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Tutte le ambiguità contenute nella legge sulle fake news

Fonte: Il Foglio

Il disegno di legge S. 2688 sulla “prevenzione della manipolazione dell’informazione online” presenta aspetti quanto meno controversi. Innanzi tutto c’è un peccato di base, quello di sovrastimare il peso delle “fake news” su internet e adeguarsi alla narrativa della presunta “post-verità”. Ma i firmatari (Adele Gambaro, Riccardo Mazzoni, Sergio Divina, Francesco Maria Giro) si spingono concettualmente oltre, giudicando “peggio ancora” delle bufale le “opinioni che […] rischiano di apparire più come fatti conclamati che come idee”. Bontà loro, i quattro senatori giudicano queste opinioni “legittime”, ma è comunque un campanello d’allarme che, in un documento ufficiale, le opinioni siano accostate alle fake news – tra l’altro in una proposta di punire queste ultime come reato. Non meno problematici i richiami ai contenuti “considerati falsi” che misteriosi “selettori software” dovrebbero rimuovere. I senatori sembrano rendersi conto di quanto sia spesso insidioso distinguere tra vero e falso, laddove lamentano che “notizie relative a fatti eclatanti, anche di cronaca, sono state considerate ‘fake news’ con conseguenti ritardi dei relativi interventi”, ma non pare che tale consapevolezza si traduca in una riflessione autocritica sulla propria tesi.

Un altro punto dolente è relativo alla distinzione che si fa tra giornalisti professionisti e semplici cittadini. La normativa proposta si applica solo a questi ultimi, ma non tanto perché si ritenga che la prima categoria sia già sottoposta a leggi equivalenti, bensì perché traspare la convinzione che i giornalisti professionisti siano in fondo immuni dal pericolo di diffondere bufale – cosa che cozza con l’esperienza fattuale. Ma se da un lato il ddl discrimina tra giornalisti professionisti e comuni cittadini, prevedendo per questi ultimi norme e pene ad hoc, dall’altro estende a siti e blog non professionali tutta una serie di incombenze e regolamenti propri delle testate giornalistiche – dalla registrazione in tribunale al dovere di rettifica. Il ddl dà dunque messaggi contraddittori, da un lato discriminando i non professionisti nei diritti ma dall’altro equiparandoli ai professionisti nei doveri.

Le concrete proposte normative sono sfortunatamente degne di tali premesse confuse. Si comincia con l’art. 656 c.p., quello sulla diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, che è duplicato in un bis dedicato esplicitamente all’utilizzo di mezzi elettronici/telematici. Curiosamente l’ammenda massima è inasprita, da 309 euro a 5 mila, ma nel contempo si elimina un discrimine fondamentale. L’art. 656 configura il reato solo qualora “possa essere turbato l’ordine pubblico”, mentre il proposto bis elimina tale discrimine.

Ma è ancora poco rispetto alla seconda proposta del ddl. L’aggiunta di un bis e di un ter all’art. 265 c.p. andrebbe a punire con la carcerazione la diffusione di “voci o notizie false, esagerate o tendenziose che possano destare pubblico allarme” o “recare nocumento agli interessi pubblici” o “fuorviare settori dell’opinione pubblica”. Il punto è che l’attuale art. 265 è quello sul “disfattismo politico”, che punisce la diffusione delle suddette voci o notizie false, esagerate e tendenziose ma “in tempo di guerra”. I proponenti vorrebbero insomma traslare in tempo di pace una norma pensata per il tempo di guerra. Così il “menomare la resistenza della nazione di fronte al nemico” è trasformato, nella casistica più grave pensata dai proponenti (con pena detentiva non inferiore ai due anni), in “minare il processo democratico, anche a fini politici”. Una formulazione tanto ambigua che, pensando ai richiami fatti in fase di presentazione all’ascesa dei movimenti populisti, sembra possa includere un fine legittimo come il voler vincere le elezioni.

