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La geopolitica al XXXII Congresso Geografico Italiano

Tra il 7 e il 10 giugno 2017 si terrà all’Università di Roma Tre il XXXII Congresso Geografico Italiano e Daniele Scalea sarà il coordinatore, assieme al Prof. Edoardo Boria dell’Università Sapienza, di una delle sessioni, dal titolo: “Geopolitica: contributi a una storia disciplinare“.
L’intenzione è di non limitarsi alla mera ricostruzione storica, ma di prendere spunto da essa per offrire contributi a una rifondazione attuale della scienza geopolitica su più solide basi teoretiche e metodologiche.
Gli interessati a prendere parte a questa sessione potranno proporre un abstract entro il 15 febbraio prossimo. La sessione raccoglie contributi in particolare (ma non esclusivamente) su questi temi: a) interpretazione della geopolitica (scienza? dottrina? ideologia?); b) analisi del pensiero e delle influenze (ascendenti e discendenti, intellettuali e pratiche) degli autori e delle scuole afferenti alla geopolitica; c) categorie, metodi e teorie della geopolitica del passato e loro applicabilità nel contesto attuale.
Gli Atti del Congresso saranno pubblicati integralmente, in formato digitale con ISBN.

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S17 – Geopolitica: contributi a una storia disciplinare

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COORDINATORI: Daniele Scalea e Edoardo Boria, Università di Roma La Sapienza.

ABSTRACT: Nell’ambito degli studi sulla storia della geografia sono ancora rare le ricerche in merito alla geopolitica, benché si tratti di un filone che ha esercitato una considerevole influenza nella prima metà del secolo scorso e che oggi riscuote rinnovata attenzione (più da parte di altre discipline e dell’opinione pubblica che della geografia). Una storia disciplinare della geopolitica è ancora tutta da scrivere poiché a oggi disponiamo solo di biografie di singoli autori (principalmente Mackinder), qualche descrizione della scuola di Geopolitik tedesca ma coeva ad essa e, infine, poche opere di sintesi molto brevi e di taglio idiografico. Eppure una storia della geopolitica sarebbe d’interesse per le seguenti finalità: a) ricostruzione storica dell’atmosfera intellettuale che nella prima metà del Novecento ha concorso ai due conflitti mondiali; b) ricostruzione d’una fase non trascurabile della storia della geografia, anche in Italia; c) confronto con le correnti odierne che si richiamano alla geopolitica, e possibili spunti per rifondare quest’ultima su più solide basi teoretiche e metodologiche.
Al fine di stimolare una riflessione sulla storia della geografia e sulle potenzialità delle categorie geopolitiche per leggere il mondo di oggi, la sessione raccoglie contributi in particolare (ma non esclusivamente) su questi temi: a) interpretazione della geopolitica (scienza? dottrina? ideologia?), soprattutto nel suo rapporto con la geografia; b) analisi del pensiero e delle influenze (ascendenti e discendenti, intellettuali e pratiche) degli autori e delle scuole afferenti alla geopolitica; c) categorie, metodi e teorie della geopolitica del passato e loro applicabilità nel contesto attuale. La tematica si presta al contributo di studiosi di differenti tradizioni scientifiche (geografia, storia, scienza politica, teoria delle relazioni internazionali, storia del pensiero politico), con l’afflato transdisciplinare che è tradizionalmente proprio della geopolitica.
Parallelamente a questa sessione aperta viene organizzata una tavola rotonda a inviti sviluppata in forma di confronto tra due geografi ben noti per i loro studi geografico-politici e un gruppo di autorevoli studiosi di varie estrazioni disciplinari che compariranno in un video-documentario.

PAROLE CHIAVE: geopolitica, storia della geografia, storia della geopolitica, teoria e metodi della geopolitica

LINGUE: Italiano

CONTATTI: edoardo.boria@uniroma1.it, daniele.scalea@gmail.com

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“Beyond the Legacy of Mackinder” di Gerry Kearns

Fonte: Mackinder Blog, 15 febbraio 2014

Gerry Kearns (2013), Beyond the Legacy of Mackinder, “Geopolitics”, Vol. 18, No. 4, pp. 917-932 (link)

Sebbene pubblicato nell’ultimo numero di “Geopolitics”, quest’articolo è in realtà il testo di una relazione letta nel 2010 al convegno annuale dell’Associazione dei Geografi Americani. Gerry Kearns aveva allora appena dato alle stampe il suo Geopolitics and Empire: The Legacy of Halford Mackinder, che già si trovava incaricato di tenere una lezione su come “andare oltre l’eredità di Mackinder”.

Il geografo irlandese è un noto studioso di H.J. Mackinder dalla prospettiva “critica” decostruzionista. Egli ritiene che Mackinder abbia creato un “immaginario geopolitico” che ha in buona misura ispirato quello attuale, di stampo imperialista.

Tale immaginario geopolitico mackinderiano verte secondo Kearns su sei elementi:

  • distribuzione geografica delle risorse – l’ineguale distribuzione geografica delle risorse naturali crea la disparità tra nazioni;
  • contiguità – l’influenza è più forte nei territori vicini che in quelli lontani, e muovendosi da territorio a territorio può diffondere un “contagio”;
  • interconnessione – nel mondo globalizzato qualsiasi cosa accada a un capo del mondo ha influenza su tutto il resto del pianeta (una politica isolazionista non è più possibile);
  • mappa coropletica – il mondo è esprimibile con una mappa coropletica: possiede cioè territori relativamente omogenei al loro interno ma differenti dai vicini. Ogni società umana è rivale e minaccia per le altre;
  • forza – la potenza è il principale fattore su cui si basa l’interazione tra queste società distinte;
  • eccezionalismo – il popolo britannico è portatore unico di valori universali.

La tesi di Kearns è che, per quanto il pensiero di Mackinder abbia risentito del contesto storico in cui fu formulato, non ne era la logica risultante, perché altri pensatori coevi (come Hobson o Kropotkin) proposero teorie radicalmente diverse. C’è una responsabilità “morale, etica e politica” alla base delle tesi che Mackinder decise di difendere.

Kearns propone di superare l’immaginario mackinderiano tramite una nuova “Geopolitica Progressista” che si fondi su altri elementi:

  • rispetto per le società tribali – gli Stati non sono gli unici attori, e anzi parti rilevanti del mondo sono in mano a società non statualizzate, più rispettose dell’ambiente;
  • porosità dei confini – i popoli sono in continua comunicazione, e la comunicazione pacifica è foriera di progresso;
  • condizioni locali – i fenomeni non si ripetono uguali in ogni luogo e le teorie del “contagio” sono perciò prive di fondamento;
  • non ci sono un “qui” e un “là” – il pianeta è unico e la civiltà occidentale ha dei debiti morali contratti nei confronti del resto del mondo;
  • diritto internazionale – il riconoscimento dell’interdipendenza deve portare a un’unica giustizia mondiale.

L’articolo di Kearns ha una doppia anima. La prima parte, pur senza rinunciare a mettere in mostra le inclinazioni e idiosincrasie personali dell’Autore, riesce a realizzare un sunto chiaro, schematico ed essenzialmente corretto del pensiero di Mackinder organizzandolo attorno a sei idee basilari. La seconda parte abbandona però il piano della critica storica e passa a quello della declamazione di princìpi politici.

In realtà, il decalogo che Kearns attribuisce a Mackinder non può essere contrapposto a quello su cui l’irlandese vuol basare la Geopolitica Progressista, poiché sono profondamente diversi. I sei elementi del pensiero mackinderiano, tranne l’ultimo (l’eccezionalismo), sono descrizioni del mondo così com’è. Invece, Kearns presenta cinque punti sul mondo come dovrebbe essere.

Non che manchino le buone idee valutabili anche oggettivamente: ad esempio riconoscere altri attori oltre allo Stato. Una critica che però andrebbe rivolta più alla disciplina delle Relazioni Internazionali che a quella della Geopolitica, che ha ormai superato la fase Stato-centrica, almeno da Lacoste in poi.

