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Lev Gumilëv: il filosofo della storia che ispira Putin

Fonte: L’Huffington Post

 

L’11 marzo il Financial Times ha pubblicato un articolo di Charles Clover dal titolo Lev Gumilev: passion, Putin and power. In esso, l’autore ricorda come il Presidente russo Vladimir Putin abbia, in occasione di discorsi ufficiali, fatto ricorso alla terminologia coniata da uno studioso d’epoca sovietica, pressoché sconosciuto in Occidente ma che gode di grande fama in Russia: Lev Gumilëv.

Figlio dei poeti Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova, caduti in disgrazia di fronte al nuovo regime comunista, Lev rimase giovanissimo orfano di padre (fucilato come “controrivoluzionario”) e passò quasi tutta l’esistenza da pariah nell’Unione Sovietica. Pur non conducendo alcuna attività antigovernativa e occupandosi di materie apparentemente innocue come etnografia e medievistica, Lev Gumilëv nei suoi primi quarant’anni di vita entrò e uscì più volte di prigione, passandone ben 15 nel gulag (in un breve intervallo di libertà, si arruolò volontario nell’Armata Rossa e partecipò alla conquista di Berlino). Solo dopo la destalinizzazione, ormai più che quarantenne, poté dedicarsi agli studi scientifici, fino ad allora tenacemente portati avanti in condizioni estreme (una delle sue prime opere fu abbozzata nel campo di concentramento, studiando la sera dopo i lavori forzati diurni). Anche allora, però, il passato “sospetto” e i dubbi sulla sua ortodossia marxista-leninista gli procurarono l’ostilità dell’establishment accademico sovietico, frenandogli la carriera accademica.

Con la perestroika, e ancor più con la fine del comunismo, Lev Gumilëv divenne improvvisamente una celebrità in Russia (e non solo: in Kazakhstan gli è dedicata la principale università del Paese). Proprio le persecuzioni e l’ostracismo subiti, assieme a un pensiero eterodosso e affascinante, alla caduta dell’URSS lo portarono al successo. Purtroppo tardivo, considerando che morì nel giugno 1992. Inoltre, Gumilëv era molto meno entusiasta del nuovo corso di quanto quest’ultimo fosse di lui. Osservava, e descriveva, con tono critico il nuovo regime e la disgregazione dell’Unione Sovietica.

Come ha potuto, un fino ad allora oscuro studioso del Medioevo nella steppa eurasiatica, influire così pesantemente sulla terminologia politica e la cultura popolare della Russia postsovietica? Gumilëv è stato molto più di uno storico: è stato un filosofo della storia. Per quanto criticate e tacciate di non scientificità, affascinano il pubblico russo le sue raffinate teorie sull’influenza di ambiente e geografia nella storia umana, sull’ascesa e declino delle civiltà regolati dalla passionarietà, una misteriosa energia che conosce picchi improvvisi e poi si dissipa nel corso di secoli.

Ora anche il pubblico italiano ha la possibilità di approfondire il pensiero di Gumilëv e, con esso, capire un po’ di più dell’odierna psicologia russa. Ciò grazie al libro La passione dell’Eurasia: Storia e civiltà in Lev Gumilëv, edito da Mimesis e già presentato e discusso presso l’Università di Roma Tre e l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’autore, Dario Citati, dedica oltre 400 pagine a sviscerare vita, opera, pensiero e impatto dello studioso russo. Lo fa lavorando interamente su fonti in lingua russa, confrontandosi costantemente con l’orientalistica, la storiografia e la geografia sovietiche e russe per poter dare una valutazione critica di tutto ciò che riporta. Il risultato è un’opera di indubbia completezza e valore.