L’ultima importante disposizione del ddl è quella di rendere i gestori delle piattaforme informatiche una sorta di sceriffi del web. Essi non solo potranno, ma anzi avranno il dovere di monitorare costantemente i contenuti pubblicati dagli utenti, e avranno il diritto/dovere di cancellarli prontamente laddove “ne stabiliscono la non attendibilità”. Con tale norma la decisione di ciò che è vero e ciò che è falso si sposterebbe da uno strumento istituzionale, costituzionalmente regolato, quali sono i tribunali, a privati sui quali non vi è alcun controllo democratico. Non solo si incoraggiano, ma anzi si rendono obbligatorie ed estremizzate (non più la semplice indicazione di “controversia” ma la cancellazione d’autorità) mosse come quella di Facebook sul controllo dei propri contenuti. Un controllo che appare privo di qualsiasi garanzia di scientificità e neutralità.

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La rivolta del centro d’accoglienza di Cona e la manipolazione delle parole

Fonte: Il Foglio

 

La rivolta degli ospiti del centro d’accoglienza di Cona, in provincia di Venezia è stata descritta in vari modi dalla stampa italiana: i venticinque tra operatori del centro e medici sono stati “assediati” (Corriere) o “bloccati” (Repubblica, Fatto, Unità) dai richiedenti asilo in rivolta, che li hanno costretti a barricarsi negli uffici. Secondo il Codice Penale (art. 605) e la glossa della Cassazione (sentenza 18186 del 4 maggio 2009) quando si priva qualcuno della libertà personale, intesa come “libertà di muoversi nello spazio e cioè come libertà di locomozione”, si configura il reato di sequestro di persona, punito con la reclusione da 6 mesi a 8 anni. Le agenzie riportano che le forze dell’ordine non hanno proceduto a nessun fermo né denuncia.

Ciò che preme qui indagare, tuttavia, non è l’operato di polizia e carabinieri, bensì lo strano pudore che gran parte della stampa italiana ha mostrato nell’evitare di usare il termine “sequestro” – malgrado esso si attagli decisamente alla situazione descritta. Se per ipotesi, a seguito d’un caso di malasanità in Italia, i congiunti d’una vittima avessero preso in ostaggio l’ala di un ospedale, l’atteggiamento dei giornalisti sarebbe stato egualmente pudico e giustificazionista? Difficile a dirsi, ma colpisce la scelta astuta delle parole per minimizzare le responsabilità dei richiedenti asilo.

Del resto la difesa a oltranza dell’accoglienza senza limiti si fa notare come il tema prediletto dalla narrazione dominante – anche se ciò comporta talvolta qualche disonestà intellettuale. Pochi giorni fa è andato in onda il grande show savianeo di fine anno. Nella sua geremiade contro l’Europa che costruisce muri, l’intellettuale napoletano ha richiamato il Trattato di Lisbona. Lo ha fatto citando gli articoli 61 e 63, di cui ha proiettato brevi stralci. Uno, dall’art. 61, cita l’impegno a sviluppare “una politica comune in materia di asilo”, ma è tranciato da un omissis per nulla innocente. La frase continua infatti con “immigrazione e controllo delle frontiere esterne”, ma l’inciso – stonante con l’argomentazione generale di Saviano – è stato arbitrariamente espunto. Innocente non è nemmeno la scelta di omettere l’art. 62, che certo non può essere sfuggito trovandosi proprio là, nel mezzo tra i due invocati. In quest’articolo si legge: “L’Unione sviluppa una politica volta a […] garantire il controllo delle persone e la sorveglianza efficace dell’attraversamento delle frontiere esterne”.

Con involontaria ironia, Saviano ha proseguito il proprio monologo unendosi alla grande crociata contro le fake news, la quale ottiene i suoi primi risultati nei social, consegnando a organismi partigiani e inaffidabili il compito di decretare ciò ch’è “vero” e ciò ch’è “falso”.

