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Serbia e Italia. Dall’alleanza nell’Europa in guerra a quella nell’Europa unita [Università Sapienza]

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Incontri con la Diplomazia: Ana Hrustanovic in Sapienza con Daniele Scalea

Fonte: Geopolitica Online, 25 giugno 2014

 

Martedì 10 giugno 2014, presso la Sala delle Lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma, ha avuto luogo il primo seminario del ciclo “Incontri con la Diplomazia”, organizzato dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) in collaborazione col Master in Geopolitica e Sicurezza Globale del Primo Ateneo romano. Ospite d’onore e principale relatore della conferenza è stata S.E. Ana Hrustanovic, Ambasciatore della Repubblica di Serbia in Italia, per questo evento pensato in occasione del 135esimo anniversario delle relazioni bilaterali tra i due Paesi.

daniele scalea ana hrustanovic

Dopo i saluti del Prof. Roberto Valle, moderatore del seminario, i lavori sono stati aperti dal Direttore Generale dell’IsAG Daniele Scalea, che ha tracciato un profilo storico-geografico del Paese balcanico letto in parallelo alle vicende della penisola italiana. Le relazioni diplomatiche tra quelli che allora erano Regno d’Italia e Principato di Serbia furono inaugurate nel 1879 in un contesto politico non dissimile. Entrambi i Paesi, infatti, avevano a più riprese condotto una guerra di liberazione: l’Italia contro l’Impero asburgico e la Serbia contro l’Impero Ottomano. In ambedue i casi, ha evidenziato Scalea, vi era una potenza straniera che sosteneva la lotta per l’indipendenza (la Francia per l’Italia, la Russia per la Serbia) e un’ambizione regionale a partire da un piccolo nucleo di rivolta. Così come il Piemonte rappresentò la base della liberazione italiana, il piccolo Principato serbo ambiva infatti ad essere il centro propulsore d’una insurrezione anti-ottomana che in prospettiva unificasse tutti gli Slavi meridionali.

roberto valle ana hrustanovic franco fatigati

Roberto Valle, docente di Storia dell’Europa Orientale e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, ha tenuto un discorso critico sul «balcanismo xenofilo», cioè sulla rappresentazione della cultura serba come parte di un mondo vicino ma considerato distante e quasi inferiore. La balcanicità va vista invece non come disordine, ma come parte integrante della cultura europea e soprattutto come tramite per la costruzione d’uno spazio pan-europeo. L’identità serba può essere considerata come strutturalmente polifonica per via delle relazioni che intrattiene tanto con la parte occidentale che con quella orientale del continente.

ana hrustanovic isag sapienza

A seguire è intervenuta Ana Hrustanović, Ambasciatore della Serbia in Italia, la quale ha tenuto un lungo intervento in base non solo all’esperienza diplomatica, ma anche al proprio retroterra culturale di profonda conoscenza dell’Italia come ex allieva dell’Università per Stranieri di Perugia. Se sul piano istituzionale i rapporti fra Italia e Serbia intesi come Stati indipendenti esistono da 135 anni, i legami storici sono molto più profondi. Del territorio dell’attuale Serbia, nell’antichità, erano originari ben diciotto imperatori romani: su tutti Costantino, che con le sue vittorie militari e l’Editto di Milano del 313 sull’accettazione del cristianesimo impresse una svolta storica a tutta l’Europa. In epoca moderna, i rapporti con l’Italia sono invece particolarmente evidenti nella letteratura serba, come ad esempio nell’opera di Milan Kujundžić, poeta, filosofo e rappresentante diplomatico a Roma nell’Ottocento. Negli ultimi anni il rapporto tra Italia e Serbia è invece divenuto ancora più stretto grazie alle ottime relazioni economiche: nel 2014 ricorre infatti anche l’anniversario dei cinque anni dalla stipula del partenariato strategico. Considerati i buoni rapporti con Roma, il governo di Belgrado ha aspettative positive circa il semestre italiano di presidenza UE e il possibile contributo volto a facilitare l’ingresso della Serbia in Europa.

