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Minoranze al tempo dello “scontro di civiltà”. Conferenza alla Camera con Daniele Scalea

Fonte: Geopolitica Online, 18 giugno 2014, articolo di Maria Monesi

 

Il 4 giugno, la sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati) ha ospitato, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’incontro Minoranze al tempo dello “scontro di civiltà”. Modelli di multiculturalismo e dialogo, organizzato dall’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), in cui esponenti del mondo accademico, politico e della ricerca hanno discusso sul tema delle migrazioni, intensi flussi di persone, da sempre genitrici di incontri tra popoli e, di conseguenza, di possibili fusioni o scontri. Un incontro questo che ha analizzato l’argomento in questione a 360 gradi, scomponendolo nelle sue tante sfaccettature e dimensioni: da un’analisi sulle origini del fenomeno alle implicazioni politiche e umane proprie della presenza di minoranze etniche, linguistiche e religiose che i flussi migratori vanno naturalmente a formare all’interno di un coeso sistema statale.

Il saluto iniziale è stato dato dal dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG, il quale ha sottolineato come le migrazioni siano un fenomeno sempre presente nella storia, ma che oggi ha un’importanza speciale per via dell’accelerazioni dei tempi indotta dalla modernità. Un’altra peculiarità odierna individuata è quella dell’indipendenza di tali movimenti dalla volontà degli Stati.

In assenza dell’On. Daniel Alfreider, Capogruppo per le minoranze linguistiche della Camera dei Deputati, a cui cause di forza maggiore hanno impedito di prendere parte all’evento, è intervenuto il suo collaboratore dott. Lukas Komploi. Egli ha aperto il suo discorso pronunciando un saluto in ladino, ponendo in risalto, in tal modo, la sua fierezza nel far parte, egli stesso, di una minoranza linguistica all’interno del territorio italiano. I gruppi linguistici minoritari vengono riconosciuti e trovano tutela nella legge 482/99: ”Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, che applica il principio sancito dalla Costituzione, all’articolo 6, che ha come scopo, appunto, quello di permettere la conservazione degli idiomi parlati da una buona percentuale degli italiani, ossia circa 2,5 milioni di cittadini. Il dott. Komploi ha sottolineato l’importanza di tale legge che permette non solo che nelle scuole pubbliche sia reso obbligatorio l’insegnamento della lingua minoritaria, ma anche il diritto alla versione in tale lingua degli atti giuridici, dei toponimi, dei nomi e cognomi degli abitanti, delle trasmissioni radiotelevisive e dell’editoria. Il conflitto tra interessi delle minoranze e quello dello Stato è endemico ma esso può essere affievolito dal pieno riconoscimento delle prime e dalla possibilità di prendere parte ai processi decisionali grazie alla propria rappresentanza all’interno delle istituzioni in tutti i livelli dello Stato.

Una dimensione globale dell’argomento è stata presentata dal dott. Alessandro Politi, rappresentante del CeMiSS, il Centro Militare di Studi Strategici, che ha invitato ad analizzare il fenomeno secondo i paradigmi della geosociopolitica più che della geopolitica, al fine di abbracciare, così, una visione ancora più ampia del fenomeno. Egli ha evidenziato il difficile rapporto tra minoranze e globalizzazione: la seconda, infatti, rende difficoltosa la loro sopravvivenza in quanto tende inevitabilmente ad assorbirle. Il focus del suo discorso si è incentrato sulle minoranze indigene presenti in America Latina i cui diritti, purtroppo, in alcuni Stati, anche in quelli dove esse rappresentano un’ampia percentuale di popolazione, soprattutto al sud, non vengono pienamente garantiti. Il terreno di scontro su cui si fronteggiano gli interessi delle minoranze e quelli statali è il problema di dover trovare il modo di correlare sviluppo e tutela dell’ambiente: la necessità dello Stato di incrementare il proprio sviluppo industriale e infrastrutturale deve realizzarsi riducendo al minimo l’impatto ecologico, senza, quindi, intaccare gli interessi delle comunità locali. Il dott. Politi si è poi soffermato sull’analisi del geonetwork pacifico, uno dei tanti temi trattati da Prospettive 2014, il volume edito dal CeMiSS che si occupa di analisi geostraegica: le manovre finanziarie degli USA con i nuovi mega accordi regionali come il progetto della Trans-Pacific Partnership a danno di Cina e Mercosur stringono gli spazi di agilità economica dell’America Latina che rischia di essere tagliata fuori dai flussi commerciali regionali: il disagio economico e sociale si ripercuote sulle già difficili condizioni di vita della popolazione incrementando la spinta alla migrazione disorganizzata a vantaggio, purtroppo, delle mafie locali che lucrano su questo fenomeno.

