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Forconi flop: da Catilina ai berlusconiani, perché in Italia non ci sarà mai la rivoluzione

Tratto da L’Huffington Post, 20 dicembre 2013

 

Il flop dell’adunata nazionale dei Forconi, capaci di portare solo poche migliaia di persone a Roma, dimostra una volta di più che l’italiano non è portato per la rivoluzione popolare e dal basso. La storia lo dimostra.

Nella storia italiana troviamo forse una sola rivoluzione di successo: quella che portò alla fine della monarchia e all’instaurazione della repubblica nella Roma antica. Parliamo di 2522 anni fa e, a ben vedere, anche quella fu ben poco “dal basso”, trattandosi della rivolta degli aristocratici contro il monarca. Da quel momento in poi, tutti i rivolgimenti a Roma avvennero “sulla punta dei gladi”, ossia tramite legioni di soldati regolari: da Mario a Silla, da Cesare a Ottaviano, troviamo sempre un capo politico-militare che prende il potere manu militari. E in epoca imperiale i frequenti cambi al vertice derivano da colpi di palazzo o pronunciamenti militari, con poco o nullo effetto a livello sociale e politico.

Le rivolte di popolo non ebbero mai fortuna. Non ebbe fortuna Catilina, che pure riuscì a radunare un esercito e giungere a battaglia. Tiberio e Caio Gracco non arrivarono nemmeno a quel punto, perché furono uccisi prima: Tiberio a bastonate difeso da pochi sostenitori, Caio per mano di un servo quand’era braccato dalle milizie senatorie. Un altro tribuno della plebe, Saturnino, fu addirittura linciato da quella stessa folla che cercava di favorire.

Il refrain prosegue nella storia post-imperiale. Il “profeta disarmato” Savonarola fu messo a morte a Firenze, difeso solo dai confratelli del convento ma non dalla popolazione, e da allora il suo nome è persino divenuto un comune epiteto dispregiativo. “L’ultimo tribuno”, Cola di Rienzo, fu linciato dalla plebe romana, che poi ebbe cura di far vilipendio del suo corpo: Cola di Rienzo ha successivamente trovato omaggio da un drammaturgo inglese e da un compositore tedesco, ma il vate italiano, D’Annunzio, gli riservò solo scherno e disprezzo. A Napoli Masaniello fu decapitato, e il suo corpo gettato in una discarica, tra l’indifferenza della popolazione.

Com’è noto, durante il Risorgimento la strategia insurrezionalista di Mazzini non ebbe successo perché trovò poca corrispondenza nel popolo. Il Quarantotto, con le sublimi rivolte popolari a Milano, Venezia, Roma e altre città ancora, si risolse in un fallimento. Furono le Guerre d’Indipendenza condotte da uno Stato regionale e monarchico a imporre dall’alto l’unità. I lettori meno giovani, ch’ebbero la fortuna d’andare a scuola quando ancora si studiava la storia patria, ricorderanno la vicenda dei fratelli Bandiera, denunciati alle autorità borboniche dai contadini che incitavano alla rivolta.

In precedenza, la Rivoluzione francese fu portata in Italia dalle baionette straniere, e senza quelle cadde miseramente, malgrado i proclami tentati da Murat e rimasti inascoltati. Paradossalmente la vera partecipazione popolare ci fu alle rivolte reazionarie dei sanfedisti, la cui vicenda era però strettamente legata a quella internazionale.

Anche la guerra partigiana aveva un evidente collegamento con le armi straniere, e non portò ad alcuna rivoluzione nel dopoguerra perché nel frattempo i giochi politici erano già stati fatti, a tavolino, nel Sud. Il fascismo rivendicò una sua rivoluzione, ma la Marcia su Roma, malgrado la partecipazione di schiere di militanti, si configurava come un colpo di Stato: Mussolini ricevette l’incarico di governo, riformò ma non stravolse l’architettura istituzionale (mantenendo ad esempio l’autorità suprema del Re, cui si piegò il 25 luglio 1943), assorbì nel nascituro Regime buona parte della precedente classe dirigente liberale, che passò indenne attraverso il ventennio per riciclarsi nuovamente nella Repubblica.