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Incontri con la Diplomazia: Ana Hrustanovic in Sapienza con Daniele Scalea

Fonte: Geopolitica Online, 25 giugno 2014

 

Martedì 10 giugno 2014, presso la Sala delle Lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma, ha avuto luogo il primo seminario del ciclo “Incontri con la Diplomazia”, organizzato dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) in collaborazione col Master in Geopolitica e Sicurezza Globale del Primo Ateneo romano. Ospite d’onore e principale relatore della conferenza è stata S.E. Ana Hrustanovic, Ambasciatore della Repubblica di Serbia in Italia, per questo evento pensato in occasione del 135esimo anniversario delle relazioni bilaterali tra i due Paesi.

daniele scalea ana hrustanovic

Dopo i saluti del Prof. Roberto Valle, moderatore del seminario, i lavori sono stati aperti dal Direttore Generale dell’IsAG Daniele Scalea, che ha tracciato un profilo storico-geografico del Paese balcanico letto in parallelo alle vicende della penisola italiana. Le relazioni diplomatiche tra quelli che allora erano Regno d’Italia e Principato di Serbia furono inaugurate nel 1879 in un contesto politico non dissimile. Entrambi i Paesi, infatti, avevano a più riprese condotto una guerra di liberazione: l’Italia contro l’Impero asburgico e la Serbia contro l’Impero Ottomano. In ambedue i casi, ha evidenziato Scalea, vi era una potenza straniera che sosteneva la lotta per l’indipendenza (la Francia per l’Italia, la Russia per la Serbia) e un’ambizione regionale a partire da un piccolo nucleo di rivolta. Così come il Piemonte rappresentò la base della liberazione italiana, il piccolo Principato serbo ambiva infatti ad essere il centro propulsore d’una insurrezione anti-ottomana che in prospettiva unificasse tutti gli Slavi meridionali.

roberto valle ana hrustanovic franco fatigati

Roberto Valle, docente di Storia dell’Europa Orientale e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, ha tenuto un discorso critico sul «balcanismo xenofilo», cioè sulla rappresentazione della cultura serba come parte di un mondo vicino ma considerato distante e quasi inferiore. La balcanicità va vista invece non come disordine, ma come parte integrante della cultura europea e soprattutto come tramite per la costruzione d’uno spazio pan-europeo. L’identità serba può essere considerata come strutturalmente polifonica per via delle relazioni che intrattiene tanto con la parte occidentale che con quella orientale del continente.

ana hrustanovic isag sapienza

A seguire è intervenuta Ana Hrustanović, Ambasciatore della Serbia in Italia, la quale ha tenuto un lungo intervento in base non solo all’esperienza diplomatica, ma anche al proprio retroterra culturale di profonda conoscenza dell’Italia come ex allieva dell’Università per Stranieri di Perugia. Se sul piano istituzionale i rapporti fra Italia e Serbia intesi come Stati indipendenti esistono da 135 anni, i legami storici sono molto più profondi. Del territorio dell’attuale Serbia, nell’antichità, erano originari ben diciotto imperatori romani: su tutti Costantino, che con le sue vittorie militari e l’Editto di Milano del 313 sull’accettazione del cristianesimo impresse una svolta storica a tutta l’Europa. In epoca moderna, i rapporti con l’Italia sono invece particolarmente evidenti nella letteratura serba, come ad esempio nell’opera di Milan Kujundžić, poeta, filosofo e rappresentante diplomatico a Roma nell’Ottocento. Negli ultimi anni il rapporto tra Italia e Serbia è invece divenuto ancora più stretto grazie alle ottime relazioni economiche: nel 2014 ricorre infatti anche l’anniversario dei cinque anni dalla stipula del partenariato strategico. Considerati i buoni rapporti con Roma, il governo di Belgrado ha aspettative positive circa il semestre italiano di presidenza UE e il possibile contributo volto a facilitare l’ingresso della Serbia in Europa.