Tuttavia, affermare che le popolazioni tribali siano la salvezza dell’umanità per il loro rispetto dell’ambiente, o che i popoli non dovrebbero farsi la guerra bensì interagire pacificamente, che il Primo Mondo debba per moralità aiutare il Terzo – sono queste tutte idee anche condivisibili e degne d’elogio, ma a-scientifiche. Enunciazioni di un programma politico più che di studio.

Kearns confida per metterlo in pratica nella moralità intrinseca all’uomo, spera evidentemente in un grande risveglio morale dell’Occidente, in una fine della storia nella pace universale e nell’amore tra i popoli. Lungi da noi volerlo ridestare da sogni tanto nobili, che speriamo anzi possano realizzarsi. Ma nell’immediato, nella realtà pratica di oggi, Kearns non si accorge che certe sue idee possono essere strumentalizzate da una politica imperialista non meno di quelle di Mackinder, che nella sua ricostruzione sono alla base di molta parte dell’ethos bushiano e neoconservatore.

Quando Kearns auspica una giustizia internazionale basata sulla legge dei diritti umani, non si rende conto che parla la stessa lingua dell’imperialismo odierno che tanto avversa: la “R2P” è divenuta la dottrina giustificatoria dell’interventismo occidentale in questi ultimi anni (interventismo che, si ricorderà, per lui era stato un derivato dalle vituperate tesi mackinderiane).

Si potrebbe aggiungere che, nell’universalizzare la dottrina dei diritti umani, Kearns compia – in perfetta buona fede, s’intende – un’operazione macchiata da pregiudizio etno-centrico, poiché le nozioni di diritti umani oggi propagandate sono di origine squisitamente occidentale, e sono state contestate fuori dall’Occidente, ad esempio in Asia dove una forte corrente di pensiero vi oppone la nozione di “valori asiatici”.

Non saremo certo noi, che anzi sosteniamo la tesi del necessario e positivo contatto tra scienza e politica, a rimproverare a un postmodernista decostruzionista di cercare di costruire qualcosa, e di farlo in ottica politica. Ben venga il tentativo di Kearns di addivenire a una Geopolitica Progressista. Il pericolo è però insito nel naturale soggettivismo della sua corrente di pensiero. Non credendo nell’oggettività, nel fatto, ma solo nell’interpretazione soggettiva, Kearns si concede di mischiare valutazioni scientifiche con valutazioni puramente morali, facendo del contatto scienza-politica una promiscuità indistricabile. Noi, invece, che crediamo nell’oggettività e nella realtà fattuale, riteniamo che una dottrina geopolitica debba poggiare su fatti concreti, reali, empiricamente colti e razionalmente organizzati; e solo a quel punto entrare nell’agone politico, portando alla passione dell’etica la competenza della scienza, in un connubio perfetto e benefico.

Sintesi e politica: la storia come strumento sociale

Tratto da L’Huffington Post, 11 febbraio 2014

 

Gli attacchi alla sempre più disprezzata cultura umanistica e la generale crisi della forma libro di trasmissione del sapere, non hanno risparmiato nemmeno la scienza storica. Un recente articolo di “Repubblica”, scritto da Simonetta Fiori con interviste a Marcello Verga, Franco Benigno e Andrea Graziosi, titola emblematicamente Una storia in crisi.

In esso si parla di “bulimia di discorsi storici” nei media, proposti quasi sempre in maniera dilettantistica, come sceneggiato televisivo o romanzo storico, e spesso pure in chiave eccessivamente “dietrologica”; mentre la scienza storica, fatta da professionisti, è sempre più screditata o ignorata. Il problema non è certo il pluralismo di voci, ma il fatto che, mentre la storia dei professionisti è problematica e complessa, quella dei dilettanti offre sovente “verità autoritative”: negli sceneggiati televisivi non vi sono mai dubbi sullo svolgimento dei fatti.