Come si spiega che nella pur lunga storia italiana scarseggino i genuini fenomeni d’insurrezione dal basso, e che pure quei pochi, lungi dal trasformarsi in rivoluzione politico-sociale, ebbero invece tutti, presto o tardi, un esito sfavorevole?

Si potrebbe citare il Cristianesimo, con l’idea che la giustizia debba rimettersi a Dio e rinviarsi a un’altra dimensione ultraterrena; e che nella sua versione cattolica, attraverso la deferenza alla Chiesa custode della Tradizione apostolica, insegna il rispetto verso l’autorità. Ma anche nell’Italia pre-cristiana troviamo lo stesso esito delle rivolte popolari.

Possiamo ipotizzare che la sviluppata dimensione statuale, col suo esteso apparato giuridico così tipicamente italiano, abbia inspirato nella nostra società un naturale rispetto verso lo Stato e il Diritto, indirizzando perciò a forme legalistiche d’attività politica. O forse – e ciò pare più consono all’osservazione dell’oggi e del passato – diffondendo un senso d’impotenza verso la ‘Burocrazia’, e dunque d’inutilità della politica.

Soccorre anche una riflessione di Indro Montanelli che, ricordando la Milano del 1945, notava come la manifestazione più rivoluzionaria fossero le scritte sui muri, pratica che gli antifascisti ereditavano dal fascismo stesso e che quest’ultimo aveva tratto dal retaggio romano. E commentava argutamente Montanelli: “Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. La testimonianza, il gesto simbolico, assumono più valore, o quanto meno più frequenza, dell’atto politico. Gl’italiani che, dopo averli lasciati catturare e uccidere, pongono fiori sui luoghi del martirio di Savonarola e Masaniello, sono gli stessi che oggi fanno correre la rivolta sul filo del social network, ma poi si guardano bene dal concretare la loro risoluzione scendendo in piazza.

V’è infine un altro elemento da non dimenticare: gl’italiani sono tradizionalmente, inguaribilmente, irrimediabilmente faziosi. La partigianeria fa parte del nostro carattere. Roma aveva gli ottimati e i popolari. La plebe appoggiava un tribuno o l’altro. La marmaglia accresceva le fila di Clodio o di Milone. V’erano i mariani e i sillani, i cesariani e i pompeiani, e così via. Fino ai guelfi e ai ghibellini. Fino alla destra e alla sinistra. Fino ai fascisti e agli antifascisti. Fino ai comunisti e agli anticomunisti. Fino ai berlusconiani e agli antiberlusconiani. Gl’italiani si dividono acriticamente su qualsiasi cosa, anche tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, con gli uni che considerano evasori i secondi e quest’ultimi che vedono dei fannulloni nei primi. Quando non c’è la politica a dividere c’è sempre lo sport. Tacito e altre testimonianze ci raccontano di scontri tra tifoserie che, al tempo delle corse tra bighe, potevano persino far morti e feriti. Una pratica che giunge fino ai giorni nostri.

I Forconi non potranno mai avere successo per questo. Perché la sinistra non vorrà mai manifestare con la destra, i dipendenti con gli autonomi, i settentrionali coi meridionali. E viceversa. Le linee di faglia sono innumerevoli e insanabili. L’Italia non è un paese per rivoluzionari.

E i Bot come moneta complementare per rilanciare l’economia?

Tratto da L’Huffington Post, 28 novembre 2013

 

La contestazione più frequente in cui incappa chi critica l’attuale modello economico del capitalismo finanziarizzato (vedi qui e qui), è quella secondo cui non vi sarebbe comunque alcuna alternativa preferibile o misura concreta che si possa prendere per cambiare lo status quo. Non è così. Ad esempio Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, nel loro Il film della crisi, pubblicato esattamente un anno fa da Einaudi, hanno accennato a una possibile soluzione basata sul concetto di moneta complementare.