In seguito, il dott. Giacomo Guarini, direttore del programma “Dialogo di Civiltà” dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e moderatore dell’incontro, ha dato la parola al dott. Corrado Bonifazi, Dirigente di Ricerca del Cnr-Irpps, il quale ha trattato il tema delle minoranze e dei sistemi di cittadinanza dell’Italia delle migrazioni. Le minoranze, spiega il dott. Bonifazi, sono frutto di migrazioni, o della stessa minoranza o di popoli più numerosi che hanno fatto in modo che la popolazione autoctona diventasse minoritaria, come è avvenuto con le popolazioni indigene dell’America Latina. Il nostro paese è stato all’origine di importanti flussi migratori tanto che per molto tempo è stato considerato il paese d’emigrazione per eccellenza, vista la notevole portata del fenomeno. Oggi, quest’ultimo si è fortemente ridimensionato, tanto da poter affermare che l’Italia sia uno dei paesi che ha completato il processo di transizione migratoria e si è trasformato, nell’ultimo ventennio, in una delle principali mete d’emigrazione. Proprio per questo essa sperimenta modelli di cittadinanza e relativi problemi tipici sia di un paese d’immigrazione che di emigrazione con l’accrescere della presenza di numerosi stranieri, non cittadini, al suo interno, ai quali deve essere garantita l’acquisizione della cittadinanza e, quindi, la parità di diritti. Storicamente la concezione della cittadinanza, come riportato nel codice civile del 1865 e confermato dalle leggi del 1912 e del 1992, è di tipo etnico, legata, cioè, allo ius sanguinis: ciò permetteva di mantenere un forte legame con i connazionali trasferiti all’estero ma, allo stesso tempo, ha prodotto dei conflitti d’interesse con i paesi d’immigrazione, soprattutto nel continente americano, che concedevano, invece, molto rapidamente la cittadinanza. Attualmente, il decreto del fare è intervenuto sulla concessione della cittadinanza italiana, subordinata alla residenza ininterrotta per i primi 18 anni di vita in base alla legge del 1992, fornendo un più ampio margine di prova della stessa: un grande passo in avanti nel percorso di integrazione.

Successivamente, la parola è passata al dott. Matteo Marconi, direttore del programma di ricerca “Teoria geopolitica” dell’IsAG, che ha offerto una riflessione geopolitica sulle minoranze etniche ed etnie minoritarie. Facendo espressamente riferimento al titolo della conferenza, il suo discorso si è incentrato sullo scontro di civiltà, espressione ripresa dalla teoria di Samuel Huntington, il quale, fornendo secondo molti studiosi un’analisi fin troppo moderata, afferma che siano le civiltà a confliggere, non gli Stati, valutando con eccessiva moderazione il rapporto tra cultura e politica. Secondo Huntington la dimensione culturale e quella politica sono in continuo scambio e generano le civiltà: il suo studio, però, si sviluppa in maniera astratta, scollegata dalla vita e dalle peculiarità dei diversi popoli che una stessa civiltà raggruppa. All’evidenza dello storico, è chiaro, invece, che sia impossibile raggruppare nella stessa civiltà più Stati con caratteristiche, a volte, del tutto diverse: a conferma di ciò, si può notare come gli scontri, in realtà, avvengono non tra civiltà bensì all’interno delle stesse. Il conflitto stesso non è immutabile ma ha preso forme diverse nel corso della storia. Quelli del ‘900 si dimostrano ancora più cruenti di quelli ottocenteschi a causa del trionfo dello Stato moderno che si poneva come obbiettivo quello di territorializzare la propria presenza sovrana standardizzando il territorio: l’individuazione di un nemico comune, assoluto, rappresentava, fino alla Seconda Guerra Mondiale, il mezzo adatto per il raggiungimento di tale obbiettivo con la conseguenza che si è diffuso un atteggiamento di esclusione del diverso, a discapito, quindi, degli stessi cittadini facenti parte di un gruppo minoritario all’interno del territorio statale. Lo Stato postmoderno, invece, allenta le sue spinte nazionalistiche, la sua presenza sovrana, mantenendo comunque l’intento di omologazione al suo interno ma facendo riferimento al soggetto e ai diritti personali che gli si rivolgono: non pretende, infatti, di creare continuità e omogeneità culturale ma si concentra sull’uguaglianza sostanziale dei suoi cittadini.

