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Theresa May, la “Brexit majority” e qualche appunto per la Destra occidentale

Fonte: Barbadillo.it, 16 giugno 2017

 

1. Se per Marine Le Pen al ballottaggio presidenziale si era parlato di “sconfitta vittoriosa”, di Theresa May si potrà ben dire che ha riscosso una “vittoria fallimentare”. Manterrà il governo, ma con una maggioranza più risicata rispetto a quella per ingrandire la quale aveva convocato elezioni anticipate. Nei fatti, una mezza sconfitta che interroga non solo i conservatori britannici. Del resto, Brexit e Trump erano stati, nel 2016, i due emblemi di un’ascesa sovranista-populista che ha destato aspettative in tutto l’Occidente, aspettative che non è ancora giunto il momento di riporre nel cassetto delle delusioni.

2. Partiamo da una prima constatazione basilare: non si è trattato di una bocciatura della Brexit, come qualche commentatore vorrebbe far credere. Numerosi fattori lo suggeriscono. Innanzi tutto il sorprendente movimento delle intenzioni di voto registratosi negli ultimi mesi, e cristallizzatosi nell’incerta vittoria conservatrice, si è manifestato senza che ci fossero grossi cambiamenti sul fronte della Brexit. Vari sondaggi hanno rilevato come gli umori del Paese rimangano in merito gli stessi di un anno fa, quando si tenne il referendum. I Tories, con una linea inequivoca sulla Brexit, hanno guadagnato il 5,4% dei voti rispetto alle elezioni del 2015. Il Labour, che ha guadagnato il 9,5%, non ha mai rinnegato la scelta della Brexit, pur auspicandone una versione “morbida”. I tre partiti anti-Brexit, ossia nazionalisti scozzesi, liberal-democratici e verdi, hanno nel complesso perduto il 4,3% dei voti e 17 seggi.

3. Nulla autorizza dunque a pensare che la “Brexit majority” manifestatasi il 23 giugno 2016 sia oggi venuta a mancare. Semmai, è mancato il tentativo di Theresa May (che, giova sempre ricordarlo, fino al 23 giugno 2016 stesso era una Remainer) di fare propria quella maggioranza. I conservatori hanno realmente guadagnato consensi nelle circoscrizioni pro-Brexit, ma non sono riusciti a far breccia in roccaforti laburiste come il Nord-Est inglese: una regione dove i consensi per la Brexit sono stati elevatissimi, nell’ordine del 60-70%, ma che alle elezioni regionali hanno confermato la propria fedeltà al Labour. Lo UKIP è pressoché sparito, perdendo il 10,8% di voti che, aggiustati all’aumento dell’affluenza tra 2015 e 2017, fanno un 10,2% di consensi che, in teoria, la May avrebbe dovuto fare propri. In realtà i flussi elettorali fanno supporre che i Tories abbiano preso non più degli 8/10 di questi transfughi dallo UKIP, sufficienti solo a controbilanciare i voti passati dai conservatori ad altri partiti. L’effetto Brexit sui flussi elettorali si è probabilmente risolto in un nulla di fatto.

4. Theresa May si deve dunque confrontare col fatto di aver lasciato una parte non trascurabile di voti UKIP (probabilmente pari a un 2% degli elettori totali) finire a Corbyn, e nel contempo aver attratto troppo pochi voti pro-Brexit dai laburisti. Stiamo parlando di Brexiteers con tutta probabilità non pentiti, ma che hanno scelto di non appoggiare la May. Evidentemente, la “Brexit majority” non si riduceva a un mero desiderio di riconquistare la sovranità perduta, ma esprimeva tutta una serie di volontà e richieste più variegate. Di alcune di queste Theresa May ha cercato di farsi interprete: l’ostilità a flussi immigratori incontrollati, il rigetto del multiculturalismo. Su altri non è stata sufficientemente convincente: una rinnovata enfasi sul lavoro, una risposta alla deindustrializzazione del Paese che non sia thatcherismo puro, né supercazzole su start-up, smart economy e altri slogan che non possono creare occupazione di massa. Una risposta che avrebbe dovuto essere un attacco alle fondamenta di questa globalizzazione, come quello portato con successo da Donald Trump a novembre e che gli ha permesso di vincere nelle aree industriali ed ex industriali del suo Paese.

5. Eppure, statistiche alla mano, i Tories stanno diventando il partito dei ceti medio-bassi e il Labour il rappresentante dell’alleanza tra borghesia agiata e minoranze etniche. Una dinamica ormai comune a tutto l’Occidente. A votare per il socialista Corbyn non sono stati operai, agricoltori e manovali; i nostalgici di un “comunismo dal volto umano” sono per lo più giovani agiati che non sperimenteranno mai la ristrettezza economica né un lavoro manuale. La Sinistra occidentale sta trovando una sua configurazione sociale che, al netto di ovvie varianti regionali e nazionali anche significative, ha la sua base di consenso in una strana alleanza tra i ceti alti e alcuni strati emarginati, principalmente questi ultimi composti da minoranze etniche frutto dell’immigrazione negli ultimi decenni. La Destra, di conseguenza, non può fossilizzarsi su proposte socio-economiche tagliate su misura per i privilegiati – i cui privilegi già sono difesi a dovere dalla Sinistra, e che beneficiano del lavoro a basso costo di masse di diseredati frutto della tenaglia delocalizzazione-immigrazione. La Destra dovrebbe invece esprimere politiche economiche che rispondano al timore di ceti medi e lavoratori di retrocedere socialmente. Politiche che possano forgiare quell’alleanza dei ceti produttivi in grado di essere maggioritaria nel Paese. La Brexit majority in Gran Bretagna, la Trump majority negli Usa; una qualche maggioranza ancora senza nome qui sul vecchio continente.

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Il lavoro, non la Brexit, ha frenato Theresa May

Fonte: L’Huffington Post

 

Il deludente risultato dei Toriesdi Theresa May alle elezioni anticipate non va letto come una rivincita dei Remainer contro la Brexit (cui la stessa leader conservatrice, giova ricordarlo, era contraria prima del referendum).

I vari sondaggi realizzati nel corso di quest’ultimo anno, cercando di replicare il referendum sulla Brexit, hanno confermato che non c’è stato alcun pentimento di massa. Inoltre, Theresa May aveva già fatto propria la causa della Brexit quando ha deciso per le elezioni anticipate e i sondaggi le davano un largo vantaggio: da allora non sono intervenuti scossoni in materia di Europa, quanto in materia sociale (la polemica sulla cosiddetta Dementia tax) e di sicurezza (gli attentati terroristici). Corbyn, un anno fa aspramente criticato dagli europeisti per lo scarso impegno nella campagna Remain, oggi si impegna a mantenere la promessa della Brexit, pur volendo condurla “morbidamente” tramite un accordo con l’UE. Il partito che chiede un secondo referendum per rettificare la Brexit, ossia quello dei Liberal-Democratici, ha sì guadagnato tre seggi ma non consensi: ha anzi perduto lo 0,5% dei voti. I nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon, che in nome della permanenza nell’UE vorrebbero ripetere il referendum per l’indipendenza, hanno perso voti (-1,7%) ma soprattutto seggi (19 su 54).

Ciò che è fallito è stato il tentativo di Theresa May di ereditare i voti che l’anno scorso hanno fatto vincere l’opzione Brexit. Un voto che, malgrado una certa prevalenza di conservatori, era tuttavia trasversale all’arco politico. I Tories hanno effettivamente incrementato le proprie percentuali nelle aree pro-Brexit, ma soprattutto grazie allo svuotamento dello UKIP e comunque non in maniera sufficiente da espugnare le roccaforti laburiste su cui avevano messo gli occhi. I laburisti si sono così confermati in circoscrizioni che pure avevano votato in maggioranza per il Leave, come Hartlepool (70% Brexit), Redcar (66% Brexit) Middlesborough (65% Brexit), Stockton (62% Brexit), tanto per citare solo alcuni seggi del Nord-Est. Si tratta delle regioni industriali dell’Inghilterra, equivalenti della Rust Belt americana su cui in novembre Donald Trump aveva realizzato il proprio successo politico.

Si è qui notata la grande differenza tra Theresa May e Donald Trump, due leader politici affini per tratti quali la critica al multiculturalismo, ma che in realtà non si sono mai amati reciprocamente. Mentre Trump ha corretto il tradizionale liberismo conservatore con argomenti industrialisti e anti-globalizzazione capaci di far breccia sui ceti lavoratori, Theresa May si è attenuta pedissequamente alla linea thatcherista. Ha così dimostrato, paradossalmente, di aver subito la narrativa degli anti-Brexit: di aver ciò pensato che quel voto fosse espressione unicamente di un’ostilità “di pancia” alla globalizzazione e all’immigrazione, e non di un più profondo malessere sociale frutto della deindustrializzazione e dello status sempre meno privilegiato del lavoro nelle società occidentali. Così molti Brexiteers (non pentiti) si sono rivolti al socialista Corbyn. “Anti-storico”, come dicono i suoi detrattori: ma capace di catalizzare il consenso e le speranze di molti cittadini il cui “senso della storia” è in evidente disaccordo con quello aleggiante nei salotti televisivi.

Medagliere olimpico e geopolitica dello sport

Fonte: L’Huffington Post

Un medagliere olimpico non va letto come espressione della potenza politica di un paese; sebbene sia vero che generalmente sono paesi popolosi e ricchi a primeggiare, poiché hanno tanti atleti potenziali e i soldi per allenarli. Questa regola generale ha però numerose eccezioni: pensiamo a un “caso di insuccesso” come quello dell’India, che ha quasi 1,3 miliardi di abitanti ma ha conquistato solo due medaglie a Rio. Le prestazioni di questi paesi dimostrano come altri fattori fondamentali siano in ballo: non ultima una cultura sportiva diffusa.

La ginnastica e l’atletica sono elementi presenti nella storia di tutte le civiltà: si tratta infatti della riproduzione, per allenamento e divertimento, di attività marziali e venatorie che un tempo erano proprie della vita di molti se non tutti i membri d’una società. In epoca moderna, tuttavia, le attività originarie – come la caccia, la lotta, il lancio del giavellotto ecc. – sono uscite dal vivere comune dei più, e i loro simulacri ginnici hanno preso vita propria, accompagnati da sempre nuovi divertimenti per il tempo libero. Da qui l’origine dello sport, il cui etimo (il francese desport) proprio allo svago rimanda. Questo atletismo moderno, lo sport appunto, è in larga misura un’invenzione occidentale, al pari delle stesse Olimpiadi moderne. Ciò aiuta a spiegare il tradizionale primeggiare dei paesi occidentali, culla della cultura sportiva, sebbene essa si sia ormai ampiamente globalizzata (con poche “sacche di resistenza” in cui rimane marginale, come la già citata India o la penisola arabica). Oggi il diritto di primogenitura pesa ben poco nel determinare la “potenza sportiva” di un paese.

L’indagine sulla cultura sportiva ci conduce così dalla storia alla politica. Proprio l’avvento delle Olimpiadi sembra aver reso la “cultura sportiva” un affare di Stato, dal momento che primeggiare davanti al mondo coi propri atleti, oltre a inorgoglire la popolazione, è un ottimo esercizio di soft power. Inutile ricordare la serrata competizione tra Usa, Urss e Germania Est durante la Guerra Fredda, anche a colpi di doping. In tempi più recenti possiamo pensare a quanto la Cina – esempio di Paese con scarsa cultura sportiva originaria – abbia lavorato in vista delle Olimpiadi di casa, quelle di Pechino 2008, dove riuscì effettivamente a vincere il medagliere con 51 ori contro i 36 degli Usa. Vent’anni prima, a Seul, di ori ne aveva presi appena 5.

Anche al di là dell’exploit casalingo, la Cina sembrava aver ormai rimpiazzato la Russia come seconda forza olimpica dietro agli Usa. Sorprendentemente a Rio, malgrado la Russia fuori dai giochi per le prime posizioni del medagliere, la Cina è arrivata solo terza: i suoi ori in quattro anni sono calati da 38 a 26, le medaglie totali da 88 a 70. Ciò ha suscitato un vivace dibattito all’interno della Cina, e vari fattori sono stati chiamati in causa per spiegare la sconfitta: un minor impegno dello Stato, focalizzatosi su più pressanti sfide economiche; un minor impegno dei giovani, meno animati dallo spirito patriottico della generazione precedente; una società che cambia, laddove diminuiscono le giovani leve dalle campagne povere, dotate di forte spirito di sacrificio, mentre aumentano i più “molli” abitanti delle città.

Una particolare contro-prestazione i Cinesi l’hanno offerta nella ginnastica, raccogliendo solo due bronzi. A Pechino erano state 18 medaglie di cui 11 ori. E proprio nella ginnastica, tradizionale feudo di Cina, Russia e paesi dell’Est Europa, si è consacrata come nuova potenza quella degli Usa, e non solo grazie al talento straordinario di Simone Biles ma a un intero movimento che miete ulteriori vittorie alle sue spalle. Eppure, gli Usa conquistarono il primo oro a squadre solo nell’Olimpiade casalinga di Atlanta 1996, appena vent’anni fa. Gli americani non sono giunti a questo risultato per caso, ma grazie a un pesante investimento cominciato almeno dagli anni ’80, quando Bela Karolyi, il capo allenatore della Romania di Nadia Comaneci, defezionò per gli Usa, ricevette la cittadinanza e fu incaricato di costruire una ginnastica americana di successo.

A strappare il secondo posto nel medagliere olimpico alla Cina è stata la Gran Bretagna, con 67 medaglie di cui 27 ori. I Britannici hanno così migliorato la terza piazza di quattro anni fa a Londra, dove presero più o meno le stesse medaglie; ma il risultato è non perciò meno clamoroso. Bisogna infatti considerare che la Gran Bretagna, sebbene patria dei moderni sport di squadra, non ha tradizionalmente mostrato una grande cultura sportiva. Se si eccettuano le Olimpiadi casalinghe del 1908, in cui vinse il medagliere, e altri buoni risultati nei primi due decenni del Novecento (quando poche nazioni gareggiavano in ciascuna edizione), fin dagli anni ’30 la Gran Bretagna è sempre stata meno medagliata di paesi come Italia, Francia o Germania. Nel 1948, quando ancora le Olimpiadi si svolsero a Londra, arrivò dodicesima nel medagliere. In generale la sua posizione è sempre stata da allora intorno al decimo posto finale. Ad Atlanta 1996 fu addirittura trentottesima con un solo oro. L’inversione di tendenza arrivò solo nel 2008, evidentemente grazie alla preparazione in vista della nuova Olimpiade casalinga di quattro anni dopo: nel 2008 la Gran Bretagna fu quarta e nel 2012, a Londra, terza. Quest’anno ha nuovamente migliorato di posizione.

A conti fatti, si tratta di un successo tanto repentino da avere del clamoroso, più ancora dell’ascesa olimpica cinese sorretta da un combinato di potenza economica e demografica senza pari. I britannici hanno deciso d’investire nello sport tanto, e con metodo. Gli investimenti si concentrano proprio in quelle discipline che portano più medaglie olimpiche, come atletica, pugilato o ciclismo, sottraendoli ad altre che hanno maggiore successo di pubblico ma sono meno produttive di successi (come la pallavolo). In aggiunta a ciò, grazie a fondi tratti dalla lotteria nazionale, singoli atleti già medagliati o con ottime prospettive di medaglia ricevono generosi finanziamenti individuali. Questi fondi furono destinati allo sport d’élite proprio all’indomani dell’umiliazione di Atlanta 1996, e oggi assommano a un quinto di quelli totali tratti dalla lotteria nazionale.

E per quanto riguarda l’Italia? Il nono posto, con 28 medaglie di cui 8 ori, non può essere accolto con troppa soddisfazione, sebbene confermi quello di quattro anni fa (tra l’altro tramutando qualche bronzo in argento) e quello di otto anni fa (con una medaglia in più). L’Italia si è assestata in questa posizione, ma la tendenza è discendente. Era stata infatti settima nel 2000 e sesta nel 1996. Il rischio è di ritornare, come negli anni ’70 (gli ’80 non possono far testo per i boicottaggi incrociati che ci portarono in alto nel medagliere), a lottare per la decima posizione o anche al di sotto.

Il nostro paese era stato una “potenza” olimpica fino agli anni ’60. Riuscì a conquistare la quinta piazza del medagliere nel 1924, 1928, 1948, 1952, 1956 e 1964, la quarta nel 1936, la terza nel 1960, la seconda nel 1932. Dall’edizione del 1968 (tredicesima posizione) ci fu un rapido e definitivo ridimensionamento, solo mascherato dai risultati delle Olimpiadi “parziali” degli anni ’80 e solo occasionalmente superato dall’exploit del 1996. Società e politica sono molto cambiate in questi ultimi cinque-sei decenni in Italia, e i mutamenti si rispecchiano anche nelle differenti prestazioni sportive.