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La guerra in Siria: analisi di scenario e interessi nazionali italiani

Report per il Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, scritto assieme a Dario Citati.

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1. LA GUERRA CIVILE SIRIANA: fattori, attori e sviluppi interni

La guerra civile in Siria è cominciata nel 2011, sull’onda dei sommovimenti che quell’anno interessarono ampia parte del mondo arabo e che furono all’epoca denominati “Primavera araba”. La Repubblica Araba di Siria è dal 2003 l’ultimo superstite regime retto dal Ba’th, il partito nazionalista, panarabo e socialista che è stato al potere anche in Iraq. Dal 1970 la famiglia Assad detiene la Presidenza del Paese, prima con Hafiz e quindi con Bashar.
Nel 2011, all’alba del conflitto, la stabilità della Siria risentiva di diversi fattori negativi:
∎ povertà: malgrado le politiche di liberalizzazione economica perseguite dagli Assad, il Paese continuava ad avere un basso reddito. Particolarmente elevata era la disoccupazione giovanile;
∎ divisioni etniche: la maggioranza etnica di arabi includeva i ¾ della popolazione totale, compresi però anche 600.000 palestinesi (Damasco era sede del quartier generale di Hamas). Le minoranze etniche si presentavano inoltre geograficamente concentrate, dotate di una forte identità particolare e collegate con compatrioti oltre confine: è il caso dei curdi (10% della popolazione) e dei turcomanni (5%);
∎ divisioni religiose: oltre a una consistente minoranza cristiana (10% della popolazione), era presente un’importante suddivisione interna alla maggioranza islamica. Il 10% della popolazione era infatti alawita, ossia appartenente a un gruppo prossimo allo sciismo da cui provengono pure gli Assad. Malgrado il loro regime non avesse connotati nettamente settari, gli Assad si erano preferibilmente affidati ad alawiti per molte posizioni chiave nell’amministrazione e nelle forze armate. Hafiz aveva creato interi quartieri a Damasco popolati da alawiti provenienti dalla regione costiera, per meglio controllare la capitale.
Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 Hafiz al-Assad aveva dovuto contrastare e reprimere un’insurrezione capeggiata dai Fratelli Musulmani, movimento politico-religioso transnazionale di estrazione sunnita. Bashar al-Assad durante il proprio governo aveva cercato di conquistare consensi tra la maggioranza sunnita tollerando l’estendersi di rigide interpretazioni religiose (mossa che ha invece favorito il diffondersi di un islamismo ostile agli alawiti). Inoltre la riduzione dei fondi alle forze armate e al partito ha ridotto la loro capacità di controllare e indottrinare i giovani.
Il fatto che la nuova rivolta, incendiatasi nel 2011, abbia trovato il serbatoio principale tra i giovani delle periferie urbane dei grandi centri, di religione sunnita e sensibili alle predicazioni islamiste, ha presto conferito un carattere decisamente settario alla guerra civile. Le fazioni più laiche dei rivoltosi, per giunta fin dall’inizio alleate ai Fratelli Musulmani nell’Esercito Libero Siriano, sono state presto relegate a un ruolo di comprimario delle più forti milizie jihadiste, e in particolare delle due filiazioni di al-Qaida – Jabhat al-Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham, e lo “Stato Islamico di Iraq e del Levante” (meglio noto con l’acronimo inglese di ISIS). Importanti milizie islamiste sono pure Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, ma esiste una vasta costellazione di formazioni minori. Sia “Jane’s” sia il Washington Institute hanno in momenti diversi stimato il peso degli estremisti islamici in circa il 50% dei rivoltosi totali; gran parte della restante metà era composta da islamisti meno radicali o da milizie di carattere locale, con solo una piccola porzione di forze realmente laiche e moderate.
Nel Settentrione la minoranza curda si è invece riunita sotto le insegne del PYD e della sua ala militare YPG. Col prosieguo del conflitto il YPG ha coalizzato attorno a sé varie milizie arabe nelle Forze Democratiche Siriane (FDS). Come conseguenza del carattere etno-settario della ribellione, anche il Governo ha fatto crescente ricorso agli alawiti per i propri quadri militari. La pratica di accordare l’evacuazione dei centri assediati, spesso grazie a tregue sotto l’egida dell’Onu, ha favorito il redistribuirsi della popolazione, col progressivo spostamento di una fetta di abitanti sunniti, quella ideologicamente più ostile al Governo, verso la regione di Idlib. È questa, assieme alla provincia di Deraa al Sud e a piccole exclavi nel centro del Paese, l’ultima zona ancora controllata dai ribelli arabi e turcomanni. La porzione nord-orientale della Siria è controllata ora dalle FDS a guida curda, minacciate da un’offensiva di milizie sostenute dalla Turchia. Il resto del Paese è tornato sotto il controllo del Governo.
L’acme della ribellione si era raggiunto nel 2015, quando sembrava concretamente in grado di scalzare Assad dal potere: dal settembre di quell’anno, grazie all’intervento diretto della Russia e ad un accresciuto sforzo iraniano, il Governo ha cominciato a riconquistare terreno. In questa fase le forze di Assad, sorrette da Russi e Iraniani, stanno procedendo a ripulire le sacche ribelli tra Hama e Homs e nella Ghouta Orientale. Dopo di che dovrebbero puntare verso le roccaforti ribelli a Nord e Sud, ossia Idlib e Deraa. Quest’ultima potrebbe rivelarsi particolarmente critica, poiché in prossimità del confine israeliano. La reazione di Gerusalemme al dislocarsi di forze iraniane o della milizia libanese Hizballah in prossimità del confine sarebbe prevedibilmente violenta. Un altro settore critico è quello dell’alto corso dell’Eufrate, dove già si fronteggiano milizie pro-turche e SDF a guida curda.

2. L’INTERVENTO RUSSO: obiettivi, effetti e motivazioni

Il 30 settembre 2015, la Federazione Russa ha dato avvio ad un intervento militare di massicce proporzioni, iniziando a bombardare le postazioni ribelli nelle province di Homs, Hama e Latakia. Dalla portaerei Admiral Kuznecov sono decollati i caccia multiruolo Su-33 Flanker-D, ma sono stati dispiegati con successo anche i MiG-29SMT e i bombardieri strategici TU-22M3 sino all’invio recente dei caccia di quinta generazione Sukhoi Su-57. A volte coordinata con le forze siriane e iraniane, altre volte condotta in autonomia, l’azione di Mosca è risultata decisiva per il rovesciamento delle sorti del conflitto, contribuendo alla riuscita di operazioni essenziali come la riconquista delle città di Palmira e di Aleppo nel 2016.
L’intervento russo non si è limitato peraltro alla sola dimensione aeronavale, ma ha contemplato anche il dispiegamento di forze terrestri sul campo, finalizzate a ricostituire reparti dell’esercito siriano ma con funzioni di comando e controllo gestite direttamente dai Russi. Ad esempio, nell’ottobre 2015 Mosca ha strutturato il 4° Corpo d’Assalto nella provincia di Latakia; un anno dopo a Damasco è stato costituito invece il 5° Corpo d’Assalto sotto la guida del Generale Valerij Asapov, poi ucciso da una scheggia di proietto di mortaio a settembre 2017 nel corso della battaglia di Deir Ezzor. Dal punto di vista tecnico-militare, la tutela russa della Siria è ben esemplificata dal dispiegamento delle batterie anti-missile S-300VM Antey-2500 e S-400 Triumf, localizzate intorno alle basi di Tartus e di Hmeimm. Tali sistemi di difesa sono deputati a intercettare e colpire i missili nemici entro uno spazio tecnicamente definito MEZ (Missile Engagement Zone), e vengono attivati tuttavia a discrezione dai Russi. Ad esempio, Mosca ha tollerato negli anni numerose incursioni israeliane in territorio siriano (come nel caso dei ripetuti attacchi all’aeroporto di Mezzeh, Damasco, per colpire depositi di munizioni di Hizbollah tra fine 2016 e inizio 2017).
La Russia è intervenuta in Siria principalmente per tre ragioni, di carattere allo stesso tempo strategico-militare e politico-diplomatico.
∎ In primo luogo, per garantire e ampliare la propria presenza marittimo-militare nel Mediterraneo: il porto di Tartus, tecnicamente definito «Punto di appoggio tecnico-militare n° 720», è infatti l’unica base mediterranea rimasta a Mosca dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. La caduta di Assad avrebbe quindi implicato una grave perdita di posizione, in contrasto peraltro con tutta la nuova strategia navale russa, che prevede (dopo l’acquisizione della Crimea e la completa sovranità sul porto di Sebastopoli) un ampliamento dei punti di appoggio nel Mediterraneo, con negoziati in corso per avere facilitazioni nei porti di Limassol (Cipro), Sidi el Barrani (Egitto) e forse Tobruk o Bengasi (Libia). Siglando un accordo con il governo di Damasco il 18 gennaio 2017, Mosca si è impegnata ad ammodernare e ampliarne gli impianti, gli scali e le banchine in modo che Tartus arrivi ad ospitare simultaneamente fino a 11 unità navali russe, compresi i sottomarini a propulsione nucleare, garantendosi inoltre l’inalienabilità delle infrastrutture e l’immunità per il personale militare russo in loco. È proprio questo rafforzata presenza militare russa nella regione ad essere vista con sospetto e preoccupazione da parte di alcuni Paesi NATO, Stati Uniti in testa.
∎ In secondo luogo, la Russia ha tentato di porsi come il nuovo broker in Medio Oriente. Prima di intervenire militarmente, ha concertato la sua azione con diversi attori chiave della regione, in particolare con Israele (i capi di Stato Maggiore Eizenkot e Gerasimov hanno concordato la neutralità nelle rispettive operazioni aeree) e con l’Egitto di al-Sisi, con cui ha siglato molti accordi di cooperazione economica ottenendo importanti sponde diplomatiche (nell’ottobre 2016, il Cairo ha votato a favore della risoluzione russa sui bombardamenti ad Aleppo entrando in rotta di collisione con l’Arabia Saudita). Soprattutto, Mosca ha organizzato i Colloqui di Astana, l’iniziativa diplomatica per la pace in Siria parallela ai colloqui di Ginevra che ha avuto otto sessioni in tutto il 2017 riuscendo a far sedere allo stesso tavolo due grandi rivali, Turchia e Iran. Pur senza trovare una soluzione politica alla crisi siriana, i colloqui di Astana hanno raggiunto obiettivi tattici importanti, come la fissazione delle 4 de-escalation zones (Idlib, nord di Homs, periferia est di Damasco, zona di Deraa ai confini della Giordania). La tregua in questa zone è stata funzionale agli sviluppi successivi, cioè la sconfitta dell’ISIS e la ripresa di controllo del territorio da parte dell’esercito siriano.
∎ Infine, il contrasto all’ISIS e alle fazioni islamiche radicali anti-Assad ha avuto e riveste tuttora per Mosca un’importante finalità difensiva interna. Le popolazioni musulmane della Russia nel Caucaso settentrionale sono infatti sensibili al radicalismo sunnita e il rischio di foreign fighters e proliferazione del jihadismo è vissuta come una minaccia reale da parte di Mosca. Basti ricordare che uno dei leader militari più importanti dell’ISIS, Omar Al-Shishani, («Omar il Ceceno»), poi ucciso in battaglia, proveniva proprio da questa regione, e che Mosca ha pagato il proprio sostegno ad Assad con diversi attentati islamisti subiti sul proprio territorio sia prima sia dopo l’intervento militare (attentati di Volgograd di fine 2013, attentati alla metro di Pietroburgo di aprile 2017).
Nella versione ufficiale del governo russo, proprio quest’ultimo punto – la lotta al terrorismo – è quello maggiormente amplificato e che ha conferito a Mosca un certo prestigio presso l’opinione pubblica internazionale. Particolare rilievo ha assunto la riconquista della città di Palmira, simbolo delle devastazioni dell’ISIS. Dopo la sua liberazione, nel maggio 2016 il Cremlino vi ha organizzato un grande concerto di musica accreditandosi come il difensore e il restauratore della civiltà, e in particolare delle minoranze cristiane, contro la barbarie islamista. In tal modo la Russia ha cercato di prendersi tutto il merito della vittoria sul Califfato, oscurando il ruolo degli Stati Uniti, che in realtà con l’operazione Inherent Resolve hanno condotto numerosi raid contro le postazioni dello Stato Islamico tra Siria e Iraq dando un contributo importante proprio alla liberazione di Palmira.
Allo stesso tempo, la politica estera russa non è stata priva di ambiguità e cambi di posizione. L’esempio più eclatante è senz’altro l’atteggiamento nei confronti della Turchia e dei Curdi siriani. Sino al luglio 2016, Mosca riteneva Ankara uno dei maggiori sponsor del terrorismo, arrivando ad accusare personalmente il presidente turco Erdoğan e la sua famiglia. Parallelamente, garantiva un supporto diplomatico alla regione curda del Rojava (Nord della Siria), sostenendo la sua autonomia nel futuro assetto costituzionale della Siria pacificata. Dopo il tentato golpe in Turchia dell’estate 2016, Mosca ha approfittato dell’isolamento di Erdoğan, garantendogli informalmente mano libera contro i Curdi in cambio dell’accettazione turca del ruolo di Russia e Iran in Siria e in parte anche della permanenza di Assad. Da ambiguità simili non hanno potuto astenersi, del resto, nemmeno gli USA: i Curdi sono stato il loro braccio armato contro ISIS, ma Washington ha poi fatto poco per difenderli dalla controffensiva turca in Siria e da quella iraniana in Iraq.

3. IL RUOLO IRANIANO: le posizioni in Siria

Altro alleato di ferro del governo siriano, la Repubblica Islamica dell’Iran ha avuto un ruolo forse meno appariscente dal punto di vista della copertura mediatica, ma ancor più decisivo sul campo di battaglia. Gli obiettivi strategici di lungo periodo dell’Iran in Siria sono in realtà divergenti da quelli della Russia, al punto che il rapporto tra i due sponsor di Damasco potrebbe essere descritto nei termini di una «cooperazione tattica nell’ambito di una competizione strategica».
Mentre Mosca rimane un attore esterno alla regione, interessato comunque a trovare un equilibrio tra i Paesi dell’area e ritagliare per sé il ruolo di mediatore pur partendo dal sostegno al governo di Damasco, per Teheran la difesa di Bashar al-Assad rientra nel quadro di una affermazione regionale che si sostanzia nella creazione di un «corridoio pan-sciita» a guida iraniana. Il rafforzamento degli sciiti in Iraq, quello di Hizbollah in Libano, nonché lo stesso sostegno alla minoranza sciita degli Houthi in Yemen, sono gli ingredienti fondamentali di questa strategia, di cui tuttavia proprio la Siria costituisce il tassello fondamentale.
A differenza della Russia che non ha interesse ad uno scontro con il mondo sunnita (sia arabo-saudita sia turco) né con Israele, per l’Iran la guerra civile siriana ha rappresentato una grande occasione geopolitica per trasformare la Siria in uno Stato de facto satellite. Esistono calcoli molto discordanti e non facilmente verificabili su quanto la Repubblica Islamica abbia speso e investito per sostenere gli sforzi militari in Siria; si stimano cifre nell’ordine dei miliardi di dollari (che non hanno peraltro mancato di suscitare alcuni malumori interni considerata la situazione economica di Teheran).
La prassi operativa di Teheran in Siria si è articolata lungo tre direttrici fondamentali. Primo, la formazione e l’invio di milizie sciite di differenti nazionalità e provenienze, tra cui si possono menzionare la Brigata Abu al-Fadl al-Abbas, composta da sciiti siriani, le forze paramilitari irachene come Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba’, supportate ed equipaggiate dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione, da membri di Hizballah libanese o dalle brigate Al-Quds del Generale iraniano Qasem Suleimani; o ancora la brigata Liwa Fatemiyoun («Brigata Fatima»), composta da combattenti sciiti di provenienza afgana o pakistana.
Secondo, l’Iran ha lavorato per una diretta assunzione di comando su interi reparti dell’Esercito regolare siriano: in diverse fasi del conflitto, ufficiali iraniani o libanesi hanno avuto accesso quasi esclusivo alle sale operative, con piena facoltà di trasferire dal fronte i soldati siriani e persino di passarli per le armi in caso di collaborazione col nemico. In particolare, la 9a Divisione dell’Esercito siriano sarebbe stata sotto il comando diretto degli Iraniani, almeno stando ai racconti di alcuni disertori.
Terzo, la leva etno-demografica: mentre si è assistito al ricollocamento di abitanti sunniti ostili ad Assad nella regione di Idlib, l’Iran ha provveduto a favorire un massiccio reinsediamento di popolazione sciita nelle aree al confine con il Libano, al fine di fare della Siria una continuazione geografica di quest’ultimo.
La domanda su cui da mesi si interrogano gli esperti è proprio quanto sia forte il controllo dell’Iran sugli apparati politico-militari di Damasco, quanto strutturata la sua presenza militare in Siria e in generale la sua influenza diretta sul Paese. Di recente sono aumentati gli attacchi israeliani su obiettivi iraniani in Siria: a fine dicembre 2017 è stata colpita la base di Al-Kiswah, 14 km a Sud di Damasco; nelle scorse settimane un attacco missilistico è stato sferrato dagli F-15 israeliani sulla base aerea T-4 nella provincia di Homs. L’eccessivo peso iraniano sulla Siria è fonte di difficoltà anche per la Russia, che formalmente continua a fare fronte comune con Teheran di fronte all’attacco missilistico occidentale, ma sa che sul piano della soluzione diplomatica il controllo iraniano su Damasco è l’ostacolo principale ad un negoziato internazionale e alla pacificazione della Siria.
Accanto alle preoccupazioni di Israele, Arabia Saudita e in certa misura anche della stessa Turchia, il ruolo dell’Iran è problematico anche per il controverso rapporto con organizzazioni terroristiche. A parte il noto patrocinio iraniano di Hizballah (un partito politico in Libano, ma considerato organizzazione terroristica da USA, Israele, numerosi Paesi arabi e, limitatamente al suo braccio militare, anche UE), dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, la CIA ha diffuso migliaia di documenti declassificati che proverebbero legami, almeno in passato, tra Teheran e al-Qaida, i cui membri avrebbero trovato rifugio e supporto proprio in Iran. Dell’esistenza d’un rapporto tra Iran e al-Qaida è uno dei massimi assertori il nuovo Segretario di Stato americano Mike Pompeo, e proprio il mutato atteggiamento della nuova amministrazione USA sul dossier iraniano è una delle chiavi per comprendere le evoluzioni e le prospettive degli scenari nella regione.

4. LA POLITICA AMERICANA DA OBAMA A TRUMP

Il Presidente Barack Obama diede all’epoca un pieno appoggio alle rivolte arabe del 2011. Nella sua concezione strategica la democratizzazione di quei Paesi, anche laddove avesse portato al potere movimenti islamisti (come accadde coi Fratelli Musulmani in Egitto), avrebbe comunque contribuito a stemperare il sostegno popolare per le forze più estremiste e violente, nonché le tensioni tra molti Paesi arabi e sunniti e l’Iran persiano e sciita (con quest’ultimo Obama stava cercando una distensione, concretizzatasi nell’accordo sul nucleare del 2015).
Le previsioni di Obama si rivelarono errate. Pochi esperimenti democratici hanno fatto qualche progresso (vedi la Tunisia); alcuni pre-esistenti hanno persino mostrato segni di regressione (Turchia). Nella generale instabilità i gruppi jihadisti, con al-Qaida in testa, hanno trovato maggiori spazi, giungendo a controllare ampi “Stati de-facto”. La scissione qaidista dello Stato Islamico, dalla base in Siria e Iraq che, al suo acme, minacciava Damasco e Baghdad, ha scatenato una campagna di violenze transnazionali, che ha portato l’Europa a conoscere una stagione di attacchi terroristici che per brutalità supera anche quella degli anni ‘70. Infine, le guerre civili in Siria e Yemen, l’insorgenza in Iraq, le tensioni perduranti in Bahrain e Libano, hanno portato a nuove vette lo scontro diplomatico e, per procura, anche militare tra Iran e Arabia Saudita, minacciando la regione col pericolo di una grande conflagrazione bellica.
La Siria ha esemplificato meglio di qualunque altro Paese il fallimento della strategia obamiana: sulla guerra civile interna si è innestato lo scontro tra l’Iran e il blocco sunnita capeggiato da Ryad, e in questo clima sia le milizie jihadiste sia Hizballah si sono notevolmente rafforzate. L’imbarazzo e le difficoltà della Presidenza Obama si sono rivelate nella maniera incerta con cui ha trattato la materia siriana: le offensive diplomatiche contro Assad non seguite da quelle militari, la “linea rossa” sulle armi chimiche non rispettata, l’ampia autonomia concessa all’alleato turco nel sostenere i ribelli a prescindere dalla loro compatibilità con l’Occidente, il fallimentare tentativo di addestrare milizie pro-Usa, il campo aperto lasciato alla Russia per estendere la propria influenza sul Paese. In ultimo, Obama ha scelto di focalizzarsi sul sostegno al YPG curdo in funzione anti-ISIS, una linea di condotta ereditata e portata alle estreme conseguenze dal successore Donald Trump.
Sotto la Presidenza Trump lo Stato Islamico in Siria e in Iraq è stato annientato, mentre nel contempo gli Usa hanno lasciato che il Governo riconquistasse importanti posizioni (come Aleppo) ai ribelli, per lo più estremisti islamici. La nuova Amministrazione americana ha fin da subito promesso di concentrarsi sull’annientamento dello Stato Islamico e di non fare una priorità del rovesciamento di Assad. Se la presenza di soldati americani in supporto alle SDF curdo-arabe è aumentato, il Presidente Trump ne ha annunciato il prossimo ritiro a inizio aprile. Il desiderio di disimpegnarsi dalla Siria si scontra tuttavia con tre ordini di problemi:
∎ il denunciato ricorso ad armi chimiche da parte del Governo: una “linea rossa” tracciata da Obama ma che Trump ha fatto un punto d’onore nel voler far rispettare. Tuttavia, anche senza bisogno di accodarsi alle accuse dei critici secondo cui si tratterebbe di macchinazioni utilizzate come pretesto per intervenire, si può tuttavia assumere che questo sia più un casus belli che la motivazione profonda degli interventi americani;
∎ la situazione di perdurante conflitto, che ha trascinato in differente ordine d’intensità anche Turchia e Israele, con un latente rischio di escalation. Washington non vuole lasciare a Mosca l’onere, ma anche l’onore, di fare da mediatore tra le parti e divenire dunque il punto di riferimento diplomatico nella regione;
∎ l’ascendente guadagnato dall’Iran sulla Siria, divenuto quasi un proprio feudo, laddove il Presidente Trump vuole invece contrastare la crescente influenza di Tehran sulla regione. In ciò trova l’incoraggiamento di vari partner, in primis Israele e Arabia Saudita, le cui aspettative – a differenza di Obama – Trump non sembra voler frustrare. Le recenti nomine di Mike Pompeo e John Bolton lasciano presagire una crescente attenzione, e non certo amichevole, verso l’Iran.
Queste esigenze contrastanti hanno fatto sì che, finora, la politica americana in Siria si mostrasse ambivalente e soggetta a improvvise variazioni. È probabile che Washington cercherà d’avere una forte voce in capitolo nella sistemazione del futuro assetto della Siria, tutelando la frontiera nord-orientale di Israele e limitando il peso russo e soprattutto iraniano nel Paese – cosa che si potrebbe ottenere con una qualche forma di cantonalizzazione e l’avviamento di un processo politico che superi l’attuale fisionomia del regime.
Sia lo scorso anno, sia in occasione della seconda e recente incursione aerea contro il Governo siriano, il Presidente Trump ha ribadito la natura una tantum dell’azione militare e la volontà di non impegnare i militari americani in una nuova guerra in Medio Oriente. In tal senso le due opposte esigenze ­­­̶ disimpegnarsi dalla Siria ma determinarne il destino ­­­̶ possono trovare una sintesi in questo tipo d’azioni, il cui significato è mostrare la supremazia militare americana per ottenere col minimo sforzo la soddisfazione delle proprie richieste. L’occasionale ricorso alla forza militare contro il Governo mira cioè a riaffermare il peso degli Stati Uniti sul tavolo negoziale, rispetto al quale si sono finora trovati ai margini per via del maggior successo della strategia russa.
Una durevole e pacifica ricomposizione del quadro siriano non potrà tuttavia prescindere da una collaborazione tra Mosca e Washington, che dovranno mediare tra le ancor più distanti posizioni che separano vari attori esterni: Turchi e Curdi, Iraniani e Israeliani, Iraniani e Sauditi. In mancanza di una tale cooperazione tra Russia e Usa, la Siria è condannata a rimanere ostaggio di una “guerra per procura” senza termine, e a fungere da catalizzatore d’ostilità regionali e centro di diffusione d’instabilità e terrorismo. Lo stesso proposito del Presidente Trump di disimpegnarsi dal Paese non potrà avverarsi, e lo stesso vale per la volontà del Presidente Putin di non estendere sine die lo sforzo militare russo in loco.

5. L’INTERESSE NAZIONALE DELL’ITALIA

Senza dubbio l’Italia non può tollerare l’utilizzo di armi chimiche, proibite dall’apposita Convenzione internazionale di cui dal 2013, grazie alle pressioni americane, anche la Siria è parte. Stante tuttavia la mancanza di chiarezza su precise responsabilità negli ultimi presunti attacchi chimici, e per evitare che le cancellerie internazionali siano manovrate da tattiche propagandistiche poste in essere da attori locali, si dovrebbe affrontare la materia sfruttando gli strumenti messi a disposizione dall’ONU.
Tra 2013 e 2014 una missione congiunta ONU-OPCW (quest’ultima è l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, creata dalla succitata Convenzione) ha presieduto allo smaltimento dell’arsenale d’armi proibite detenuto dal Governo siriano. La OPCW ha regolarmente investigato i casi di presunto utilizzo d’armi chimiche in Siria. Rispetto alla strage avvenuta a Khan Shaykun nel 2017, a seguito della quale avvenne il raid americano contro posizioni governative, l’indagine non ha trovato prove sufficienti per assegnare la paternità del crimine alle forze di Assad. La precedente investigazione aveva riguardato un caso di utilizzo di gas mostarda presso Aleppo, sebbene non si siano trovate prove a sufficienza della responsabilità dei ribelli, denunciata dal Governo. In anni precedenti altre indagini erano comunque riuscite a indicare una responsabilità: in due occasioni (2014 e 2015) da parte del Governo per l’uso di cloro e una volta (2015) da parte di ISIS per l’uso di gas mostarda. Una nuova squadra investigativa si è recata a Douma, sede dell’ultimo presunto attacco. Attendere l’esito di questa nuova indagine sarebbe stato opportuno, per non far precipitare la situazione in assenza di certezze.
Va rammentato che fino al 2015 l’UE ha introdotto varie restrizioni e sanzioni verso la Siria. Da allora, stando almeno al numero di indagini condotte dalla OPCW, l’uso di armi chimiche nel Paese appare diminuito: la vigilanza dovrà comunque rimanere massima finché esso non sarà azzerato, ma nelle ultime occasioni non si è potuta stabilire la paternità dell’attaccante. Il timore è che questi episodi siano utilizzati come pretesto per interventi che rispondono invece all’interesse nazionale degli attori che li realizzano.
Da parte italiana, la stabilizzazione della Siria e lo scongiuramento di escalation internazionali appare come il principale interesse nazionale rispetto al Paese mediorientale.
La guerra civile in Siria ha portato verso l’Europa grosse masse di profughi, con tutti i problemi di natura socio-economica ad esse connessi. Inoltre diversi espatriati siriani, o persone capaci di farsi identificare come tali, hanno partecipato ad attentati terroristici in Europa, rivelando come questo flusso di persone difficilmente controllabile costituisca una grave falla alla sicurezza. In Siria si trovava, e ancora si trova seppure non più sotto forma statuale, il centro d’irradiazione del terrorismo che ha investito il continente negli ultimi anni provocando centinaia di vittime. Solo grazie all’accorta opera delle nostre forze di sicurezza l’Italia è finora rimasta immune a tale tipo di attacchi.
In secondo luogo, la guerra civile siriana, coinvolgendo numerosi attori esterni – a livello individuale, collettivo e statuale – diffonde instabilità e conflittualità nella regione. Migliaia di estremisti hanno acquisito armi, tecniche e connessioni combattendo in Siria, e molti di essi faranno ritorno nel Paese d’origine, o si sposteranno in altri Paesi, per portarvi terrorismo e guerriglia – sulla falsariga di quanto accaduto dopo la Guerra in Afghanistan, negli anni ‘90. Ad esempio la Tunisia, che ha il massimo numero pro capite di volontari stranieri in Siria e sta attraversando una delicata fase di consolidamento democratico, è a serio rischio. Israele guarda con preoccupazione al rafforzamento conseguito da Hizballah.
La guerra civile siriana ha inoltre acuito vecchi odi come quelli tra sciiti e sunniti e tra curdi e turchi, che si riverberano poi su tutti i Paesi che possiedano la medesima composizione al loro interno.
Infine il conflitto dentro la Siria acuisce le tensioni tra Iran e Arabia Saudita, Iran e Israele, Russia e USA. Vista la prossimità geografica, il rilievo delle importazioni petrolifere, la strategicità del Canale di Suez, e a fronte del troppo trascurato strumento militare di cui dispone, l’Italia si troverebbe in balia delle ricadute di qualsiasi ulteriore crollo statuale, guerra civile o conflitto inter-regionale che dovesse esplodere nel Vicino Oriente o in Nordafrica. Anche le tensioni tra USA e Russia sono negative, poiché è opinione diffusa in Italia – e supportata da solidi fatti – che Mosca non costituisca una credibile minaccia per la NATO. Continuare a prioritizzare il confine orientale in nome d’una presunta minaccia russa non fa che rendere trascurata la frontiera meridionale, laddove si addensano più sfide e minacce per tutta l’Alleanza Atlantica; ma con l’Italia – vista la posizione geografica – in avanguardia.
Il Governo italiano dovrebbe pertanto concorrere a stemperare le tensioni catalizzate dalla Siria, dissuadendo alleati e partner da azioni di forza avventate e da posizioni di troppo radicale contrapposizione verso interlocutori necessari, quale la Russia. Così come già riuscì a fare al tempo del Vertice di Pratica di Mare, l’Italia può fungere da mediatore tra USA, Europa e Russia, la cui partnership è imprescindibile per la stabilizzazione della Siria. In particolare Mosca, garantita nei suoi interessi fondamentali (il mantenimento della base navale di Tartus, l’estirpazione degli estremisti islamici, il riconoscimento del suo ruolo diplomatico), potrà moderare i propri alleati (Iran e Bashar al-Assad) affinché si venga incontro alle preoccupazioni di vari Paesi della regione per l’accresciuta influenza iraniana e lo status degli abitanti sunniti, pur nel riconoscimento (necessario salvo voler intraprendere una qualche campagna di tipo militare) del dato di fatto del successo bellico del Governo siriano e dei suoi alleati.
L’Italia potrà in tal senso agire attraverso i canali bilaterali, quelli multilaterali come NATO e UE, e non ultimo anche l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di cui assumerà la Presidenza di turno a partire dal 1 gennaio 2018 per dodici mesi. La nostra diplomazia ha già previsto, tra le priorità della Presidenza OSCE, un maggiore focus sulle sfide e le opportunità provenienti dal Mediterraneo e una particolare attenzione per il dialogo strutturato che ripristini il clima di fiducia tra gli Stati membri (che includono anche gli USA e la Russia).
Inutile precisare che, per un’efficace azione diplomatica da parte italiana, è necessaria la costituzione di un nuovo governo dotato di una maggioranza parlamentare e di fiducia nel Paese.

 

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Tre ragioni per cui l’Italia ha sacrificato il patriottismo

Fonte: Il Foglio, 4 maggio 2016

 

Poche prove sono tanto ardue come tentare di definire l’interesse nazionale italiano. Se già è difficile parlare con cognizione di causa di “interesse nazionale”, ancor più lo è se ci abbiniamo l’aggettivo “italiano”. Curiosamente, proprio nella terra di Machiavelli e Botero, nozioni come quelle di “interesse nazionale” o “ragion di Stato” sono particolarmente ignorate od odiate. Tanto che all’inizio di quest’anno il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è stato obbligato a dichiarare che “l’interesse nazionale non è una parolaccia”. Difficile immaginarsi Barack Obama costretto a fare dichiarazioni del genere (negli USA, per dirne una, di recente il Nixon Center si è rinominato “Center for the National Interest”). Qui, invece, è necessario ripartire dalle basi.