Tagliare e ricucire a piacimento i trattati non è una novità introdotta da Saviano. Quante volte certi commentatori hanno tirato in ballo Schengen per criticare l’idea di limitare l’immigrazione in Europa? Scordandosi che quegli accordi non cancellavano le frontiere interne con una bacchetta magica, ma semplicemente le spostavano all’esterno, a un unico confine comune (art. 17 della Convenzione). Non a caso gli accordi di Schengen sono pieni di riferimenti alla lotta all’ingresso e soggiorno irregolare di persone, al contrasto all’immigrazione clandestina, ai controlli alle frontiere esterne, al fatto che privilegi spettano ai cittadini europei (artt. 3, 5, 6 della Convenzione, artt. 1, 3, 7 e 9 dell’Accordo). Eppure Schengen nella mitologia odierna è divenuta la messa al bando della parola “frontiera” in Europa, e non solo per gli europei ma per tutti gli abitanti dell’universo mondo.

Che si tratti dei giornali mainstream o dei sermoni a reti unificate del papa laico del politicamente corretto, quest’anno è cominciato all’insegna della manipolazione della lingua e dei documenti, in un modo che un fact-checking reale, imparziale e oggettivo non farebbe passare indisturbato. Benvenuti nel nuovo anno – benvenuti nel millenovecentottantaquattro.

Perché il fact-checking di Facebook resterà politicamente orientato

Fonte: Il Foglio

 

L’annuncio di Facebook, che ricorrerà a siti terzi di fact-checking per decidere se una notizia sia falsa (etichettandola di conseguenza e limitandone la diffusione), solleva un problema di non poco conto: chi controlla i controllori? Sebbene la mossa di Zuckerberg sia stata sollecitata da ambienti politici, essa risponderà alle logiche aziendali (di un’azienda, si ricorderà, coinvolta pochi mesi fa in una polemica circa la soppressione arbitraria di notizie conservatrici). I primi segnali lasciano intravedere la possibilità che il fact-checking di Facebook sarà politicamente orientato, e comunque praticato da persone la cui affidabilità è messa in dubbio da passati errori.

Di certo c’è che Facebook si appoggerà solo a siti aderenti a una rete patrocinata da Poynter: un’entità autorevole nel mondo del giornalismo, ma non necessariamente super partes. Il 9 novembre scorso, ad esempio, pubblicava a firma di Kelly McBride (non una penna occasionale, ma una sua alta dirigente) un commento all’elezione di Donald Trump che cominciava così: “Talvolta il peggio accade”. E continuava descrivendo il presidente eletto come una persona che “usa gli stranieri quali capri espiatori, marginalizza le donne, invoca la violenza contro le minoranze religiose […] è più bugiardo dei suoi rivali”. E incitava i colleghi giornalisti a perseverare nella lotta. Un articolo di Melody Kramer, pubblicato prima delle elezioni, negava invece che i media fossero faziosi nella contesa tra Trump e la Clinton, malgrado evidenze in senso contrario.

La rete ha vari finanziatori, tra cui l’immancabile e non certo apolitico George Soros, e siti della rete  che sono stati indicati come i primi partner di Facebook sono stati tutti, chi più chi meno, accusati di avere pregiudizi politici. E’ il caso di ABC News, il cui principale corrispondente politico durante la campagna elettorale, George Stephanapoulos, oltre a essere ex portavoce di Bill Clinton, era un abituale donatore alla Clinton Foundation – fatto non rivelato agli spettatori come buona condotta etica avrebbe richiesto. Secondo il Pew Center, la ABC è considerata una fonte attendibile dalla maggioranza di spettatori liberal ma da una minoranza di quelli conservatori. All’ultima assemblea degli azionisti della Walt Disney, proprietaria dell’emittente, il ceo Bob Iger è stato contestato sull’imparzialità della ABC.

Un altro partner dell’azienda californiana è Politifact, indirettamente di proprietà del Poynter Institute che dovrebbe poi valutarne l’aderenza ai princìpi etici necessari a far parte della rete. Poynter ha infatti la proprietà del promotore di Politifact, il giornale Tampa Bay Times, che alle ultime elezioni ha dato il suo endorsement a Hillary Clinton e al locale candidato democratico al Senato. E’ stato calcolato che Politifact riconosce come vere la maggior parte delle affermazioni di politici democratici e come false la maggior parte di quelle di politici repubblicani. Forse questi ultimi mentono davvero di più, ma numerosi critici ritengono invece che Politifact interpreti le loro asserzioni in maniera più letterale, trovando così quasi sempre una virgola cui aggrapparsi per invalidarle.