Il dott. Guarini, quindi, ha presentato il dott. Dario Citati, direttore del programma “Eurasia” dell’IsAG, il cui discorso si è incentrato sul tema delle minoranze russe nel Baltico, nello specifico Lettonia ed Estonia, i cui membri sono i cosiddetti “non cittadini”. Essi, di etnia e, alcuni, anche di lingua russa, vivono in una situazione che costituisce un unicum nel panorama internazionale. Nel 1991, infatti, tutti i cittadini di lingua russa dell’ex Unione Sovietica divennero automaticamente cittadini dei nuovi Stati appena formati: ciò non accadde per i russi che abitavano le Repubbliche Baltiche, che si trovarono ad essere, appunto, dei “non cittadini” a causa della loro mancata conoscenza delle lingue, lettone ed estone, divenuti i nuovi idiomi nazionali. In realtà, la loro considerazione come cittadini di serie B è motivata, più che altro, dallo storico risentimento anti russo e dalla diffidenza nei confronti di una comunità che potrebbe rappresentare un possibile strumento di ingerenza russa nella regione. La legislazione lettone distingue gli apolidi dai non cittadini, considerati come residenti permanenti privi di molti diritti politici e civili, come l’elettorato attivo e passivo nelle elezioni politiche, mentre in Estonia viene conservato quello passivo nelle amministrative. L’ottenimento della naturalizzazione e della cittadinanza è vincolato a un difficile esame in lingua lettone o estone e ad una dichiarazione di fedeltà alla Repubblica di cui si vuole divenire cittadini. Il loro numero sta progressivamente diminuendo sia a causa del loro ritorno in Russia sia grazie all’ottenimento della cittadinanza. Sia organismi dell’Unione Europea che delle Nazioni Unite si sono espressi contro le rigide modalità previste da entrambi gli Stati per l’acquisizione della cittadinanza. Solo il superamento delle ideologie e dei pregiudizi di origine storica potrà portare ad una un miglioramento delle condizioni di vita della minoranza russa nel Baltico.

L’intervento successivo è stato quello del dott. Alessandro Lundini, ricercatore associato dell’IsAG, che ha presentato una relazione sul dialogo di civiltà in Asia centrale e sulla politica etnico religiosa del Kazakhstan indipendente. Un ulteriore caso che caratterizza lo spazio post sovietico, è quello del Kazakhstan, che rispetto alle altre Repubbliche nate dopo il crollo dell’URSS non ha tentato di escludere le minoranze nel processo di nation building. Nel 1991, esso era considerato come il nascente Stato che avrebbe sofferto più di tutti il rischio di frammentazione poiché considerata svantaggiata dal fatto che quella kazaka rappresentasse un’etnia non maggioritaria, solo il 40% della popolazione, mentre l’ulteriore 60% era formato anche da etnie europee. Nonostante ciò, il Kazakhstan è stato quello che meglio ha reagito ed ha saputo gestire la sua composizione sociale con le varietà etniche e religiose che la caratterizzano, realizzando così la sua definizione di paese eurasiatico, terreno di incontro, fusione, rispetto reciproco e pacifica convivenza tra popoli diversi. Più che di identità kazaka, infatti, si tende a parlare di identità kazakistana che ricomprende non solo la prima ma anche tutte le altre identità nazionali presenti sul territorio. La politica di armonia multietnica ha fallito, invece, nel Kirghizistan, non avendo essa avuto il necessario sostegno da parte delle autorità centrali: a conferma di ciò vi sono i sanguinosi scontri tra minoranze, soprattutto quella uzbeka contro i nazionalisti, del giugno del 2010 che hanno causato centinaia di morti.

