Iran e Russia: amici o rivali?

Tratto da Eurasia Online, 26 marzo 2010

 

La settimana passata Finian Cunningham ha pubblicato, nel sito “Global Research”, un interessante articolo dal titolo “Iran’s Natural Gas Riches: US Knife to the Heart of World Future Energy”.

Cunningham sostiene, rifacendosi ad autorevoli opinioni, che il gas naturale è destinato a soppiantare il petrolio quale principale risorsa energetica mondiale. Il “sorpasso” dovrebbe avvenire nel 2030, a suggellare un continuo aumento, che va avanti da decenni, della quota di gas nei consumi energetici a livello globale. Il gas ha numerosi pregi: un valore calorifico superiore a petrolio e carbone, una minore emissione di anidride carbonica all’atto della combustione, ed una maggiore facilità di trasporto. I recenti progressi tecnologici hanno permesso all’AIEA di raddoppiare la stima delle riserve di gas sfruttabili, ed esse – al livello di domanda attuale – durerebbero per tre secoli.

Le riserve di gas naturale più corpose si trovano nel Vicino Oriente e nell’ex URSS. Il maggiore giacimento di gas è Pars Sud, in Iràn, che secondo Cunningham è destinato a sostituirsi all’Arabia Saudita come nuovo “cuore pulsante” dell’approvvigionamento energetico globale. Pars Sud entra in funzione questo mese, ad opera d’una compagnia dello Stato cinese. Europa e Cina sono i due possibili grandi acquirenti del gas iraniano. Cunningham interpreta l’aggressività statunitense verso l’Iràn come il tentativo di controllare il futuro centro energetico mondiale.

La Russia è l’altro grande produttore mondiale di gas naturale. In effetti, Mosca e Tehrān possono vantare rispettivamente le prime e le seconde più vaste riserve di gas naturale (che, Qatar a parte, surclassano quelle di tutti gli altri paesi del mondo), anche se l’Iràn come produzione attuale scivola dietro gli USA e il Canada e, in termini di esportazione, crolla al ventottesimo posto della graduatoria mondiale. La principale motivazione del contestato programma nucleare iraniano è proprio quella di soddisfare la domanda interna di energia, liberando così la produzione di gas naturale per l’esportazione.

Cunningham scrive che Russia e Iràn possono considerarsi competitori, in quanto entrambi grossi produttori di gas naturale, e conclude il proprio articolo sostenendo che l’ambizione russa «potrebbe spiegare perché Mosca si sia mostrata un alleato mercuriale e volubile dell’Iràn. L’ambivalente posizione russa verso le sanzioni proposte dagli USA fa pensare che Mosca abbia un proprio piano per ostacolare la Repubblica Islamica come rivale energetico regionale».

Davvero Russia e Iràn sono rivali?


Zbigniew Brzezinski, massimo geopolitico anglosassone vivente (ex segretario di Stato a Washington dal 1977 al 1981) e capofila dei realisti statunitensi, nel suo The Grand Chessboard (New York, 1997) individua nell’Iràn uno dei cinque attuali perni geopolitici, ossia di quegli Stati «la cui importanza non deriva dalla potenza e motivazione, bensì dalla loro sensibile posizione e dalle conseguenze della loro condizione di potenziale vulnerabilità sul comportamento delle grandi potenze» (p. 41). Questo perché l’Iràn, «malgrado l’attuale ostilità verso gli Stati Uniti, funge da barriera a qualsiasi minaccia di lungo termine portata dalla Russia agli USA nella regione del Golfo Persico» (p. 47). Brzezinski descrive come «scenario più pericoloso» quello di «una grande coalizione tra Cina, Russia e forse Iràn, una coalizione “antiegemonica” unita non dall’ideologia ma dal risentimento comune» (p. 55). Tale scenario potrebbe però realizzarsi solo se si verificassero due eventi: la Russia si ristabilisse, divenendo più appetibile come alleato, e gli USA si mostrassero «tanto miopi da mettersi simultaneamente contro Cina e Iràn» (p. 116).

In questi tredici anni molte cose sono cambiate. I due fattori propedeutici all’alleanza antiegemonica temuta da Brzezinski si sono realizzati almeno in parte. A Mosca il debole e corrotto El’cin è stato rimpiazzato dall’abile e deciso Putin, il quale ha restaurato il potere dello Stato in Russia e della Russia nel mondo. La politica estera di George W. Bush è stata abbastanza “miope” da assumere atteggiamenti ostili verso Tehrān e per nulla amichevoli verso Pechino. L’aggressività palesata dagli USA nell’ultimo decennio, specchio del timore di perdere l’agognato ordinamento unipolare seguito alla fine della Guerra Fredda, ha suscitato una reazione multipolarista tra le altre grandi potenze mondiali (europee escluse), le quali hanno messo da parte le rispettive divergenze per frenare, con discrezione ma costanza, l’egemonismo statunitense. In particolare, Pechino e Mosca si sono avvicinate moltissimo, ed entrambe hanno appoggiato l’Iràn.

Brzezinski è stato critico severo della politica neoconservatrice e, assieme a Walt e Mearsheimer, della lobby israeliana, accusata di aver manipolato i dirigenti di Washington al punto di far privilegiare, nelle scelte di politica estera degli USA, l’interesse di Tel Aviv rispetto a quello statunitense. Brzezinski ha appoggiato la candidatura presidenziale di Barack Obama, e quello ha ricambiato definendolo «uno dei migliori pensatori statunitensi» ed arruolandolo come proprio consulente.

Prima ancora di assurgere alla presidenza, Obama ha auspicato una nuova politica verso l’Iràn. Nel suo libro Brzezinski caldeggiava «un graduale miglioramento delle relazioni iraniano-statunitensi» (p. 149), perché «non è nell’interesse degli USA perpetuare l’ostilità con l’Iràn»: semmai «un Iràn forte, anche religiosamente motivato ma non fanaticamente anti-occidentale, è nell’interesse degli USA» (p. 204). La politica di Obama verso l’Iràn s’ispira largamente alle concezioni di Brzezinski. Mentre Bush jr. voleva annichilire la potenza iraniana, in nome della “democratizzazione” e della “sicurezza di Israele”, Obama vuole trovare un accomodamento con l’Iràn, perché lo ritiene comunque utile a contenere l’influenza russa nella regione. Ciò è stato immediatamente recepito a Tehrān, dove potenti settori della classe dirigente, dopo avere invano cercato di sconfiggere democraticamente l’intransigente ed anti-statunitense Ahmadinejād, giocano ora la carta della destabilizzazione, nella speranza di poter raccogliere la mano tesa di Washington. Fatto sta che il presidente della Repubblica Islamica è ancora Mahmud Ahmadinejād, il quale tiene ferma l’ideologia anti-atlantista e l’alleanza con Cina e Russia.

Sicuramente anche in Russia vi sono persone che considerano l’Iràn un rivale, o vorrebbero fosse considerato tale per favorire interessi di terzi; ma tale posizione è minoritaria nella dirigenza e pressoché assente nelle forze armate. L’accorta strategia energetica di Vladimir Putin, ex presidente ed attuale primo ministro, non può prescindere dall’alleanza con Tehrān.

Contestualizziamo. Nella seconda metà del secolo scorso l’URSS instaurò un vincolo economico coi paesi dell’Europa Occidentale, che pure erano membri di un’alleanza ostile (la NATO). Tale vincolo era costituito dall’approvvigionamento energetico. Nell’ultimo ventennio la crescita di Cina e India ha aggiunto altri due grossi acquirenti di risorse energetiche in Eurasia. La disgregazione dell’URSS ha però complicato molte cose. Da uno si è passati ad una pluralità di fornitori d’idrocarburi: oltre alla Federazione Russa vi sono anche l’Azerbaigian e quasi tutti i paesi centroasiatici. Tuttavia, oleodotti e gasdotti d’epoca sovietica passano tutti per il territorio russo, alla volta dell’Europa.

Per Washington è divenuto prioritario sovvertire questo stato di cose, creando nuove rotte energetiche che dal Caspio e dall’Asia Centrale raggiungano l’Europa scavalcando la Russia. Ciò per diverse buone ragioni:

– se Mosca non controlla più i canali di smercio di questi paesi, che vivono sull’esportazione d’idrocarburi, perde un’importante leva per influenzarli;

– se diminuisce la quota d’idrocarburi consegnati dalla Russia all’Europa, diminuisce pure il loro vincolo energetico e quindi le motivazioni per mantenere rapporti amichevoli;

– se il Cremlino non influenza più l’Asia Centrale è più facile per Washington divenire egemone anche in quella regione, e se non c’è più interdipendenza tra Russia ed Europa è più semplice per la Casa Bianca separarle e metterle l’una contro l’altra.

In tale ottica, gli Statunitensi hanno concepito vari progetti, i più importanti dei quali sono l’oleodotto (con gasdotto parallelo) Bakù-Tblisi-Ceyhan, il gasdotto trans-afghano e il Nabucco. L’unico già costruito è il BTC, che raccoglie gl’idrocarburi azeri alla volta della Turchia e, da lì, del resto del mondo. Concepito come una sorta di progetto “definitivo” per ribaltare gli equilibri nel cuore dell’Eurasia, si è rivelato invece poca cosa perché incapace d’attrarre sufficienti quantità di petrolio e gas dell’Asia Centrale. Il Nabucco insiste sulla medesima rotta, ma è un progetto ancor più grandioso, poiché procede dalla Turchia Orientale fino all’Austria. È tanto costoso quanto incerto: non è ancora chiaro chi potrà rifornirlo di gas sufficiente a giustificare l’investimento. Egitto, Iràq e Azerbaigian, i fornitori più probabili, potrebbero non essere sufficienti. Si sono fatti i nomi di Turkmenistan e Iràn, ma non mancano i problemi. Il Turkmenistan richiederebbe un collegamento aggiuntivo fino al terminale turco di Erzurum, ma questo dovrebbe passare o sotto il Mar Caspio – un vecchio sogno statunitense che finora si è sempre scontrato con le difficoltà materiali – o per l’Iràn. Quest’ultima sarebbe la soluzione più semplice, anche perché il gas iraniano stesso potrebbe alimentare il Nabucco, ma l’attuale tensione tra Patto Atlantico e Repubblica Islamica la rendono impraticabile, almeno per il momento. Esagera quindi Cunningham, lasciando intendere che la partecipazione di Tehrān al Nabucco sia cosa fatta. L’ultimo dei tre progetti, il gasdotto trans-afghano, ha costituito una delle motivazioni recondite dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, ma la perdurante instabilità del paese rende difficile prevedere quando potrà essere effettivamente realizzato.

Nel frattempo il Cremlino non è stato a guardare. Innanzi tutto sta potenziando le proprie rotte di transito, con la costruzione da poco avviata del Nord Stream e quella imminente del South Stream, che oltre ad aggiungere capienza al complesso delle condotte, scavalcano l’Europa Orientale, rivelatasi particolarmente infida e disturbatrice del flusso energetico russo-europeo (in ciò il ruolo perturbatore di Washington, pur esercitato nell’ombra, non è stato affatto secondario).

Con buona dose di realismo, i Russi hanno però compreso che non possono competere da soli contro l’offensiva geostrategica degli USA. Si sono perciò rassegnati ad una perdita parziale della propria posizione di privilegio, pur di respingere il tentativo statunitense di annullare quasi totalmente il vantaggio strategico russo. La Russia si è perciò rivolta a cinque attori principali: Europa Occidentale, Turchia, India, Cina e proprio Iràn. L’Europa Occidentale ha cooperato ai già citati programmi di rafforzamento delle rotte tradizionali. La Turchia ambisce a costituire un hub energetico del flusso diretto in Europa, ma l’intesa Putin-Erdoğan mira a fare sì che ciò avvenga in maniera cooperativa e non competitiva con Mosca. Ossia: la Russia accetterà la Turchia come secondo fulcro (minore), ed in cambio i due paesi non si combatteranno per non danneggiarsi a vicenda. India e Cina sono altrettanti bacini di domanda, paragonabili all’Europa, mentre l’Iràn è assieme all’Asia Centrale il principale bacino di offerta potenzialmente rivale della Russia. Va notato che Russia e Iràn sono gli unici due membri eurasiatici a pieno titolo del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (il cartello dei paesi produttori, paragonabile all’OPEC).

Il Cremlino, anziché incapponirsi in velleitari tentativi di controllo assoluto, ha deciso di puntare su una ridefinizione delle rotte e dei vincoli energetici che, pur indebolendo il proprio ruolo rispetto al passato, lo rende saldo abbastanza da resistere ai minacciosi disegni statunitensi. La Russia ha scelto di concentrarsi sulle forniture all’Europa, senza rinunciare ad un potenziamento dei flussi verso Cina e Giappone per differenziare i mercati di vendita, dirottando verso oriente le risorse di Asia Centrale e Iràn, di modo che non le facciano concorrenza a ovest. Sull’Asia Centrale si è stabilita una sorta di condominio russo-cinese, il cui emblema è l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Vasti progetti infrastrutturali permettono alla Repubblica Popolare di ricevere ingenti quantità d’idrocarburi dalla vicina Asia Centrale; i Russi possono sfruttare a propria volta le nuove condotte per esportare di più in Cina, e si assicurano che il grosso degl’idrocarburi centroasiatici diretti in Europa continuino a passare per il loro territorio, poiché grandiosi progetti come il Nabucco divengono anti-economici, nel momento in cui il principale mercato si trova a oriente anziché occidente. A proposito dell’Iràn, Mosca sta patrocinando l’opzione del “Gasdotto della Pace” che, attraversando il Pakistan, dovrebbe giungere in India, per soddisfare il secondo grande “assetato d’Oriente”. Le pressioni statunitensi su Nuova Dehli stanno frenando il progetto, ma Tehrān e Islamabad hanno deciso di partire per conto proprio, costruendo le rispettive tratte di gasdotto, paventando la possibilità che ad agganciarsi sia la Cina anziché l’India. Per gl’Iraniani è uguale: quel che conta è vendere. Per i Pakistani idem: a loro serve il gas, e per rendere profittevole la nuova condotta hanno bisogno di un acquirente più grosso di loro, e l’alleato cinese è anzi più gradito del nemico indiano. Pechino ha una sete d’energia pressoché insaziabile, e la sua ipotetica partecipazione al gasdotto potrebbe indurre gl’Indiani a rivedere la propria posizione, per non rimanere esclusi dalle nuove rotte energetiche che si vanno organizzando nel cuore del continente. Infatti, il gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-India è ancora troppo velleitario ed incerto per far dormire sonni tranquilli a Nuova Dehli.

Resta ancora da spiegare una cosa: la politica russa verso l’Iràn, che Cunningham definisce “mercuriale” e “ambivalente”. Tale percezione è comune e non del tutto infondata, ma sembra possibile ravvisare una precisa logica nel comportamento del Cremlino. Di sicuro operano diversi fattori.

Uno potrebbe essere l’orientamento del nuovo presidente Medvedev, anche se il suo peso non è determinante nella definizione della geostrategia russa. Medvedev è un economista liberale con fama di “moderazione”, mentre Putin è un uomo dello Sicurezza nazionale, anch’egli occidentalista ma, nel corso della propria presidenza, resosi conto di quanto sia difficile per Mosca trovare un modus vivendi con Washington e Bruxelles. Putin si è sempre mostrato interessato all’alleanza con l’Iràn, mentre l’attuale presidente appare più freddo.

Non sorprenderebbe scoprire che si tratti d’un semplice “gioco delle parti”. Putin negli ultimi anni da presidente era divenuto molto esplicito nelle sue critiche verso il Patto Atlantico. La scelta di Medvedev come successore ha rappresentato però un evidente messaggio: la Russia è ancora interessata a una riappacificazione con la NATO; altrimenti avrebbe optato per Sergej Ivanov (il candidato dei militari) o per Vladimir Jakunin (il candidato degli esperti diplomatici d’epoca sovietica). Perciò, Putin continuerebbe a legare a sé i paesi non occidentali, mentre Medvedev sarebbe incaricato di “fare gli occhi dolci” agli atlantisti.

Ma se anche così non fosse, e veramente ci fossero incomprensioni tra i due, sarà la linea “eurasiatica” di Putin a prevalere. Putin è immensamente più popolare di Medvedev. Presiede il partito di entrambi. Ricopre un ruolo istituzionale di poco inferiore a Medvedev. I posti di potere brulicano di suoi fedelissimi. Piace di più alle forze armate, mentre gli “oligarchi” – gli unici poteri forti che potrebbero preferirgli Medvedev – sono stati notevolmente indeboliti durante la sua presidenza.

Altri sono a mio giudizio gli elementi che motivano le scelte diplomatiche della Russia nei confronti dell’Iràn:

– Washington, percependo il declinare della propria influenza geopolitica ma trovandosi in mano uno strumento militare senza pari al mondo, ha ceduto alla tentazione di difendere l’egemonia con la forza bruta e s’è fatta sempre più aggressiva, comportandosi spesso come un attore irrazionale. Mosca si muove coi piedi di piombo, per non suscitare reazioni incontrollate da parte degli USA. Non diversamente da come ci si comporta quando si ha di fronte un cane rabbioso;

– la Russia, dopo aver latitato negli anni ’90, è ritornata nell’agone diplomatico vicino-orientale. Non ha ancora la forza per capeggiare un vero e proprio blocco filo-russo nella regione, ma può trovare spazio come mediatore esterno tra le parti. Ciò è agevolato dalla crisi della diplomazia statunitense, che sta perdendo smalto in Vicino Oriente per essersi appiattita eccessivamente sulle posizioni di Tel Aviv (gli attuali tentativi d’Obama di farsi rispettare dagl’Israeliani sono una tardiva risposta al problema, sollecitata dalle forze armate statunitensi). Tuttavia, per porsi come mediatori bisogna cercare di tener conto delle esigenze di tutti, Tel Aviv e capitali atlantiche incluse;

– l’Iràn ha rifiutato un accordo molto favorevole alla Russia: quello d’affidarle la fase cruciale del ciclo d’arricchimento dell’uranio, cosa che permetterebbe a Tehrān d’avere l’energia nucleare senza possibilità di sviluppare armi atomiche. Mosca ha una spiccata inclinazione a proporsi come fulcro anche dell’energia nucleare, e lo dimostrano i recenti accordi di cooperazione con India e Turchia. L’accordo con l’Iràn avrebbe rappresentato un prezioso tassello in questo mosaico, ed ecco perché i Russi hanno reagito piccati al rifiuto di Tehrān (che pure aveva alcune buone ragioni per tirarsi indietro).

Tutto ciò non toglie che la Russia rimane un alleato dell’Iràn, e che Mosca non può prescindere dal paese persiano per ridisegnare la mappa dell’energia eurasiatica in maniera a sé favorevole.

Chi volesse approfondire le tematiche qui solo accennate, potrà trovare questo e molto altro nel mio La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze, libro che uscirà in aprile per la casa editrice Fuoco di Roma.

Iran: un’interpretazione di quanto sta accadendo

Tratto da Eurasia Online, 12 febbraio 2010

 

Dalle ultime elezioni presidenziali (12 giugno 2009) ad oggi l’Iràn è stato continuamente sconvolto da manifestazioni, più o meno pacifiche, degli oppositori al presidente riconfermato Mahmud Ahmadi Nejad e – talvolta – pure alla guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Il tutto inserito nel quadro della controversia internazionale sul programma nucleare iraniano, con relative sanzioni e minacce d’attacco militare al paese da parte degli USA o di Israele. Anche in occasione delle recentissime manifestazioni per celebrare il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, la stampa occidentale ha dato decisamente più risalto agli scontri tra forze dell’ordine e contestatori che non alle celebrazioni ufficiali, che pure hanno attirato centinaia di migliaia, milioni di persone nelle piazze iraniane.

Ben presto in Occidente gli osservatori si sono polarizzati su due valutazioni opposte ma speculari. La prima, che va decisamente per la maggiore essendo quella propagandata dai mainstream media e fatta propria anche da molti governi, è che in Iràn sia in corso la lotta tra un regime tirannico e la maggioranza della popolazione spontaneamente insorta per abbatterlo. La seconda, meno diffusa ma fortemente radicata in alcune “nicchie”, è che i disordini iraniani siano da ricondursi ad un tentativo di “rivoluzione colorata” ad opera della CIA.

Senza soffermarci troppo sul carattere democratico o meno, rappresentativo o meno, repressivo o meno della Repubblica Islamica, vorrei concentrare l’attenzione sulla genesi e la natura delle proteste. Le due interpretazioni – a) sono assolutamente spontanee e genuine, senza ingerenze esterne e b) sono assolutamente artificiose e manovrate dall’estero – sono, a mio modesto parere, entrambe fallaci in quanto intrinsecamente riduzioniste. Entrambe vedono la realtà in bianco e nero: semplicemente una dice “bianco” e l’altra dice “nero”, ma entrambe rifiutano di vedere tutte le tonalità intermedie, quella variegata scala cromatica che compone la realtà fattuale.

Partiamo da un fatto: l’ingerenza esterna c’è, è fin troppo palese. Chi s’ostina a negarla difetta d’informazioni e/o pecca d’ingenuità. È di dominio pubblico che l’amministrazione Bush puntasse ad un “cambio di regime” in Iràn: tant’è vero che all’epoca se ne sentiva parlare sulla stampa con la medesima frequenza con cui oggi si tratta di “rivoluzione verde” (una coincidenza significativa). Seymour Hersh, forse il più importante giornalista investigativo statunitense (vincitore del Premio Pulitzer per aver svelato al mondo il massacro di Mai Lai), ha rivelato sul “New Yorker” che la passata amministrazione statunitense destinò nel 2007 circa 400 milioni di dollari per finanziare gruppi ribelli in Iràn. Al di là della correttezza o meno delle cifre, la cosa non può sorprendere: ciò è semplicemente in linea col proposito, più volte manifestato, di favorire un “cambio di regime” a Tehrān. E con le ripetute denunce da parte delle autorità iraniane d’ingerenze straniere. Si sa per certo che anche l’amministrazione Obama continua a finanziare l’opposizione iraniana: 20 milioni di dollari è la cifra destinata alla sola USAID per «promuovere la democrazia» nel paese mediorientale. E la segretaria di Stato Hillary Clinton, intervistata dalla CNN, ha ammesso che gli USA hanno discretamente appoggiato i dimostranti dell’opposizione in giugno. Thierry Meyssan (“La Cia e il laboratorio iraniano” e “Fallisce in Iran la rivoluzione colorata”) ha indagato sul coinvolgimento straniero nella contesa politica iraniana, senza essere mai confutato dai critici.

I sostenitori dell’assoluta “spontaneità” della cosiddetta “rivoluzione verde”, che fin nel nome ed in certi schemi d’azione richiama decisamente le “rivoluzioni colorate” orchestrate dagli USA in giro per il mondo, sono o male informati, o più semplicemente degl’inguaribili romantici che, identificandosi nell’opposizione iraniana, vogliono a tutti i costi crederla “senza macchia e senza paura”. Spesso essi rifiutano sic et simpliciter la cosiddetta “dietrologia”, convinti che la verità e tutta la verità sia quella vista in televisione. Ma la realtà è un po’ più complessa di così, e non si possono valutare le vicende umane senza prendere in considerazione tutti i fattori, compresi quelli che agiscono sullo sfondo o che sono volutamente celati al grande pubblico. Chiunque oggi scriva un libro sulla genesi della Prima Guerra Mondiale non potrà esimersi dal porre in primo piano alcune questioni geostrategiche ben distanti dai casus belli ufficialmente addotti all’epoca. Oggi è pacifico che la vera motivazione dell’ingresso in guerra dell’Inghilterra non fu difendere la neutralità del Belgio, bensì la sua supremazia marittima ed extra-europea dalla Weltpolitik del Reich germanico. Allo stesso modo, sottolineare che la scoperta dell’America non derivò da un “colpo di testa” di Colombo, bensì dall’ambizione spagnola di risalire la filiera del commercio delle spezie orientali, rientra nella normalissima analisi storica – cosa diversa dalla “cronaca” – e non è certo “dietrologia”. Ciò è pacifico; ma perché mai si dovrebbero adottare schemi interpretativi diversi quando s’indaga un fatto presente anziché uno passato? Chi rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi fattore che non sia evidente e palese già alla prima occhiata inevitabilmente si condanna ad osservare da una sola prospettiva, e dunque a non cogliere la profondità ed il reale significato dell’oggetto del suo sguardo.

D’altro conto, a tale visione naif si contrappone quella troppo estrema spesso bollata come “complottista”, secondo cui alla base degli eventi iraniani ci sarebbe un’oscura manovra di Washington. Le politiche di destabilizzazione dell’Occidente sono certo un fattore importante, ma non si possono ignorare né minimizzare quelli endogeni – che sono presenti in ogni “rivoluzione colorata”, e tanto più in Iràn dove, propriamente, non siamo di fronte ad un evento di quel tipo (ossia un colpo di Stato promosso dalla CIA) bensì ad uno scontro interno, che gli USA hanno contribuito a fomentare ed in cui si sono inseriti, ma che non hanno plasmato essi stessi né che manovrano in toto. Cerchiamo d’essere più chiari e precisi.

Lo scontro in corso è tra il Presidente e la Guida Suprema da un lato, e l’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altro. Rafsanjani – una sorta di “eminenza grigia” della Repubblica Islamica – non può essere considerato un semplice burattino coscientemente o incoscientemente in mano alla CIA. Rafsanjani è un chierico di primo piano, per otto anni presidente della Repubblica, oggi alla testa dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento, due organi non elettivi dotati d’ampi poteri (tra cui l’elezione e persino la destituzione della Guida Suprema). Nel corso degli anni ha accumulato enormi ricchezze e svariate accuse di corruzione da parte dei suoi avversari. Val la pena notare che Rafsanjani è catalogabile, per utilizzare le categorie trite e ritrite della stampa nostrana, come un “conservatore” e non certo come un “riformista”. Nel 2005 cercò il terzo mandato presidenziale (dopo otto anni di presidenza Khatamì), ma fu a sorpresa sconfitto dal sindaco di Tehrān, il laico Mahmud Ahmadi Nejad. Da lì cominciò la rivalità, esplosa in tutta la sua violenza negli ultimi mesi. Rafsanjani, sconfitto alle urne, ha trovato appoggi presso altre importanti figure della politica iraniana, come gli ex presidenti Khatamì e Musavì. Nemmeno costoro sono sospettabili d’essere agenti della CIA. Stessa cosa dicasi per gran parte dell’opposizione, eccetto i gruppi terroristi – monarchici e comunisti dei Mugiahiddin i-Khalq, cui appartenevano i dissidenti recentemente giustiziati (condannati appunto per aver preso parte non a manifestazioni pacifiche, bensì ad attentati che sono costati la vita a decine di persone) – e probabilmente qualche gruppetto di giovani militanti, che agiscono in sintonia con le tipiche procedure delle “rivoluzioni colorate”. Il clan Rafsanjani ha, invece, una propria base sociale. Una parte consistente del clero, ad esempio, non gradisce la popolarità acquisita dal Presidente – un laico – e la crescente influenza delle Forze Armate. Inoltre, Ahmadi Nejad ha impostato la propria politica sociale sull’attenzione per le classi basse: si può discutere quanto si vuole sull’effettiva efficacia e sincerità dei suoi provvedimenti, ma è certo che il “popolo minuto” rappresenta la sua base di consenso, mentre è nei ceti alti e soprattutto nella borghesia urbana che trova numerosi critici, se non altro perché la sua politica economica e l’isolamento commerciale hanno danneggiato i loro interessi materiali. Egualmente, molti studenti universitari – tradizionalmente inclini al “ribellismo” verso la società, e che hanno l’occasione di entrare facilmente in contatto con altre culture e punti di vista esterni – fanno parte dell’opposizione. Alcuni di questi saranno certamente mossi anche dal desiderio di una liberalizzazione politica e dei costumi. