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UE e America Latina verso il semestre italiano: Daniele Scalea alla conferenza alla Camera

Fonte: Geopolitica Online, 14 maggio 2014

 
Si è svolta lunedì 5 maggio 2014 a Roma, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini della Camera dei Deputati, la prima conferenza del nuovo ciclo di convegni “Dialogo Italo-Latino Americano” (DILA), intitolata “Europa e America Latina. Come usare il semestre di presidenza UE dell’Italia” – organizzata dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

Per i saluti di apertura ha preso la parola il Dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG, che ha sottolineato la vicinanza culturale e il legame storico tra i due Paesi anche anche sulla base della presenza dei discendenti degli immigrati italiani che si insediarono nel subcontinente e dei movimenti migratori più recenti che al contrario hanno portato i latino-americani in Italia. L’America Latina continua ad attraversare una fase di crescita dal punto di vista economico che la rende particolarmente promettente per l’Europa in difficoltà. D’altro canto, l’America Latina guarda con interesse all’esperienza delle PMI italiane. L’Italia, ha auspicato il Dott. Scalea, potrebbe cogliere le opportunità di collaborazione stimolando dei progressi nell’accordo di libero scambio tra UE e MERCOSUR proprio nel corso del semestre di presidenza italiana dell’Unione.

Successivamente é intervenuto l’On. Fabio Porta, Membro della Commissione Esteri della Camera, ribadendo il rapporto storico con l’America Latina a cui l’Italia è legata dalla presenza delle comunità di origine italiana che la rendono una macro-regione per noi particolarmente importante. Dopo il recente Vertice di Santiago del Cile, dove la presenza politica europea non è stata significativa, nell’attuale contesto europeo caratterizzato dalla mancanza di un modello di riferimento e di indirizzo, sarebbe opportuno profondere maggior impegno diplomatico, assumendo anche un ruolo attivo con aiuti in alcune aree, ad esempio il Venezuela. La macroregione latino-americana cresce economicamente, il ceto medio si allarga e in alcuni Paesi prosegue la lotta per la riduzione della povertà: basti pensare alle politiche brasiliane di redistribuzione del reddito volute dall’ex Presidente Lula. Il semestre di presidenza italiana potrebbe essere sfruttato per dare un impulso al negoziato e intensificare le relazioni con l’America Latina, ricordando inoltre l’occasione dell’EXPO nel 2015.

Il Min. Pl. Carlos Cherniak, Consigliere dell’Ambasciata Argentina, ha ripercorso – dopo aver sottolineato il suo accordo con l’Avv. Francesco G. Leone, Direttore del Programma “America Latina” dell’IsAG e moderatore della conferenza, a proposito della necessità di abbandonare gli innumerevoli stereotipi sull’America Latina – l’evolversi dei progetti economici neoliberisti cui le dittature militari sono state funzionali e il successivo atteggiamento di repulsione nei confronti del neoliberismo e di un mercato scisso dalla società civile. Ogni Paese latino-americano sta ora elaborando in maniera diversa il proprio modello – nelle difficoltà indotte dall’alto tasso di disuguaglianza sociale – ma non si può tralasciare la piattaforma di costruzione identitaria comune sulla quale si concretizza diversamente la propria strategia. L’Italia, vista dall’America Latina in una fase di confusione, potrebbe guardare a questa macro-regione come a un laboratorio dove non vi è però una ricetta preconfezionata, e potrebbe cogliere la possibilità di promuovere un maggiore ruolo europeo evitando però l’errore, di alcuni Stati europei, di guardare ad un solo Paese – il Brasile – in rappresentanza dell’intera America Latina. Sebbene il Brasile stia tentando di avere un ruolo globale, non si può prescindere dal suo rapporto con l’Argentina. Il subcontinente latino-americano, ha aggiunto poi il Min. Pl. Carlos Cherniak, è un’area di pace in cui il vicino non è visto come potenziale nemico; al contrario si è dimostrata generalmente una buona capacità diplomatica.

È intervenuto poi nel convegno il Prof. Salvatore Monni, docente di Politica economica all’Università di Roma Tre. Nel suo contributo ha posto l’attenzione sulla scarsa considerazione riservata agli aspetti strutturali nell’ambito della crisi economica europea e sul procedere con idee e istituzioni che sono ormai obsolete, concepite nell’era bipolare e simboleggiate dall’esclusione di alcuni Paesi dalla governance, come risalta in maniera lampante nelle crisi. Nel semestre di presidenza l’Italia potrebbe – “prendendo qualcosa dall’America Latina” – promuovere la trasformazione delle istituzioni che filtrano le stesse idee, guardando appunto ad essa e ai tentativi di cambiamento intrapresi, ad esempio, in Bolivia ed Ecuador con la dottrina del “Buen Vivir”, superando così la crisi dal punto di vista strutturale con la modifica di idee e istituzioni.

