto sono stranieri provenienti da paesi musulmani, molti dei quali richiedenti asilo da poco giunti in Germania. Episodi analoghi si sono registrati in altre città tedesche ed europee.

La polemica che ne è sorta ha visto non solo commentatori tradizionalmente critici verso il fenomeno migratorio e l’Islam, ma anche molti opinionisti di Sinistra e favorevoli al multiculturalismo, puntare il dito contro la fede musulmana e i suoi aspetti giudicati misogini e maschilisti. Altri controbattono che semmai il problema è il maschilismo in sé, e che i reati di natura sessuale contro le donne sono frequenti in Occidente.

Quest’ultimo fatto è innegabile, ma tali opinionisti mancano di notare che il misfatto di Colonia si distingue per le dimensioni eccezionali: il ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas ha parlato non a caso di “una dimensione completamente nuova di crimine organizzato”. Così tante persone, in uno spazio così ristretto, hanno compiuto così tanti reati in così poco tempo, tra l’altro aggiungendo al già non commendevole furto anche le molestie sessuali, ulteriore indice di disprezzo e ferocia verso le vittime.

L’identikit dei delinquenti li assegna in maniera preponderante, quasi esclusiva, alla cultura islamica, e ciò ha fornito utili argomenti a quanti ritengono che l’Islam non sia compatibile con valori occidentali come la democrazia, la convivenza religiosa e la parità tra i sessi. Sicuramente la cultura islamica ha una tradizione patriarcale – in maniera non dissimile a quella europea, ma senza essere passata per un equivalente processo di emancipazione femminile. Tuttavia, non si può fare a meno di notare che i musulmani in Germania sono da decenni parecchie centinaia di migliaia, eppure non si era mai visto qualcosa di simile a quanto accaduto a Colonia.

Osservando le scarne informazioni finora fornite sui fermati e indagati della notte di Colonia, una cosa balza subito all’occhio: la forte incidenza di richiedenti asilo, ossia immigrati di recentissimo periodo. Ovviamente, per quanto grandi possano essere gli sforzi prodotti dalla società ospite, quello dell’integrazione è un processo inversamente proporzionale al tempo di permanenza nel nuovo paese. Innanzi tutto il nuovo arrivato conosce in maniera imperfetta le leggi e gli usi e costumi del paese ospite.

Ma non si può sempre supporre la buona fede, e che il male sia stato fatto, socraticamente, per ignoranza del bene. Le vittime delle molestie di Colonia si sono ribellate mostrando agli artefici di non apprezzare le attenzioni di cui erano fatte oggetto; i furti che hanno accompagnato le molestie dimostrano poi e in maniera inequivocabile che l’approccio era volutamente ostile. Qualsiasi tentativo apologetico di quanto accaduto a Colonia, oltre che immorale, è anche non credibile. Ma quindi? Come si spiega che altri stranieri, parimenti musulmani, non abbiano compiuto negli anni e decenni passati ciò che hanno fatto i loro omologhi d’oggi a Colonia? Probabilmente, la risposta è nel numero.

Le dimensioni dell’immigrazione in Europa, soprattutto quella dal Mediterraneo, sono inedite. Tra 2010 e 2014, gli ingressi illegali nell’UE sono aumenti del 270% e le richieste d’asilo del 240%. In Germania nel 2015 sono state circa 1 milione le richieste d’asilo, quintuplicando quelle dell’anno precedente. Se un aumento era nelle previsioni, quest’esplosione inusitata è dovuta all’effetto attraente delle dichiarazioni della Cancelliera Merkel di agosto.

E la situazione sembra essere almeno parzialmente sfuggita al controllo delle autorità tedesche. Qualcosa lo si era intuito già in estate, quando Berlino, dopo aver a lungo attaccato gli Stati balcanici per pratiche simili, aveva – seppur per brevi periodi – sospeso i collegamenti viari perché l’afflusso di migranti aveva portato al collasso le capacità di trasporto e accoglienza di città come Monaco. Dopo un paio di mesi i tedeschi sono tornati a riapplicare Dublino anche per i Siriani.