dario citati daniele scalea ana hrustanovic

Dario Citati, Direttore del Programma “Eurasia” dell’IsAG, ha svolto una riflessione storica di lungo periodo sulla collocazione geografico-culturale della nazione serba, individuando una duplice dimensione caratterizzante. Da una parte la Serbia può ritenersi una realtà pienamente romana: non soltanto perché il suo territorio fu parte dell’Impero dei Cesari e diede i natali a tanti sovrani, ma anche perché nella seconda metà del Trecento il Regno serbo (Srpsko Carstvo) stava quasi scalzando Costantinopoli come rappresentante di quella romanità orientale che coniugava l’eredità della cultura greca, il diritto romano e la tradizione cristiana di discendenza apostolica resasi poi indipendente dal Papato. Dall’altro lato, la Serbia ha un legame particolarissimo con la Russia, di cui si considera quasi un’estensione balcanica: un rapporto così speciale, quello serbo-russo, che non si ritrova forse fra nessuno dei popoli della famiglia slava. Proprio questa peculiare duplicità fa di Belgrado un ideale trait d’union tra l’Adriatico e gli Urali, tra l’Europa occidentale e il mondo russo.

franco fatigati isag serbia

Franco Fatigati, Cultore di Geografia all’Università Sapienza, ha quindi chiuso i lavori con un intervento incentrato proprio sulla necessità di trovare unità all’interno del consesso politico delle nazioni europee. In una fase storica in cui l’UE dimostra di essere estremamente fragile sul piano decisionale, i rapporti bilaterali fra singoli Paesi sono una risorsa indispensabile da affiancare ai confronti in sede comunitaria. Il poeta Paul Valéry, ha ricordato Fatigati, sosteneva che ogni Europeo si sente a casa in qualsiasi contrada d’Europa: per ravvivare tale sentimento è necessario però attingere anche alle fonti compiutamente sovranazionali della storia europea, prima fra tutte quell’appartenenza religiosa che ha saputo essere un eccezionale collante per tanti secoli.

isag sapienza serbia

Al termine della conferenza si sono avute numerose domande da parte del pubblico, rivolte in particolare ad Ana Hrustanović e riguardanti argomenti di stringente attualità. Una di queste ha riguardato ad esempio la posizione della Serbia dopo l’annuncio del governo bulgaro di interrompere la costruzione del gasdotto South Stream in seguito alle sanzioni imposte alla Russia. Tale domanda è stata anche occasione di precisare la posizione della Serbia rispetto alla crisi ucraina. Da una parte, Belgrado concorda con l’OSCE sull’assoluta necessità di preservare l’integrità territoriale di ogni Paese, dall’altra parte si oppone però alle sanzioni contro Mosca considerandole controproducenti. Anche questa circostanza è un termometro di quanto la Serbia possa incarnare una posizione mediana, se non addirittura da mediatore, tra l’Oriente e l’Occidente dell’Europa, con importanti ripercussioni sul piano pratico. Parallelamente alle trattative per l’ingresso nell’UE, la Serbia ha infatti già siglato un accordo speciale con i Paesi dell’Unione Doganale Eurasiatica (Russia, Bielorussia e Kazakhstan) che le concede condizioni favorevoli nelle esportazioni e che attrae per questo numerosi investimenti sul suo territorio.

(Testo di D.C., foto di Priscilla Inzerilli)

Minoranze al tempo dello “scontro di civiltà”. Conferenza alla Camera con Daniele Scalea

Fonte: Geopolitica Online, 18 giugno 2014, articolo di Maria Monesi

 

Il 4 giugno, la sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati) ha ospitato, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’incontro Minoranze al tempo dello “scontro di civiltà”. Modelli di multiculturalismo e dialogo, organizzato dall’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), in cui esponenti del mondo accademico, politico e della ricerca hanno discusso sul tema delle migrazioni, intensi flussi di persone, da sempre genitrici di incontri tra popoli e, di conseguenza, di possibili fusioni o scontri. Un incontro questo che ha analizzato l’argomento in questione a 360 gradi, scomponendolo nelle sue tante sfaccettature e dimensioni: da un’analisi sulle origini del fenomeno alle implicazioni politiche e umane proprie della presenza di minoranze etniche, linguistiche e religiose che i flussi migratori vanno naturalmente a formare all’interno di un coeso sistema statale.