Culmine tanto della sfiducia negli storici quanto della fascinazione per “verità autoritative” è il periodico tentativo di fissare per legge alcune “verità” storiche (nel caso italiano la Shoah, ma quello francese mostra che, una volta intrapreso il cammino, si finisce col considerare sempre più eventi). Ray Bradbury, nel suo capolavoro Fahrenheit 451, immaginava che la totale messa al bando dei libri cominciasse proprio dalla richiesta delle minoranze.

Verga, Benigno e Graziosi non mancano di fare autocritica: in particolare, accusano la storiografia italiana di ideologismo, provincialismo, ossessione per un paio di temi (Fascismo e Resistenza), insufficiente attenzione agli ultimi decenni.

All’articolo di “Repubblica” hanno risposto altri storici (Eugenio Di Rienzo e Aurelio Musi), in una lettera (Un requiem per la storiografia italiana?) che ha trovato ospitalità nel sito del “Corriere della Sera”. I due ribattono che uno studio locale può avere tanto respiro internazionale quanto uno che tratti di continenti, nella misura in cui lo storico riesce a inquadrare la vicenda nella “storia dei grandi spazi geopolitici”: ogni storia locale è, insomma, un tassello che va a comporre quella globale. Di Rienzo e Musi non rimpiangono nemmeno il periodo in cui gli storici erano “consiglieri del principe”, in quanto ciò li spingeva a ideologizzarsi. Infine, ritengono che la critica di Verga, Benigno e Graziosi sull’attualità degli studi storici confonda i “temi” coi “problemi”, in quanto ogni storia è storia contemporanea, nel senso che i problemi si ripropongono analoghi nelle varie epoche e dunque indagare un tema del passato risponde a problemi di oggi.

Tutti gli storici coinvolti nel dibattito espongono ottimi argomenti, com’è lecito attendersi da studiosi del loro rango. Bene fanno Di Rienzo e Musi a rivendicare l’utilità di studi specialistici focalizzati su territori circoscritti all’interno del nostro paese, quali unità basilari per le successive sintesi. Hanno senza dubbio ragione nel rifiutare il feticcio, oggi di gran moda, della necessaria anglofonia. Anche Verga, Benigno e Graziosi sono poi consci dell’ideologizzazione della storiografia italiana, da cui poi è derivata in fondo l’ossessione per Fascismo e Resistenza di cui parlano, o la ben più grave tendenza a piegare la realtà fattuale a un quadro teorico pregiudiziale.

Chi scrive, pur non avendo la caratura accademica e professionale degli altri dibattenti, vorrebbe umilmente dire la sua. Le osservazioni che farò sono due.

La prima è che, per quanto gli studi particolaristici e locali siano i tasselli da cui si compone il mosaico globale, la storiografia italiana recente è finora apparsa timida nell’affrontare tale passaggio alla sintesi. Dagli anni ’80 in ambito anglosassone si è affermata, tra le più affascinanti, la corrente della World History, ossia una storia comparativa globalizzata che cerca di tracciare le linee d’evoluzione storica del mondo, preso come un teatro unitario d’indagine. L’Histoire globale in Francia ha trovato terreno fertile sulla scorta di Braudel e degli Annales. La tradizione di Weltgeschichte è solida pure in Germania, patria di Burckhardt, Hegel, Spengler.

L’Italia pure, in realtà, sarebbe ben attrezzata in termini di tradizione per una sua “storia mondiale” (tra virgolette perché da noi “World History” non è nemmeno stato mai tradotto, a simboleggiare l’estraneità della corrente dall’accademia italiana): si pensi a Vico, Croce ecc., ma volendo arrivare a tempi recenti anche a un grande e brillante storico dell’economia come Carlo Cipolla (en passant: non avremo un nuovo Cipolla in Italia, perché il Ministero sta cancellando la sua materia dall’università). Per motivi che non è qui possibile esporre, la storia di sintesi appare oggi ben poco praticata, e talvolta ancor meno apprezzata, dagli storici professionisti italiani.

Sorte anche peggiore tocca alla geopolitica, che pure Di Rienzo e Musi citano, seppur solo incidentalmente. Altra scienza di sintesi, con molte similitudini con la World History ma con una posizione disciplinare autonoma, è pressoché assente nelle università italiane. I pochi insegnamenti di geopolitica (e che talvolta sono tali di nome ma non di fatto) si trovano tutti nelle Facoltà di scienze politiche. Idem per gli ancor più scarsi corsi di dottorato o master. La materia è talvolta toccata dai geografi (ma all’interno degl’insegnamenti di geografia politica ed economica). Mai dagli storici, che anzi sovente ne ostentano disprezzo. Ciò conferma l’incapacità e mancanza di volontà della storiografia professionale italiana a dedicarsi al lato sintetico e “filosofico” della materia, ch’è però il suo più elevato e “utilitario”.

Se una scienza deve avere una sua utilità, che non sia solo quella della “arte per l’arte”, lo storico non può sdegnosamente rifiutare il ruolo di “consigliere del principe”. Lo storico, che ha studiato i problemi nella storia (si rammenti la distinzione fatta tra temi e problemi, i primi nel passato e i secondi sempre attuali), è anche cittadino, membro della società. Ci sarebbe da dire di più. Lo storico professionista è sempre un dipendente pubblico, è pagato dalla collettività, ed è suo dovere ripagare la collettività recando alla politica (nel senso più ampio e nobile del termine) ciò che ha imparato.

L’invito alla politicizzazione dello storico, sia chiaro, non è un invito alla sua ideologizzazione. L’ideologia come teoria pregiudiziale che informa deduttivamente, anche a costo di far torto alla razionalità, la descrizione e interpretazione del reale, va scansata come peste. Ci sia semmai un quadro teorico, elaborato razionalmente e verificato empiricamente. Ciò è bene non solo per la scienza, ma pure per la politica. Un’ideologia che piega il reale all’ideale è una non-scienza che fornisce solo risposte sbagliate. Una teoria che deriva, con la massima oggettività possibile, dal reale, è uno strumento neutrale che può poi essere piegato efficacemente e proficuamente a domande e necessità soggettive.

Riassumendo, questo è l’auspicio nonché invito che rivolgo in particolare agli storici più giovani, meno legati a sette e mode intellettuali emotive e decadenti: che la storiografia italiani ritrovi la sua capacità di passare dall’analisi alla sintesi, di essere cioè scienza empirica ma pure filosofia razionale, e che non abbia paura di gettare il proprio peso intellettuale nella Politica non in nome dell’ideologia, come falsa narrazione mitopoietica ad usum delphini, ma in nome della competenza, come strumento atto a massimizzare il bene sociale.

Quando la Geopolitica parlava italiano

Tratto da L’Huffington Post, 10 gennaio 2014

 

Negli anni ’30, dalla comune ispirazione rappresentata dalla geografia “biologica” di Friedrich Ratzel, sorsero in Germania, Francia e Inghilterra-USA tre scuole che oggi definiamo “geopolitiche” (sebbene solo i tedeschi e, in misura molto minore, i francesi utilizzassero tale termine). I principali rappresentanti delle tre scuole sono rispettivamente Karl Haushofer, Jacques Ancel e Halford John Mackinder; ognuna di esse aveva posizioni proprie e talvolta contrastanti.

Due geografi di Trieste, Ernesto Massi e Giorgio Roletto, raccolsero in Italia la sfida proveniente dal Nordeuropa e cercarono di traslare la geopolitica in Italia. E La geopolitica in Italia (1939-1942) è proprio il titolo dell’opera di Giulio Sinibaldi, pubblicata da Libreria Universitaria pochi anni fa, che racconta e spiega l’impresa intellettuale dei due geopolitici italiani e del loro mensile, Geopolitica (che uscì appunto dal 1939 al 1942).

Sinibaldi evidenzia come per Massi e Roletto non si trattasse semplicemente di portare la geopolitica in Italia, bensì di creare una geopolitica italiana: questo perché erano convinti che l’acritica accettazione di una scienza straniera (e di una per giunta eminentemente pratica come la geopolitica) avrebbe significato anche adottare la prospettiva di quei paesi. Lungi dunque dall’importare la Geopolitik di Haushofer – con cui pure i rapporti erano eccellenti, vista l’alleanza allora in vigore tra Italia e Germania – Massi e Roletto cercarono di declinare nazionalmente, alla luce della tradizione di studi e pensiero italiana, la Geopolitica.

Uno dei tratti principali della Geopolitica italiana fu la contrapposizione teorizzata tra il modo “latino” e quello “germanico” d’intendere lo Stato: il primo organizzatore e razionalizzatore (potremmo dire “istituzionale”), il secondo patrimonialista. Massi e Roletto ritenevano inoltre le geopolitiche tedesca e francese chiuse nei loro dogmatismi, la prima per giustificare l’espansione germanica e la seconda i confini mitteleuropei fissati a Versailles. I Tedeschi facevano così professione di determinismo geografico e i Francesi di possibilismo. Secondo i geopolitici italiani entrambi gli approcci dovevano concorrere alla nuova scienza, assieme però a un terzo elemento: “l’umanesimo geografico”. Con tale espressione s’intendeva la considerazione di quei fattori culturali e spirituali la cui valorizzazione si faceva risalire nella tradizione italiana.

Ovviamente, se i geopolitici tedeschi e francesi (e pure quelli anglosassoni) cercavano di consigliare e sostenere le politiche dei rispettivi governi, quelli italiani non furono da meno. L’appoggio politico del ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai fu anzi decisivo per la nascita della rivista. Ma la commistione tra scienza/cultura e fascismo non fu certo, in quell’epoca, un’esclusiva della Geopolitica. L’ISPI, ad esempio, è oggi (e a ragione) uno degli enti internazionalistici più prestigiosi d’Italia, malgrado affondi le sue radici nella milanese Scuola di Mistica Fascista.

Alla Geopolitica, però, che in quanto scienza nuova e poco definita era quella più fragile, toccò sorte peggiore e, accomunata al fascismo, fu messa al bando dopo la fine del Ventennio. Massi, Roletto e molti altri animatori di Geopolitica proseguirono la loro carriera accademica (alcuni, come Amintore Fanfani, anche politica), ma nessuno si occupò più della materia. Coltivata in maniera marginale da pochi accademici, come il professor Carlo Maria Santoro, e da ambienti neofascisti, la Geopolitica sarebbe tornata in auge in Italia, nei primi anni ’90, da sinistra, grazie all’ispirazione di Yves Lacoste e alla fondazione di LiMes da parte di Lucio Caracciolo.

Oggi la Geopolitica è completamente sdoganata e, anzi, il suo problema non è più la damnatio memoriae quanto la banalizzazione, come ho argomentato altrove. Questo studio di Giulio Sinibaldi è una lettura doverosa per tutti i cultori di Geopolitica, affinché la ricostruzione della materia tenga anche conto di quell’importante esperienza intellettuale – che non si può ridurre a un’azione politica strumentale ad usum delphini. La trattazione di Sinibaldi ci mostra anzi come, in parecchi tratti, la Geopolitica italiana fosse più moderna rispetto alle omologhe d’Oltralpe.

Halford John Mackinder: Dalla geografia alla geopolitica. La prefazione di Alfredo Canavero

Prefazione del Prof. Alfredo Canavero al libro “Halford John Mackinder: Dalla geografia alla geopolitica“, titolo inaugurale della nuova collana “Heartland – Collana di teoria e storia della Geopolitica” lanciata dall’IsAG in collaborazione con l’editore Fuoco.

Halford John Mackinder (15 febbraio 1861 – 6 marzo 1947), considerato uno dei padri della geopolitica e della geostrategia, non è molto noto in Italia, al di là della cerchia ristretta degli specialisti. Uno dei meriti di questo volume di Daniele Scalea, basato su una ricerca archivistica approfondita e sull’attento utilizzo della bibliografia esistente, specie di lingua inglese, è di aver proposto la vicenda biografica di questo personaggio, geografo, economista, politologo, storico, politico, inserendolo nel quadro dello sviluppo della geografia e del suo insegnamento in Gran Bretagna.

Specializzatosi in zoologia a Oxford, Mackinder passò poi ad approfondire i temi geografici, proponendo di studiare contemporaneamente la geografia fisica e la geografia umana. Nel 1893 fu uno dei fondatori della Associazione geografica, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo degli studi geografici in Gran Bretagna. Nel 1903 lasciò Oxford e diresse, fino al 1908, la London School of Economics. Nel 1910 fu eletto deputato per il Partito Unionista e rimase in parlamento fino al 1922.

Nel frattempo aveva elaborato e diffuso la sua più celebre teoria, che, secondo molti, sarebbe alla base della geopolitica, la teoria dell’Heartland. Presentata come relazione alla Royal Geographical Society nel 1904, inizialmente ebbe poco ascolto e rimase confinata nell’ambito dei geografi. Nel momento della sistemazione dei confini europei al termine della prima guerra mondiale, però, la teoria dell’Heartland divenne oggetto di aspri dibattiti. L’idealismo wilsoniano si contrapponeva nettamente al realismo di Mackinder, che aveva ripreso e approfondite le sue idee in Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction, apparso proprio nel 1919. Secondo Mackinder chi avesse controllato l’Europa orientale e buona parte dell’Asia (definita Heartland, cioè Cuore della terra o, come Scalea preferisce, terra-cuore) avrebbe avuto a disposizione il 50% delle risorse mondiali e di conseguenza avrebbe controllato il resto dell’Europa e quindi il mondo intero. In particolare Mackinder insisteva che si dovessero creare degli Stati cuscinetto tra la Russia bolscevica e la Germania.

In realtà così avvenne alla conferenza della pace, ma alla prova dei fatti gli Stati cuscinetto, a partire dalla Polonia per finire alla Grecia, passando per la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Jugoslavia, si dimostrarono troppo deboli per assorbire l’urto della Germania nazista nel 1939. Ma Mackinder aveva anche sostenuto che questi Stati avrebbero dovuto stringere fra di loro una alleanza difensiva, che li avrebbe resi sicuri, dimenticando però le profonde divisioni che restavano vive tra gli Stati insoddisfatti, come l’Ungheria e la Bulgaria, e gli Stati soddisfatti dalla sistemazione di Versailles. Per limitare i possibili motivi di scontro, Mackinder favoriva anche l’idea degli spostamenti forzati di popolazioni per rendere omogenei i nuovi Stati sorti dalla dissoluzione dei grandi imperi prebellici. Una idea che non fu allora applicata e che produsse una serie di contenziosi profondi, ma che fu poi ripresa e attuata dopo la seconda guerra mondiale.

Mentre le idee di Mackinder restarono un po’ in ombra in Gran Bretagna, furono invece prese molto seriamente in Germania. Karl Haushofer e la scuola tedesca di geopolitica ripresero, studiarono e cercarono di far applicare le teorie di Mackinder. Ciò, alla fine della guerra, gli procurò l’accusa di aver favorito il militarismo e l’imperialismo hitleriano. Mackinder respinse sdegnosamente le accuse, ma non vi è dubbio che anch’egli in realtà si definisse e fosse un imperialista, nutrito come era dalle idee Jingoiste dell’Inghilterra vittoriana. La differenza con Haushofer, allora, sarebbe stata solo nel fatto che il primo aveva servito la potenza vinta, e il secondo la potenza vincitrice.

Mackinder ha indubbiamento influenzato non soltanto la geopolitica, di cui, come si è detto, è considerato uno dei padri fondatori, ma anche, almeno in parte, la politica concreta. Il lavoro di Daniele Scalea, cominciando ad approfondire il suo percorso biografico, offre lo spunto per ulteriori ricerche, che non potranno comunque prescindere da questo documentato lavoro.

Alfredo Canavero è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano.