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Rileggere Adam Smith

Tratto da L’Huffington Post, 8 gennaio 2014

 

Non è mai una cattiva idea leggere un classico, se non altro perché, per diventare tale, ha dovuto ricevere l’approvazione di più generazioni consecutive. E se l’ha ottenuta, qualcosa di buono ci sarà. E anche se non ci fosse, il fatto solo di essere stato eletto a classico l’ha reso influente, e dunque utile da conoscere.

La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, originariamente pubblicato nel 1776, è considerato il classico economico per eccellenza, l’iniziatore della moderna scienza economica. Non perché tutte le idee in esso contenute fossero nuove e originali (un ingeneroso Schumpeter lo accusò di dovere il proprio successo alla propria mediocrità), ma perché Smith mise in piedi una trattazione sistematica che raccolse lo spirito del tempo e lo tramandò ai posteri come materia su cui riflettere e costruire le proprie idee.

Oggi rileggere La ricchezza delle nazioni è ancora più facile grazie a una nuova edizione italiana della UTET, che già da alcuni mesi i frequentatori delle librerie staranno notando campeggiare in bella vista, grazie alla sua discreta mole, nei reparti di saggistica. In realtà è la riproposizione della vecchia edizione curata da Anna e Tullio Bagiotti, ma la traduzione è tanto leggibile, l’apparato critico sviluppato, e il prezzo allettante (€ 16 per quasi 1300 pagine), che si può ben perdonarlo, semmai fosse una colpa.

Adam Smith intitolò la sua opera Un’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni perché la intendeva come una critica ai due sistemi allora vigenti di economia politica: il mercantilista e il fisiocratico. In realtà alla critica di quest’ultimo era dedicato un solo un capitolo, poiché lo stesso Autore scozzese aveva imparato molto dagli économistes, ne condivideva parecchie idee e reputava meno nocivo il loro sistema.

Il suo dissenso principale era sull’idea, nutrita dai fisiocratici, che solo l’agricoltura fosse produttiva, mentre manifattori e mercanti erano visti quali lavoratori improduttivi, alla stregua dei servitori, ancorché utili per aumentare la produttività agricola. Secondo Smith, che si tratti di agricoltori, manifattori o mercanti, tutti aumentano il capitale della società tramite il risparmio sulle entrate del loro lavoro. Smith dissentiva dunque anche sulla tesi fisiocratica che le nazioni agricole avrebbero superato commercialmente quelle industriali o mercantili: al contrario, lo scozzese notava che i beni industriali hanno un potere d’acquisto superiore rispetto a quelli grezzi e agricoli (e nel far ciò, anticipava in qualche modo la critica listiana al libero-scambismo perorato da Smith stesso).

Il sistema mercantilista identificava invece la ricchezza di una nazione nella quantità di moneta e metalli preziosi presenti all’interno dei suoi confini, e mirava a massimizzarli riducendo le importazioni e accrescendo le esportazioni. A giudizio di Smith, il principio stesso era errato: la moneta è solo un mezzo, non il fine dell’economia (ch’egli individua nel consumo), e una società riesce sempre a trovare i mezzi di scambio di cui abbisogna. Oro e argento sono beni come ogni altro, dal cui valore dipende il prezzo nominale ma non quello reale dei beni. Il prezzo reale dei beni è invece in rapporto, secondo Smith, al grano, in quanto bene essenziale per il mantenimento del lavoro, che a sua volta è misura reale del valore di scambio di ogni cosa.

Al di là dell’errore fondamentale del mercantilismo, Smith ne ripudiava le ricette poiché, imponendo vincoli agli scambi internazionali, limita la divisione del lavoro. La divisione del lavoro, come spiega l’Autore all’inizio dell’opera, è l’elemento essenziale che ha portato al progresso economico e all’opulenza, e limitarlo equivale ovviamente a frenare il progresso produttivo e ridurre la disponibilità di beni. Smith riteneva invece necessario permettere la libera circolazione delle merci e dei capitali, per spingere al suo massimo naturale la divisione del lavoro.

Togliere ogni vincolo all’impiego e alla circolazione dei capitali rispondeva a un’ulteriore idea di Smith, ossia quella che gli attori economici, pur perseguendo i propri interessi individuali, finissero per fare il bene pubblico (la tesi della “mano invisibile”). Rispetto ai capitali, essi si sarebbero mossi di volta in volta verso l’impiego più redditizio.

