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A cosa servono i dazi di Trump

Fonte: L’Huffington Post

 

Il 23 marzo le autorità statunitensi cominceranno a raccogliere i dazi, annunciati a inizio mese dal Presidente Trump, sull’acciaio importato. Questa decisione ha suscitato vivaci proteste da parte di molti altri Paesi, anche perché non si è ancora capito quali otterranno delle esenzioni (oltre a Messico e Canada, partner nella NAFTA, già annunciati).

In maniera analoga a come accade in diversi altri settori, da decenni l’industria occidentale dell’acciaio è declinante a causa dell’emergere di quella di altri Paesi. Gli Usa, l’Italia e gran parte degli altri Paesi europei producono oggi meno acciaio grezzo di quanto ne sfornassero nel 1980. In compenso la produzione cinese è aumentata del 2000%, quella indiana del 1000%, quella turca del 1400%.

La Cina da sola produce metà dell’acciaio grezzo mondiale. Donald Trump ha, fin dalla campagna elettorale, annunciato di voler contrastare la deindustrializzazione e la compressione salariale dei “colletti blu” con misure restrittive dell’immigrazione e con politiche commerciali improntate al fair trade. I dazi sull’acciaio (e sull’alluminio) rientrano chiaramente in questo quadro.

Malgrado le proteste in nome del libero scambio, in anni recenti pure l’Unione Europea ha imposto vari dazi sui prodotti cinesi in acciaio, favorendo una ripresa di questo settore industriale dopo gli anni più bui seguiti alla crisi del 2008.

Ci si può chiedere perché Washington non abbia semplicemente replicato la mossa europea, imponendo dazi solo sull’acciaio cinese. Vi sono un paio di spiegazioni: l’esperienza europea dimostra che una parte dei medesimi prodotti sfugge ai dazi venendo importata da Paesi terzi; la Cina non è tra i maggiori esportatori d’acciaio negli Usa.

In Europa la più colpita dai dazi di Trump è la Germania, che non a caso spinge perché l’Ue effettui una rappresaglia coordinandosi con la Cina (che è dominante nel mercato dell’acciaio ed è il bersaglio grosso della strategia protezionista complessiva degli Usa) e la Turchia (Ankara esporta più del doppio dell’acciaio di Berlino negli Usa).

In realtà i Paesi Nato avrebbero un’alternativa alla guerra commerciale con gli Usa, per evitare i dazi. Trump ha già annunciato l’esenzione gli alleati che rispettano l’impegno preso di investire il 2% del Pil per la Difesa. La connessione logica è questa: l’acciaio è ritenuto essenziale per la sicurezza nazionale, sicché chi contribuisce alla difesa collettiva (e acquista più armamenti dagli Usa) può essere esentato dai dazi americani.

Tuttavia, l’obiettivo del 2% del Pil in spese militari è ad oggi disatteso da quasi tutti (per la Germania è l’1,2%, per l’Italia l’1,5%). Il clima dell’opinione pubblica europea non sembra favorevole ad approvare maggiori spese per la Difesa, e leader come Angela Merkel sono divisi da Trump da motivazioni ben più profonde che non i semplici dazi. Ecco perché la scelta sarà presumibilmente quella di rappresaglie simmetriche, pur col rischio di una guerra commerciale prolungata con Washington.

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Rottura fra Trump e Bannon: perché e cosa cambierà nella politica americana

Fonte: L’Huffington Post

 

Le dichiarazioni che Steve Bannon avrebbe affidato all’imminente libro di Michael Wolff, nelle quali definisce “traditore” e “non patriottico” il presunto ‘incontro del figlio e del genero di Donald Trump con una funzionaria russa, hanno suscitato la veemente risposta dello stesso Presidente. Come si può spiegare quest’improvviso scontro tra Trump e il suo ex stratega, e quali conseguenze avrà sulla politica americana?

