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Il requiem prematuro al sovranismo

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

 

Siamo tutti malati di “recentismo”, ma il morbo sembra aver imperversato soprattutto tra certi politici – il cui orizzonte non va oltre la prossima elezione – e certi giornalisti – che pensano fino alla prossima edizione. Ciò fa sì che gli avvenimenti vengano di rado letti in chiave storica, e più spesso tramutati in matrici che informano a sé un “presente senza fine”, di cui il futuro è nel migliore dei casi una proiezione invariante nel tempo.

È questa forma mentis che, di fronte alla vittoria referendaria della Brexit e all’elezione di Trump, ha fatto subito parlare di una “ondata sovranista”, o “populista”, o “nazional-populista” (la terminologia è ancora in divenire), destinata a sommergere in breve tempo anche l’Europa continentale. I detrattori hanno cominciato a strillare, in preda al panico, per il prossimo avvento di dittature “nere” in tutto l’Occidente, prospettando spesso come unico antidoto la limitazione del suffragio universale – ossia l’istituzione di dittature “rosé”, colore del progressismo globalista. Gli estimatori, in preda all’entusiasmo, hanno cominciato a venerare chi Trump, chi Farage, chi la Le Pen, chi tutti costoro assieme, immaginandosi che la semplice adorazione dell’icona li avrebbe proiettati magicamente nei palazzi di potere. Senza farsi prender preda di passioni, ma ragionando freddamente, si sarebbe compreso che quella della “ondata” era una metafora di tanta presa quanto di scarso realismo. La politica come la natura non facit saltus, si muove per lente evoluzioni graduali, più simile a moti di marea che a improvvisi e violenti marosi. Succubi invece all’idea del “tutto e subito” o “niente e mai”, quando ci si è accorti che (com’era prevedibile) Hofer, Wilders, Salvini, Le Pen, Petry, non erano pronti a prendere tutti e quasi simultaneamente il potere nei rispettivi Paesi, si è passati alla narrazione opposta. I detrattori giubilanti stanno proclamando la sconfitta definitiva e senza appello del sovranismo, mentre gli estimatori rimangono frastornati come al risveglio dopo una pesante sbronza.

Anche in Italia si suonano affrettati requiem al cosiddetto “lepenismo” e giungono numerosi e interessati suggerimenti alla svolta moderata. Ippolito Emanuele Pingitore ricorda appassionatamente che il potere non può essere fine a sé stesso, che gli obiettivi politici debbono prevalere su quelli elettorali, e i fini definire le strategie e non viceversa. Molto ha fatto discutere invece l’editoriale dell’On. Fabio Rampelli che invita la Le Pen (parlando a nuora perché suocera intenda) a convertirsi a un “populismo responsabile”. Il proposito dell’On. Rampelli è condivisibile, al punto che la stessa Marine Le Pen ha annunciato un restyling del Fronte Nazionale, probabilmente per renderlo da partito dell’estrema destra a punto di riferimento della destra gollista (progetto ambizioso ma sensato). Stona, certo, il fatto che l’On. Rampelli ponga a modello per la Destra francese la Destra italiana, in un momento in cui la prima è ai suoi massimi storici di consenso, mentre la seconda langue divisa e in crisi d’identità a lottare per pochi punti percentuali. Era lecito attendersi dalla Le Pen un miglior risultato al ballottaggio, ma il bilancio per lei rimane in positivo: una “sconfitta vittoriosa” come ben spiega Antonio Rapisarda.

Il sovranismo, o nazional-populismo (o comunque vogliate chiamare la Destra che si è ricordata di essere tale dopo tanti anni a inseguire la Sinistra) non è morto oggi così come non era trionfatore l’altr’anno. L’obiettivo di tutelare le identità dei popoli, con le loro tradizioni e specificità, e pure coi loro Stati nazionali luoghi della democrazia e dei poteri controllabili dai cittadini, non appare rinunciabile da un punto di vista ideale, né sarà certo classificato come “populismo irresponsabile” da alcuno. Soprattutto, si tratta di una chiave politica che può aprire pure il necessario bacino dell’elettorato cosiddetto “moderato”. Il contenuto di questa “moderazione” è mutevole e oggi appare spostato più a destra di quanto fosse un tempo. Ci si ricorderà che, fino a pochi mesi fa, in Francia sembrava prospettarsi un ballottaggio Le Pen-Fillon, tra l’altro con quest’ultimo vincitore a sorpresa delle primarie golliste grazie a messaggi su molti temi non lontani da quelli frontisti. Macron ha scardinato questo scenario ma, per farlo, si è dovuto presentare come “né di Destra né di Sinistra” e beneficiare d’uno scandalo di corruzione che ha azzoppato Fillon. In Olanda Wilders è arrivato dietro al partito di Mark Rutte, che aveva fatto propria una parte del programma del primo. In Austria Höfer ha mancato la presidenza, ma Vienna ha adottato sull’immigrazione una linea particolarmente dura. In Inghilterra Theresa May, che rappresenta l’ala dura del conservatorismo britannico, si appresta a cogliere una vittoria storica nelle elezioni anticipate. E pure in Italia il PD ha faticato a trarre vantaggio dal declino di Berlusconi, cogliendo successi elettorali marginali o incerti, e dandosi in mano a Matteo Renzi che gli ha impresso una svolta centrista.