Smith considerava l’impiego del capitale più vantaggioso per la comunità quello interno al paese, e confidava che, quando possibile, i capitalisti avrebbero sempre scelto questo poiché garantiva più sicurezza e semplicità; e che solo in ultima battuta avrebbero investito nel commercio estero di trasporto, che è il meno vantaggioso per l’economia del paese da cui i capitali provengono. Due secoli e mezzo dopo, le grandi innovazioni nel trasporto e nella comunicazione, l’ipertrofia dei mercati finanziari, la possibilità di spostare enormi masse di denaro da un continente all’altro con un clic, fanno vacillare quest’assioma di Smith, che comunque già nel 1776 ammetteva l’evenienza della fuga di capitali a causa di tasse troppo alte e saggi di profitto troppo bassi.

Gli spunti offerti dall’opera di Smith sono troppi per svilupparli tutti in una sede come questa, che può solo limitarsi a invogliare il lettore ad approfondire per conto proprio tramite la lettura diretta. Non mancheremo però di evidenziare ancora poche suggestioni dell’opera smithiana.

La prima riguarda il ruolo della geografia ne La ricchezza delle nazioni. Essa ha un ruolo poco appariscente ma comunque importante. La stessa idea di divisione internazionale del lavoro si basa in buona misura sulle differenti attitudini naturali dei paesi, e il ruolo d’indirizzo che la geografia ha sulle attività economiche traspare qua e là nell’opera (ad es. la spiegazione del perché le terre fluviali e marittime si siano sviluppate precocemente, o di come la posizione di una città ne determini il ruolo commerciale). Non è vano sottolinearlo, oggi che l’economia politica è stata rimpiazzata da una economia astratta e matematica.

Una seconda suggestione concerne il rapporto tra crescita e benessere. Come altri prima di lui, Smith nota che il benessere di una nazione non sta tanto nella ricchezza accumulata ma nella crescita del reddito. In un’economia stagnante i salari scendono verso la sussistenza, i profitti calano al minimo possibile, e la rendita (secondo Smith) si azzera.

Smith non è però un sostenitore dell’opportunità di abbassare i salari al minimo possibile. Al contrario, ritiene che salari elevati stimolino l’operosità, e che i lavoratori debbano avere giornate di riposo per non consumarsi troppo rapidamente nel fisico. Ammette che i lavori ripetitivi determinati dalla divisione del lavoro minano l’intelletto e la vitalità di chi li svolge. Riconosce che i datori hanno una maggiore forza contrattuale rispetto ai lavoratori, e non ha dunque senso che lo Stato si schieri a difesa dei primi mentre dovrebbe garantire regole a favore dei secondi. Inoltre, secondo Smith profitti elevati incidono sui prezzi più di quanto facciano salari elevati. Mentre gli interessi di proprietari terrieri e lavoratori salariati coincidono con quelli della collettività, quelli dei manifattori vi sono opposti (il saggio di profitto è massimo dove la ricchezza è minima) e questa classe di persone mira naturalmente al monopolio, nocivo per il progresso.

Chiudiamo, proprio come fa Smith, col debito pubblico, cui l’Autore dedica l’ultimo capitolo e un ammonimento: quando amministratori pubblici che pensano all’emergenza presente ma non alle conseguenze sul futuro hanno accumulato un debito tale che ogni nuova tassa serve solo a pagare i crescenti interessi, la liberazione dal debito pubblico, “se mai si è realizzata, è stata sempre mediante bancarotta“. Parole d’uno scozzese del 1776, che un italiano del 2014 non può che sentire di stringente attualità.

E i Bot come moneta complementare per rilanciare l’economia?

Tratto da L’Huffington Post, 28 novembre 2013

 

La contestazione più frequente in cui incappa chi critica l’attuale modello economico del capitalismo finanziarizzato (vedi qui e qui), è quella secondo cui non vi sarebbe comunque alcuna alternativa preferibile o misura concreta che si possa prendere per cambiare lo status quo. Non è così. Ad esempio Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, nel loro Il film della crisi, pubblicato esattamente un anno fa da Einaudi, hanno accennato a una possibile soluzione basata sul concetto di moneta complementare.

Andiamo però con ordine. La mutazione del capitalismo cui si riferisce il sottotitolo del libro è quella occorsa, tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso, quando secondo gli Autori si ruppe l’intesa tra capitalismo e democrazia. Quell’intesa, che aveva garantito la ricostruzione postbellica e il più sostenuto ciclo di sviluppo economico della storia, si fondava su due compromessi. Il primo era che alla libera circolazione delle merci non corrispondeva la libera circolazione dei capitali, permettendo così allo Stato e al Lavoro di trattare alla pari col Capitale. Il secondo si sostanziava nell’interpretazione dell’impresa come ente socialmente responsabile.

La mutazione ha dunque luogo nel ripudio di quei due compromessi da parte del Capitale. (Si potrebbe ricordare qui la celebre battuta di Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, secondo cui la lotta di classe c’è, ma la sta conducendo – e vincendo – la classe dominante). Forzando la mano alla Politica e stimolando un mutamento culturale profondo nella società, il Capitale è riuscito a ottenere la libera circolazione dei capitali e la deresponsabilizzazione delle imprese votate solo alla massimizzazione del valore per gli azionisti (e non più alla produzione di ricchezza reale).