ARTICOLI CORRELATI Il bagnoschiuma che sa di patriottismo Non si vuol far qui un discorso di tipo accademico. Uno studioso potrebbe ben contestare la stessa liceità del concetto di “interesse nazionale”, decostruendolo a cominciare dall’idea di “nazione”. Quello di nazione, direbbe, è un concetto essenzializzato dietro cui si cela una “comunità immaginaria”, per dirla con Benedict Anderson; il discorso sull’interesse nazionale è un concetto propagandistico strumentalizzato per far appoggiare ai ceti inferiori i suoi obiettivi di classe. La nostra intenzione è però quella di fare un discorso non accademico. Il postulato di partenza sarà che non ci si deve interrogare sull’esistenza di un interesse nazionale: esso esiste.

Deve esistere per sostanziare quel vincolo sociale che ci lega tutti in una comune entità politica, delimitata territorialmente e che non vogliamo credere vada tenuta assieme solo da un’imposizione giuridica ereditata dal passato, ma anche dalla comune volontà delle parti che la compongono. Non c’è un reale soggetto se non c’è l’autocoscienza di sé, e l’autocoscienza comporta anche l’avere una volontà: al minimo, la volontà di identificarsi (differenziandosi dagli altri) e autoconservarsi, perché gli uomini si uniscono in società per darsi forza l’un altro. Ma un soggetto che vuole, deve volere necessariamente qualcosa. Quel qualcosa, è il suo interesse: il nostro interesse nazionale, sintesi e sublimazione degl’interessi particolari. Ciò che si vuol affermare, è che se avessero ragione i critici postmoderni e l’interesse nazionale non esistesse, allora sarebbe doveroso inventarlo.

Si pensi anche a ciò: che l’interesse nazionale, al contrario di ciò che ritengono molti detrattori del termine, è in realtà promotore di democrazia. L’interesse nazionale è per definizione un interesse collettivo. Può essere strumentalizzato da un ceto o da una cricca. Ma la soluzione non è provare a esorcizzarlo, rifiutandosi di parlarne: allora è sicuro che, se si evita di dibatterne in maniera aperta, lasciando le decisioni all’arbitrio di circoli ristretti, diviene non più semplicemente possibile, ma assolutamente inevitabile che l’interesse nazionale si tramuti nell’interesse di pochi.

L’interesse nazionale è aderenza alla realtà, nel momento in cui si riconosce che se esistono una storia e un presente di politica internazionale, è perché esistono volontà concorrenti (talvolta confliggenti), portatrici ciascuna dei propri interessi. Ma è idealista nella misura in cui permette di fondare, sugli interessi certi e oggettivi, costruzioni ideali, a partire dalla riflessione sull’identità comune da cui germoglia. Che cosa lega gli individui che compongono un popolo, e cosa unisce la generazione presente a quelle degli avi?  Qui troviamo un senso al vivere civile.

Rimane da rispondere al quesito: perché in Italia, ma non in altri paesi, è così difficile discorrere di interesse nazionale?
Il nostro paese paga, indubbiamente, ancora il trauma della sconfitta nella Seconda Guerra mondiale, e questa è una prima ragione. Celebre è l’affermazione di Ernesto Galli della Loggia, secondo cui quella sconfitta bellica non ha rappresentato solo la morte del Fascismo, ma anche la morte della Patria, intesa quale costruzione storica e ideologica operante matrice di valori collettivi. A seguito di ciò, ha argomentato lo Storico, la democrazia di massa emersa dalla sconfitta si è però tenuta estranea alle pratiche e ai simboli tipici dello stato-nazione, concentrati nella politica militare e nella politica estera. Renzo De Felice, dal canto suo, spiegava che un “Patriottismo della Costituzione” non può reggersi senza un “Patriottismo della Nazione”.

Un secondo elemento è quel tipico carattere nostrano, per cui l’italianità viene sempre dopo il fazionalismo. Da noi, il più piccolo successo di campanile o partito pare esser degno della rovina patria.

Un terzo elemento, è il sentimento irenista tanto forte nel nostro paese. Che sia declinata in senso cristiano o in senso laico, è comunque radicata nell’Italiano l’idea che usare la forza sia sempre sciagurato. Ma ci si pensi bene: come può avere interessi chi non è disposto a nulla, ma proprio a nulla, per difenderli? Egualmente, una nazione senza volontà d’azione è una nazione a cui i propri interessi non servono a nulla, ma in costante balia degli interessi altrui. Un popolo passivo, oggetto e non soggetto della storia.

Una nazione che non concepisce suoi interessi, o comunque non ha la volontà di difenderli, è una nazione senza strategia. La strategia è per definizione lungimiranza: individuazione dell’obiettivo di lungo periodo e del percorso per raggiungerlo. L’Italia, se non torna a pensare al suo interesse nazionale, rimarrà miope, inconsapevole e indolente nel farsi trascinare dal vento della storia. Ma non illudiamoci: nessuna fede in esso è consentita, perché come diceva Seneca, nessun vento è favorevole a chi non sa verso quale porto è diretto.

Ripensare l’interesse nazionale dell’Italia nel mondo che cambia: il ruolo della Russia

Tratto da Non solo gas. Le relazioni economiche tra Italia e Russia, Quaderni di Geopolitica, n. 1 (vol. I, 2012), pp. 139-144

 

Nel mondo che, anche in ragione degli effetti della crisi economica del 2008, sta mutando rapidamente a livello di rapporti di forza internazionali, è importante adattare la cognizione d’interesse nazionale dell’Italia, quale base per elaborare una politica estera e una grande strategia. Tale ripensamento non può che partire dai due tradizionali pilastri dell’atlantismo e dell’europeismo, che vanno compresi e inquadrati nella situazione attuale. Una delle osservazioni che si possono fare è quella sulla necessità d’un più stretto rapporto con la Russia, che però si può ottenere solo liberandosi degli strascichi della Guerra Fredda e del confronto bipolare.

Il mondo sta cambiando rapidamente. Da alcuni anni a questa parte, ancora più rapidamente. Le crisi sistemiche (e le conseguenti “grandi depressioni”) hanno storicamente comportato un’accelerazione delle pre-esistenti dinamiche di ascesa e discesa delle potenze: la crisi del 1873 agevolò l’ascesa di USA e Germania rispetto alla Gran Bretagna, quella del 1929 il recupero tedesco e la copertura del gap industriale da parte dell’URSS. La crisi cominciata nel 2008 accelera l’ascesa delle cosiddette “potenze emergenti” (in realtà spesso già “emerse” da un bel pezzo), in particolare i BRICS, e su tutti la Cina, mentre a perdere terreno è il finora dominante “sistema occidentale” della triade USA-Europa-Giappone. Il breve momento unipolare, coincidente grosso modo con gli anni ’90 e i primi 2000, è ormai passato: oggi si parla comunemente di mondo multipolare. In realtà, ci si trova ancora in una fase di transizione uni-multipolare, in cui gli USA mantengono una posizione egemonica. Ma l’arrivo ad un compiuto sistema multipolare nel futuro prossimo appare ormai ineluttabile.

Non sono cambiamenti da poco quelli che stiamo affrontando. Alcuni eventi hanno portata epocale: è il caso della rinascita di Cina e India dopo secoli d’oblio, o della progressiva perdita di centralità politico-culturale-economica dell’Occidente. Una configurazione manifestatasi fin dal ’500 sta svanendo. Di fronte a cambiamenti epocali, nessuno, nemmeno l’Italia, può rimanere fermo e inerte. È giunto il momento che l’Italia rifletta, senza alcuna preclusione ideologica o fissità dettata dall’abitudine, ai propri interessi nazionali ed alla strategia più adatta a perseguirli nel futuro che s’avvicina a grandi falcate. Adattarsi all’ambiente è fondamentale per il successo. L’attenzione va rivolta soprattutto ai due pilastri che hanno caratterizzato la politica estera italiana negli ultimi sessant’anni e più: atlantismo ed europeismo. Un cambiamento epocale porta con sé anche un mutamento a livello categoriale.

A metà del Novecento l’Italia s’inserì nel sistema occidentale, o meglio nordatlantico, a guida statunitense. Si trattò d’una scelta obbligata: l’Italia aveva appena perduto una guerra, era stata occupata manu militari, ed il suo destino era stato deciso a tavolino dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale all’atto della spartizione dell’Europa in sfere d’influenza. L’Italia prese la scelta atlantica prima di tutto perché costrettavi. Vi era poi ovviamente la minaccia sovietica, ch’era però tale più di nome che di fatto. L’URSS continuava ad essere aggressivo nella retorica e nell’ideologia universalista, ma la realtà è che sin da Stalin e fino al suo scioglimento ebbe una condotta per lo più conservativa. Stalin scelse di costruire il socialismo in un solo paese, e i suoi successori si trovarono alle prese col problema di farvelo sopravvivere. Problema che alfine si rivelò insolubile.

