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L’Italia s’è Destra?

Daniele Scalea interverrà mercoledì 11 ottobre 2017 al seguente convegno:

 

2017.10.13-italiadestra

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Theresa May, la “Brexit majority” e qualche appunto per la Destra occidentale

Fonte: Barbadillo.it, 16 giugno 2017

 

1. Se per Marine Le Pen al ballottaggio presidenziale si era parlato di “sconfitta vittoriosa”, di Theresa May si potrà ben dire che ha riscosso una “vittoria fallimentare”. Manterrà il governo, ma con una maggioranza più risicata rispetto a quella per ingrandire la quale aveva convocato elezioni anticipate. Nei fatti, una mezza sconfitta che interroga non solo i conservatori britannici. Del resto, Brexit e Trump erano stati, nel 2016, i due emblemi di un’ascesa sovranista-populista che ha destato aspettative in tutto l’Occidente, aspettative che non è ancora giunto il momento di riporre nel cassetto delle delusioni.

2. Partiamo da una prima constatazione basilare: non si è trattato di una bocciatura della Brexit, come qualche commentatore vorrebbe far credere. Numerosi fattori lo suggeriscono. Innanzi tutto il sorprendente movimento delle intenzioni di voto registratosi negli ultimi mesi, e cristallizzatosi nell’incerta vittoria conservatrice, si è manifestato senza che ci fossero grossi cambiamenti sul fronte della Brexit. Vari sondaggi hanno rilevato come gli umori del Paese rimangano in merito gli stessi di un anno fa, quando si tenne il referendum. I Tories, con una linea inequivoca sulla Brexit, hanno guadagnato il 5,4% dei voti rispetto alle elezioni del 2015. Il Labour, che ha guadagnato il 9,5%, non ha mai rinnegato la scelta della Brexit, pur auspicandone una versione “morbida”. I tre partiti anti-Brexit, ossia nazionalisti scozzesi, liberal-democratici e verdi, hanno nel complesso perduto il 4,3% dei voti e 17 seggi.

3. Nulla autorizza dunque a pensare che la “Brexit majority” manifestatasi il 23 giugno 2016 sia oggi venuta a mancare. Semmai, è mancato il tentativo di Theresa May (che, giova sempre ricordarlo, fino al 23 giugno 2016 stesso era una Remainer) di fare propria quella maggioranza. I conservatori hanno realmente guadagnato consensi nelle circoscrizioni pro-Brexit, ma non sono riusciti a far breccia in roccaforti laburiste come il Nord-Est inglese: una regione dove i consensi per la Brexit sono stati elevatissimi, nell’ordine del 60-70%, ma che alle elezioni regionali hanno confermato la propria fedeltà al Labour. Lo UKIP è pressoché sparito, perdendo il 10,8% di voti che, aggiustati all’aumento dell’affluenza tra 2015 e 2017, fanno un 10,2% di consensi che, in teoria, la May avrebbe dovuto fare propri. In realtà i flussi elettorali fanno supporre che i Tories abbiano preso non più degli 8/10 di questi transfughi dallo UKIP, sufficienti solo a controbilanciare i voti passati dai conservatori ad altri partiti. L’effetto Brexit sui flussi elettorali si è probabilmente risolto in un nulla di fatto.

4. Theresa May si deve dunque confrontare col fatto di aver lasciato una parte non trascurabile di voti UKIP (probabilmente pari a un 2% degli elettori totali) finire a Corbyn, e nel contempo aver attratto troppo pochi voti pro-Brexit dai laburisti. Stiamo parlando di Brexiteers con tutta probabilità non pentiti, ma che hanno scelto di non appoggiare la May. Evidentemente, la “Brexit majority” non si riduceva a un mero desiderio di riconquistare la sovranità perduta, ma esprimeva tutta una serie di volontà e richieste più variegate. Di alcune di queste Theresa May ha cercato di farsi interprete: l’ostilità a flussi immigratori incontrollati, il rigetto del multiculturalismo. Su altri non è stata sufficientemente convincente: una rinnovata enfasi sul lavoro, una risposta alla deindustrializzazione del Paese che non sia thatcherismo puro, né supercazzole su start-up, smart economy e altri slogan che non possono creare occupazione di massa. Una risposta che avrebbe dovuto essere un attacco alle fondamenta di questa globalizzazione, come quello portato con successo da Donald Trump a novembre e che gli ha permesso di vincere nelle aree industriali ed ex industriali del suo Paese.