dario citati daniele scalea ana hrustanovic

Dario Citati, Direttore del Programma “Eurasia” dell’IsAG, ha svolto una riflessione storica di lungo periodo sulla collocazione geografico-culturale della nazione serba, individuando una duplice dimensione caratterizzante. Da una parte la Serbia può ritenersi una realtà pienamente romana: non soltanto perché il suo territorio fu parte dell’Impero dei Cesari e diede i natali a tanti sovrani, ma anche perché nella seconda metà del Trecento il Regno serbo (Srpsko Carstvo) stava quasi scalzando Costantinopoli come rappresentante di quella romanità orientale che coniugava l’eredità della cultura greca, il diritto romano e la tradizione cristiana di discendenza apostolica resasi poi indipendente dal Papato. Dall’altro lato, la Serbia ha un legame particolarissimo con la Russia, di cui si considera quasi un’estensione balcanica: un rapporto così speciale, quello serbo-russo, che non si ritrova forse fra nessuno dei popoli della famiglia slava. Proprio questa peculiare duplicità fa di Belgrado un ideale trait d’union tra l’Adriatico e gli Urali, tra l’Europa occidentale e il mondo russo.

franco fatigati isag serbia

Franco Fatigati, Cultore di Geografia all’Università Sapienza, ha quindi chiuso i lavori con un intervento incentrato proprio sulla necessità di trovare unità all’interno del consesso politico delle nazioni europee. In una fase storica in cui l’UE dimostra di essere estremamente fragile sul piano decisionale, i rapporti bilaterali fra singoli Paesi sono una risorsa indispensabile da affiancare ai confronti in sede comunitaria. Il poeta Paul Valéry, ha ricordato Fatigati, sosteneva che ogni Europeo si sente a casa in qualsiasi contrada d’Europa: per ravvivare tale sentimento è necessario però attingere anche alle fonti compiutamente sovranazionali della storia europea, prima fra tutte quell’appartenenza religiosa che ha saputo essere un eccezionale collante per tanti secoli.

isag sapienza serbia

Al termine della conferenza si sono avute numerose domande da parte del pubblico, rivolte in particolare ad Ana Hrustanović e riguardanti argomenti di stringente attualità. Una di queste ha riguardato ad esempio la posizione della Serbia dopo l’annuncio del governo bulgaro di interrompere la costruzione del gasdotto South Stream in seguito alle sanzioni imposte alla Russia. Tale domanda è stata anche occasione di precisare la posizione della Serbia rispetto alla crisi ucraina. Da una parte, Belgrado concorda con l’OSCE sull’assoluta necessità di preservare l’integrità territoriale di ogni Paese, dall’altra parte si oppone però alle sanzioni contro Mosca considerandole controproducenti. Anche questa circostanza è un termometro di quanto la Serbia possa incarnare una posizione mediana, se non addirittura da mediatore, tra l’Oriente e l’Occidente dell’Europa, con importanti ripercussioni sul piano pratico. Parallelamente alle trattative per l’ingresso nell’UE, la Serbia ha infatti già siglato un accordo speciale con i Paesi dell’Unione Doganale Eurasiatica (Russia, Bielorussia e Kazakhstan) che le concede condizioni favorevoli nelle esportazioni e che attrae per questo numerosi investimenti sul suo territorio.

(Testo di D.C., foto di Priscilla Inzerilli)

Serbia: 135 anni con l’Italia

Cuba e Venezuela: l’alternativa latinoamericana alla Sapienza

Cronaca della conferenza con Daniele Scalea, da Geopolitica Online

 

 

La mattina di mercoledì 2 aprile si è svolta, presso la Sala delle Lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma, la conferenza L’alternativa latino-americana: Cuba, Venezuela e il socialismo nell’Emisfero Occidentale. Co-organizzata dall’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e dalla Cattedra di Geografia Politica ed Economica del Dipartimento di Scienze Politiche, ha visto la partecipazione dell’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Julian Isaias Rodriguez Diaz, e della Consigliera Economica dell’Ambasciata della Repubblica di Cuba, Isamary Gonzalez.

Matteo Marconi tra Francesco G. Leone e Daniele Scalea

Assente per cause di forza maggiore il Prof. Paolo Sellari, titolare della Cattedra, ha fatto gli onori di casa e condotto l’evento il Dott. Matteo Marconi, collaboratore della stessa nonché Direttore di Programma all’IsAG. Proprio per IsAG è invece intervenuto il Dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’ente internazionalistico. Scalea ha espresso compiacimento per la sinergia instauratasi con la Cattedra, fin dai tempi in cui era occupata dal Prof. Gianfranco Lizza, e annunciato l’intenzione di moltiplicare gli eventi in Sapienza, tra cui un filone specifico di eventi, come quello odierno, dedicati ai temi più pregnanti della politica internazionale. Scalea ha infine difeso la scelta di coinvolgere rappresentanti diplomatici in questi dibattiti come arricchimento degli stessi, anche considerato che, di fronte all’illusorietà di una supposta “neutralità scientifica”, per lo meno essi sono trasparenti nel loro rappresentare una visione ufficiale.