Il saluto iniziale è stato dato dal dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG, il quale ha sottolineato come le migrazioni siano un fenomeno sempre presente nella storia, ma che oggi ha un’importanza speciale per via dell’accelerazioni dei tempi indotta dalla modernità. Un’altra peculiarità odierna individuata è quella dell’indipendenza di tali movimenti dalla volontà degli Stati.

In assenza dell’On. Daniel Alfreider, Capogruppo per le minoranze linguistiche della Camera dei Deputati, a cui cause di forza maggiore hanno impedito di prendere parte all’evento, è intervenuto il suo collaboratore dott. Lukas Komploi. Egli ha aperto il suo discorso pronunciando un saluto in ladino, ponendo in risalto, in tal modo, la sua fierezza nel far parte, egli stesso, di una minoranza linguistica all’interno del territorio italiano. I gruppi linguistici minoritari vengono riconosciuti e trovano tutela nella legge 482/99: ”Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, che applica il principio sancito dalla Costituzione, all’articolo 6, che ha come scopo, appunto, quello di permettere la conservazione degli idiomi parlati da una buona percentuale degli italiani, ossia circa 2,5 milioni di cittadini. Il dott. Komploi ha sottolineato l’importanza di tale legge che permette non solo che nelle scuole pubbliche sia reso obbligatorio l’insegnamento della lingua minoritaria, ma anche il diritto alla versione in tale lingua degli atti giuridici, dei toponimi, dei nomi e cognomi degli abitanti, delle trasmissioni radiotelevisive e dell’editoria. Il conflitto tra interessi delle minoranze e quello dello Stato è endemico ma esso può essere affievolito dal pieno riconoscimento delle prime e dalla possibilità di prendere parte ai processi decisionali grazie alla propria rappresentanza all’interno delle istituzioni in tutti i livelli dello Stato.

Una dimensione globale dell’argomento è stata presentata dal dott. Alessandro Politi, rappresentante del CeMiSS, il Centro Militare di Studi Strategici, che ha invitato ad analizzare il fenomeno secondo i paradigmi della geosociopolitica più che della geopolitica, al fine di abbracciare, così, una visione ancora più ampia del fenomeno. Egli ha evidenziato il difficile rapporto tra minoranze e globalizzazione: la seconda, infatti, rende difficoltosa la loro sopravvivenza in quanto tende inevitabilmente ad assorbirle. Il focus del suo discorso si è incentrato sulle minoranze indigene presenti in America Latina i cui diritti, purtroppo, in alcuni Stati, anche in quelli dove esse rappresentano un’ampia percentuale di popolazione, soprattutto al sud, non vengono pienamente garantiti. Il terreno di scontro su cui si fronteggiano gli interessi delle minoranze e quelli statali è il problema di dover trovare il modo di correlare sviluppo e tutela dell’ambiente: la necessità dello Stato di incrementare il proprio sviluppo industriale e infrastrutturale deve realizzarsi riducendo al minimo l’impatto ecologico, senza, quindi, intaccare gli interessi delle comunità locali. Il dott. Politi si è poi soffermato sull’analisi del geonetwork pacifico, uno dei tanti temi trattati da Prospettive 2014, il volume edito dal CeMiSS che si occupa di analisi geostraegica: le manovre finanziarie degli USA con i nuovi mega accordi regionali come il progetto della Trans-Pacific Partnership a danno di Cina e Mercosur stringono gli spazi di agilità economica dell’America Latina che rischia di essere tagliata fuori dai flussi commerciali regionali: il disagio economico e sociale si ripercuote sulle già difficili condizioni di vita della popolazione incrementando la spinta alla migrazione disorganizzata a vantaggio, purtroppo, delle mafie locali che lucrano su questo fenomeno.

In seguito, il dott. Giacomo Guarini, direttore del programma “Dialogo di Civiltà” dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e moderatore dell’incontro, ha dato la parola al dott. Corrado Bonifazi, Dirigente di Ricerca del Cnr-Irpps, il quale ha trattato il tema delle minoranze e dei sistemi di cittadinanza dell’Italia delle migrazioni. Le minoranze, spiega il dott. Bonifazi, sono frutto di migrazioni, o della stessa minoranza o di popoli più numerosi che hanno fatto in modo che la popolazione autoctona diventasse minoritaria, come è avvenuto con le popolazioni indigene dell’America Latina. Il nostro paese è stato all’origine di importanti flussi migratori tanto che per molto tempo è stato considerato il paese d’emigrazione per eccellenza, vista la notevole portata del fenomeno. Oggi, quest’ultimo si è fortemente ridimensionato, tanto da poter affermare che l’Italia sia uno dei paesi che ha completato il processo di transizione migratoria e si è trasformato, nell’ultimo ventennio, in una delle principali mete d’emigrazione. Proprio per questo essa sperimenta modelli di cittadinanza e relativi problemi tipici sia di un paese d’immigrazione che di emigrazione con l’accrescere della presenza di numerosi stranieri, non cittadini, al suo interno, ai quali deve essere garantita l’acquisizione della cittadinanza e, quindi, la parità di diritti. Storicamente la concezione della cittadinanza, come riportato nel codice civile del 1865 e confermato dalle leggi del 1912 e del 1992, è di tipo etnico, legata, cioè, allo ius sanguinis: ciò permetteva di mantenere un forte legame con i connazionali trasferiti all’estero ma, allo stesso tempo, ha prodotto dei conflitti d’interesse con i paesi d’immigrazione, soprattutto nel continente americano, che concedevano, invece, molto rapidamente la cittadinanza. Attualmente, il decreto del fare è intervenuto sulla concessione della cittadinanza italiana, subordinata alla residenza ininterrotta per i primi 18 anni di vita in base alla legge del 1992, fornendo un più ampio margine di prova della stessa: un grande passo in avanti nel percorso di integrazione.

Successivamente, la parola è passata al dott. Matteo Marconi, direttore del programma di ricerca “Teoria geopolitica” dell’IsAG, che ha offerto una riflessione geopolitica sulle minoranze etniche ed etnie minoritarie. Facendo espressamente riferimento al titolo della conferenza, il suo discorso si è incentrato sullo scontro di civiltà, espressione ripresa dalla teoria di Samuel Huntington, il quale, fornendo secondo molti studiosi un’analisi fin troppo moderata, afferma che siano le civiltà a confliggere, non gli Stati, valutando con eccessiva moderazione il rapporto tra cultura e politica. Secondo Huntington la dimensione culturale e quella politica sono in continuo scambio e generano le civiltà: il suo studio, però, si sviluppa in maniera astratta, scollegata dalla vita e dalle peculiarità dei diversi popoli che una stessa civiltà raggruppa. All’evidenza dello storico, è chiaro, invece, che sia impossibile raggruppare nella stessa civiltà più Stati con caratteristiche, a volte, del tutto diverse: a conferma di ciò, si può notare come gli scontri, in realtà, avvengono non tra civiltà bensì all’interno delle stesse. Il conflitto stesso non è immutabile ma ha preso forme diverse nel corso della storia. Quelli del ‘900 si dimostrano ancora più cruenti di quelli ottocenteschi a causa del trionfo dello Stato moderno che si poneva come obbiettivo quello di territorializzare la propria presenza sovrana standardizzando il territorio: l’individuazione di un nemico comune, assoluto, rappresentava, fino alla Seconda Guerra Mondiale, il mezzo adatto per il raggiungimento di tale obbiettivo con la conseguenza che si è diffuso un atteggiamento di esclusione del diverso, a discapito, quindi, degli stessi cittadini facenti parte di un gruppo minoritario all’interno del territorio statale. Lo Stato postmoderno, invece, allenta le sue spinte nazionalistiche, la sua presenza sovrana, mantenendo comunque l’intento di omologazione al suo interno ma facendo riferimento al soggetto e ai diritti personali che gli si rivolgono: non pretende, infatti, di creare continuità e omogeneità culturale ma si concentra sull’uguaglianza sostanziale dei suoi cittadini.

Il dott. Guarini, quindi, ha presentato il dott. Dario Citati, direttore del programma “Eurasia” dell’IsAG, il cui discorso si è incentrato sul tema delle minoranze russe nel Baltico, nello specifico Lettonia ed Estonia, i cui membri sono i cosiddetti “non cittadini”. Essi, di etnia e, alcuni, anche di lingua russa, vivono in una situazione che costituisce un unicum nel panorama internazionale. Nel 1991, infatti, tutti i cittadini di lingua russa dell’ex Unione Sovietica divennero automaticamente cittadini dei nuovi Stati appena formati: ciò non accadde per i russi che abitavano le Repubbliche Baltiche, che si trovarono ad essere, appunto, dei “non cittadini” a causa della loro mancata conoscenza delle lingue, lettone ed estone, divenuti i nuovi idiomi nazionali. In realtà, la loro considerazione come cittadini di serie B è motivata, più che altro, dallo storico risentimento anti russo e dalla diffidenza nei confronti di una comunità che potrebbe rappresentare un possibile strumento di ingerenza russa nella regione. La legislazione lettone distingue gli apolidi dai non cittadini, considerati come residenti permanenti privi di molti diritti politici e civili, come l’elettorato attivo e passivo nelle elezioni politiche, mentre in Estonia viene conservato quello passivo nelle amministrative. L’ottenimento della naturalizzazione e della cittadinanza è vincolato a un difficile esame in lingua lettone o estone e ad una dichiarazione di fedeltà alla Repubblica di cui si vuole divenire cittadini. Il loro numero sta progressivamente diminuendo sia a causa del loro ritorno in Russia sia grazie all’ottenimento della cittadinanza. Sia organismi dell’Unione Europea che delle Nazioni Unite si sono espressi contro le rigide modalità previste da entrambi gli Stati per l’acquisizione della cittadinanza. Solo il superamento delle ideologie e dei pregiudizi di origine storica potrà portare ad una un miglioramento delle condizioni di vita della minoranza russa nel Baltico.

L’intervento successivo è stato quello del dott. Alessandro Lundini, ricercatore associato dell’IsAG, che ha presentato una relazione sul dialogo di civiltà in Asia centrale e sulla politica etnico religiosa del Kazakhstan indipendente. Un ulteriore caso che caratterizza lo spazio post sovietico, è quello del Kazakhstan, che rispetto alle altre Repubbliche nate dopo il crollo dell’URSS non ha tentato di escludere le minoranze nel processo di nation building. Nel 1991, esso era considerato come il nascente Stato che avrebbe sofferto più di tutti il rischio di frammentazione poiché considerata svantaggiata dal fatto che quella kazaka rappresentasse un’etnia non maggioritaria, solo il 40% della popolazione, mentre l’ulteriore 60% era formato anche da etnie europee. Nonostante ciò, il Kazakhstan è stato quello che meglio ha reagito ed ha saputo gestire la sua composizione sociale con le varietà etniche e religiose che la caratterizzano, realizzando così la sua definizione di paese eurasiatico, terreno di incontro, fusione, rispetto reciproco e pacifica convivenza tra popoli diversi. Più che di identità kazaka, infatti, si tende a parlare di identità kazakistana che ricomprende non solo la prima ma anche tutte le altre identità nazionali presenti sul territorio. La politica di armonia multietnica ha fallito, invece, nel Kirghizistan, non avendo essa avuto il necessario sostegno da parte delle autorità centrali: a conferma di ciò vi sono i sanguinosi scontri tra minoranze, soprattutto quella uzbeka contro i nazionalisti, del giugno del 2010 che hanno causato centinaia di morti.