La dott.ssa Alessandra Caruso, ricercatrice associata dell’IsAG, ha, invece, affrontato il tema dei diritti delle popolazioni indigene nella regione artica che, più di ogni altra, soffrono il problema dei cambiamenti climatici visto che la loro sopravvivenza è strettamente legata alla natura che li circonda: questo è l’elemento che unifica tutti i vari gruppi etnici della regione. Vi sono tre grandi famiglie: gli Evenk in Russia, famosi per il loro senso dell’orientamento (a loro, infatti, si devono le prime carte geografiche della regione) i Sami che vivono in Scandinavia e gli Inuit presenti in Nord America. Questi ultimi, di razza mongolica, per molti secoli hanno vissuto in un isolamento quasi totale fino a quando hanno avuto i primi contatti con la “società civilizzata” con l’arrivo delle baleniere. Rispetto a tutte le altre popolazioni, quella degli inuit, che fino al 1962 non godeva neanche del diritto di voto, gode di molteplici diritti, primo tra tutti quello di avere delle rappresentanze nel Parlamento canadese. Vi sono molti strumenti internazionali a tutela delle minoranze indigene: i patti internazionali del 1966, le risoluzioni dell’Onu del 1960 e 1970, la Convenzione dell’ILO del 1989 e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene del 2007, ratificata, però, solo da 22 Stati di cui solo 2 artici.

Un ulteriore interessante argomento è stato trattato dalla prof.ssa Eva Pfoestl, dell’Istituto San Pio V, riguardo la convivenza tra minoranze nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. La tutela delle minoranze è un’estensione dei diritti umani che viene richiesta, naturalmente, anche agli Stati arabi: sia la Dichiarazione dell’ONU sui diritti delle minoranze del 1992 che quella dell’UNESCO sulla diversità culturale del 2001 sono state firmate da tutti gli Stati arabi, anche se la loro messa in pratica è molto lacunosa o quasi inesistente. È presente un dualismo di vedute all’interno del mondo arabo per quanto riguarda la questione delle minoranze, in quanto mentre la popolazione minoritaria ritiene che vi possa essere compatibilità tra globalismo e conservazione delle proprie peculiarità, per i governi dei singoli paesi questa concezione è di matrice occidentale e quindi viene rigettata. A dimostrazione di ciò si può notare come le nuove Costituzioni dei paesi arabi trattino ancora le minoranze con sospetto e diffidenza, non fornendogli la tutela che meritano e di cui hanno bisogno per sopravvivere. La Costituzione del Marocco, al contrario, si distingue in positivo in quanto ha riconosciuto la lingua berbera insieme alle radici e ai dialetti delle varie minoranze tra cui quelle andaluse ed ebraiche.

Il dott. Guarini ha poi introdotto l’intervento del prof. Adriano Cirulli, dell’Università Telematica Uninettuno, che si è occupato di movimenti e conflitti etnoterritoriali in Europa nella quale sono presenti attualmente diverse spinte autonomiste e indipendentiste: da quella scozzese (a settembre, infatti, avrà luogo un referendum che proporrà la separazione dal Regno Unito) a quella catalana e basca (è prevista anche in Spagna a novembre una consultazione che, a differenza di quanto avviene nel Regno Unito, non è stata legittimata dal governo), da quella fiamminga e vallona in Belgio, che presenta unità governative distinte, a quella russa in Ucraina. Anche all’interno della realtà italiana vi sono fenomeni che non hanno la stessa rilevanza di quelli esteri ma che comunque sono pregni di significato come il sardismo politico. Questi movimenti hanno colore politico eterogeneo perché la visione ideologica del fenomeno e le stesse rivendicazioni dipendono dalle condizioni economiche e sociali tipici del territorio in cui agiscono e si sviluppano.

Ha chiuso l’incontro il dott. Guarini tracciando una sintesi degli interventi che si sono susseguiti.

NOTE:

Maria Monesi, laureata in Relazioni internazionali (Università Sapienza), è frequentatrice del Master in Geopolitica e Sicurezza Globale Sapienza-IsAG.