Oltre alla dubbia neutralità, un problema ulteriore è quello dell’affidabilità. I fact-checker sono stati accusati di voler giudicare alla stregua di fatti anche opinioni e punti di vista: talune critiche sulla loro metodologia sono giunte anche da Sinistra. Politifact è stato molto criticato per avere sei volte, tra 2008 e 2012, giudicato veritiera l’affermazione di Obama secondo cui l’Obamacare avrebbe permesso agli individui di mantenere la propria assicurazione sanitaria, salvo poi eleggerla nel 2013 niente meno che a “Bugia dell’anno”. Nel luglio di quest’anno, Politifact ha giudicato “mezza vera” l’asserzione di Hillary Clinton di non aver mai ricevuto materiale classificato sulla sua e-mail personale: un giudizio avventato che pochi mesi dopo, alla luce dei risultati delle indagini, ha dovuto rivedere. Ma che valore hanno “verità” che cambiano nel giro di così poco tempo?

Sempre a proposito di Clinton, Politifact ha difeso un programma della Fondazione Clinton in Africa da talune accuse, omettendo però di rivelare ai lettori che un loro finanziatore ha finanziato anche quel programma (la buona etica giornalistica impone di dichiarare sempre possibili conflitti di interesse).

Questi esempi mostrano come, dietro alla patina di oggettività e infallibilità che oggi s’assegna ai fact-checker, si celino in realtà degli esseri umani che hanno i loro inevitabili pregiudizi e che sono fallibili, non diversamente dai politici e giornalisti che si trovano a giudicare. Ma con l’inedito privilegio di far valere la propria come ultima e definitiva parola, sanzionata dal signore dell’informazione social, Mark Zuckerberg.

Il peso delle bufale sul web e le difficoltà delle èlite occidentali

Fonte: Il Foglio, 14 dicembre 2016

 

Hanno speso anni a spiegarci che non esistono i fatti, esistono solo le interpretazioni. Che non c’è oggettività, perché tutto è filtrato dalla percezione del soggetto. Che dobbiamo mettere in discussione tutti i nostri postulati, i nostri a priori, perché non sono verità ma solo costruzioni sociali.

Adesso, pare arrivato il contrordine. Media e politici hanno infatti scoperto che bisogna combattere contro la “post-verità”, ossia le “circostanze in cui le credenze contano più dei fatti oggettivi” (Oxford Dictionary). Fatti oggettivi che di colpo sono tornati ad essere perfettamente conoscibili – almeno dall’élite che conduce questa narrazione.

Il concetto di “post-verità” non è granché fresco, ma è stato riesumato in queste settimane e riverniciato per adattarlo a una crociata che è essenzialmente politica. Infatti, è in genere inserito nel lemma post-truth politics e non si manca d’affermare che sarebbe alla base della vittoria di Donald Trump. La tesi di fondo, al di là del ricorso a lessico ricercato e para-scientifico, è che il successo dei movimenti populisti in Occidente sia dovuto non a oggettivo malessere sociale o economico patito dai cittadini, bensì al loro essere turlupinati dalle bufale che girano in Internet. Da qui la pressione – avviata da Barack Obama in persona e andata a buon fine – su Facebook e Google affinché intervenissero per evitare la diffusione di notizie false o presunte tali.

È chiaro come alla base di questa campagna ci sia l’autoassolutoria idea che l’establishment sia buono e giusto, e che se gli elettori gli si rivoltano contro, è per loro limitatezza e non certo per carenze della classe dirigente. Fino a ieri si era soliti prendersela col basso livello d’istruzione e l’analfabetismo funzionale degli elettori. Questo finché non ci si è accorti che, a furia di dare del cretino ignorante a qualcuno, non te lo fai amico e non lo convinci a votare a tuo favore. Così, le bordate dell’artiglieria mediatica hanno scelto un nuovo bersaglio: le bufale web.