Andiamo però con ordine. La mutazione del capitalismo cui si riferisce il sottotitolo del libro è quella occorsa, tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso, quando secondo gli Autori si ruppe l’intesa tra capitalismo e democrazia. Quell’intesa, che aveva garantito la ricostruzione postbellica e il più sostenuto ciclo di sviluppo economico della storia, si fondava su due compromessi. Il primo era che alla libera circolazione delle merci non corrispondeva la libera circolazione dei capitali, permettendo così allo Stato e al Lavoro di trattare alla pari col Capitale. Il secondo si sostanziava nell’interpretazione dell’impresa come ente socialmente responsabile.

La mutazione ha dunque luogo nel ripudio di quei due compromessi da parte del Capitale. (Si potrebbe ricordare qui la celebre battuta di Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, secondo cui la lotta di classe c’è, ma la sta conducendo – e vincendo – la classe dominante). Forzando la mano alla Politica e stimolando un mutamento culturale profondo nella società, il Capitale è riuscito a ottenere la libera circolazione dei capitali e la deresponsabilizzazione delle imprese votate solo alla massimizzazione del valore per gli azionisti (e non più alla produzione di ricchezza reale).

Di fronte alla crisi del modello finanziarizzato basato sul debito (descritto dagli Autori ma su cui qui non ci soffermiamo, avendone già parlato di recente), Ruffolo e Sylos Labini cercano nella storia un modello da cui trarre ispirazione. Vi fu infatti un paese che, in preda a una crisi finanziaria, economica e sociale apparentemente esiziale, riuscì in pochissimi anni a riprendersi, raggiungere la piena occupazione (dal 20% di disoccupati che aveva) ed affermarsi come una delle prime potenze produttive e tecnologiche del mondo. Purtroppo quell’esempio non è tra i più facili da proporre, trattandosi della Germania anni ’30.

Tuttavia, né Ruffolo (ex ministro socialista) né Sylos Labini (figlio del celebre economista Paolo) sono sospettabili di simpatie per l’estrema destra. Inoltre, come osservò Keynes proprio commentando questo caso, il fatto che un “un metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa”.

Il metodo in questione è quello adottato da Hjalmar Schacht, ministro tedesco dell’economia tra il 1934 e il 1937 (per la cronaca, Schacht cadde poi in disgrazia agli occhi di Hitler, che lo fece anche imprigionare nel 1944, e fu assolto a Norimberga). La Germania doveva affrontare allora sia la recessione – disoccupazione al 20%, casse statali vuote – sia la crisi mondiale – fine degl’investimenti dall’estero, richiesta di pagamento delle riparazioni, attacchi speculativi sulla moneta – sia vincoli esterni – le potenze vincitrici avevano imposto a Versailles una serie di parametri finanziari che la Germania doveva rispettare.

Sia per aggirare i vincoli imposti dall’esterno, sia per stimolare la domanda senza creare inflazione, Schacht ricorse alle obbligazioni MEFO. La MEFO altro non era che una compagnia statale di facciata, inesistente in realtà ma necessaria per emettere queste obbligazioni per conto della Banca Centrale. Le obbligazioni servirono a pagare commesse statali all’industria: grazie all’escamotage il programma d’investimento non richiedeva né di drenare risorse dall’economia, già depressa, con nuove tasse, né d’indebitarsi sui mercati finanziari internazionali. Grazie alla fiducia verso lo Stato, le obbligazioni MEFO furono anzi rinnovate alla loro scadenza e cominciarono ad essere usate dalle imprese per i pagamenti reciproci, alleviando così la carenza di liquidità.

Schacht provvide anche a rendere inconvertibile il marco, sottraendolo alla speculazione (le obbligazioni MEFO erano già utilizzabili solo in Germania). Il commercio estero coi paesi fornitori di materie prime era comunque condotto in marchi (la crisi internazionale della domanda permetteva a Berlino di trattare da una posizione di forza), sicché i paesi che commerciavano con la Germania si trovavano poi a reinvestire i marchi (non convertibili) nell’acquisto di prodotti finiti tedeschi – un rapporto che si configurava come una sorta di baratto internazionale.

Ispirandosi anche alla politica di Schacht in un contesto di forza lavoro inutilizzata, scarsità di moneta nell’economia reale e vincoli di bilancio imposti dall’esterno, Ruffolo e Sylos Labini ipotizzano di utilizzare i Bot come moneta complementare negli scambi e negli investimenti. Prerequisito è che il debito sia trasformato in debito interno, per non dipendere più dai mercati finanziari; una dinamica già in atto dal momento che la quota di debito pubblico italiano collocato all’estero sta crollando rapidamente.

Che tale proposta sia davvero praticabile e risolutiva o meno, ciò che davvero colpisce è come le ricette alternative per uscire dalla crisi siano ad oggi ancora escluse dal dibattito pubblico. Quasi che le ricette ortodosse, che la crisi l’hanno provocata e continuano ad aggravarla, siano le sole mai formulate.

Il problema del modello finanziarizzato neoliberista

Tratto da L’Huffington Post, 20 novembre 2013

Lo scorso 11 novembre ho avuto la possibilità di confrontarmi con economisti e politici di primo piano sul tema della crisi e delle ricette per uscirne. Ho scelto d’affrontare il tema della finanziarizzazione, già toccato su queste stesse pagine. La ragione è che, a mio avviso, il problema non è contingente ma di modello, ed ogni misura sarà solo palliativa se non ci si rende conto di quale sia il modello economico attualmente in vigore e quali le storture da esso indotte.

Purtroppo, il concetto di finanziarizzazione è ancora largamente ignorato a livello di dibattito pubblico, e trascurato persino in ambito accademico: in Italia esistono pochi, ma per fortuna eccellenti, saggi come quelli di Luciano Gallino o un succinto ma prezioso studio pubblicato quest’anno da Angelo Salento e Giovanni Masino, La fabbrica della crisi.

Il fenomeno della finanziarizzazione odierna dell’economia, che data dagli anni ’70 del secolo scorso, può essere descritto da tre prospettive: una macroeconomica, una aziendale e una ideologica.

A livello macroeconomico, la finanziarizzazione consiste nella nota crescita relativa e assoluta del volume delle transazioni finanziarie, resa possibile dalla deregolamentazione ma anche dai nuovi strumenti informatici, che permettono lo spostamento quasi istantaneo di grandi masse di denaro (da cui l’uso e abuso dell’arbitraggio, la speculazione su variazioni marginali dei titoli da una piazza all’altra). A livello di regole, è stato permesso alle banche di aggirare l’obbligo dei depositi con la cartolarizzazione dei crediti (dunque il loro spostamento fuori bilancio), generando un enorme aumento della leva finanziaria. La tendenza degli attori economici è così divenuta quella di cercare il profitto nella speculazione finanziaria, in particolare di breve termine. I soggetti più inclini al “breve-periodismo” sono gl’investitori istituzionali (fondi pensione, fondi comuni ecc.), che oggi possiedono il 50% delle azioni mondiali.

Scendendo di un livello, si osserva come le imprese, anche non finanziarie, abbiano eletto la finanza a loro attività principale. Le imprese si sono deresponsabilizzate di fronte alla società, i manager tecnici sono stati sostituiti da esperti di finanza e dalla produzione di valore tramite la produzione di merci e servizi si è passata a quella tramite la produzione di plusvalenze azionarie – che in buona misura non è produzione ma estrazione del valore. Lo scopo supremo dell’impresa è divenuta la massimizzazione dello shareholder value, del valore per l’azionista. L’impresa è ora percepita come un portafoglio d’investimenti da scomporre, da fare a pezzi e cedere selettivamente, da snellire con esternalizzazioni e riduzione dei costi (in particolare del lavoro).

In tutto ciò, l’investimento produttivo è stato sostituito da quello finanziario. Si calcola che gl’investimenti produttivi siano calati negli ultimi decenni e che l’80% degli odierni scambi d’azione e moneta abbiano fine solamente speculativo. Il profitto è stato trasferito alla rendita ed è sparita la prospettiva di lungo periodo.

Rivelatore è il confronto tra due brevi passi, tratti dagli scritti di due manager italiani di spicco ma di generazioni differenti.

Il primo è Cesare Romiti. Nel 1986 ci fu la prima euforia borsistica in Italia, seguita da un crollo nel 1987. A tal proposito Romiti scriveva: “Nel 1986 l’Italia sembrava aver scoperto la medicina per tutti i suoi mali: la finanza. E questo mito della finanza, il nuovo vitello d’oro, pareva far dimenticare tante buone, vecchie regole. Si assisteva a casi di grandi investimenti finanziari, di iperbolici capolavori di ingegneria cartacea, su marchingegni sofisticatissimi, ai quali però non corrispondeva niente sul terreno: nessuna fabbrica nuova, nessun posto di lavoro in più, nessun prodotto con uno spazio sul mercato”.

Queste parole stonano con la lapidaria sentenza emessa, esattamente vent’anni dopo, da Sergio Marchionne: “L’unico misuratore di valore, stabilito dall’equilibrio tra chi compra e chi vende, è il mercato finanziario. Il resto sono cavolate”.

Il terzo livello sopra evocato è quello ideologico. La finanziarizzazione dell’economia ha infatti trovato la sua giustificazione e il suo facilitatore ideologico nel neoliberalismo. Si tratta di una dottrina totalitaria, perché tocca ogni sfera dell’uomo, tramutato in consumatore e profondamente modificato nei suoi rapporto con la società e la politica (sociologi hanno parlato di una “infantilizzazione” degli adulti, indotti a rimanere adolescenti fino a un’età avanzata). Il neoliberalismo è una dottrina dogmatica, perché ha al suo centro la fede nell’indimostrabile infallibilità del mercato capace di autoregolamentarsi con perfetta razionalità. Jean-Philippe Bouchaud ha notato come l’economia ortodossa non sia una scienza induttiva, in cui si ricava il modello dall’osservazione empirica, bensì una dottrina deduttiva, in cui prima viene il modello, e poi la realtà empirica deve adattarsi ad esso.

È su questo modello dogmatico e fideistico ch’è necessario oggi ragionare e confrontarsi in prima istanza.

“La crisi di ieri, le speranze di oggi”. La conferenza alla Camera

Tratto da Geopolitica Online, 14 novembre 2013. Resoconto di una conferenza cui ha partecipato Daniele Scalea

 

Lunedì 11 novembre, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati), l’IsAG ha organizzato la conferenza “La crisi di ieri. Le speranze di oggi” per analizzare gli effetti della crisi finanziaria del 2008, le cause di essa e le possibili soluzioni economiche e politiche. L’evento, moderato dal Dott. Matteo Finotto di “Class News CNBC”, si è articolato in due panel che hanno permesso di analizzare le cause e le prospettive della crisi alla luce degli strumenti economici a disposizione e delle politiche da attuare a livello nazionale ed europeo.

Jurij Gromyko

I lavori sono stati avviati dall’introduzione e dai saluti del presidente IsAG Tiberio Graziani, il cui intervento ha aperto il primo Panel dedicato alla finanziarizzazione dei mercati e ai progetti di investimento a lungo termine. Ha quindi preso la parola Jurij Gromyko, direttore dell’Istituto di Ricerche Avanzate E.L. Shiffers di Mosca, che ha dato avvio al suo intervento portando i saluti del presidente della Banca Millenium, Michail Bajdakov, costretto a mancare al convegno. Gromyko ha poi descritto il progetto della Piattaforma Razvitie, simbolo della necessità di porre in essere nuovi approcci nel campo dell’economia, della finanza e della gestione imprenditoriale. I punti di forza del progetto risiedono nel suo carattere plurifunzionale, nella necessità di una nuova interazione tra enti di ricerca e imprese nell’area eurasiatica e nella modernizzazione del sistema industriale e infrastrutturale che segua un percorso di stretta cooperazione e dia la priorità agli investimenti dotati di ampia estensione temporale e territoriale.

Paolo Raimondo

A seguire l’intervento di Paolo Raimondi, editorialista di “Italia Oggi”, avviato a partire dall’analisi accurata delle cause che hanno condotto alla crisi del 2008. Raimondi ha preso in esame le recenti decisioni macro-economiche, affermando che la loro natura rende evidente e visibile l’estrema debolezza dell’attuale sistema finanziario. Si è in particolare concentrato sulle scelte che hanno condotto ad una costante immissione di liquidità e alla conseguente “Governance della liquidità” responsabile di aver creato e alimentato le bolle speculative responsabili della situazione attuale. Secondo Raimondi le risposte necessarie per correggere gli effetti della crisi sono da ricercarsi nell’economia reale e nella realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali. Solo nei grandi progetti di sviluppo, come quello proposto da Gromyko, è possibile intravedere soluzioni valide ed attuabili per uscire dall’attuale momento di crisi.

Edoardo Reviglio

Il Panel è andato avanti con l’intervento di Edoardo Reviglio, capo economista della Cassa Depositi e Prestiti, che ha adottato per il suo intervento una prospettiva globale, descrivendo gli stravolgimenti epocali da cui l’attuale sistema economico è investito. Reviglio ha descritto il momento attuale come fase di grande convergenza della crescita dei paesi emergenti e del parallelo declino dell’economia occidentale. A partire da tale premessa – e considerando le aumentate richieste infrastrutturali di paesi come Cina ed India – il sistema finanziario non può che prepararsi a rispondere alle nuove richieste di investimenti di lungo termine. Reviglio ha poi individuato nei grandi investitori istituzionali (fondi pensione e assicurazioni), i soggetti più adatti a finanziare tali progetti di investimento. L’intervento si è concluso con un accenno alla necessità di regolamentare il mercato finanziario e con una nuova descrizione del momento di straordinaria complessità che l’economia e gli equilibri globali si trovano a fronteggiare.

Enzo Rossi

Enzo Rossi, professore di Economia politica all’Università di Tor Vergata, ha descritto i meccanismi che hanno condotto alla crisi attuale, concentrandosi sulla finanziarizzazione dei mercati e sulla responsabilità della de-regulation degli anni ’80. Rossi ha poi spostato l’attenzione sul rallentamento della crescita provocato dalla carenza di investimenti produttivi e sui vizi della distribuzione della ricchezza, evidenti analizzando la caduta della quota dei salari sul PIL. L’intervento si è concluso con una breve analisi delle possibili soluzioni alla crisi, che ha visto il Prof. Rossi concentrarsi sulla necessità di correggere gli squilibri strutturali che hanno portato alla crisi del 2008.

Daniele Scalea

Il primo panel si è concluso con l’intervento di Daniele Scalea, direttore generale IsAG, che citando gli studi di alcuni economisti italiani ha individuato tre livelli di analisi per approfondire il tema della finanziarizzazione dei mercati. Il livello macroeconomico, primo dei piani individuati, ha portato Scalea a descrivere la crescita del volume delle transazioni finanziarie, la mancanza di efficace regolamentazione dei mercati e la crescita delle attività speculative. Descrivendo il secondo livello di analisi, relativo al piano aziendale, il direttore generale IsAG ha parlato della crescente tendenza delle imprese a spostare l’attenzione sui mercati finanziari, passando dalla precedente “produzione del valore” all’attuale “estrazione del valore”, posta in essere con la riduzione progressiva degli investimenti produttivi a favore della speculazione finanziaria. L’intervento si è chiuso con la descrizione dell’ultimo livello di analisi, inerente agli aspetti psicologici e al cambiamento di mentalità che ha investito la società nel suo insieme, trasformando radicalmente i modelli di comportamento e gli approcci all’analisi economica.

Mauro Agostini

Dopo le conclusioni del presidente IsAG Tiberio Graziani, ha preso il via il secondo panel aperto dall’intervento del Senatore Mauro Agostini, già Sottosegretario al Commercio Internazionale del Governo Prodi II. Agostini ha descritto le particolarità dell’economia italiana, citando come componente positiva la performance registrata dal comparto delle esportazioni in settori chiave quali l’industria meccanica, l’agroalimentare e l’alta moda. Agostini ha individuato nelle industrie manifatturiere italiana e nell’incidenza che il comparto mantiene sul PIL, un’utile leva da sfruttare per raggiungere l’obiettivo della ripresa economica del paese. L’analisi si è poi spostata sulla finanza internazionale e sulla necessità di inserire una regolamentazione adeguata. Agostini ha criticato la politica tedesca causa di deflazione e la cattiva distribuzione del reddito che ha portato all’erosione della classe media, da sempre segmento sociale di fondamentale importanza per l’economia italiana. In conclusione l’ex sottosegretario ha parlato della spesa pubblica del paese, suggerendo la necessità di una razionalizzazione e di un miglioramento qualitativo della stessa che, mantenendone invariato il valore, ne incrementi le prestazioni.

Cristina Bargero

A seguire ha preso la parola l’On. Cristina Bargero, membro della Commissione Finanze, che ha aperto il suo intervento parlando della necessità di far ripartire la domanda interna nel rispetto degli attuali vincoli europei. Per la Bargero recuperare credibilità sul piano internazionale rappresenta un passo fondamentale in direzione della possibilità di rinegoziare tali vincoli. L’Onorevole ha descritto l’impegno della maggioranza di governo nell’attuazione di provvedimenti espansivi come lo sblocco dei fondi destinati al pagamento dei debiti delle P.A., e ha elencato i benefici fiscali presenti nella legge di stabilità. L’On. Bargero ha concluso il suo intervento citando come misure positive tanto la Service Tax quanto la Delega Fiscale, e accennando brevemente al problema della regolamentazione degli istituti di credito italiani.

Mario Lettieri

La conferenza è andata avanti con l’intervento di Mario Lettieri, Sottosegretario all’Economia del Governo Prodi II, che ha parlato della mancata regolamentazione del sistema finanziario e delle necessità di riportare lo strumento finanziario al servizio dell’economia reale correggendo le attuali distorsioni del sistema. Per Lettieri è indispensabile ripartire dagli investimenti produttivi, dalle grandi infrastrutture e dalla correzione degli squilibri sociali già esistenti. Nonostante l’alto livello delle esportazioni italiane è necessario affiancare ad esse un’aumentata capacità di consumo interno. L’On. Lettieri ha poi concentrato l’attenzione sulla necessità di riqualificare la spesa pubblica, razionalizzandola all’interno di comparti come la sanità, i fondi erogati agli enti locali e la previdenza, per recuperare risorse da indirizzare su una riduzione reale del cuneo fiscale.

Francesco Boccia

L’On. Francesco Boccia, Presidente della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, ha avviato il suo intervento parlando della legge di stabilità come di una legge che si discosta sostanzialmente dalle precedenti, in quanto non prevede al suo interno alcun aumento della pressione fiscale, né un taglio lineare della spesa pubblica. Boccia ha descritto i temi centrali su cui si concentreranno le modifiche alla legge di stabilità, individuando tra essi la fiscalità locale e il cuneo fiscale. Per ridurre la pressione fiscale risulta indispensabile, secondo Boccia, la costruzione di un meccanismo che permetta di generare nuove entrate. Le nuove entrate da ricercare sono per Boccia quelle collegate all’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie e ai sistemi di tassazione innovativi – come la Google Tax – che permettano un graduale adattamento del sistema fiscale ai nuovi comparti tecnologici.

Alfredo Musto

La conferenza si è conclusa con l’intervento di Alfredo Musto, direttore del programma di ricerca “Economia Internazionale” dell’IsAG. Musto ha descritto le cause della crisi del 2007-2008, parlando di cause legate al mercato finanziario e di cause da ricercarsi anche nelle dinamiche dell’economia reale. L’intervento è andato avanti con l’analisi delle aziende strategiche italiane da effettuarsi tenendo conto degli equilibri e dei processi che caratterizzano l’attuale contesto multipolare. Musto ha parlato del profilo industriale e della politica industriale del paese, considerandoli come aspetti che non possono essere in alcun modo separati dal conflitto geo-economico che da circa 20 anni interessa ogni settore del sistema capitalistico.

Presente la stampa che, al termine della conferenza, ha effettuato diverse interviste ai partecipanti.

La crisi di ieri, le speranze di oggi. Conferenza alla Camera dei Deputati