A dimostrare che la proverbiale efficienza tedesca stavolta ha fatto cilecca, non ci sono solo il dietrofront sull’accoglienza ai Siriani o i furti e le molestie del Capodanno di Colonia e altre città della Germania. Poco pubblicizzate dai media italiani, ormai da alcuni mesi trapelano notizie su violenze sfuggite al controllo tedesco all’interno dei nuovi centri d’accoglienza. Organizzazioni femministe hanno denunciato come, nei centri sovraffollati e senza divisione tra maschi e femmine, si stiano diffondendo casi di stupro, molestie e induzione alla prostituzione, anche contro minori. Spesso le violenze non sono contro le donne, ma tra gruppi di differente etnia.

In molti, l’agosto scorso, hanno esaltato la generosità di Angela Merkel e dei cittadini tedeschi. Ma si sa che di buone intenzioni è lastricata la via per l’Inferno. Lo sanno bene quelle donne migranti che, dopo aver abbandonato il paese natio magari proprio per sfuggire alla violenza di loro connazionali, l’hanno ritrovata nei centri d’accoglienza. Finché loro sole erano le vittime, la situazione è stata giudicata sotto controllo. Ora che la violenza è uscita dai campi profughi per rivolgersi contro le donne indigene, la società tedesca si scopre in emergenza. Il tempo dirà se la Germania saprà affrontarla con maggior efficacia.

Un Corano più vecchio di Maometto? Vi dico perché se ne deve parlare con cautela

Fonte: L’Huffington Post

I fatti: a Birmingham una giovane ricercatrice italiana trova frammenti del Corano molto antichi. Viene eseguito un esame del carbonio che dà la seguente datazione: tra il 568 e il 645.

Ora, Maometto ha vissuto tra il 570 e il 632 e la presunta rivelazione divina sarebbe avvenuta tra il 610 e il 632. Maometto (che forse era pure analfabeta) non la mise mai per iscritto ma la fece imparare a memoria a suoi seguaci, i quali nel frattempo cominciarono a fissarla in forma scritta, in genere a pezzi e su mezzi di fortuna (comprese ossa di animali). Subito dopo la morte di Maometto, il califfo Abu Bakr fece realizzare quella che è considerata la prima versione scritta integrale del Corano, la quale farà da base al testo definitivo e ufficiale del califfo Uthman (r. 644-656) che ha rimpiazzato tutte le precedenti ed è, ancora oggi, il Corano (anche perché Uthman fece distruggere le altre versioni).

La scoperta di Birmingham non è secondaria e influirà sullo studio storico-filologico del Corano. Ma il come andrebbe lasciato determinare dagli storici, i quali sono certo più cauti dei giornalisti nel trarre conclusioni.

Lo dimostra ad esempio “The Huffington Post UK”, il quale asserisce che Birmingham Koran Carbon Dating Reveals Book Is Likely Older Than Prophet Muhammad (“La datazione al carbonio del Corano di Birmingham dimostra che il libro è probabilmente più vecchio del profeta Maometto”). A parte il fatto che l’esame del carbonio riguarda la pergamena e non l’inchiostro (dunque ci dice l’età del supporto e non dello scritto), sfugge perché il periodo 568-645 sia “likely” precedente a quello 610-632 (per riguardo verso HP ignoriamo come nel titolo si parli di Maometto tout court e prendiamo in considerazione solo il periodo della presunta rivelazione divina, che dà qualche chances in più all’intrepido titolista). La datazione C14 della pergamena di Birmingham offre una gamma che include 42 anni precedenti la “rivelazione ufficiale” e 45 anni coincidenti con essa. Pare sia dunque più “likely“, sebbene di poco, la seconda ipotesi che la prima. Forse un cauto “possibly” sarebbe stato preferibile.

Il meglio di sé lo dà però il nostro compatriota “Libero”, il quale sobriamente titola: Islam, il Corano più antico scritto prima di Maometto. L’articolo di “Libero” non riporta nemmeno la datazione suggerita dal C14 (né tanto meno precisa che si riferisce al supporto e non alla scrittura) per affermare categoricamente che “è stato scritto prima della predicazione” di Maometto.

Non credete si stia forzando un po’ la mano alla notizia reale e ai fatti tangibili che la originano?