È vero che si è assistito a una grande fioritura di siti e blog specializzati nel propalare false notizie – tra l’altro, più che per credo politico, per finalità economiche: il click-baiting cui sempre più partecipano anche testate che si ritengono rispettabili. Talvolta sono invece i contenuti di siti dichiaratamente satirici a essere presi per veri. Succede non solo agli analfabeti funzionali: lo scorso 20 novembre il gotha del giornalismo italiano (Repubblica, Corriere, Rai News) ha per alcune ore presentato come vera una finta intervista a Trump, scritta da un autore satirico americano, in cui si faceva dire al Presidente-eletto che vuole ricostruire la Statua della Libertà con le fattezze della moglie Melania che fa il dito medio. Credibilissima, no? Eppure prestigiose redazioni piene di laureati e alfabetizzati ci sono cascate in pieno.

Davvero Internet sta cambiando il panorama dell’informazione, portandoci da un passato fatto di notizie vere e accurate (…) a un presente di bufale virali in cui non si distingue più il vero dal falso? Lo studioso Mario Pireddu ritiene che quest’asserzione sulla post-verità sia, essa stessa, una post-verità, poiché non trova riscontro in nessun dato oggettivo. Le ricerche più recenti, spiega Pireddu, svelano che con Internet è semmai aumentato l’accesso da parte dei cittadini a tutte le informazioni e tutte le argomentazioni: la maggior parte degli utenti di Internet utilizza fonti più differenziate rispetto a coloro che si informano con mezzi tradizionali (Tv, radio e giornali), e oggi il fact-checking è più facile, rapido e diffuso di un tempo.

Ma se le cose stanno così, che si nasconde dietro la crociata sulla post-verità cui stiamo assistendo? Probabilmente, un’assai tradizionale reazione censoria contro la montante critica rivolta all’establishment. Il confine tra notizia falsa e dubbia è labile, come sempre più labile è il confine tra notizia e opinione: con la scusa delle fake news si potranno ben colpire le visioni eterodosse, lasciando per giunta il lavoro sporco a impersonali algoritmi sviluppati nella liberal Silicon Valley.

Ad esempio, alla vigilia del referendum costituzionale la Repubblica ha proposto un compendio di “bufale” per il Sì e per il No. Ma se per bufala s’intende una notizia falsa, una panzana, come riportano i dizionari, è lecito inserire nell’elenco, tanto per fare un esempio, la stima che la Ministra Boschi fa sul risparmio conseguente alla riforma? Ebbene: l’articolo medesimo che la derubrica a “bufala”, le oppone due diverse stime alternative, una delle quali però è quasi tripla rispetto all’altra. Siamo insomma ben lontani da un consenso totale, da una certezza assoluta, dal “fatto” incontestabile. La stima della Boschi sarà forse la meno credibile, ma chi è la giornalista per sancire il vero e il falso e apporre la stimmate infamante della “bufala”?

La Stampa ci parla invece di “Polygree, il social che smaschera le bufale”, precisando che tra le domande cui potrà rispondere questa piattaforma c’è: “Donald Trump è un pericolo per la democrazia?”. In che modo, di grazia, una domanda, che lascia tanto spazio alla valutazione soggettiva e all’imponderabilità dell’umano agire, potrebbe trovare una risposta definitiva e oggettiva? In nessun modo. Sarebbe come pretendere che un software ci dicesse se è più giusto votare per un candidato o per un altro. L’esito non sarebbe quello suggerito dall’oggettività del computer, ma dalla soggettività dello sviluppatore – proprio perché soggettiva e non oggettiva è la domanda posta.

È preoccupante che i media manchino di comprendere, non le sfumature, ma gli autentici solchi che separano il fatto (“Roma è la capitale dell’Italia”) dal punto di vista (“Roma è una bella/brutta città”). Le opinioni, le valutazioni, sono raffrontate con l’opinione prevalente (o per meglio dire, mainstream) e in base alla loro aderenza con essa accreditate di verità o falsità intese in senso assolute. Il metodo non è molto lontano da quello dell’Inquisizione, ma almeno allora ci si fondava su un testo sacro e una tradizione apostolica, non certo su qualche blog di debunking.

In linea di principio, promuovere la verità non è mai sbagliato. Nella pratica, dal momento che la verità è spesso inafferrabile, quest’intento si è sovente tramutato in disastro. I bolscevichi hanno cercato di seguire le verità proposte dal “socialismo scientifico”, coi ben noti risultati. La Pravda, “la verità”, era la loro voce ufficiale.

Non si può realizzare un mondo in cui tutta l’informazione sia sempre verità, senza annichilire il libero discorso e affermare una falsa verità soggettiva e partigiana. Lo stolto che afferma la Terra sia piatta è il prezzo che paghiamo affinché l’onesto possa indicarci che il “Re è nudo” – senza essere accusato perciò di propinare una bufala e censurato da Facebook e Google.

Trump è l’ultima vittoria dell’uomo bianco

Fonte: Il Foglio

 

Queste elezioni americane avrebbero dovuto rappresentare il trionfo delle divisioni razziali e di genere. Gli afroamericani, gli ispanici e le donne in generale avrebbero dovuto recarsi in massa alle urne per castigare Trump, il candidato del maschio bianco euroamericano. Il risultato finale ci rivela che le cose non sono andate esattamente così. Rifacendoci – con tutta la cautela del caso – agli exit poll e ai sondaggi che più si sono avvicinati a indovinare il risultato finale, una prima cosa balza all’occhio: ossia che i meccanismi di cui sopra non hanno funzionato. Tutte e tre le categorie – donne, afroamericani, ispanici – hanno dato alla Clinton un sostegno inferiore a quello accordato a Obama nel 2012. Lo stesso vale per i più giovani e i ceti bassi.

Evidentemente il carisma, l’integrità e la novità di Obama sono mancati all’attuale candidata democratica. Lo scarso entusiasmo suscitato dalla Clinton non è forse riuscito nemmeno a tramutare in voti concreti una parte degli appoggi dichiarati ai sondaggisti per telefono. Il fattore pull si è confermato più forte di quello push: conta cioè maggiormente la forza attrattiva di un candidato, che quella repellente dell’avversario. Addirittura, tra gli ispanici, presentati come i suoi nemici giurati, Trump avrebbe riscosso più successo di Romney quattro anni fa. Il segnale che certi temi, incentrati sul lavoro, la lotta all’establishment, il cambiamento (forse financo il limitare la nuova immigrazione, non sempre gradita a chi si è già radicato nel paese), hanno prevalso su una parte dell’elettorato ispanico rispetto al sentimento identitario.

Questo ci dice che Trump non è stato percepito dalle minoranze come quel candidato razzista e contiguo al Ku Klux Klan descritto forzatamente dal pubblico liberal, col sostegno del presidente Obama. Non ci dice, però, che il voto comunitario sia stato secondario in queste elezioni. Tutt’altro. Se è vero che la Clinton non ha replicato gli exploit obamiani tra afroamericani e ispanici, secondo le ricerche avrebbe comunque ottenuto il voto del 65 per cento degli ispanici e di poco meno del 90 per cento degli afroamericani. Di contro, Trump si sarebbe assicurato il voto del 60 per cento dei bianchi non ispanici. Ciò è verosimile, considerando il risultato finale complessivo o i successi raccolti dal candidato repubblicano in stati come il Michigan o la Pennsylvania – da un quarto di secolo democratici ma con popolazione bianca non ispanica all’80-85 per cento. Sebbene non disponiamo ancora di elaborazioni complete sui flussi, pare d’intuire che una componente fondamentale del successo di Trump sia stata la mobilitazione di un nuovo elettorato bianco in alcuni stati chiave (quelli della Rust belt caratterizzati da alta affluenza), a confronto con una partecipazione nazionalmente nella media.