La dott.ssa Alessandra Caruso, ricercatrice associata dell’IsAG, ha, invece, affrontato il tema dei diritti delle popolazioni indigene nella regione artica che, più di ogni altra, soffrono il problema dei cambiamenti climatici visto che la loro sopravvivenza è strettamente legata alla natura che li circonda: questo è l’elemento che unifica tutti i vari gruppi etnici della regione. Vi sono tre grandi famiglie: gli Evenk in Russia, famosi per il loro senso dell’orientamento (a loro, infatti, si devono le prime carte geografiche della regione) i Sami che vivono in Scandinavia e gli Inuit presenti in Nord America. Questi ultimi, di razza mongolica, per molti secoli hanno vissuto in un isolamento quasi totale fino a quando hanno avuto i primi contatti con la “società civilizzata” con l’arrivo delle baleniere. Rispetto a tutte le altre popolazioni, quella degli inuit, che fino al 1962 non godeva neanche del diritto di voto, gode di molteplici diritti, primo tra tutti quello di avere delle rappresentanze nel Parlamento canadese. Vi sono molti strumenti internazionali a tutela delle minoranze indigene: i patti internazionali del 1966, le risoluzioni dell’Onu del 1960 e 1970, la Convenzione dell’ILO del 1989 e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene del 2007, ratificata, però, solo da 22 Stati di cui solo 2 artici.

Un ulteriore interessante argomento è stato trattato dalla prof.ssa Eva Pfoestl, dell’Istituto San Pio V, riguardo la convivenza tra minoranze nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. La tutela delle minoranze è un’estensione dei diritti umani che viene richiesta, naturalmente, anche agli Stati arabi: sia la Dichiarazione dell’ONU sui diritti delle minoranze del 1992 che quella dell’UNESCO sulla diversità culturale del 2001 sono state firmate da tutti gli Stati arabi, anche se la loro messa in pratica è molto lacunosa o quasi inesistente. È presente un dualismo di vedute all’interno del mondo arabo per quanto riguarda la questione delle minoranze, in quanto mentre la popolazione minoritaria ritiene che vi possa essere compatibilità tra globalismo e conservazione delle proprie peculiarità, per i governi dei singoli paesi questa concezione è di matrice occidentale e quindi viene rigettata. A dimostrazione di ciò si può notare come le nuove Costituzioni dei paesi arabi trattino ancora le minoranze con sospetto e diffidenza, non fornendogli la tutela che meritano e di cui hanno bisogno per sopravvivere. La Costituzione del Marocco, al contrario, si distingue in positivo in quanto ha riconosciuto la lingua berbera insieme alle radici e ai dialetti delle varie minoranze tra cui quelle andaluse ed ebraiche.

Il dott. Guarini ha poi introdotto l’intervento del prof. Adriano Cirulli, dell’Università Telematica Uninettuno, che si è occupato di movimenti e conflitti etnoterritoriali in Europa nella quale sono presenti attualmente diverse spinte autonomiste e indipendentiste: da quella scozzese (a settembre, infatti, avrà luogo un referendum che proporrà la separazione dal Regno Unito) a quella catalana e basca (è prevista anche in Spagna a novembre una consultazione che, a differenza di quanto avviene nel Regno Unito, non è stata legittimata dal governo), da quella fiamminga e vallona in Belgio, che presenta unità governative distinte, a quella russa in Ucraina. Anche all’interno della realtà italiana vi sono fenomeni che non hanno la stessa rilevanza di quelli esteri ma che comunque sono pregni di significato come il sardismo politico. Questi movimenti hanno colore politico eterogeneo perché la visione ideologica del fenomeno e le stesse rivendicazioni dipendono dalle condizioni economiche e sociali tipici del territorio in cui agiscono e si sviluppano.

Ha chiuso l’incontro il dott. Guarini tracciando una sintesi degli interventi che si sono susseguiti.

NOTE:

Maria Monesi, laureata in Relazioni internazionali (Università Sapienza), è frequentatrice del Master in Geopolitica e Sicurezza Globale Sapienza-IsAG.