Sebbene oggi Donald Trump cerchi di minimizzare il suo passato rapporto con Bannon, l’attuale presidente della testata Breitbart fu a capo della vittoriosa campagna elettorale e quindi nominato Chief Strategist alla Casa Bianca. Soprattutto, Bannon è stato più di un semplice membro dello staff: è un influente ideologo della destra americana, forte di un consistente patrimonio personale (le stime si spingono fino a quasi 50 milioni di dollari), dirigente di una testata che su Internet compete coi maggiori quotidiani mondiali.

La sua stella all’interno dell’Amministrazione è rapidamente declinata: già il 5 aprile scorso era stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, e il 18 agosto dimissionato totalmente dalla Casa Bianca. Tuttavia era rimasto in apparentemente buoni rapporti con Trump, il quale lo aveva congedato con un tweet lusinghiero e aveva continuato a sentirlo regolarmente. In cambio, Bannon aveva continuato a sostenere Trump, imputando tutte le mancanze della sua Amministrazione all’influenza negativa di quelli che chiama i “globalisti” attorno al Presidente: in primis il genero Jared Kushner, la figlia Ivanka, il consigliere economico Gary Cohn e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.

Abbandonata la Casa Bianca, Bannon aveva ripreso le redini di Breitbart con l’intento di difendere Trump dai suoi nemici interni – missione talvolta spintasi fino a difendere il trumpismo da Trump stesso. Il punto di maggior tensione si era raggiunto in settembre: il Presidente, allontanato Bannon, sembrava aver raggiunto un accordo coi democratici per un’ampia amnistia agli immigrati (i cosiddetti Dreamers, giunti nel Paese quando ancora erano minorenni) e alle primarie per il seggio senatoriale in Alabama aveva deciso di appoggiare un candidato molto vicino all’establishment repubblicano guidato da Mitch McConnell, acerrimo nemico di Bannon.

Il presidente di Breitbart aveva reagito proiettandosi direttamente nell’agone politico e sostenendo, assieme ad altri nomi eccellenti della Destra populista americana (come Phil Robertson e Sarah Palin), il candidato Roy Moore. Da questo scontro tra Bannon e Trump era uscito sorprendentemente vincitore il primo: il netto successo di Moore alle primarie ha indotto a pensare che la base trumpiana possa muoversi a prescindere, e persino a dispetto, di Donald Trump. In quella fase Steve Bannon girava l’America incontrando potenziali investitori e candidati per cercare di accaparrarsi nel 2018 tutti i seggi senatoriali in palio contro i candidati dell’establishment repubblicano.

Arriviamo così alla recente ed esplosiva uscita di Bannon. A sorprendere non è stato tanto l’attacco a Donald Trump Jr. e a Jared Kushner, con cui notoriamente si detesta (ricambiato appieno); il vero carico da novanta è stata la scelta di un tema tanto sensibile quale il Russiagate e l’utilizzo di un termine pesantissimo quale “tradimento”. Una reazione da parte della Casa Bianca era prevedibile, sebbene non della portata in cui effettivamente è avvenuta – uno sconfessamento totale e una demolizione del personaggio Bannon, rompendo un rapporto già incrinato ma ancora salvabile (Bannon si era sempre guardato bene dall’attaccare direttamente Donald Trump, e anche dopo l’ultimo scambio di cortesie lo ha voluto definire “un grande uomo”).

Se Bannon avesse sferrato un duro attacco alla famiglia di Trump, o persino al Presidente stesso, a settembre o a ottobre quando il malcontento della base era forte, e focalizzandosi su un tema gradito ai suoi seguaci (come l’immigrazione), avrebbe probabilmente ottenuto più consensi che rimbrotti. Il problema è che l’anticipazione del libro di Wolff è arrivata a inizio gennaio, dopo che il candidato bannoniano in Alabama ha clamorosamente perso le elezioni contro il rivale democratico (in realtà a pesare in maniera decisiva sono stati fattori extra-politici, ossia le accuse di molestie sessuali anche a minorenni per Moore, ma la vicenda ha comunque indebolito grandemente Bannon) e in un momento in cui l’azione di governo e le declamazioni retoriche di Trump, sempre oscillante tra la destra radicale e il centro moderato, pendono più verso il primo che verso il secondo. In un momento cioè di luna di miele tra Trump e la sua base.