Minoranze al tempo dello “scontro di civiltà”

129 etnie e 40 religioni: il Kazakhstan e la sfida della convivenza

Tratto da L’Huffington Post, 19 gennaio 2014

Nell’ultimo articolo, scrivendo di A.J. Toynbee, si è citata una sua espressione riguardo alla “molteplicità nell’unità” (multiplicity-in-unity). Un concetto similare è espresso nel titolo de L’unità nella diversità. Religioni, etnie e civiltà del Kazakhstan contemporaneo, recentissima opera di Fuoco Edizioni a cura di Dario Citati e Alessandro Lundini (e con contributi anche di Eliseo Bertolasi, Giacomo Guarini, Giuliano Luongo e Roberto Valle), la quale inaugura la nuova collana “Orizzonti d’Eurasia” patrocinata dall’IsAG e dedicata all’area post-sovietica.

La regione che oggi chiamiamo “Asia Centrale” è caratterizzata da una orografia alquanto piatta e uniforme, la quale ha favorito nei secoli i movimenti e il frammischiamento dei popoli nomadi che l’hanno percorsa e abitata. Ciò si è tradotto in uniformità culturale e in società distinte più dalla lealtà a un capo che dall’etnia, e perciò mutevoli. Lo dimostra il fatto che fino a qualche secolo fa nemmeno esisteva l’attuale distinzione in nazionalità centroasiatiche: i Kazaki si separano dagli Uzbeki solo nel XV secolo, e ancora nei primi anni sovietici i Kazaki erano comunemente definiti “Kirghisi“. L’assoggettamento all’Impero moscovita, col giungere di milioni di coloni russi nell’area, e la politica staliniana di deportazione delle comunità nazionali giudicate di dubbia fedeltà nella steppa (nel frattempo “svuotata” da politiche di sterminio: i Kazachi diminuirono del 40% tra 1926 e 1937), non fecero altro che complicare il quadro.

Fatto sta che, al crollo dell’URSS e conseguimento dell’indipendenza, in Kazakhstan i Kazaki non erano nemmeno il 50% della popolazione, con una componente poco inferiore di Slavi e poi altre varie etnie minoritarie, incluso un 7% di tedeschi. La fine dell’unità sovietica e il rifiuto kazako di concedere la doppia cittadinanza agli abitanti russi spinse molti slavi a emigrare, tanto che oggi nel paese i Kazaki risultano essere il 65% della popolazione, i Russi il 22%, gli Uzbeki il 3%, e via via con percentuali sempre inferiori si trovano le altre 129 (centoventinove) etnie di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Un quadro semplificatosi, ma nient’affatto semplice.

La scelta dello Stato indipendente kazako, incarnato dal presidente Nursultan Nazarbaev che dall’inizio lo governa con piglio autoritario e paternalistico, è stata quella di valorizzare sì la componente indigena, ma senza adottare politiche nazionaliste che avrebbero potuto minare la convivenza interna. Da qui anche la scelta di riconoscere una cittadinanza “kazakistana”, di cui l’etnia kazaka è solo la componente maggioritaria, e promuovere il trilinguismo: kazako come idioma nazionale, russo come lingua “alla pari”, inglese per le comunicazioni col più vasto mondo. Questa saggia politica non nazionalista ha permesso al Kazakhstan di mantenersi, contrariamente a tutte le previsioni, stabile e pacifico, a dispetto degli scontri inter-etnici che hanno caratterizzato, e spesso ancora caratterizzano, un gran numero di regioni post-sovietiche (si possono citare, a mo’ di esempio e in ordine sparso, gli Stati baltici, l’Ucraina, il Caucaso russo, la Georgia, il Nagorno-Karabakh, la Valle di Fergana…).

Alla pluralità etnica in Kazakhstan ha corrisposto anche la pluralità religiosa, con oltre 40 confessioni rappresentate nel paese. Le principali sono oggi Islam (70%) e Cristianesimo (27%). Il nuovo regime indipendente ha optato perciò per la continuazione della politica laica d’epoca sovietica, ma non più in chiave ateista-militante. Al contrario, le moschee, in gran parte chiuse o distrutte da Stalin, hanno ripreso a diffondersi nel paese. L’Islam kazako è tradizionalmente d’ascendenza sufi, moderato e tollerante, e lo Stato ha dunque cercato di sfruttarlo per rinsaldare la coesione del paese senza minacciare le altre religioni. Un problema è stato però il diffondersi di correnti wahhabite, promosse dall’esterno, di tenore purista, con un programma più “interventista” negli affari politici e una minore tolleranza verso i non musulmani.