La morale è questa: se la sfida Clinton-Trump non ha esacerbato il fenomeno del voto comunitario, tuttavia si è posto in continuità con la sua manifestazione abituale. Basti pensare a un dato: è dal lontano 1968 che in tutte le elezioni presidenziali gli elettori bianchi non ispanici votano in maggioranza (mediamente 55-60 per cento) il candidato repubblicano. L’ultimo candidato democratico a ottenere la maggioranza del voto bianco è stato Lyndon Johnson, nel 1964; ed è l’unico a esservi riuscito negli ultimi 72 anni. Tutte le altre amministrazioni democratiche (Kennedy, Carter, Clinton, Obama) sono state possibili grazie al voto delle minoranze che, pur essendo tali, grazie alla maggiore univocità sono riuscite a ribaltare quello prevalente tra la maggioranza bianca. Quest’ultima eventualità rischia di diventare sempre più probabile, considerato come sta cambiando il bilanciamento tra le componenti dell’elettorato americano.

All’inizio degli anni 80 i bianchi erano ancora quasi il 90 per cento degli aventi diritto di voto, mentre quest’anno si è toccato il minimo storico, scendendo sotto il 70 per cento. Ciò significa che pure la netta maggioranza di consensi ai repubblicani, che si aggira abitualmente sul 60 per cento, traslato nell’insieme dell’elettorato si traduce in poco più del 40 per cento. Una cifra che può essere facilmente rovesciabile dal restante 30 per cento dell’elettorato incline a votare in maniera più unanime. La situazione è destinata a peggiorare per i bianchi, se continuasse il trend attuale. Tra 2012 e 2016 il 75 per cento degli elettori defunti era bianco, ma i bianchi hanno pesato meno del 60 per cento per quanto riguarda i nuovi elettori che hanno raggiunto la maggiore età.

Un’ipotetica amministrazione Hillary Clinton, se avesse mantenuto le promesse elettorali, si sarebbe potuta rivelare esiziale su questo fronte. La candidata democratica aveva infatti promesso non solo di difendere le moratorie sui clandestini promosse da Obama (le persone interessate sono milioni), ma anche di agevolare l’acquisizione della cittadinanza e limitare i rimpatri ai soli immigrati illegali che costituiscano una concreta minaccia alla sicurezza pubblica. Attualmente negli Stati Uniti risiedono illegalmente circa 11 milioni di persone, per metà messicani. Al di là delle considerazioni ideologiche e umanitarie, nel programma clintoniano potrebbe aver pensato anche la consapevolezza d’essere di fronte a un bacino di potenziali elettori democratici in grado di dare un dominio duraturo al Partito.

Non è forse un caso che i soli avanzamenti significativi di consensi tra i democratici si siano registrati in queste elezioni nelle contee lungo il confine col Messico. Confine che diviene strategico per Donald Trump e per il Partito repubblicano, considerando la sua constituency prevalente. In pochi l’hanno notato, poiché l’attenzione è stata rapita dalla tripletta repubblicana Presidenza-Senato-Camera; ma la Clinton pur perdendo nel voto elettorale ha prevalso in quello popolare, di circa lo 0,2 per cento. Una minuzia che però pone una pietra miliare: i democratici hanno così vinto il sesto voto popolare nelle ultime sette elezioni presidenziali. Si tratta di un inedito storico, un risultato mai raggiunto prima da nessun partito – e che sarebbe stato impossibile immaginare senza il cambiamento demografico in atto. All’ombra del trionfo repubblicano, si palesano i segni di un possibile, futuro dominio del Partito democratico e, cosa più preoccupante, del voto comunitario, difficilmente conciliabile con lo stato-nazione di matrice occidentale. I bianchi stanno reagendo alla perdita del predominio con un lento uniformarsi del loro voto interno. Il futuro potrebbe riservare agli americani linee di divisione politica che coincidono con quelle dei gruppi etnici – una prospettiva che sicuramente gli Stati Uniti dovrebbero cercare di evitare.