5. Eppure, statistiche alla mano, i Tories stanno diventando il partito dei ceti medio-bassi e il Labour il rappresentante dell’alleanza tra borghesia agiata e minoranze etniche. Una dinamica ormai comune a tutto l’Occidente. A votare per il socialista Corbyn non sono stati operai, agricoltori e manovali; i nostalgici di un “comunismo dal volto umano” sono per lo più giovani agiati che non sperimenteranno mai la ristrettezza economica né un lavoro manuale. La Sinistra occidentale sta trovando una sua configurazione sociale che, al netto di ovvie varianti regionali e nazionali anche significative, ha la sua base di consenso in una strana alleanza tra i ceti alti e alcuni strati emarginati, principalmente questi ultimi composti da minoranze etniche frutto dell’immigrazione negli ultimi decenni. La Destra, di conseguenza, non può fossilizzarsi su proposte socio-economiche tagliate su misura per i privilegiati – i cui privilegi già sono difesi a dovere dalla Sinistra, e che beneficiano del lavoro a basso costo di masse di diseredati frutto della tenaglia delocalizzazione-immigrazione. La Destra dovrebbe invece esprimere politiche economiche che rispondano al timore di ceti medi e lavoratori di retrocedere socialmente. Politiche che possano forgiare quell’alleanza dei ceti produttivi in grado di essere maggioritaria nel Paese. La Brexit majority in Gran Bretagna, la Trump majority negli Usa; una qualche maggioranza ancora senza nome qui sul vecchio continente.

Il requiem prematuro al sovranismo

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

 

Siamo tutti malati di “recentismo”, ma il morbo sembra aver imperversato soprattutto tra certi politici – il cui orizzonte non va oltre la prossima elezione – e certi giornalisti – che pensano fino alla prossima edizione. Ciò fa sì che gli avvenimenti vengano di rado letti in chiave storica, e più spesso tramutati in matrici che informano a sé un “presente senza fine”, di cui il futuro è nel migliore dei casi una proiezione invariante nel tempo.

È questa forma mentis che, di fronte alla vittoria referendaria della Brexit e all’elezione di Trump, ha fatto subito parlare di una “ondata sovranista”, o “populista”, o “nazional-populista” (la terminologia è ancora in divenire), destinata a sommergere in breve tempo anche l’Europa continentale. I detrattori hanno cominciato a strillare, in preda al panico, per il prossimo avvento di dittature “nere” in tutto l’Occidente, prospettando spesso come unico antidoto la limitazione del suffragio universale – ossia l’istituzione di dittature “rosé”, colore del progressismo globalista. Gli estimatori, in preda all’entusiasmo, hanno cominciato a venerare chi Trump, chi Farage, chi la Le Pen, chi tutti costoro assieme, immaginandosi che la semplice adorazione dell’icona li avrebbe proiettati magicamente nei palazzi di potere. Senza farsi prender preda di passioni, ma ragionando freddamente, si sarebbe compreso che quella della “ondata” era una metafora di tanta presa quanto di scarso realismo. La politica come la natura non facit saltus, si muove per lente evoluzioni graduali, più simile a moti di marea che a improvvisi e violenti marosi. Succubi invece all’idea del “tutto e subito” o “niente e mai”, quando ci si è accorti che (com’era prevedibile) Hofer, Wilders, Salvini, Le Pen, Petry, non erano pronti a prendere tutti e quasi simultaneamente il potere nei rispettivi Paesi, si è passati alla narrazione opposta. I detrattori giubilanti stanno proclamando la sconfitta definitiva e senza appello del sovranismo, mentre gli estimatori rimangono frastornati come al risveglio dopo una pesante sbronza.

Anche in Italia si suonano affrettati requiem al cosiddetto “lepenismo” e giungono numerosi e interessati suggerimenti alla svolta moderata. Ippolito Emanuele Pingitore ricorda appassionatamente che il potere non può essere fine a sé stesso, che gli obiettivi politici debbono prevalere su quelli elettorali, e i fini definire le strategie e non viceversa. Molto ha fatto discutere invece l’editoriale dell’On. Fabio Rampelli che invita la Le Pen (parlando a nuora perché suocera intenda) a convertirsi a un “populismo responsabile”. Il proposito dell’On. Rampelli è condivisibile, al punto che la stessa Marine Le Pen ha annunciato un restyling del Fronte Nazionale, probabilmente per renderlo da partito dell’estrema destra a punto di riferimento della destra gollista (progetto ambizioso ma sensato). Stona, certo, il fatto che l’On. Rampelli ponga a modello per la Destra francese la Destra italiana, in un momento in cui la prima è ai suoi massimi storici di consenso, mentre la seconda langue divisa e in crisi d’identità a lottare per pochi punti percentuali. Era lecito attendersi dalla Le Pen un miglior risultato al ballottaggio, ma il bilancio per lei rimane in positivo: una “sconfitta vittoriosa” come ben spiega Antonio Rapisarda.

Il sovranismo, o nazional-populismo (o comunque vogliate chiamare la Destra che si è ricordata di essere tale dopo tanti anni a inseguire la Sinistra) non è morto oggi così come non era trionfatore l’altr’anno. L’obiettivo di tutelare le identità dei popoli, con le loro tradizioni e specificità, e pure coi loro Stati nazionali luoghi della democrazia e dei poteri controllabili dai cittadini, non appare rinunciabile da un punto di vista ideale, né sarà certo classificato come “populismo irresponsabile” da alcuno. Soprattutto, si tratta di una chiave politica che può aprire pure il necessario bacino dell’elettorato cosiddetto “moderato”. Il contenuto di questa “moderazione” è mutevole e oggi appare spostato più a destra di quanto fosse un tempo. Ci si ricorderà che, fino a pochi mesi fa, in Francia sembrava prospettarsi un ballottaggio Le Pen-Fillon, tra l’altro con quest’ultimo vincitore a sorpresa delle primarie golliste grazie a messaggi su molti temi non lontani da quelli frontisti. Macron ha scardinato questo scenario ma, per farlo, si è dovuto presentare come “né di Destra né di Sinistra” e beneficiare d’uno scandalo di corruzione che ha azzoppato Fillon. In Olanda Wilders è arrivato dietro al partito di Mark Rutte, che aveva fatto propria una parte del programma del primo. In Austria Höfer ha mancato la presidenza, ma Vienna ha adottato sull’immigrazione una linea particolarmente dura. In Inghilterra Theresa May, che rappresenta l’ala dura del conservatorismo britannico, si appresta a cogliere una vittoria storica nelle elezioni anticipate. E pure in Italia il PD ha faticato a trarre vantaggio dal declino di Berlusconi, cogliendo successi elettorali marginali o incerti, e dandosi in mano a Matteo Renzi che gli ha impresso una svolta centrista.

La parabola di Trump ha dimostrato sia la necessità del voto “moderato”, sia la possibilità per una linea nazional-populista di condurre i giochi. Con una piattaforma radicale ha conquistato la nomination del Partito Repubblicano, intercettando il desiderio da parte della maggioranza dei suoi militanti di una linea unapologetic, non succube del politicamente corretto “liberal”. Alle elezioni generali, il populismo gli ha fatto guadagnare il supporto decisivo del ceto operaio della Rust Belt, ma nel contempo il fatto di essere il candidato ufficiale del Partito Repubblicano non gli ha fatto mancare il sostegno dell’elettorato repubblicano “moderato”. Il “populismo responsabile” di cui parla l’On. Rampelli è molto più in sintonia con le esigenze contemporanee di quanto lo sia uno stantio moderatismo, orfano degli anni ’90 e dei primi Duemila: la Belle Epoque post-Guerra Fredda, condita d’allucinate fini-della-storia e d’illusori sogni d’eterno benessere, crollati ingloriosamente di fronte alla crisi economica, politica, demografica, culturale e morale dell’Occidente.

Ben venga dunque il fronte ampio, antidoto a derive demagogiche e massa critica capace di vittoria. Ma stavolta non toccherà più al Centro comandare, perché di fronte a situazioni critiche non sono più accettabili le non-soluzioni “moderate”, o il piccolo cabotaggio di chi non ha né visione né audacia all’altezza dei tempi. Questa è l’epoca dei progetti coraggiosi.

Centro studi Machiavelli: un nuovo think tank per capire la nostra epoca

Fonte:Il Conservatore“, 23 marzo 2017

 

A inizio anno è nato un nuovo think-tank che si propone di diffondere il pensiero conservatore in Italia: il Centro Studi Politici e Strategici “Machiavelli”. I promotori sono Daniele Scalea e Dario Citati. Abbiamo intervistato Daniele Scalea per saperne di più.
Come ci può riassumere la missione del Centro Studi Politici e Strategici “Machiavelli”?
In poche parole, col suo motto: Suadere atque agere ossia “Consigliare e agire”. In quanto think-tank vogliamo produrre pensiero, idee, analisi, ma farli fruttare in un costante dialogo coi decisori politici e con la società civile. Ci troviamo in un’epoca in cui non mancano dati e informazioni; manca semmai la loro organizzazione in discorsi coerenti e manca il passaggio alla messa in pratica, a quelle scelte coraggiose che l’attuale fase critica richiede.
Com’è nata l’idea di lanciare questo nuovo think-tank?
Ci è sembrato evidente che settori sempre più ampi della popolazione, talvolta in grado di risultare maggioritari (pensiamo agli esiti referendario in Gran Bretagna ed elettorale negli Usa), abbiano ormai uno scollamento totale sia dalla politica “tradizionale”, sia soprattutto dalla narrazione oggi egemone in Occidente: quella del progressismo multiculturale, internazionalista e politicamente corretto. Crediamo che quest’ondata vada non ignorata o repressa, ma governata: potrebbe spazzare via costruzioni ideologico-politiche che non hanno più nulla di positivo da dare, e lasciare un terreno fertile per edificare qualcosa di nuovo.
Come descrive l’orientamento del think-tank?
L’orientamento del Machiavelli è quello di un conservatorismo al passo coi tempi. Ciò che vogliamo conservare è lo Stato sovrano come luogo della democrazia; è la libertà d’esprimere opinioni altre rispetto a quelle accettate dal discorso egemone; è l’identità nazionale come fondamentale collante che garantisca pace, ordine e solidarietà all’interno del corpo sociale; è la tradizione come fonte di etica e ordine, che possono evolvere ma non vanno stravolti dall’oggi al domani, con leggerezza; è il merito come solo fondamento di gerarchie sociali non immutabili. Si tratta di princìpi che sono sotto attacco da parte della cultura progressista egemone, oppure messi in crisi dalle storture dell’attuale sistema socio-economico. Tali storture ci sono ben presenti: non ci sentiamo infatti parte di un conservatorismo gretto, difensore a prescindere anche di ciò che non funziona. Al contrario, la Destra deve far propri certi temi sociali, a maggior ragione nel momento in cui la Sinistra sta abbandonandoli a vantaggio di nuove parole d’ordine, ambientaliste, “civiche” e transnazionaliste. Industrialismo e fair trade sono idee-guida che possono dare nuovo slancio al conservatorismo in campo socio-economico.
Durante la presentazione del Centro Studi Machiavelli, avete sottolineato la vostra indipendenza dai partiti. Qual è il vostro rapporto con il mondo della politica?
Non abbiamo nulla contro partiti e politici, coi quali infatti dialoghiamo volentieri; semplicemente facciamo due lavori diversi. A noi il compito di creare idee e progetti, a loro quello di tradurli in atto. In particolare, pensiamo di poter avere un ruolo positivo in un momento in cui il Centro-Destra italiano sta affrontando una duratura crisi d’identità, progettualità e coesione. Ciò è imperdonabile che avvenga proprio quando si assiste a un generale spostamento dell’opinione pubblica occidentale verso Destra. Senza esagerare il nostro ruolo, confidiamo di poter dare utili spunti per rifondare l’identità del Centro-Destra italiano.
Quali sono i vostri progetti principali per i prossimi mesi?
In questo momento stiamo lavorando in particolare alla definizione di una piattaforma ideale e progettuale sovranista. Si parla molto di sovranità e sovranismo, ma è necessario corroborare le dichiarazioni di principio con proposte e progetti realistici circa i grandi problemi del futuro dell’Ue e del controllo dei confini (non solo rispetto agli spostamenti disordinati di masse di persone, ma anche a quelli di capitali e strumenti di produzione). Nel contempo la nostra attenzione è concentrata anche su quanto sta avvenendo negli Usa, con la sorprendente ascesa alla Presidenza di Donald Trump, la quale apre scenari inattesi per il conservatorismo europeo. Il 29 marzo avremo infatti ospite, al nostro secondo convegno, Thomas D. Williams, il corrispondente a Roma di Breitbart, sito noto per il suo fondamentale appoggio alla campagna elettorale di Trump e come fucina di talenti oggi impiegati nell’Amministrazione (a partire dal chief strategist Steve Bannon). Con Williams parleremo in particolare di media e informazione, tra fake news e censura.
 Valentina Pudano