Al verificarsi d’alcuni atti di violenza e terrorismo, le autorità kazake hanno risposto con una rigida regolamentazione dell’attività religiosa. La logica di fondo delle nuove norme è quella di tutelare le confessioni tradizionali del paese bloccando il diffondersi di nuove. Oltre ai wahhabiti e ad altre versioni puriste dell’Islam, ne sono cadute vittime anche alcune sette occidentali come testimoni di Geova e Scientology. Tale legislazione ha dunque incontrato molte critiche tra i seguaci di questi culti e le ONG dirittoumaniste.

Per quanto draconiane, bisogna però riconoscere che tali norme rispondono a un’esigenza molto sentita in un’epoca in cui correnti estremiste dell’Islam stanno generando disordini in parecchi paesi; e tanto più sentita in uno che, avendo un’ingente minoranza cristiana, incontrerebbe grosse difficoltà qualora volesse caratterizzarsi come Stato islamico.

Che cos’è la Geopolitica? Se ne è discusso in Campidoglio

Tratto da Geopolitica Online, 13 febbraio 2013. Resoconto di una conferenza con Daniele Scalea

 

Nel pomeriggio di martedì 12 febbraio il Palazzo Senatorio di Roma, in Piazza del Campidoglio, ha ospitato la conferenza dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) in collaborazione con Roma Capitale Geopolitica: che cos’è e a cosa serve. Occasione la presentazione del numero 3 di Geopolitica, intitolato Che cos’è la Geopolitica?; teatro la Sala del Carroccio, che ospita l’iscrizione commemorativa del dono compiuto dall’Imperatore Federico II a Roma dopo la Battaglia di Cortenuova.

La conferenza, moderata da Giacomo Guarini (direttore amministrativo dell’IsAG), è stata aperta da Daniele Scalea, direttore generale dell’IsAG e condirettore di Geopolitica, il quale ha riassunto i contenuti del numero 3 della rivista.