Il Dott. Roberto Nocella, Capo Ufficio V della Direzione Generale “Promozione Paese” del Ministero degli Affari Esteri, ha esposto la realtà delle scuole italiane all’estero, che furono fondate in concomitanza con l’emigrazione italiana e ne ha ripercorso lo sviluppo a partire dall’area del Mediterraneo e dell’America del Sud, regolarizzato organicamente con Francesco Crispi e con la suddivisione in scuole sovvenzionate e governative. La presenza di questa rete scolastica annovera 43 scuole paritarie nel mondo di cui 15 in America Latina rappresentative del ruolo italiano nel subcontinente. Basti pensare a due di esse, in Perù e in Venezuela, dedicate a Raimondi e Codazzi, due italiani che hanno fornito notevoli contributi geografici nell’area. Per il Dott. Nocella sarà significativo il semestre come transizione in vista dell’EXPO del 2015 e dell’istituzione dell’Anno della cultura italiana in America Latina.

Di seguito il Dott. José Luis Rhi Sausi, Segretario Socio-Economico dell’IILA, riprendendo il concetto del profilarsi dell’identità latino-americana introdotto dall’Avv. Francesco G. Leone, Direttore del programma “America Latina” dell’IsAG – e la sua carenza, nella retorica che è stata portata avanti per moltissimi anni – si è soffermato sullo spazio di autonomia attuale nella capacità di decisione, in cui con l’organizzazione della società civile si è giunti ad abbracciare la causa della democrazia e, nel momento in cui gli USA e l’Europa hanno guardato altrove e gli USA si sono proiettati su altre regioni, l’America Latina ha cominciato a percepire un senso di solitudine; l’America Latina di oggi è pragmatica e sono assenti le ideologie estremiste. Ad esempio si pensò di essere in procinto di una rivoluzione con i neo-zapatisti in Messico, ma si risolse con dei negoziati. È importante abbandonare le vecchie categorie che portano a progetti velleitari come il pensare di indirizzare la politica estera italiana nella situazione critica venezuelana senza prestare attenzione ai meccanismi regionali. Dunque, oltre al dato notevole delle 15 scuole italiane in America Latina, sarebbe proficuo prestare attenzione alle opportunità per le piccole e medie imprese: si svolgerà in autunno un forum sulle piccole e medie imprese con l’Italia, su iniziativa latino-americana.

È intervenuto infine il Dott. Sergio Mora, giornalista dell’agenzia di stampa Zenit, sulla necessità di conoscere la realtà latino-americana nella sua vastità: in ogni Paese si incontra una realtà diversa e chi desidera investire deve conoscerla, oltre che comprenderne i punti di forza e di debolezza. L’Italia avrebbe delle carte importanti da sfruttare proprio nell’ambito delle piccole e medie aziende. È fondamentale però tener presente le due grandi propensioni negli orientamenti latino-americani: liberista e protezionista. Il primo interessa soprattutto gli Stati volti al Pacifico ed il secondo riguarda i Paesi membri del MERCOSUR.

L’Avv. Francesco G. Leone ha concluso con delle considerazioni sul poco spazio dedicato all’America Latina nella relazione programmatica sul semestre europeo di presidenza italiana ed evidenziando l’obiettivo di delineare un percorso attraverso tali incontri. In vista del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea, l’Italia non dovrebbe tralasciare le opportunità di collaborazione, considerando la trasformazione nell’agire economico impressa dalla Cina in America Latina.

(Ludovica Di Biagi)

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Gli oriundi dell’America Latina: emigrazione e politica estera

Tratto da Geopolitica Online, 27 gennaio 2013

“America Latina: tentativi di unità” è stato il titolo della conferenza organizzata dall’IsAG e svoltasi il 21 gennaio presso la Sale delle Colonne di Palazzo Marini, Camera dei Deputati, in Roma. Il sito di “Geopolitica” ospiterà, a partire da oggi, la pubblicazione degli atti del convegno. Si comincia con l’intervento di Daniele Scalea, neo-direttore generale dell’IsAG e condirettore di “Geopolitica”, che ha preso parte al secondo panel, “L’altra relazione transatlantica: l’Italia e l’America Latina”, dedicandosi al tema degli oriundi.

Lo storico australiano Richard J.B. Bosworth ha affermato che il popolo italiano, nei primi decenni post-unitari, conducesse una propria politica estera, indipendente da quella dello Stato, tramite l’emigrazione. A suo dire, l’emigrazione avrebbe potuto fondare per l’Italia una potenza più duratura di quella della Gran Bretagna, della Francia o di altri paesi colonialisti. In altre parole, dare all’Italia un impero coloniale di fatto e duraturo, senza bisogno di conquistarlo con le armi, come avrebbe faticosamente e fuggevolmente fatto più tardi. La considerazione di Bosworth è forse troppo enfatica, ma poggia su solide basi.

L’emigrazione italiana fu diversa da quella britannica, che avvenne nel quadro d’una dominazione coloniale, ma più simile agli attuali flussi dall’Africa, dalla Cina o dall’Europa Orientale. Questo tipo d’emigrazione inizialmente diffonde pregiudizi e ostilità, ma successivamente crea comunità nazionali ben integrate nella società ospite e capaci d’influenzarla. Tra i vantaggi possibili v’è la presenza d’una comunità favorevole ai buoni rapporti con l’Italia, la diffusione della cultura italiana, gli acquisti “della memoria” di prodotti italiani.

I governi italiani hanno tuttavia ignorato gli emigrati fino agli anni ’70 dell’Ottocento. Allora Francesco Crispi, capo del Governo e ministro degli Esteri, e Carlo Dossi (noto soprattutto come letterato, ma che fu anche il capo di Gabinetto agli Esteri di Crispi), invitarono i diplomatici a studiare, tutelare e dialogare con le colonie all’estero per tenerle legate alla madrepatria. I due garantirono inoltre finanziamenti ad associazioni e scuole italiane all’estero: nello stesso periodo, anche se su iniziativa privata, nacque la Società Dante Alighieri.

La linea di Crispi e Dossi non fu tuttavia seguita dai successori. Solo nel 1920 il ministro degli Esteri Sforza creò una Direzione Generale delle Scuole all’Estero, cui Mussolini aggiunse nel 1927 una Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e nel 1928 un Comitato per l’Espansione della Cultura all’Estero. Parallelamente all’attività statale, si muoveva però nel Ventennio anche l’organizzazione estera del Partito Fascista: ciò comportava ideologizzazione e faziosità, generando divisioni in seno alle comunità italiane e tra le comunità e le società indigene.

Nel secondo dopoguerra la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero divenne “per l’Emigrazione”, e su iniziativa di Nenni nacque una Direzione Generale delle Relazioni Culturali. Si trattava di una mossa di soft power compiuta ben prima che Joseph Nye coniasse il termine: l’idea era che, tramite la diffusione della cultura italiana, si potesse rilegittimare internazionalmente il paese dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

Dagli anni ’70, momento in cui si ha l’inversione del saldo migratorio, è calata l’attenzione per gli emigrati. Un rinnovato interesse si è verificato solo dopo il 2000, con la concessione del voto per gl’italiani all’estero e l’organizzazione di numerose conferenze internazionali di contatto con le comunità di espatriati. Tuttavia l’interesse appare rivolto – a torto o a ragione – esclusivamente agl’italiani all’estero e non agli oriundi, ossia le persone d’origine italiana. Le pure cifre quantitative invitano però a riflettere. Visto che si sta parlando di America Latina, prendiamo il caso dell’Argentina. Colà i cittadini italiani residenti sono 665.000; non pochi, ma gli oriundi (ossia gli argentini con almeno un antenato italiano) sono tra i 20 e i 25 milioni, ossia oltre la metà della popolazione di quel paese (sebbene gli italofoni siano al massimo un milione e mezzo). Di origini italiane sono stati sei presidenti argentini (sette se si accetta la teoria che vorrebbe Peron di origine sarda), diversi generali della dittatura (su tutti Galtieri e Bignone), artisti (ad esempio Astor Piazzolla), sportivi (oggi il più famoso è senz’altro Lionel Messi, d’origini venete).

Superiore, in termini assoluti e non relativi, alla comunità italiana in Argentina è solo quella in Brasile. Gli oriundi brasiliani sono tra i 25 e i 30 milioni, con concentrazioni in alcune regioni: a Sao Paulo sono il 25% della popolazione totale (il 50% nella città), a Paranà il 30%, a Santa Caterina il 45%, a Espirito Santo il 50%. Circa quattro milioni sono gl’italofoni. Tra i brasiliani d’origine italiana s’annoverano tre presidenti e numerosi sportivi (tra cui Ayrton Senna).

Le domande che a mio avviso meritano d’essere poste, e di trovare una risposta attenta e ragionata da parte nostra, sono dunque le seguenti: quanto sono ancora sentiti l’italianità e l’interesse per l’Italia tra oriundi il cui legame col nostro paese risale a diverse generazioni fa? In che misura questi oriundi alimentano legami economici e commerciali con l’Italia? E come gli oriundi dell’America Latina possono (se possono) inserirsi nella politica estera italiana?

America Latina: tentativi di unità. Presentazione alla Camera dei Deputati