La parabola di Trump ha dimostrato sia la necessità del voto “moderato”, sia la possibilità per una linea nazional-populista di condurre i giochi. Con una piattaforma radicale ha conquistato la nomination del Partito Repubblicano, intercettando il desiderio da parte della maggioranza dei suoi militanti di una linea unapologetic, non succube del politicamente corretto “liberal”. Alle elezioni generali, il populismo gli ha fatto guadagnare il supporto decisivo del ceto operaio della Rust Belt, ma nel contempo il fatto di essere il candidato ufficiale del Partito Repubblicano non gli ha fatto mancare il sostegno dell’elettorato repubblicano “moderato”. Il “populismo responsabile” di cui parla l’On. Rampelli è molto più in sintonia con le esigenze contemporanee di quanto lo sia uno stantio moderatismo, orfano degli anni ’90 e dei primi Duemila: la Belle Epoque post-Guerra Fredda, condita d’allucinate fini-della-storia e d’illusori sogni d’eterno benessere, crollati ingloriosamente di fronte alla crisi economica, politica, demografica, culturale e morale dell’Occidente.

Ben venga dunque il fronte ampio, antidoto a derive demagogiche e massa critica capace di vittoria. Ma stavolta non toccherà più al Centro comandare, perché di fronte a situazioni critiche non sono più accettabili le non-soluzioni “moderate”, o il piccolo cabotaggio di chi non ha né visione né audacia all’altezza dei tempi. Questa è l’epoca dei progetti coraggiosi.

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Scalea: “Le Pen? Vi spiego qual è il merito del FN”

Fonte: Oltre la Linea, 5 maggio 2017

 

Oltre la Linea è stata lieta di incontrare Daniele Scalea, vicepresidente dell’ISAG all’Università La Sapienza, fondatore del Centro Studi Machiavelli a Roma, nonché talvolta collaboratore esterno del nostro giornale. Quattro chiacchiere, più che una vera intervista. Un approfondimento sul senso della cultura e della propagazione di un pensiero alternativo.

Sulle difficoltà che, ancora oggi, ci sono per chi vuole “pensare altrimenti”. Il tema, scottante, è quello della politica e della sua reale forza. Specie in un periodo in cui, negli USA, l’amministrazione Trump ha dimostrato di avere non pochi problemi. Ecco una sintesi di un discorso ricco di spunti che vi consigliamo caldamente di approfondire guardando il video sopra pubblicato. Buona lettura!

Dottor Scalea, perché nasce il Centro Machiavelli?

Perché siamo in un momento storico “magmatico”, a livello politico. Alcuni eventi che fino a pochi anni fa erano irrealizzabili, come l’elezione di Trump, la stessa Brexit, preannunciano delle possibilità che prima non erano immaginabili. In questo contesto proviamo ad inserirci per proporre nuove idee, che escano dagli schemi abituali, con l’importante differenza di poter essere ascoltati. C’è la possibilità di aprire un dibattito, non è una cosa di poco conto, dopo decenni di chiusura totale.

Per aprire un dibattito, però, ci vogliono due soggetti e uno di questi è il politico. Mi vengono in mente due esempi: il reato di immigrazione clandestina e la famosa “tessera del tifoso”. In entrambi i casi la legge o non è stata applicata dai magistrati oppure la stessa regolamentazione è stata “de-costruita” rispetto all’originale perdendo ogni possibilità di incidere nella realtà. Quanto spazio di manovra ha un politico secondo lei oggi?

Senza scendere nel dettaglio dei due esempi, il discorso è condivisibile ma va allargato. Sappiamo bene che la politica ha poco potere rispetto all’economia, lo diceva lo stesso Lenin, lamentando della democrazia politica senza che esistesse una “democrazia economica”. Il potere è sfuggente di per sé. E gli stessi media condizionano tantissimo l’azione. Se poi si sottostà a un ente come l’Unione Europea si è per definizione de-potenziati, sebbene gli accordi internazionali, come si fanno, si possano anche disfare. Ma io penso che il politico abbia, nonostante tutti questi ostacoli, la possibilità di portare la gente dalla sua parte. Bisogna essere in grado di superare i muri, con la necessaria pazienza e con un lavoro che non può essere soltanto politico, ma anzitutto culturale.