Intervento di Daniele Scalea

“Geopolitica” è un termine che, dopo meno di mezzo secolo d’oblio, è tornato prepotentemente alla ribalta: con la sua diffusione, ha finito però per essere abusato e banalizzato. Da ciò – spiega il condirettore Scalea – è derivata l’esigenza di questo numero della rivista dell’IsAG, che spiegasse cos’è la geopolitica, aiutasse a chiarirne definizione e metodo.
Che cos’è la Geopolitica? si apre così con una lunga serie d’interventi di natura teorica, aperti dall’editoriale del direttore Tiberio Graziani, il quale nota come al successo mediatico della disciplina abbia fatto da contraltare una carenza di riflessioni teoriche, probabilmente anche per il suo peculiare approccio tendente all’operativo.
il geopolitologo francese Aymeric Chauprade, nel suo contributo al numero 3, definisce la Geopolitica come la scienza che studia le relazioni politiche tra poteri statali, intra-statali e trans-statali a partire da criteri geografici (non solo fisici, ma anche identitari e delle risorse). Il termine è stato però assorbito dal mainstream e banalizzato in una “geopolitica” fatta dai giornalisti che parlano di politica internazionale.
Philip Kelly, della Emporia State University”, afferma che la Geopolitica (intesa come studio dell’impatto di certe caratteristiche geografiche sul comportamento degli Stati) richiede un modello che raccolga teorie e concetti. Nel suo articolo per Geopolitica, ne individua ed elenca 43, ma si tratta d’un risultato parziale d’una ricerca ancora in corso.
Emidio Diodato (Università per Stranieri di Perugia) ritiene che la Geopolitica sia un paradigma delle Relazioni internazionali che si distingue per l’impostazione globale e per l’attenzione verso i processi di controllo e gestione dello spazio.
Matteo Marconi (Università di Roma Sapienza) scrive nel suo contributo che la Geopolitica, per essere scientifica, deve riscoprire le proprie origini, e dunque la sua natura di critica della frammentazione del sapere e della separazione tra scienza e politica.
François Thual, decano della geopolitica realista francese, definisce la disciplina come lo studio del perché gli uomini fanno la guerra. Egli individua tre ordini di motivi: potenza, scarsità di risorse, identità. A suo avviso la Geopolitica s’oppone all’ideologia perché non privilegia un unico fattore. Tuttavia la Geopolitica si limita a spiegare, ma non può né prevedere né raccomandare.
Infine il Generale Carlo Jean, autore della voce “Geopolitica” nell’Enciclopedia Treccani, afferma ch’essa si tratta d’un metodo di ragionamento per individuare scenari d’evoluzione, interessi nazionali, e politiche estere più adatte a perseguire gl’interessi nazionali. Non si tratta d’una scienza ma di un insieme di discipline.
A questi contributi di natura teorica ne seguono alcuni di tenore più storiografico. Geoffrey Sloan si occupa di Halford J. Mackinder, illustrandone la teoria del Heartland e come avesse tentato di metterla in pratica nell’unico suo incarico ufficiale di rilievo all’estero, ossia quello di commissario britannico per la Russia Meridionale durante la guerra civile. Robert Steuckers tratta di Karl Haushofer, in particolare delle sue prime teorie di natura rivoluzionaria e russofila. Dario Citati scrive di un autore meno noto, e neppure geopolitologo, quale Lev Gumilëv, che ha però avuto un enorme impatto sulle successive speculazioni geopolitiche russe. A suo avviso la ricezione di Gumilëv è stata estremamente differenziata e sottoposta a una certa rielaborazione da parte di tutti i suoi autoproclamatisi discepoli. Mehdi Lazar scrive che la Geopolitica, essendo lo studio degli antagonismi tra poteri per l’influenza su territori, è antica, e già nella Grecia classica si ritrovano illustri pensatori a riflettere su questo tema. Anche Vladislav Gulevič sostiene che la Geopolitica esiste, oggettivamente, da quando ci sono relazioni fra popoli e Stati, sebbene una coscienza geopolitica sia fenomeno moderno.
Infine, alcuni articoli che approfondiscono specifici temi chiudono la parte monografica del volume. Aleksej Černišov scrive che, occupandosi la Geopolitica dei processi di lunga durata, non può ignorare la maggiore contraddizione dell’epoca attuale, ossia quella tra la scarsità delle risorse e la diffusione di stili di vita insostenibili. Vladimir Dergačëv espone la sua teoria dei Grandi Spazi multidimensionali, che estende una categoria classica della Geopolitica includendo gli spazi identitati, economici, sociali ecc. oltre a quelli geografici. Ernst Kočetov indica nella Geoeconomia un’alternativa umanista e pacifista alla Geopolitica. Infine, Alessio Stilo prova ad applicare la dicotomia Terra-Mare, tipica della Geopolitica classica, ai giorni nostri.