Oggi, nell’improvviso scontro tra Trump e Bannon, la base della destra populista propende decisamente, e per i fattori suddetti, verso il Presidente. Anche la scelta di cavalcare un tema come quello del Russiagate, che per i trumpisti (e fino a ieri anche per Bannon) sarebbe una montatura dello “Stato profondo” e dei democratici, e che nelle ultime settimane ha visto la demolizione a mezzo stampa (in particolare Fox News) dell’inchiesta Fbi accusata di partigianeria, non ha aiutato Bannon. Sulla stessa Breitbart la maggioranza dei commenti sono ostili a Bannon, e così sono le prese di posizione di molti nomi minori – ma che tuttavia possono fungere da polso del movimento – della destra radicale americana, come Jack Posobiec o Mike Cernovich. Anche commentatori vicini a Bannon, come Ann Coulter o Milo Yiannopoulous, si sono guardati bene dal difendere il presidente di Breitbart. Che, del resto, a oggi non si è difeso nemmeno da solo, lasciando palesemente disorientati i propri collaboratori.

Non sappiamo a quando risalgano le dichiarazioni di Bannon a Wolff, e ciò potrebbe spiegare l’infelice scelta dei tempi. Bannon ha la tendenza a parlare a ruota libera (come ricordano Cernovich e la sua ex giornalista McHugh) e questo potrebbe spiegare l’infelicissima scelta del tema e dei termini. Considerando però che Wolff ha una storia di contestazione dei suoi virgolettati, Bannon avrebbe ben potuto impugnare la veridicità delle frasi attribuitegli, ma non lo ha fatto. Forse impossibilitato a farlo dall’esistenza di una registrazione? Ma addirittura Breitbart ha rilanciato senza commento l’anticipazione del Guardian.

Ciò lascia pensare che Bannon abbia realmente inteso esprimere quelle opinioni e che fosse deciso a rivendicarle. Saremmo dunque di fronte a un suo errore di valutazione: ha sopravvalutato la propria capacità di spostare a piacimento l’opinione dei propri seguaci (che sono anche, al 99%, seguaci di Trump) e sottovalutato la possibile, devastante reazione del Presidente.

Alla base c’è forse, come suggeriscono alcuni, l’ambizione accarezzata da Bannon di diventare politico egli stesso e cercare la candidatura presidenziale nel 2020. Apparentemente fantapolitica, vista la divisività del personaggio, ma nulla appare più impossibile nella politica americana dopo l’imprevedibile successo di Donald Trump. Se anche fosse così, Bannon avrebbe giocato male le sue carte più recenti. Da fine settembre, quando era in grado di lanciare un’opa sull’intero Partito Repubblicano, a oggi si è beccato una scoppola elettorale in Alabama, la scomunica da parte di Donald Trump e forse pure un allentamento dei rapporti coi suoi grandi finanziatori, i miliardari Mercer – che sono pure comproprietari di Breitbart col fondatore e Ceo Larry Solov e con la vedova dell’altro fondatore ed eponimo Andrew Breitbart.

Alla luce di questi fatti, diventa molto improbabile per Bannon riuscire anche solo a proseguire nella sua “guerra civile” contro l‘establishment repubblicano per la conquista dei seggi senatoriali in palio nel 2018. A meno che la situazione degeneri fino a una cacciata di Bannon da Breitbart (Trump è un tipo vendicativo e potrebbe spingersi fino a fare pressioni in tal senso), l’ex stratega della Casa Bianca dovrebbe rimanere come una voce importante e influente della destra americana, ma ridimensionando comunque le proprie ambizioni.

Ciò dovrebbe rafforzare la posizione dell’establishment repubblicano, che spinge per politiche più “centriste” in particolare sull’immigrazione e la politica estera (vale a dire: no al muro sul confine col Messico, amnistia per i Dreamers, un afflusso costante e cospicuo d’immigrati, nessuna distensione con la Russia, maggiore cautela con la Cina); e dovrebbe di converso indebolire Trump, che deve la propria popolarità a promesse elettorali totalmente di segno opposto, e che perderà in Bannon un alleato forse incontrollabile ed egocentrico, ma sinceramente schierato sulle sue posizioni.