Si identifica, secondo me a ragione, l’Unione Europea come un’entità esclusivamente economica, improntata all’austerità fiscale. Secondo lei sotto questo punto di vista, “un’altra Europa è possibile” oppure si tratta di una caratteristica ineludibile per gli stessi propositi di integrazione che Bruxelles persegue ormai da decenni?

No, l’Unione Europea potrebbe fare altre scelte in materia fiscale. La debolezza principale intrinseca è semmai il fatto di dover garantire prosperità e tutela di interessi a regioni molto diverse tra di loro. Negli ultimi 15 anni si sono sviluppati alcuni Paesi, mentre altri hanno avuto difficoltà o sono entrati in delle crisi mortali.

Stiamo vedendo cosa sta accadendo negli USA, con Trump in combutta con l’establishment. In Francia – ammesso che possa vincere la Le Pen, cosa improbabile ad oggi – potrebbe accadere una cosa del genere?

Non ci si può aspettare una rivoluzione dall’oggi al domani, soprattutto nel caso francese, dove se per assurdo la Le Pen dovesse farcela non avrebbe alcuna rappresentanza parlamentare reale, a meno che non si appoggi ai gollisti.

Cosa le piace del Front National? E al contrario, su cosa è critico?

Penso che il Fronte abbia il merito di proporre valori di unità tradizionali dei francesi, valori che le nostre società hanno abbandonato troppo rapidamente, nonostante abbiano ancora molto da dare. Le società multi-etniche devono per forza rimettere in discussione regole e valori, dal momento che per la loro stessa natura intrinseca non possono riconoscere in nessuna delle componenti che le creano un primato culturale e valoriale. La proposta del Front è molto importante in tal senso. Per quanto riguarda gli aspetti negativi penso siano già abbondantemente ricordati ovunque, quindi mi permetto di non concentrarmici troppo. Dal punto di vista elettorale vige sicuramente un collegamento che oggi viene considerato “impresentabile”, come quello sulla storia collaborazionista nella seconda guerra mondiale. Anche se il suo percorso storico, con la cacciata di Jean Marie dal partito e diverse prese di distanza, somiglia in questo senso a quello dell’MSI italiano, che durante la trasformazione in AN ripudiò i valori del fascismo.

Come giudica i primi 100 giorni di governo Trump?

Più ombre che luci, e penso ne sia consapevole lo stesso Trump. Credo abbia potuto fare solo una minima parte di quello che voleva. Gli appoggi parlamentari di cui dovrebbe godere il presidente sono del tutto teorici, visto che i Repubblicani sul tema si mostrano divisi e spesso a lui ostili. Poi ci sono anche i giudici, che ogni qualvolta il presidente proponga una legge in discontinuità con il sistema politico statunitense, tendono a intervenire in maniera forte per bloccare tutto. Non sono cose che possiamo rilevare soltanto nel caso di Trump: Roosevelt, ad esempio, non poté applicare realmente il New Deal, al netto dei racconti in gran parte leggendari che vengono fatti in merito. E non poté applicarlo non per ostacoli politici, bensì giudiziari. Trump potrebbe puntare alla Corte Suprema per far passare almeno una parte dei suoi progetti: in un certo senso il suo maggiore successo è stata la nomina di Gorsuch, un suo uomo, che ha voluto fortemente. Ma dover puntare per ogni singolo intervento vagamente discostante sempre sull’appello alla Corte Suprema vuol dire rallentare in modo incredibile l’azione di governo.

Chiudo con una domanda “curiosa”: non è possibile che nel passaggio dagli autoritarismi, dittature e assolutismi alle democrazie vi sia stata semplicemente una traslazione del potere indiscusso dagli organi esecutivi che un tempo lo incarnavano ufficialmente (monarchi, dittatori e quant’altro) ai cosiddetti controllori (parlamenti ma anche magistrati, nello specifico)?

Questa è una bella domanda [sorride, ndr]. Diciamo che i magistrati hanno dimostrato di intervenire in modo decisivo nei percorsi politici. È avvenuto in modo clamoroso con Tangentopoli nel passaggio alla Seconda Repubblica, ma anche in altri casi successivi. Credo però che la magistratura, per esercitare questo suo potere “extra”, diciamo così, abbia bisogno comunque di appoggi di tipo politico. Casi recenti dimostrano che i giudici non possono operare senza un necessario sostegno sistemico, penso al caso delle possibili investigazioni sulle ONG ma anche sulla celebre presunta “trattativa Stato – Mafia” che non solo non fa progressi ma sembra evanescente e soprattutto non considerata mediaticamente, a differenza di Tangentopoli che invece viene ricordata continuamente.

(di Stelio Fergola)