Nell’Europa del 2012, la Russia – non più comunista da vent’anni – non rappresenta certamente più una minaccia. Al di là dell’accanimento di certa stampa, la Federazione Russa è un interlocutore affidabile, di civiltà affine a quella europea (anzi, europea essa stessa), che non ha mire aggressive ma punta ad un partenariato con l’Europa Occidentale e Centrale, con cui ha un forte potenziale di complementarità (l’esempio classico è quello del petrolio e del gas russi necessari ad alimentare l’economia europea). C’è però un ostacolo di rilievo a questa partnership euro-russa, ed è lo strascico di conflittualità rimasta latente dopo la fine del bipolarismo. Pensiamo all’evoluzione della NATO post-1989. È storia che l’alleanza nordatlantica nacque in funzione anti-russa, ed è un fatto che ha mantenuto quella peculiarità anche dopo la fine della Guerra Fredda. La NATO, infatti, da allora ha allargato se stessa e le sue competenze, ma tutto ciò è andato ad aggiungersi alla base passata senza cancellarla. In Europa la NATO, portatasi con l’allargamento post-1989 fino ai confini stessi della Federazione Russa, continua a servire innanzi tutto a “tenere gli Statunitensi dentro e i Russi fuori”, per dirla con Lord Ismay. Sergio Romano, in un’intervista pubblicata nel primo numero di “Geopolitica”, ha definito l’Europa «prigioniera della NATO», ed auspicato la nascita d’una politica estera europea distinta da quella statunitense. L’equilibrio militare del continente andrebbe pensato non più come estensione della zona d’influenza nordatlantica, ma come sicurezza paneuropea. Alla logica bipolare e del “blocco” dovrebbe succedere quella di un’organizzazione di sicurezza collettiva paneuropea che non può escludere la Russia.

Pensare che gl’interessi degli USA e quelli dell’Italia coincidano sempre e perfettamente è un controsenso. Gli USA sono una grande nazione continentale e bioceanica in Nordamerica; l’Italia è una piccola penisola nel mezzo del Mediterraneo. Le diverse caratteristiche geopolitiche non possono che creare divergenze d’interesse, di volta in volta più o meno profonde. La politica mediterranea e vicino-orientale di Washington nell’ultimo decennio ne è un chiaro esempio. Durante la presidenza Bush jr. gli USA hanno impostato, seppur in maniera non ufficiale, la loro politica verso il mondo musulmano sullo “scontro di civiltà” e la “distruzione creativa”. Ciò non poteva che creare un solco d’ostilità tra le due sponde del Mediterraneo e alimentare la destabilizzazione regionale, a detrimento delle nazioni locali, tra cui l’Italia. Obama sta invece appoggiando, seppur con talune riserve, il “risveglio islamico” in atto nel mondo arabo. Non si tratta d’una scelta sbagliata in sé, poiché l’ascesa dei movimenti islamici è una tendenza consolidata ormai da decenni; ma certamente preoccupanti sono gli estremi di questa strategia, che porta ad appoggiare gruppi armati radicali legati o affini a Al Qaida in Libia o Siria. Sappiamo bene a cosa portò in Afghanistan una simile condotta, e ne stiamo ancora oggi pagando il dazio con un’onerosa (in termini di danaro, mezzi e uomini) occupazione militare del paese centrasiatico. Ora il rischio concreto è che santuari dell’estremismo e del terrorismo si creino a pochi passi da casa nostra. Gli USA, al riparo di un oceano, possono essere più propensi a rischiare; l’Italia, così vicina al mondo arabo, no.

Ancor più importante, è il fatto che gli USA, in quanto potenza egemone, cercheranno d’ostacolare l’ascesa di altri paesi. L’Italia non ha il medesimo interesse: non ha motivo d’opporsi all’ascesa della Cina, della Russia, dell’India o del Brasile. Non si tratta dal nostro punto di vista d’un evento negativo. Al contrario, il multipolarismo rafforza la posizione italiana. Si pensi alla crisi della politica estera italiana dopo la fine della Guerra Fredda: l’unipolarismo aveva limitato la nostra libertà d’azione e ridotto la nostra importanza strategica. In un sistema multipolare l’Italia ritornerebbe ad avere il suo peso. Inoltre, finché l’Europa riserverà agli USA il compito di garantire la propria sicurezza, non potrà avere una propria strategia e politica estera. Per crescere è necessario emanciparsi.

Purtroppo anche l’altro pilastro della politica estera italiana degli ultimi decenni – quello europeo – comincia a scricchiolare vistosamente. Gli esempi sono molteplici. L’Italia, al pari degli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale, ha finora dovuto privilegiare con la Russia i rapporti bilaterali, perché la diplomazia multilaterale di Bruxelles mantiene una linea di non troppo velata ostilità verso Mosca. Il tentativo delle autorità dell’Unione Europea di ostacolare la realizzazione del South Stream, grande infrastruttura strategica per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia, non può essere ignorato. La crisi libica dello scorso anno ha messo in luce ulteriori divisioni all’interno dell’UE, un po’ come accadde nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, ma che in questo caso ci hanno riguardato molto più da vicino. La Libia era divenuto un partner strategico per l’Italia – rapporto suggellato da un recente trattato d’amicizia e cooperazione – ma una serie di paesi europei, sostenuti dagli USA e capeggiati dalla Francia e dalla Gran Bretagna, non hanno esitato ad attaccare il paese. Si può dare qualsiasi giudizio politico e morale soggettivo sulla caduta di al-Qaḏḏāfī, ma è un dato di fatto oggettivo che un paese nordafricano relativamente florido e stabile sia stato tramutato in un paese diviso in una miriade di bande armate rivali. È preoccupante – e rivelatore del rispetto di cui Roma gode all’interno dell’alleanza nordatlantica – che l’asse Washington-Londra-Parigi abbia destabilizzato a cuor leggero un paese amico, nonché fornitore strategico d’idrocarburi e risorse finanziarie, dell’Italia.

L’ultimo esempio, e più attuale, è quello del comportamento europeo di fronte alla crisi del debito che ha interessato diversi paesi dell’Unione, tra cui l’Italia. L’Unione Europea non ha saputo far fronte comune, ma sono prevalsi gli egoismi e interessi particolaristici, finendo così con l’aggravare la situazione dei paesi più esposti. Anziché tendere una mano e aiutare concretamente, abbiamo visto il direttorio europeo (sempre più “monocolore” tedesco) imporre politiche depressive e di rigore, arrivando ad accettare (e probabilmente promuovere) la sostituzione di governi democraticamente eletti con governi “tecnici”, non legittimati dal voto popolare. Può ben darsi, come auspicato recentemente da Sergio Romano, che da questa crisi l’Europa esca alfine più forte ed unita, con la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma è possibilità non meno remota che questa crisi finisca invece col disintegrare l’Unione Europea, o quanto meno lasciarla nel limbo di un’integrazione imperfetta ed insufficiente.

Lo spettro della fine del sogno unitario europeo, o anche di uno stallo indefinito del processo d’integrazione, impone all’Italia d’imparare a fare minore affidamento sul multilateralismo, così caro alla nostra diplomazia negli ultimi decenni. La capacità d’intessere rapporti strategici su base bilaterale diviene fondamentale nel contesto attuale di crisi globale ed europea, nonché di transizione uni-multipolare. Ciò non toglie, tuttavia, che nella nostra epoca una singola nazione come l’Italia abbia dei chiari limiti fisici alla propria azione politica e strategica. La tendenza globale, come dimostrano in particolare le nuove aggregazioni, tra cui la nascita dell’UNASUR e l’annuncio dell’Unione Eurasiatica, è all’integrazione regionale. L’Europa, ch’è stata all’avanguardia, rischia d’andare in contro-tendenza e disintegrarsi proprio in questa fase. Nel qual caso, l’Italia dovrà sapersi guardare attorno e cercare delle alternative. La geografia ci ha dato una sola alternativa all’Europa: il Mediterraneo.

Che l’Unione Europea tenga o meno, una rivalutazione del “terzo cerchio” della politica estera italiana è necessario. Nel Mediterraneo sta emergendo una grande potenza regionale, che è la Turchia, e si è attivato un processo di rinnovamento dell’élite socio-politica che riguarda gran parte dei paesi arabi. Questo moto di rinnovamento potrebbe preludere anche ad un ritorno ai fasti del passato di un’altra nazione dal grande potenziale ch’è l’Egitto. L’ingresso degl’islamisti nella “stanza dei bottoni” di molti paesi, e in particolare i successi che la Fratellanza Musulmana sta ottenendo in diversi Stati, lasciano presagire un mutamento non secondario del quadro politico-strategico del Mediterraneo e del mondo arabo. L’Italia ha manifestato una preoccupante incapacità di interferire in questo processo che riguarda i nostri dirimpettai. È necessario invece fare in modo che il Mediterraneo diventi un’area di pace, cooperazione e potenziale integrazione.

Finora si è discusso di come l’Italia dovrebbe comportarsi verso l’esterno, ma è non meno importante accennare a quanto bisognerebbe fare all’interno. La politica estera è solo il predicato d’un soggetto che è lo Stato stesso. La più accorta e geniale delle strategie non può sopperire all’assenza d’una solida base interna su cui poggiare. L’Italia non potrà perseguire i suoi interessi nazionali o sviluppare una strategia di successo se non sarà una nazione forte. Partiamo da una posizione privilegiata: l’Italia è l’ottava nazione al mondo per PIL nominale e lo Stato italiano ha il sesto bilancio più abbondante del globo. Bisognerà però riuscire ad invertire la china discendente che ormai percorriamo da vent’anni. È necessaria una seria politica industriale: l’ascesa cinese dimostra come la terziarizzazione (o finanziarizzazione) non sia la “fase suprema del capitalismo”. L’Italia ha bisogno di ritornare a ospitare quella grande industria a elevato contenuto tecnologico che un tempo non ci mancava. È necessario inoltre sostenere la spina dorsale dell’economia italiana, le PMI, oggi in sofferenza per la combinazione tra una moneta forte e una pressione fiscale sempre più soffocante. Bisogna riformare un sistema educativo le cui pecche sono fin troppo note, ma senza cedere alla tentazione – assai diffusa in questi tempi di “sacrifici” – d’istituire un’economica ma ingiusta e improduttiva educazione classista. Più di tutto, però, bisogna ritrovare la piena sovranità italiana, ch’è in primis libertà di pensiero strategico, e va sorretta da un popolo moralmente forte e coeso. Tutte cose che, purtroppo, allo stato attuale fanno difetto all’Italia.

Ripensare l’interesse nazionale e la strategia dell’Italia nel mondo che cambia

Tratto da Geopolitica Online, 13 luglio 2012. Articolo scritto con Tiberio Graziani

Il mondo sta cambiando rapidamente. Da alcuni anni a questa parte, ancora più rapidamente. Le crisi sistemiche (e le conseguenti “grandi depressioni”) hanno storicamente comportato un’accelerazione delle pre-esistenti dinamiche di ascesa e discesa delle potenze: la crisi del 1873 agevolò l’ascesa di USA e Germania rispetto alla Gran Bretagna, quella del 1929 il recupero tedesco e la copertura del gap industriale da parte dell’URSS. La crisi cominciata nel 2008 accelera l’ascesa delle cosiddette “potenze emergenti” (in realtà spesso già “emerse” da un bel pezzo), in particolare i BRICS, e su tutti la Cina, mentre a perdere terreno è il finora dominante “sistema occidentale” della triade USA-Europa-Giappone. Il breve momento unipolare, coincidente grosso modo con gli anni ’90 e i primi 2000, è ormai passato: oggi si parla comunemente di mondo multipolare. In realtà, ci si trova ancora in una fase di transizione uni-multipolare, in cui gli USA mantengono una posizione egemonica. Ma l’arrivo ad un compiuto sistema multipolare nel futuro prossimo appare ormai ineluttabile.

Non sono cambiamenti da poco quelli che stiamo affrontando. Alcuni eventi hanno portata epocale: è il caso della rinascita di Cina e India dopo secoli d’oblio, o della progressiva perdita di centralità politico-culturale-economica dell’Occidente. Una configurazione manifestatasi fin dal ’500 sta svanendo. Di fronte a cambiamenti epocali, nessuno, nemmeno l’Italia, può rimanere fermo e inerte. È giunto il momento che l’Italia rifletta, senza alcuna preclusione ideologica o fissità dettata dall’abitudine, ai propri interessi nazionali ed alla strategia più adatta a perseguirli nel futuro che s’avvicina a grandi falcate. Adattarsi all’ambiente è fondamentale per il successo. L’attenzione va rivolta soprattutto ai due pilastri che hanno caratterizzato la politica estera italiana negli ultimi sessant’anni e più: atlantismo ed europeismo. Un cambiamento epocale porta con sé anche un mutamento a livello categoriale. La geopolitica può fornire utili strumenti per definire e comprendere le nuove categorie storiche, anche se dev’essere coadiuvata da una serie di scienze ausiliarie, che spaziano dall’economia all’antropologia, dalla tecnologia alla geografia.

A metà del Novecento l’Italia s’inserì nel sistema occidentale, o meglio nordatlantico, a guida statunitense. Si trattò d’una scelta obbligata: l’Italia aveva appena perduto una guerra, era stata occupata manu militari, ed il suo destino era stato deciso a tavolino dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale all’atto della spartizione dell’Europa in sfere d’influenza. L’Italia prese la scelta atlantica prima di tutto perché costrettavi. Vi era poi ovviamente la minaccia sovietica, ch’era però tale più di nome che di fatto. L’URSS continuava ad essere aggressivo nella retorica e nell’ideologia universalista, ma la realtà è che sin da Stalin e fino al suo scioglimento ebbe una condotta per lo più conservativa. Stalin scelse di costruire il socialismo in un solo paese, e i suoi successori si trovarono alle prese col problema di farvelo sopravvivere. Problema che alfine si rivelò insolubile.

Nell’Europa del 2012, la Russia – non più comunista da vent’anni – non rappresenta certamente più una minaccia. Al di là dell’accanimento di certa stampa, la Federazione Russa è un interlocutore affidabile, di civiltà affine a quella europea (anzi, europea essa stessa), che non ha mire aggressive ma punta ad un partenariato con l’Europa Occidentale e Centrale, con cui ha un forte potenziale di complementarità (l’esempio classico è quello del petrolio e del gas russi necessari ad alimentare l’economia europea). C’è però un ostacolo di rilievo a questa partnership euro-russa, e si chiama NATO. È storia che l’alleanza nordatlantica nacque in funzione anti-russa, ed è un fatto che ha mantenuto quella peculiarità anche dopo la fine della Guerra Fredda. La NATO, infatti, da allora ha allargato se stessa e le sue competenze, ma tutto ciò è andato ad aggiungersi alla base passata senza cancellarla. In Europa la NATO, portatasi con l’allargamento post-1989 fino ai confini stessi della Federazione Russa, continua a servire innanzi tutto a “tenere gli Statunitensi dentro e i Russi fuori”, per dirla con Lord Ismay. Sergio Romano, in un’intervista pubblicata nel primo numero di Geopolitica, ha definito l’Europa «prigioniera della NATO», ed auspicato la nascita d’una politica estera europea distinta da quella statunitense. L’equilibrio militare del continente andrebbe pensato non più come estensione della zona d’influenza nordatlantica, ma come sicurezza paneuropea. La NATO dovrebbe lasciare spazio, o trasformarsi, in un’organizzazione di sicurezza collettiva paneuropea che non può escludere la Russia. Il problema sarà lo status degli USA.

Pensare che gl’interessi degli USA e quelli dell’Italia coincidano perfettamente è un controsenso. Gli USA sono una grande nazione continentale e bioceanica in Nordamerica; l’Italia è una piccola penisola nel mezzo del Mediterraneo. Le diverse caratteristiche geopolitiche non possono che creare divergenze d’interesse, di volta in volta più o meno profonde. La politica mediterranea e vicino-orientale di Washington nell’ultimo decennio ne è un chiaro esempio. Durante la presidenza Bush jr. gli USA hanno impostato, seppur in maniera non ufficiale, la loro politica verso il mondo musulmano sullo “scontro di civiltà” e la “distruzione creativa”. Ciò non poteva che creare un solco d’ostilità tra le due sponde del Mediterraneo e alimentare la destabilizzazione regionale, a detrimento delle nazioni locali, tra cui l’Italia. Obama sta invece appoggiando, seppur con talune riserve, il “risveglio islamico” in atto nel mondo arabo. Non si tratta d’una scelta sbagliata in sé, poiché l’ascesa dei movimenti islamici è una tendenza consolidata ormai da decenni; ma certamente preoccupanti sono gli estremi di questa strategia, che porta ad appoggiare gruppi armati radicali legati o affini a Al Qaida in Libia o Siria. Sappiamo bene a cosa portò in Afghanistan una simile condotta, e ne stiamo ancora oggi pagando il dazio con un’onerosa (in termini di danaro, mezzi e uomini) occupazione militare del paese centrasiatico. Ora il rischio concreto è che santuari dell’estremismo e del terrorismo si creino a pochi passi da casa nostra. Gli USA, al riparo di un oceano, possono essere più propensi a rischiare; l’Italia, così vicina al mondo arabo, no.

Ancor più importante, è il fatto che gli USA, in quanto potenza egemone, cercheranno d’ostacolare l’ascesa di altri paesi. L’Italia non ha il medesimo interesse: non ha motivo d’opporsi all’ascesa della Cina, della Russia, dell’India o del Brasile. Non si tratta dal nostro punto di vista d’un evento negativo. Al contrario, il multipolarismo rafforza la posizione italiana. Si pensi alla crisi della politica estera italiana dopo la fine della Guerra Fredda: l’unipolarismo aveva limitato la nostra libertà d’azione e ridotto la nostra importanza strategica. In un sistema multipolare l’Italia ritornerebbe ad avere il suo peso. Inoltre finché l’Europa riserverà agli USA il compito di garantire la propria sicurezza, non potrà avere una propria strategia e politica estera. Per crescere è necessario emanciparsi.

Purtroppo anche l’altro pilastro della politica estera italiana degli ultimi decenni – quello europeo – comincia a scricchiolare vistosamente. Gli esempi sono plurimi. L’Italia, al pari degli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale, ha finora dovuto privilegiare con la Russia i rapporti bilaterali, perché la diplomazia multilaterale di Bruxelles mantiene una linea di non troppo velata ostilità verso Mosca. Il tentativo delle autorità dell’Unione Europea di ostacolare la realizzazione del South Stream, grande infrastruttura strategica per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia, non può essere ignorato. La crisi libica dello scorso anno ha messo in luce ulteriori divisioni all’interno dell’UE, un po’ come accadde nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, ma che in questo caso ci hanno riguardato molto più da vicino. La Libia era divenuto un partner strategico per l’Italia – rapporto suggellato da un recente trattato d’amicizia e cooperazione – ma una serie di paesi europei, sostenuti dagli USA e capeggiati dalla Francia e dalla Gran Bretagna, non hanno esitato ad attaccare il paese. Si può dare qualsiasi giudizio politico e morale soggettivo sulla caduta di al-Qaḏḏāfī, ma è un dato di fatto oggettivo che un paese nordafricano relativamente florido e stabile sia stato tramutato in un paese diviso in una miriade di bande armate rivali. È preoccupante – e rivelatore del rispetto di cui Roma gode all’interno dell’alleanza egemonica nordatlantica – che l’asse Washington-Londra-Parigi abbia destabilizzato a cuor leggero un paese amico, nonché fornitore strategico d’idrocarburi e risorse finanziarie, dell’Italia.

L’ultimo esempio, e più attuale, è quello del comportamento europeo di fronte alla crisi del debito che ha interessato diversi paesi dell’Unione, tra cui l’Italia. L’Unione Europea non ha saputo far fronte comune, ma sono prevalsi gli egoismi e interessi particolaristici, finendo così con l’aggravare la situazione dei paesi più esposti. Anziché tendere una mano e aiutare concretamente, abbiamo visto il direttorio europeo (sempre più “monocolore” tedesco) imporre politiche depressive e di rigore, arrivando ad accettare (e probabilmente promuovere) la sostituzione di governi democraticamente eletti con governi “tecnici”, non legittimati dal voto popolare. Può ben darsi, come auspicato recentemente da Sergio Romano, che da questa crisi l’Europa esca alfine più forte ed unita, con la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma è possibilità non meno remota che questa crisi finisca invece col disintegrare l’Unione Europea, o quanto meno lasciarla nel limbo di un’integrazione imperfetta ed insufficiente.

Lo spettro della fine del sogno unitario europeo, o anche di uno stallo indefinito del processo d’integrazione, impone all’Italia d’imparare a fare minore affidamento sul multilateralismo, così caro alla nostra diplomazia negli ultimi decenni. La capacità d’intessere rapporti strategici su base bilaterale diviene fondamentale nel contesto attuale di crisi globale ed europea, nonché di transizione uni-multipolare. Ciò non toglie, tuttavia, che nella nostra epoca una singola nazione come l’Italia abbia dei chiari limiti fisici alla propria azione politica e strategica. La tendenza globale, come dimostrano in particolare le nuove aggregazioni, tra cui la nascita dell’UNASUR e l’annuncio dell’Unione Eurasiatica, è all’integrazione regionale. L’Europa, ch’è stata all’avanguardia, rischia d’andare in contro-tendenza e disintegrarsi proprio in questa fase. Nel qual caso, l’Italia dovrà sapersi guardare attorno e cercare delle alternative. La geografia ci ha dato una sola alternativa all’Europa: il Mediterraneo.

Che l’Unione Europea tenga o meno, una rivalutazione del “terzo cerchio” della politica estera italiana è necessario. Nel Mediterraneo sta emergendo una grande potenza regionale, che è la Turchia, e si è attivato un processo di rinnovamento dell’élite socio-politica che riguarda gran parte dei paesi arabi. Questo moto di rinnovamento potrebbe preludere anche ad un ritorno ai fasti del passato di un’altra nazione dal grande potenziale ch’è l’Egitto. L’ingresso degl’islamisti nella “stanza dei bottoni” di molti paesi, e in particolare i successi che la Fratellanza Musulmana sta ottenendo in diversi Stati, lasciano presagire un mutamento non secondario del quadro politico-strategico del Mediterraneo e del mondo arabo. L’Italia ha manifestato una preoccupante incapacità di interferire in questo processo che riguarda i nostri dirimpettai. È necessario invece fare in modo che il Mediterraneo diventi un’area di pace, cooperazione e potenziale integrazione (obiettivo cui l’IsAG si è votato anche attraverso la sua partecipazione alla MIR Initiative).

Finora si è discusso di come l’Italia dovrebbe comportarsi verso l’esterno, ma è non meno importante accennare a quanto bisognerebbe fare all’interno. La politica estera è solo il predicato d’un soggetto che è lo Stato stesso. La più accorta e geniale delle strategie non può sopperire all’assenza d’una solida base interna su cui poggiare. L’Italia non potrà perseguire i suoi interessi nazionali o sviluppare una strategia di successo se non sarà una nazione forte. Partiamo da una posizione privilegiata: l’Italia è l’ottava nazione al mondo per PIL nominale e lo Stato italiano ha il sesto bilancio più abbondante del globo. Bisognerà però riuscire ad invertire la china discendente che ormai percorriamo da vent’anni. È necessaria una seria politica industriale: l’ascesa cinese dimostra come la terziarizzazione (o finanziarizzazione) non sia la “fase suprema del capitalismo”. L’Italia ha bisogno di ritornare a ospitare quella grande industria a elevato contenuto tecnologico che un tempo non ci mancava. È necessario inoltre sostenere la spina dorsale dell’economia italiana, le PMI, oggi in sofferenza per la combinazione tra una moneta forte e una pressione fiscale sempre più soffocante. Bisogna riformare un sistema educativo le cui pecche sono fin troppo note, ma senza cedere alla tentazione – assai diffusa in questi tempi di “sacrifici” – d’istituire un’economica ma ingiusta e improduttiva educazione classista. Più di tutto, però, bisogna ritrovare la piena sovranità italiana, ch’è in primis libertà di pensiero strategico, e va sorretta da un popolo moralmente forte e coeso. Tutte cose che, purtroppo, allo stato attuale fanno difetto all’Italia.