Trump conquista consensi

Fonte: Gli Occhi della Guerra

La popolarità del presidente americano Donald Trump, racconta la stampa, starebbe crollando a picco, complici il Russiagate, gli scogli giudiziari e parlamentari ai suoi provvedimenti più radicali, e la “resistenza” proclamata dai progressisti nel Paese.

In effetti ci sono diversi sondaggi che corroborano l’idea che il Presidente americano sia molto impopolare: secondo l’aggregatore FiveThirtyEight l’approvazione per Trump sarebbe sotto il 40%. Come sempre, però, è bene non lanciarsi in conclusioni affrettate.

Un primo fatto che impone cautela è l’analisi storica di questi dati. L’unico presidente che, al giorno 150 di mandato, aveva un’approvazione bassa quanto quella di Trump, è stato Bill Clinton; il quale riuscì tuttavia a vincere un secondo mandato e a lanciare in politica la propria moglie, Hillary, facendole sfiorare la Presidenza degli Stati Uniti. I presidenti dell’ultimo mezzo secolo che al giorno 150 avevano l’approvazione più alta sono invece George H.W. Bush e Jimmy Carter: entrambi sonoramente bocciati da parte dell’elettorato quando hanno cercato di essere rieletti.

A indurre ulteriormente cautela sui proclami di sondaggisti e giornalisti è quanto avvenuto con le cinque elezioni suppletive per la Camera dei Rappresentati che si sono svolte dall’elezione di Trump a oggi. È in tali consultazioni che la disapprovazione registrata dai sondaggi avrebbe dovuto manifestarsi concretamente: i democratici lo sapevano e hanno speso cifre record nelle campagne elettorali. Ma di queste cinque elezioni i democratici ne hanno vinta una sola, in California, in una circoscrizione dove l’unico candidato repubblicano ha preso il 3,5%, superato persino dal candidato dei verdi. Chiamarla roccaforte democratica sarebbe riduttivo.

Nelle altre quattro e più competitive elezioni hanno vinto i candidati repubblicani. Si è trattato in tutti i casi di riconferma in seggi che già erano repubblicani, talvolta con dei cali percentuali, ma a contare è la vittoria o sconfitta finale: e i repubblicani hanno retto ovunque. Si potrebbe tuttavia pensare che, in questi casi, l’autorevolezza del Grand Old Party sia stata capace di controbilanciare l’effetto deleterio dell’impopolarità di Trump.

A far dubitare di ciò è il fatto che due dei quattro vincitori repubblicani siano trumpiani di ferro: Greg Gianforte e Karen Handel. Entrambi hanno prima sopravanzato i candidati repubblicani più moderati, e poi conquistato anche l’elettorato generale (ripercorrendo quanto fatto, più in grande, dal loro nume tutelare che oggi siede alla Casa Bianca).

Gianforte è un uomo d’affari che ha cavalcato la sua estraneità alla classe politica e ha espresso sostegno per molti cavalli di battaglia trumpiani: lottare contro l’élite progressista, punire le “città santuario” (ossia le amministrazioni urbane che apertamente sfidano la legge federale proteggendo gli immigrati clandestini), togliere i finanziamenti all’organizzazione Planned Parenthood che promuove e pratica l’aborto nel Paese. Ha attirato notevole attenzione a livello internazionale perché in campagna elettorale ha avuto uno scontro fisico con un cronista del “Guardian”, celebre testata britannica di sinistra. L’aver sollevato di peso e scaraventato a terra il giornalista britannico gli è costato una multa e una condanna ai servizi sociali, ma non le elezioni.

Anche Karen Handel proviene dal mondo degli affari, ma già da alcuni anni si dedica a tempo pieno alla politica. Nel primo turno si è classificata a sorpresa come prima candidata repubblicana e, malgrado il democratico Ossof partisse da oltre il 48% dei voti, lo ha sopravanzato al ballottaggio. La sconfitta è stata tanto più bruciante per i democratici perché il trentenne e inesperto Jon Ossof aveva beneficiato di una campagna da 25 milioni di dollari, la più costosa di sempre per un seggio alla Camera.

Sono ormai due anni che i sondaggisti danno Donald Trump per (politicamente) morto; ma da due anni, a ogni elezione reale, il miliardario newyorkese riesce a ribaltare i pronostici e uscire vittorioso.

Il lavoro, non la Brexit, ha frenato Theresa May

Fonte: L’Huffington Post

 

Il deludente risultato dei Toriesdi Theresa May alle elezioni anticipate non va letto come una rivincita dei Remainer contro la Brexit (cui la stessa leader conservatrice, giova ricordarlo, era contraria prima del referendum).

I vari sondaggi realizzati nel corso di quest’ultimo anno, cercando di replicare il referendum sulla Brexit, hanno confermato che non c’è stato alcun pentimento di massa. Inoltre, Theresa May aveva già fatto propria la causa della Brexit quando ha deciso per le elezioni anticipate e i sondaggi le davano un largo vantaggio: da allora non sono intervenuti scossoni in materia di Europa, quanto in materia sociale (la polemica sulla cosiddetta Dementia tax) e di sicurezza (gli attentati terroristici). Corbyn, un anno fa aspramente criticato dagli europeisti per lo scarso impegno nella campagna Remain, oggi si impegna a mantenere la promessa della Brexit, pur volendo condurla “morbidamente” tramite un accordo con l’UE. Il partito che chiede un secondo referendum per rettificare la Brexit, ossia quello dei Liberal-Democratici, ha sì guadagnato tre seggi ma non consensi: ha anzi perduto lo 0,5% dei voti. I nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon, che in nome della permanenza nell’UE vorrebbero ripetere il referendum per l’indipendenza, hanno perso voti (-1,7%) ma soprattutto seggi (19 su 54).

Ciò che è fallito è stato il tentativo di Theresa May di ereditare i voti che l’anno scorso hanno fatto vincere l’opzione Brexit. Un voto che, malgrado una certa prevalenza di conservatori, era tuttavia trasversale all’arco politico. I Tories hanno effettivamente incrementato le proprie percentuali nelle aree pro-Brexit, ma soprattutto grazie allo svuotamento dello UKIP e comunque non in maniera sufficiente da espugnare le roccaforti laburiste su cui avevano messo gli occhi. I laburisti si sono così confermati in circoscrizioni che pure avevano votato in maggioranza per il Leave, come Hartlepool (70% Brexit), Redcar (66% Brexit) Middlesborough (65% Brexit), Stockton (62% Brexit), tanto per citare solo alcuni seggi del Nord-Est. Si tratta delle regioni industriali dell’Inghilterra, equivalenti della Rust Belt americana su cui in novembre Donald Trump aveva realizzato il proprio successo politico.

Si è qui notata la grande differenza tra Theresa May e Donald Trump, due leader politici affini per tratti quali la critica al multiculturalismo, ma che in realtà non si sono mai amati reciprocamente. Mentre Trump ha corretto il tradizionale liberismo conservatore con argomenti industrialisti e anti-globalizzazione capaci di far breccia sui ceti lavoratori, Theresa May si è attenuta pedissequamente alla linea thatcherista. Ha così dimostrato, paradossalmente, di aver subito la narrativa degli anti-Brexit: di aver ciò pensato che quel voto fosse espressione unicamente di un’ostilità “di pancia” alla globalizzazione e all’immigrazione, e non di un più profondo malessere sociale frutto della deindustrializzazione e dello status sempre meno privilegiato del lavoro nelle società occidentali. Così molti Brexiteers (non pentiti) si sono rivolti al socialista Corbyn. “Anti-storico”, come dicono i suoi detrattori: ma capace di catalizzare il consenso e le speranze di molti cittadini il cui “senso della storia” è in evidente disaccordo con quello aleggiante nei salotti televisivi.