Di fronte alla crisi del modello finanziarizzato basato sul debito (descritto dagli Autori ma su cui qui non ci soffermiamo, avendone già parlato di recente), Ruffolo e Sylos Labini cercano nella storia un modello da cui trarre ispirazione. Vi fu infatti un paese che, in preda a una crisi finanziaria, economica e sociale apparentemente esiziale, riuscì in pochissimi anni a riprendersi, raggiungere la piena occupazione (dal 20% di disoccupati che aveva) ed affermarsi come una delle prime potenze produttive e tecnologiche del mondo. Purtroppo quell’esempio non è tra i più facili da proporre, trattandosi della Germania anni ’30.

Tuttavia, né Ruffolo (ex ministro socialista) né Sylos Labini (figlio del celebre economista Paolo) sono sospettabili di simpatie per l’estrema destra. Inoltre, come osservò Keynes proprio commentando questo caso, il fatto che un “un metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa”.

Il metodo in questione è quello adottato da Hjalmar Schacht, ministro tedesco dell’economia tra il 1934 e il 1937 (per la cronaca, Schacht cadde poi in disgrazia agli occhi di Hitler, che lo fece anche imprigionare nel 1944, e fu assolto a Norimberga). La Germania doveva affrontare allora sia la recessione – disoccupazione al 20%, casse statali vuote – sia la crisi mondiale – fine degl’investimenti dall’estero, richiesta di pagamento delle riparazioni, attacchi speculativi sulla moneta – sia vincoli esterni – le potenze vincitrici avevano imposto a Versailles una serie di parametri finanziari che la Germania doveva rispettare.

Sia per aggirare i vincoli imposti dall’esterno, sia per stimolare la domanda senza creare inflazione, Schacht ricorse alle obbligazioni MEFO. La MEFO altro non era che una compagnia statale di facciata, inesistente in realtà ma necessaria per emettere queste obbligazioni per conto della Banca Centrale. Le obbligazioni servirono a pagare commesse statali all’industria: grazie all’escamotage il programma d’investimento non richiedeva né di drenare risorse dall’economia, già depressa, con nuove tasse, né d’indebitarsi sui mercati finanziari internazionali. Grazie alla fiducia verso lo Stato, le obbligazioni MEFO furono anzi rinnovate alla loro scadenza e cominciarono ad essere usate dalle imprese per i pagamenti reciproci, alleviando così la carenza di liquidità.

Schacht provvide anche a rendere inconvertibile il marco, sottraendolo alla speculazione (le obbligazioni MEFO erano già utilizzabili solo in Germania). Il commercio estero coi paesi fornitori di materie prime era comunque condotto in marchi (la crisi internazionale della domanda permetteva a Berlino di trattare da una posizione di forza), sicché i paesi che commerciavano con la Germania si trovavano poi a reinvestire i marchi (non convertibili) nell’acquisto di prodotti finiti tedeschi – un rapporto che si configurava come una sorta di baratto internazionale.

Ispirandosi anche alla politica di Schacht in un contesto di forza lavoro inutilizzata, scarsità di moneta nell’economia reale e vincoli di bilancio imposti dall’esterno, Ruffolo e Sylos Labini ipotizzano di utilizzare i Bot come moneta complementare negli scambi e negli investimenti. Prerequisito è che il debito sia trasformato in debito interno, per non dipendere più dai mercati finanziari; una dinamica già in atto dal momento che la quota di debito pubblico italiano collocato all’estero sta crollando rapidamente.

Che tale proposta sia davvero praticabile e risolutiva o meno, ciò che davvero colpisce è come le ricette alternative per uscire dalla crisi siano ad oggi ancora escluse dal dibattito pubblico. Quasi che le ricette ortodosse, che la crisi l’hanno provocata e continuano ad aggravarla, siano le sole mai formulate.

Produttori contro rentier: la lezione che viene dalla Grecia

Tratto da Geopolitica Online, 7 maggio 2012

 

Le prime pagine dei giornali sono per la Francia, dove Nicolas Sarkozy ha perso la presidenza dal rivale socialista François Hollande, ma il vero terremoto politico che avrà conseguenze internazionali è avvenuto altrove, in Grecia.

È comprensibile che i più in Italia guardino con malcelata soddisfazione alla caduta di Sarkozy (a dire il vero con uno scarto di voti meno ampio delle previsioni). Il presidente d’origini ebraico-magiare, con la sua eccentrica politica di puissance, non ha esitato a passare sopra gl’interessi della vicina e teoricamente alleata Italia, complice anche la disarmante arrendevolezza del nostro passato governo. Sarkozy, anche laddove ha occasionalmente allentato il tradizionale fronte con Berlino, ha fatto asse con Londra, senza mai dare troppo rilievo politico a Roma, ma mostrando di considerare l’intero Mediterraneo come “territorio di conquista” per la Francia.

Dopo il fallimento dell’iniziativa dell’Unione Mediterranea e la caduta del fido Ben Alì in Tunisia, Parigi ha voluto recuperare terreno spingendo sull’acceleratore del cambiamento di regime in Libia. A dispetto del fatto che il governo di Tripoli avesse siglato un Trattato d’Amicizia e Cooperazione con l’Italia, la Francia non ha esitato a sostenere, e probabilmente fomentare, la rivolta della Cirenaica e di alcune tribù e componenti politiche della società libiche, giungendo alfine ad imporre, contro la volontà di Roma, un intervento armato decisivo per rovesciare il regime del colonnello Gaddafi. Ma dell’affare libico si è già parlato ampiamente a suo tempo, e non è qui il caso di dilungarsi oltre. Rileviamo solo come il discutibile atteggiamento del governo italiano dell’epoca non solo portò l’Italia ad un repentino mutamento di posizione ed alla violazione del trattato italo-libico contro i suoi stessi interessi, ma anche ad abbandonare ogni resistenza all’acquisizione di Parmalat da parte della francese Lactalis e dell’Edison da parte della EDF. In tal modo, il secondo produttore d’elettricità in Italia (Edison per l’appunto) è passato sotto il pieno controllo d’una società che appartiene al 85% allo Stato francese. L’impatto strategico è evidente.

Più sfumato, ma non meno importante, il peso strategico dell’affare Parmalat. Lactalis controllava già Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli, Président, Cademartori e Casale Torrealta, ossia una rilevante fetta di mercato del latte in Italia. L’industria del latte nel nostro paese conta 40.700 imprese, già messe a dura prova dall’iniquo sistema delle quote europee (l’Italia consuma 17-18 milioni di tonnellate l’anno, ma è costretta a produrne non più di 10,8); ora Lactalis, scaduto il precedente contratto collettivo che prevedeva un pagamento di 40,7 centesimi al litro ai produttori italiani, sta cercando d’abbassare il prezzo, pare, fino a 32 centesimi: cifra che, secondo i rappresentanti dell’industria nostrana, potrebbe portare a fallimenti di massa in Italia.

Ciò detto, esulando dal caso particolare delle recenti relazioni italo-francesi, resta un fatto: che l’elezione di Hollande non porterà alcuna ventata rivoluzionaria, malgrado i suoi slogan sul cambiamento. Esattamente come accaduto negli USA con Obama, eletto tra mille speranze con la parola “Change” campeggiante negli stendardi, ma poi rivelatosi alquanto conservatore (talvolta per scelta, talaltra per costrizione). Hollande è assertore d’una politica di crescita, in opposizione alla linea finora adottata del puro rigore finanziario, ma una volta terminata la campagna elettorale ed entrato nella stanza dei bottoni, dovrà fare i conti con la realtà della crisi del debito europeo. E con scelte che non è in grado o intenzionato a fare, dal momento che la riduzione del deficit statale e la rinegoziazione dei diritti dei lavoratori fanno parte della sua piattaforma elettorale, in linea col fiscal compact recessivo e neoliberista concordato in sede europea.

La situazione è ben diversa in Grecia. La coalizione che ha sostenuto il cosiddetto “governo tecnico” del professor Lucas Papademos (già alla Federal Reserve of Boston e alla BCE e membro della Trilateral Commission), ossia i partiti Pasok e Nuova Democrazia, secondo i primi dati sono crollati dal 77,5% dei consensi del 2009 al 30-37% attuali. Questo significa che, nel migliore dei casi, i partiti sostenitori della linea economica depressiva avranno dimezzato la propria rappresentatività nel paese. Anche se dovessero riuscire ad ottenere comunque la maggioranza dei seggi in parlamento, il messaggio popolare è chiaro, e lo è ancora di più se si considera che, nelle ultime consultazioni prima della crisi (ossia nel 2007) la loro quota congiunta di consensi s’attestava al 85% degli elettori greci. Stiamo ragionando d’una caduta fino al 55% in cinque anni.

SY.RIZ.A., la coalizione della Sinistra radicale che meno di dieci anni fa faticava ad entrare in Parlamento, è ora il secondo partito più rappresentativo nel paese, col 16-19% dei consensi. SY.RIZ.A. sostiene apertamente la necessità di rinegoziare il debito greco (soluzione che l’anno scorso, nel nostro piccolo, sommessamente proponemmo per l’Italia). Rilevantissimo anche il successo di Greci Indipendenti, scissione dal partito di Destra Nuova Democrazia creata da quei deputati che si rifiutarono di votare per il governo non eletto imposto dall’estero: questa formazione neonata ha incassato subito consensi che oscillano tra il 10% e il 12%, ossia più della metà del partito “genitore”, che da quasi 40 anni domina(va) assieme al PASOK la politica ellenica. In ascesa, seppur più contenuta, anche il partito comunista (KKE), che al 7,5% del 2009 dovrebbe riuscire ad aggiungere fino a due punti percentuali. Solo con difficoltà potrebbe restare in Parlamento il partito ortodosso LAOS, tendenzialmente ostile all’UE ma che ha appoggiato, seppur in maniera critica, il governo Papademos. Ma il risultato che ha davvero del clamoroso è quello di Chrysi Avyi, il partito nazionalista ed anti-immigrazione che ricorre ad un’iconografia che richiama, in maniera nemmeno molto dissimulata, quella del nazismo: pare che avrebbe ottenuto tra il 6% e l’8% dei consensi, entrando per la prima volta in Parlamento.

La Grecia è il paese più colpito dalla crisi del debito europea e, dunque, si trova alla “avanguardia” – seppure un’avanguardia ingrata e non desiderabile. La situazione greca potrebbe presto ripresentarsi in Italia e Spagna, o in altri paesi duramente colpiti dalla crisi. Orbene, la lezione greca conferma che le crisi economiche sistemiche “dinamizzano” non solo il panorama internazionale, ma anche quello socio-politico interno ai singoli Stati. Dopo il ’29 s’assistette alla svolta “statalista” e “anti-finanziarista” del New Deal negli USA, al consolidamento del fascismo in Italia, all’ascesa del nazismo in Germania ed alla realizzazione dello staliniano “socialismo in un solo paese” in URSS. Quattro anni dopo la crisi del 2008 il panorama politico ellenico è sconvolto, soprattutto se si leggono queste elezioni come una tendenza che andrà ad approfondirsi nei mesi ed anni a venire. La seconda lezione è dunque questa: che i media di massa, egemonizzati dal regime in vigore, non sembrano avere un effetto “anestetizzante” sufficiente a neutralizzare simili rivolgimenti. La retorica della “crisi”, di cui si tacciono le cause per dipingerla quasi come un cataclisma naturale o una punizione divina, e del “salvataggio”, la censura o demonizzazione delle opzioni alternative al rigore stagnazionista, non riescono a fermare l’espressione elettorale del malcontento.

Le possibilità sono ora sostanzialmente tre. La prima prevede che i dirigenti europei perseverino nella politica attuale, ignorando i segnali provenienti dalla società: in tale scenario la crisi sociale non farebbe che acuirsi, e con essa l’ascesa di forze nuove che propongono alternative magari anche radicali. La seconda ipotesi è che i centri di potere internazionali che spingono per la linea rigorista (sostanzialmente, la grande finanza e lo Stato tedesco), pur perseverando, cerchino di premunirsi dall’acutizzarsi dell’opposizione promuovendo una svolto anti-democratica. Tale scenario non è affatto così assurdo come potrebbe sembrare a prima vista. Non si dimentichi che il 2011 ha visto l’instaurarsi in Grecia e Italia di governi non eletti, portati al potere dalle pressioni dei “mercati” (ossia dei maggiori agenti in essi: i grandi istituti finanziari e le agenzie di rating), per ottemperare ad agende fissate dall’esterno. E ciò non perché i governi eletti si rifiutassero d’onorare il debito, ma perché i creditori si mostravano scettici sulla loro capacità di riuscirvi. L’ascesa dell’estrema destra potrebbe offrire un utile pretesto: impedire che si ripetano gli eventi post-1929, quando Hitler riuscì ad essere eletto cancelliere sull’onda della crisi. Tale scenario di reazione anti-democratica del ceto dirigente sarebbe ovviamente molto disdicevole: innanzi tutto perché priverebbe alcuni popoli europei della loro libertà, ed in secondo luogo perché creerebbe uno scenario di tensione che potrebbe rasentare, se non sfociare, nella guerra civile. Lo terzo scenario vede invece la dirigenza europea rinnovarsi, nelle personalità o nella mentalità, e mutare la propria politica. E vi sarebbe molto da cambiare.

La politica del rigore, per cui si è finora optato, mette al primo posto la salvaguardia del sistema bancario e finanziario e dei diritti maturati dai creditori (che in massima parte sono per l’appunto banche private e pubbliche, fondi speculativi/d’investimento privati o sovrani): a tali fini si è pronti a sacrificare l’economia reale produttiva, drenandovi tutte le ricchezze necessarie. Tale politica è iniqua e controproducente. È iniqua perché toglie ai più poveri per dare ai più ricchi, ma soprattutto perché si sono create situazioni paradossali che rasentano la tipologia della truffa. Non solo le banche hanno ottenuto miliardi di euro di denaro pubblico per compensare i loro investimenti sbagliati, ma ricevono dalla BCE denaro ad un tasso d’interesse irrisorio (1% per 36 mesi), molto più basso di quello a cui prestano denaro ai cittadini (quando, sempre più di rado, lo fanno) o agli Stati (che pagano anche il 5-6% d’interesse). Se la BCE destinasse quel denaro all’acquisto diretto dei titoli di debito statali, anziché passare per il tramite delle banche che vi lucrano pesantemente, gli Stati dovrebbero pagare interessi immensamente più bassi e, dunque, sottoporre le rispettive economie a pressioni fiscali incomparabilmente meno opprimenti.

Al contrario, la pressione fiscale a livelli record – e primariamente per pagare il debito pubblico coi relativi interessi, non per garantire servizi ai cittadini come affermano certi spot – comprime il livello di vita della popolazione, il potere d’acquisto dei consumatori e le possibilità di risparmio degl’investitori. Tutto ciò non può che avere un esito depressivo sull’economia, il quale, in un circolo vizioso, si tramuta in minori entrate fiscali, dunque carenza di risorse statali per ripagare il debito, ed in ultimo ulteriore aumento di tasse ed imposte. Il risultato è una grande depressione dalla quale non si può uscire se non cambiando politica. Non c’è nulla di sorprendente. Stiamo parlando di uno scenario analogo a quello verificatosi dopo il 1929. Qualsiasi manuale di storia rileva come la depressione economica internazionale fosse il prodotto delle errate politiche statali, improntate al rigore. Fu la successiva adozione di politiche economiche espansive, di stimolo alla crescita, che permise di uscire dalla crisi. I dirigenti europei stanno ricalcando gli errori che commisero i loro antesignani nei primi anni ’30.

È pur vero che negli anni ’30 il peso del debito pubblico non opprimeva gli Stati, e ciò lasciava loro notevoli margini di manovra per favorire la crescita. Ma da dove deriva quest’odierno fardello del debito pubblico? Ancora una volta, da una stortura del sistema. In omaggio all’ortodossia monetarista, nei decenni scorsi si è separata l’emissione della moneta dalla spesa pubblica: lo Stato non può più stampare moneta, laddove ne abbia necessità, ma deve prenderlo a prestito. A stampare la moneta è un istituto d’emissione privato. Tale sistema è stato escogitato per frenare l’inflazione, ma d’altro canto garantisce notevoli introiti ai detentori di capitali che si fanno creditori degli Stati. L’interesse privato spiega perché ancora oggi, in cui la preoccupazione primaria è la crescita e non certo l’inflazione, il sistema rimanga intatto.

Non si può insomma risolvere la crisi senza un profondo mutamento d’approccio, con l’abbandono dell’ortodossia neoliberale ed il ritorno ad un interventismo “positivo” dello Stato (ossia come investitore nell’economia), in vece dell’attuale interventismo “negativo” (per drenare risorse dai produttori e consegnarle agli speculatori). Ma è veramente un intero sistema che va cambiato. Una recente indagine scientifica condotta da alcuni economisti in Francia ha svelato un ennesimo paradosso della nostra organizzazione socio-economica. La pressione fiscale risulta infatti massima per il ceto medio, salvo calare man mano che si sale nella scala sociale: i ricchissimi versano allo Stato una porzione del proprio reddito relativamente inferiore a quella dei più poveri. La spiegazione data dagli autori dell’indagine (Camille Landais, Thomas Piketty ed Emmanuel Saez) è questa: mentre i ceti medio-bassi dipendono da redditi da lavoro, che sono tassati pienamente e pesantemente, in quelli più alti sono rilevanti soprattutto i redditi da capitale (mobile ed immobile), soggetto invece ad una tassazione molto più blanda, o che ad essa sfugge completamente. E c’è un altro lato inquietante del sistema che favorisce i rentier mentre si accanisce sui lavoratori: ossia che le rendite, per loro natura, si trasmettono per via ereditaria. E nel momento in cui sono le rendite a garantire le massime entrate e la minima pressione fiscale, risulta che chi ha la fortuna d’ereditarle si ritrova immediatamente al vertice della scala sociale, e tende a consolidare la posizione, mentre chi non le eredita, dovendosi affidare al lavoro, si ritrova frenato dal fisco. La mobilità sociale è sostanzialmente neutralizzata: i figli dei ricchi rimangono ricchi, i figli dei poveri restano poveri. Ed i poveri pagano più tasse dei ricchi. Una situazione di privilegio ereditario ed iniquità fiscale che, notano gli autori dell’indagine, ricorda da vicino l’Ancien Regime feudale e pre-rivoluzionario.

Ciò che si è scoperto per la Francia, molto probabilmente vale anche per l’Italia e gli altri paesi occidentali, in cui l’organizzazione socio-economica è similare. È una tendenza consolidata degli ultimi decenni l’aumento della quota della rendita nel reddito nazionale, a scapito dei profitti ed ancor più dei salari. La nostra società è così composta da una maggioranza di produttori, complessivamente sempre meno ricchi, che deve mantenere una minoranza di rentier, complessivamente (e singolarmente) sempre più facoltosi; e nel contempo, deve anche sostenere il grosso della pressione fiscale, una parte considerevole della quale, allo stato attuale, serve per finanziare proprio il pagamento di debiti ed interessi contratti dalla cosa pubblica con i suddetti rentier (anche i produttori prestano agli Stati, ma dispongono di minori capitali per farlo).

Questo tipo d’organizzazione socio-economica è non solo moralmente inaccettabile, ma anche pragmaticamente svantaggiosa ed insostenibile nella pratica. Innanzi tutto, la mancanza di mobilità sociale ed il privilegio ereditario sono la negazione stessa della meritocrazia: l’élite si riproduce per via dinastica, anziché comporsi con coloro che si distinguono nella vita pubblica. In secondo luogo, l’oppressione d’una classe di rentier parassitari sui produttori è negativa per la vitalità dello Stato, poiché – come dice la parola stessa – sono questi ultimi stessi a produrre beni materiali ed intellettuali che portano sviluppo e creano ricchezza. Infine, la storia insegna che, per quanto l’iniquità sia un elemento presente in tutte le società d’ogni epoca, quando essa raggiunge livelli inaccettabili si generano disordini e, alla lunga, rivoluzioni. Dunque, non solo considerazioni morali, ma anche pratiche dovrebbero suggerire alle dirigenze europee di riformare il sistema socio-economico attuale, anche se questo significherà ovviamente rinunciare a privilegi personali e familiari. E, se ciò non dovesse accadere, toccherà ai cittadini incoraggiare i dirigenti a farlo.

Il “fallimento controllato” dell’Italia

Tratto da Eurasia Online, 12 novembre 2011

 

L’Italia e la Grecia stanno entrando in una nuova fase del loro “iter fallimentare”, silenziosamente avviato dalla BCE: la fase dell’espropriazione dei beni per ripagare i creditori. L’Italia perderà così le sue residue capacità strategiche, entrerà in una fase economica di crisi ancor più dura, e sarà retrocessa nelle gerarchie internazionali.

È un istituto giuridico comune, noto a tutti, quello del “fallimento”. Il debitore incapace di pagare i propri crediti incorre in alcune misure coercitive. V’è – ma non più in Italia – la “amministrazione controllata”: il Tribunale vigila sul debitore, tramite un apposito commissario, affinché prenda le misure atte a ripagare i creditori (ossia ad essere “solvente”). Laddove si giudichi impossibile pagare i debiti – cioè si verifichi lo stato di insolvenza – il debitore dichiara fallimento: i beni pignorabili gli sono espropriati a forza e vengono distribuiti tra i creditori.

Ciò che vale per le imprese e per i privati, vale anche per gli Stati – sebbene con qualche modificazione. Gli Stati, in quanto sovrani, non sono sottoposti ad un’autorità superiore legittimata ad emanare sentenze e a farle rispettare anche con misure coercitive. Esistono un diritto internazionale ed organizzazioni internazionali, che però dipendono per la loro efficacia o dalla buona volontà degli Stati, o dalla capacità di uno o più Stati di far rispettare ciò che sanzionano.

Uno Stato può quindi indebitarsi: i creditori potranno essere altri Stati, o banche e privati – ma i cui interessi generalmente sono difesi dagli Stati d’appartenenza – o ancora istituti internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o la Banca Mondiale (BM). Ed uno Stato può aver difficoltà e ripagare i debiti, o anche giungere all’insolvenza. A questo punto, però, sorgono le differenze rispetto alle sorti di imprese e privati in condizione analoga. Il creditore non ha un tribunale cui rivolgersi. Vi sono dunque due vie: quella coercitiva, e quella consensuale.

Era frequente nell’Ottocento che i ricchi paesi creditori agitassero la minaccia dell’uso della forza per costringere i paesi debitori a pagare, a qualsiasi costo. Talvolta si passava alle vie di fatto: l’Egitto fu conquistato dai Britannici proprio per un affare di debiti. Oggi l’invasione di un altro Stato per riscuotere i crediti è caduta in disuso, ma qualcosa d’analogo lo si fa (tipicamente verso gli Stati del Terzo Mondo) ricorrendo a golpe e rivoluzioni orchestrati dall’esterno: si rovescia il governo riottoso ed insolvente e lo si sostituisce con uno pronto a pagare i debiti anche a costo di far morire di fame i suoi cittadini.

Questa soluzione non è però facilmente praticabile, soprattutto quando lo Stato debitore sarebbe capace di difendersi, o quanto meno di far pagare a caro prezzo un attacco militare. Allora si tratta: creditori e debitori si siedono attorno ad un tavolo. Lo Stato debitore, godendo del vantaggio – rispetto al privato o all’impresa debitore – di potersi difendere dalle misure coercitive, riesce talvolta a spuntare condizioni favorevoli. Sei anni fa l’Argentina procedette alla “ristrutturazione” del proprio debito: in parole povere, non potendo realisticamente ripagare il debito accumulato, lo rinegoziò coi creditori, concordando con essi i nuovi importi da versare, sensibilmente più bassi di quelli originari.

Spesso però i dirigenti degli Stati debitori non riescono o non vogliono strappare simili concessioni. È il caso dell’Italia e pure della Grecia (malgrado quest’ultima abbia ottenuto almeno il condono d’un quarto del debito, detenuto dalle banche).

Per Roma e Atene si è avviata la versione statuale dell’iter fallimentare. Dapprima l’amministrazione controllata: la Banca Centrale Europea (BCE), rappresentante innanzi tutto delle grandi potenze europee e della finanza occidentale, ed in misura minore il FMI, hanno dettato ai governi le misure da adottare, ed hanno vigilato sulla loro applicazione.

I risultati non sono apparsi soddisfacenti. In Italia Berlusconi è apparso troppo reticente a portare avanti l’agenda fissata dalla BCE. In Grecia Papandreu, in un sussulto di lealtà al regime democratico formalmente in vigore, ha immaginato di sottoporre il pacchetto di misure all’approvazione popolare. Entrambi hanno avuto, politicamente, vita breve.

In Grecia Papandreu ha dovuto fare repentinamente marcia indietro; prima di dimettersi ha licenziato tutti i vertici delle FF.AA., una decisione con cui forse ha voluto lasciare un indizio su cosa fosse successo dietro le quinte. Il governo è stato ora affidato a Lucas Papademos, un economista formatosi negli USA, ex dipendente della Federal Reserve Bank of Boston (una branca della banca centrale statunitense) e vice-presidente della Banca Centrale Europea. A lui il compito di mandare avanti il pacchetto di “riforme” neoliberali che la BCE ha imposto alla Grecia.

In Italia Berlusconi è dimissionando, e appare quasi certo che a sostituirlo sarà Mario Monti. Anche lui economista con una formazione nordamericana, come Papademos ha servito in Europa, benché non alla BCE ma alla Commissione Europea. È consigliere, oltre che della Coca-Cola Company, della banca privata statunitense Goldman Sachs, già datrice di lavoro di Romano Prodi e Mario Draghi (ma anche di Henry Paulson, il segretario al Tesoro USA che decise di lasciar fallire Lehman Bros.) e non priva di responsabilità negli attuali problemi della Grecia.

Quale ruolo ricoprano Papademos e Monti nell’iter fallimentare di Grecia e Italia si può comprendere dalle ricette prescritte dalla BCE. Oltre ad una serie di misure neoliberali – dai “licenziamenti facili” alla diminuzione dei salari – il cui risultato ultimo sarà di contrarre i consumi (e con essi la domanda, gl’investimenti, il PIL, il reddito ed in ultima istanza anche le entrate fiscali) le richieste vertono sulla parola-chiave della “privatizzazione”. La dismissione del patrimonio statale per pagare i debiti: nient’altro che il pignoramento e l’espropriazione di cui sopra, i quali non potendo effettuarsi per via coercitiva come coi privati insolventi, sono affidati ad un “liquidatore” posto a capo del governo del paese fallito. Con il tacito consenso dei suoi dirigenti, e quello più o meno consapevole della popolazione.

I richiami alla “responsabilità” ed alla difesa del “interesse del paese”, che si susseguono in questi giorni, non bastano a coprire la triste realtà: che l’Italia sta per perdere quel poco controllo che le rimaneva su settori strategici per la forza e prosperità nazionale (approvvigionamento energetico, produzione d’armamenti, raccolta del risparmio nazionale); che l’economia italiana sarà soffocata dall’esiziale combinazione di tassazione “scandinava” e servizi “all’americana” (ossia pressione fiscale altissima, e servizi sociali scarsi o assenti). Soprattutto, che un’alternativa c’era (vedi Morire per il debito?, 15 agosto), ma non è stata nemmeno presa in considerazione. È davvero per l’interesse dell’Italia, come si proclama a gran voce, che i nostri dirigenti stanno agendo in questi giorni?