Intervento di Matteo Marconi

Ha quindi preso la parola Matteo Marconi, docente di Geografia politica all’Università Sapienza di Roma e direttore del programma di ricerca “Teoria geopolitica” all’IsAG. Secondo il dottor Marconi il problema della Geopolitica è che attualmente manca di scientificità, non avendo un metodo proprio. Tre sono le visioni prevalenti sull’essenza della Geopolitica: che produca scenari sull’evoluzione di determinate aree e situazioni (e sia dunque preminentemente predittiva), che esprima gl’interessi nazionali e infine che coniughi questi ultimi coi mezzi migliori per realizzarli (e sarebbe perciò analitica). Il geopolitico sarebbe dunque non uno studioso ma un analista, un tecnico che indica come realizzare le politiche scelte nella maniera più efficiente possibile. Dal momento che le politiche verrebbero scelte da altri, non vi sarebbe alcun legame con la politica se non di dipendenza. Al contrario, se si accetta che la Geopolitica definisce gl’interessi nazionali, allora risulterebbe troppo commista alla politica per essere scienza in senso galileiano-cartesiano. In ciò, afferma Marconi, è corretta la Geopolitica critica secondo cui ogni descrizione della realtà ha in sé un giudizio di valore, e perciò non esisterebbe una scienza oggettiva, ma sarebbe il contesto a determinare ciò che siamo e pensiamo. Negli USA, dove prevale il decostruzionismo, non si fanno più ricerche sulle cause e gli effetti.
Tuttavia, se non esiste analisi senza giudizio, essendo il giudizio regno della politica e l’analisi regno della scienza, bisognerà concludere che non esiste distinzione tra scienza e politica. Allora alla Geopolitica sarebbe lecito occuparsi dell’interesse nazionale, premesso che vi sia coscienza che così facendo entra nella sfera della decisione. E ciò pone un nuovo dilemma: come si decide. Thual, nel suo contributo al numero 3 della rivista dell’IsAG, definisce la Geopolitica una «fenomenologia del Male», in cui non si può mettere solo la testa ma anche lo stomaco: non si può insomma restare indifferenti al dolore umano. L’analisi non risponde a questo dolore.
Dunque, la Geopolitica non è scienza nel senso galileiano-cartesiano del termine, ma questa struttura è crollata irreparabilmente e non ha più senso farvi riferimento. La Geopolitica non può fare previsioni, perché questo rimanda alla nozione moderna di scienza, fondata sul meccanicismo causa-effetto. E anche qualora fosse possibile individuare tutte le cause, manca sempre un elemento fondamentale: l’intenzione dell’attore.
Matteo Marconi ha espresso anche quelli che a suo avviso sono i limiti dell’approccio realista: individuare nello Stato la struttura basilare della politica, credere che lo Stato segua la politica di potenza, e di conseguenza descrivere lo Stato come dotato di coscienza propria e consapevolezza. Il relatore ha pure contestato la popolare idea che la Geopolitica sia disciplina di sintesi: in tal caso si limiterebbe a riprendere saperi altrui ma senza la metodologia, nessun criterio di scientificità. Il dottor Marconi ha infine ricordato che l’approccio globale riconduce la Geopolitica alle uniche due discipline il cui campo non è ben definito: la Geografia e la Filosofia. Dunque dal legame con queste due materie affini la Geopolitica può partire per guadagnare la sua dignità scientifica.

Intervento di Franco Fatigati

Franco Fatigati, cultore di Geografia e docente nel laboratorio di Geopolitica della Facoltà di Lettere e nel Master di Geopolitica dell’Università Sapienza di Roma, si è complimentato con l’IsAG per la scelta di chiedersi cosa sia la Geopolitica, quanto mai opportuna dal momento che se ne parla spesso a proposito. Il termine, coniato da Kjellen circa un secolo fa, è stato in seguito e a lungo interdetto perché ricollegato al nazismo, quindi risorto negli anni ’70 grazie al francese Yves Lacoste e oggi assai diffuso e abusato.
La Geopolitica, ad avviso del dottor Fatigati, ha il compito di proporre scenari secondo delle indicazioni di fondo. La Geopolitica è visione, che è politica; e la politica è sogno. Non può essere irregimentata in una scienza. Ha però bisogno di supporto, e Franco Fatigati si è augurato si possa seguire la strada operativa tracciata da Kelly e Marconi nei rispetti contributi al numero 3 di Geopolitica: ossia mettere assieme situazioni, ambiti e definizioni. Più definizioni e non una sola, in quanto troppi sono i fattori, gli attori e le scienze. Chi si occupa di Geopolitica deve individuare un modello per evitare gli abusi: fondamentale è lo studio di fatti storici e sociologici in un dato territorio. Comunque la Geopolitica è euristica, ricerca continua, e non può essere definita.

Una parte del pubblico in sala

Assenti per impegni di natura istituzionale gli altri relatori annunciati, la conferenza ha comunque proseguito a lungo grazie al dibattito tra i relatori presenti, e tra questi e il pubblico. In particolare, Scalea ha discusso con Marconi sulle possibilità di uscita dall’impasse concettuale creata dal decostruzionismo postmoderno, mentre dal pubblico è intervenuta Sandra Ponce, ministro consigliere dell’Ambasciata dell’Honduras, la quale ha chiesto l’opinione dei relatori sulla sottrazione di risorse del Sud da parte del Nord del mondo.
L’IsAG esprime la sua soddisfazione per la riuscita conferenza, grazie anche all’ospitalità e collaborazione di Roma Capitale, e si ripropone di portare ancora quest’importante tema all’attenzione del pubblico con nuovi eventi e prodotti editoriali.

Geopolitica: che cos’è e cosa serve. Conferenza in Campidoglio