Isaias Rodriguez alla conferenza IsAG-Sapienza

Ha esordito con la prima relazione proprio l’Ambasciatore Isaias Rodriguez, il quale ha ripercorso l’origine della rivoluzione venezuelana sin dal Caracazo e passando per il fallito putsch di Chavez fino alle vittorie elettorali. Rodriguez ha descritto tale rivoluzione come il passaggio da una democrazia rappresentativa a una democrazia partecipativa e protagonistica, citando a tal proposito le 19 consultazioni popolari tenutesi in periodo bolivarista, di cui 18 vinte dal “processo venezuelano”. Benché assediato dall’imperialismo, ha dichiarato l’Ambasciatore, il Venezuela rifiuta la violenza: accetta i processi elettorali della democrazia borghese per giungere pacificamente al socialismo. La violenza viene semmai da chi ha perso i propri privilegi, ma il popolo armato e le forze armate si difenderanno. Le forze armate venezuelane, ha infatti notato in chiusura Rodriguez, originano dal popolo e conducono il processo rivoluzionario.

Isamary Gonzalez con Isaias Rodriguez alla conferenza IsAG-Sapienza

Ha quindi preso la parola Isamary Gonzalez, Consigliera Economica dell’Ambasciata di Cuba, la quale ha descritto il processo rivoluzionario nel suo paese come originante dal popolo, passante per il popolo e finalizzato al popolo. Esso è cominciato con la lotta per l’indipendenza contro la Spagna ed è proseguito nella lotta contro l’ingerenza degli USA. La Gonzalez ha dichiarato che Cuba non copia modelli altrui; la democrazia non è proclamata ma esercitata quotidianamente dal popolo. Cuba lavora assieme al Venezuela per l’integrazione latino-americana, la cui base è individuata dalla Consigliera nella Comunità degli Stati Latino-Americani e Caraibici (CELAC). Essa sta creando posizioni comuni sui problemi socio-economici, cosa impensabile fino a pochi anni fa.

Massimo Nevola Cuba Venezuela IsAG Sapienza

Il microfono è passato a Padre Massimo Nevola S.J., Direttore della Lega Missionaria Studenti che opera, tra i tanti altri paesi, anche a Cuba. Nevola ha descritto Cubani e Venezuelani come due popoli che cercano di essere artefici del proprio destino, trovando in ciò una sempre più sicura sponda nella Chiesa Cattolica che, dal Concilio Vaticano II, mira alla promozione integrale dell’uomo.

Franco Fatigati Cuba Venezuela IsAG Sapienza

Franco Fatigati, cultore di Geografia presso la Facoltà di Lettere della Sapienza, ha elogiato il messaggio di Bolìvar d’unità politica e spirituale, invitando l’Europa, che ha invece fondato la sua integrazione sulla ragione economica, a riscoprirlo e farlo proprio per trovare una nuova spinta ideale.

Massimo Coltrinari Cuba Venezuela Daniele Scalea IsAG Sapienza

Il Generale Massimo Coltrinari, docente al Centro Alti Studi della Difesa (CASD), ha rammentato che le forze armate devono produrre sicurezza per giustificare la spesa militare, ossia il momento per cui risorse sono sottratte alla produzione del “burro” per fare “cannoni”. Cuba, ha spiegato il Generale, deve affrontare la minaccia dell’incipiente pirateria nel Mar dei Caraibi. Il Venezuela combatte lungo il confine con la Colombia contro i narcotrafficanti. Per entrambi i paesi, dunque, la funzione delle forze armate va ben oltre la sicurezza verso eventuali attacchi di avversari statuali.

Francesco G. Leone Cuba Venezuela IsAG Sapienza

Francesco G. Leone, Direttore del Programma di ricerca “America Latina” dell’IsAG, ha brevemente accennato al Consiglio di Difesa Sudamericano e all’organo analogo sorto in seno all’ALBA. Essi, a suo giudizio, servono a rafforzare la sovrastruttura ideologica dell’integrazione alimentando il senso d’urgenza di difendere l’America Latina.

Daniele Scalea Cuba Venezuela IsAG Sapienza

Infine la parola è nuovamente passata a Daniele Scalea, il quale ha ricordato l’importante ruolo che ebbe Isaias Rodriguez, allora Procuratore Generale dello Stato, nello sventare il tentato golpe del 2002 in Venezuela. Ciò gli ha permesso di ricollegarsi agli attuali tumulti, ricordando che, sebbene i violenti siano una minoranza nel paese, le ultime elezioni hanno mostrato che poco meno della metà dei venezuelani è all’opposizione – e un’opposizione spesso radicale al processo lanciato da Chavez e proseguito da Maduro. Richiamandosi agli studiosi della democrazia e dello Stato, Scalea ha ricordato che un regime rappresentativo funziona laddove la totalità o quasi della popolazione condivida alcuni assunti di fondo. Questo non è al momento il caso del Venezuela, e sarà perciò fondamentale, per la stabilità del paese e il successo del processo bolivarista, che gli attuali governanti riescano a costruire nel paese un consenso generale attorno ad almeno qualche grande principio basilare.

Cuba Venezuela IsAG Sapienza

Alla conferenza, durata circa due ore, ne sono seguite altre due di dibattito appassionato col pubblico – circa 50 persone, per lo più ma non esclusivamente studenti – cui con grande disponibilità si sono prestati i due diplomatici latinoamericani.

Che cos’è la Geopolitica? Se ne è discusso in Campidoglio

Tratto da Geopolitica Online, 13 febbraio 2013. Resoconto di una conferenza con Daniele Scalea

 

Nel pomeriggio di martedì 12 febbraio il Palazzo Senatorio di Roma, in Piazza del Campidoglio, ha ospitato la conferenza dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) in collaborazione con Roma Capitale Geopolitica: che cos’è e a cosa serve. Occasione la presentazione del numero 3 di Geopolitica, intitolato Che cos’è la Geopolitica?; teatro la Sala del Carroccio, che ospita l’iscrizione commemorativa del dono compiuto dall’Imperatore Federico II a Roma dopo la Battaglia di Cortenuova.

La conferenza, moderata da Giacomo Guarini (direttore amministrativo dell’IsAG), è stata aperta da Daniele Scalea, direttore generale dell’IsAG e condirettore di Geopolitica, il quale ha riassunto i contenuti del numero 3 della rivista.

Intervento di Daniele Scalea

“Geopolitica” è un termine che, dopo meno di mezzo secolo d’oblio, è tornato prepotentemente alla ribalta: con la sua diffusione, ha finito però per essere abusato e banalizzato. Da ciò – spiega il condirettore Scalea – è derivata l’esigenza di questo numero della rivista dell’IsAG, che spiegasse cos’è la geopolitica, aiutasse a chiarirne definizione e metodo.
Che cos’è la Geopolitica? si apre così con una lunga serie d’interventi di natura teorica, aperti dall’editoriale del direttore Tiberio Graziani, il quale nota come al successo mediatico della disciplina abbia fatto da contraltare una carenza di riflessioni teoriche, probabilmente anche per il suo peculiare approccio tendente all’operativo.
il geopolitologo francese Aymeric Chauprade, nel suo contributo al numero 3, definisce la Geopolitica come la scienza che studia le relazioni politiche tra poteri statali, intra-statali e trans-statali a partire da criteri geografici (non solo fisici, ma anche identitari e delle risorse). Il termine è stato però assorbito dal mainstream e banalizzato in una “geopolitica” fatta dai giornalisti che parlano di politica internazionale.
Philip Kelly, della Emporia State University”, afferma che la Geopolitica (intesa come studio dell’impatto di certe caratteristiche geografiche sul comportamento degli Stati) richiede un modello che raccolga teorie e concetti. Nel suo articolo per Geopolitica, ne individua ed elenca 43, ma si tratta d’un risultato parziale d’una ricerca ancora in corso.
Emidio Diodato (Università per Stranieri di Perugia) ritiene che la Geopolitica sia un paradigma delle Relazioni internazionali che si distingue per l’impostazione globale e per l’attenzione verso i processi di controllo e gestione dello spazio.
Matteo Marconi (Università di Roma Sapienza) scrive nel suo contributo che la Geopolitica, per essere scientifica, deve riscoprire le proprie origini, e dunque la sua natura di critica della frammentazione del sapere e della separazione tra scienza e politica.
François Thual, decano della geopolitica realista francese, definisce la disciplina come lo studio del perché gli uomini fanno la guerra. Egli individua tre ordini di motivi: potenza, scarsità di risorse, identità. A suo avviso la Geopolitica s’oppone all’ideologia perché non privilegia un unico fattore. Tuttavia la Geopolitica si limita a spiegare, ma non può né prevedere né raccomandare.
Infine il Generale Carlo Jean, autore della voce “Geopolitica” nell’Enciclopedia Treccani, afferma ch’essa si tratta d’un metodo di ragionamento per individuare scenari d’evoluzione, interessi nazionali, e politiche estere più adatte a perseguire gl’interessi nazionali. Non si tratta d’una scienza ma di un insieme di discipline.
A questi contributi di natura teorica ne seguono alcuni di tenore più storiografico. Geoffrey Sloan si occupa di Halford J. Mackinder, illustrandone la teoria del Heartland e come avesse tentato di metterla in pratica nell’unico suo incarico ufficiale di rilievo all’estero, ossia quello di commissario britannico per la Russia Meridionale durante la guerra civile. Robert Steuckers tratta di Karl Haushofer, in particolare delle sue prime teorie di natura rivoluzionaria e russofila. Dario Citati scrive di un autore meno noto, e neppure geopolitologo, quale Lev Gumilëv, che ha però avuto un enorme impatto sulle successive speculazioni geopolitiche russe. A suo avviso la ricezione di Gumilëv è stata estremamente differenziata e sottoposta a una certa rielaborazione da parte di tutti i suoi autoproclamatisi discepoli. Mehdi Lazar scrive che la Geopolitica, essendo lo studio degli antagonismi tra poteri per l’influenza su territori, è antica, e già nella Grecia classica si ritrovano illustri pensatori a riflettere su questo tema. Anche Vladislav Gulevič sostiene che la Geopolitica esiste, oggettivamente, da quando ci sono relazioni fra popoli e Stati, sebbene una coscienza geopolitica sia fenomeno moderno.
Infine, alcuni articoli che approfondiscono specifici temi chiudono la parte monografica del volume. Aleksej Černišov scrive che, occupandosi la Geopolitica dei processi di lunga durata, non può ignorare la maggiore contraddizione dell’epoca attuale, ossia quella tra la scarsità delle risorse e la diffusione di stili di vita insostenibili. Vladimir Dergačëv espone la sua teoria dei Grandi Spazi multidimensionali, che estende una categoria classica della Geopolitica includendo gli spazi identitati, economici, sociali ecc. oltre a quelli geografici. Ernst Kočetov indica nella Geoeconomia un’alternativa umanista e pacifista alla Geopolitica. Infine, Alessio Stilo prova ad applicare la dicotomia Terra-Mare, tipica della Geopolitica classica, ai giorni nostri.

Intervento di Matteo Marconi

Ha quindi preso la parola Matteo Marconi, docente di Geografia politica all’Università Sapienza di Roma e direttore del programma di ricerca “Teoria geopolitica” all’IsAG. Secondo il dottor Marconi il problema della Geopolitica è che attualmente manca di scientificità, non avendo un metodo proprio. Tre sono le visioni prevalenti sull’essenza della Geopolitica: che produca scenari sull’evoluzione di determinate aree e situazioni (e sia dunque preminentemente predittiva), che esprima gl’interessi nazionali e infine che coniughi questi ultimi coi mezzi migliori per realizzarli (e sarebbe perciò analitica). Il geopolitico sarebbe dunque non uno studioso ma un analista, un tecnico che indica come realizzare le politiche scelte nella maniera più efficiente possibile. Dal momento che le politiche verrebbero scelte da altri, non vi sarebbe alcun legame con la politica se non di dipendenza. Al contrario, se si accetta che la Geopolitica definisce gl’interessi nazionali, allora risulterebbe troppo commista alla politica per essere scienza in senso galileiano-cartesiano. In ciò, afferma Marconi, è corretta la Geopolitica critica secondo cui ogni descrizione della realtà ha in sé un giudizio di valore, e perciò non esisterebbe una scienza oggettiva, ma sarebbe il contesto a determinare ciò che siamo e pensiamo. Negli USA, dove prevale il decostruzionismo, non si fanno più ricerche sulle cause e gli effetti.
Tuttavia, se non esiste analisi senza giudizio, essendo il giudizio regno della politica e l’analisi regno della scienza, bisognerà concludere che non esiste distinzione tra scienza e politica. Allora alla Geopolitica sarebbe lecito occuparsi dell’interesse nazionale, premesso che vi sia coscienza che così facendo entra nella sfera della decisione. E ciò pone un nuovo dilemma: come si decide. Thual, nel suo contributo al numero 3 della rivista dell’IsAG, definisce la Geopolitica una «fenomenologia del Male», in cui non si può mettere solo la testa ma anche lo stomaco: non si può insomma restare indifferenti al dolore umano. L’analisi non risponde a questo dolore.
Dunque, la Geopolitica non è scienza nel senso galileiano-cartesiano del termine, ma questa struttura è crollata irreparabilmente e non ha più senso farvi riferimento. La Geopolitica non può fare previsioni, perché questo rimanda alla nozione moderna di scienza, fondata sul meccanicismo causa-effetto. E anche qualora fosse possibile individuare tutte le cause, manca sempre un elemento fondamentale: l’intenzione dell’attore.
Matteo Marconi ha espresso anche quelli che a suo avviso sono i limiti dell’approccio realista: individuare nello Stato la struttura basilare della politica, credere che lo Stato segua la politica di potenza, e di conseguenza descrivere lo Stato come dotato di coscienza propria e consapevolezza. Il relatore ha pure contestato la popolare idea che la Geopolitica sia disciplina di sintesi: in tal caso si limiterebbe a riprendere saperi altrui ma senza la metodologia, nessun criterio di scientificità. Il dottor Marconi ha infine ricordato che l’approccio globale riconduce la Geopolitica alle uniche due discipline il cui campo non è ben definito: la Geografia e la Filosofia. Dunque dal legame con queste due materie affini la Geopolitica può partire per guadagnare la sua dignità scientifica.

Intervento di Franco Fatigati

Franco Fatigati, cultore di Geografia e docente nel laboratorio di Geopolitica della Facoltà di Lettere e nel Master di Geopolitica dell’Università Sapienza di Roma, si è complimentato con l’IsAG per la scelta di chiedersi cosa sia la Geopolitica, quanto mai opportuna dal momento che se ne parla spesso a proposito. Il termine, coniato da Kjellen circa un secolo fa, è stato in seguito e a lungo interdetto perché ricollegato al nazismo, quindi risorto negli anni ’70 grazie al francese Yves Lacoste e oggi assai diffuso e abusato.
La Geopolitica, ad avviso del dottor Fatigati, ha il compito di proporre scenari secondo delle indicazioni di fondo. La Geopolitica è visione, che è politica; e la politica è sogno. Non può essere irregimentata in una scienza. Ha però bisogno di supporto, e Franco Fatigati si è augurato si possa seguire la strada operativa tracciata da Kelly e Marconi nei rispetti contributi al numero 3 di Geopolitica: ossia mettere assieme situazioni, ambiti e definizioni. Più definizioni e non una sola, in quanto troppi sono i fattori, gli attori e le scienze. Chi si occupa di Geopolitica deve individuare un modello per evitare gli abusi: fondamentale è lo studio di fatti storici e sociologici in un dato territorio. Comunque la Geopolitica è euristica, ricerca continua, e non può essere definita.

Una parte del pubblico in sala

Assenti per impegni di natura istituzionale gli altri relatori annunciati, la conferenza ha comunque proseguito a lungo grazie al dibattito tra i relatori presenti, e tra questi e il pubblico. In particolare, Scalea ha discusso con Marconi sulle possibilità di uscita dall’impasse concettuale creata dal decostruzionismo postmoderno, mentre dal pubblico è intervenuta Sandra Ponce, ministro consigliere dell’Ambasciata dell’Honduras, la quale ha chiesto l’opinione dei relatori sulla sottrazione di risorse del Sud da parte del Nord del mondo.
L’IsAG esprime la sua soddisfazione per la riuscita conferenza, grazie anche all’ospitalità e collaborazione di Roma Capitale, e si ripropone di portare ancora quest’importante tema all’attenzione del pubblico con nuovi eventi e prodotti editoriali.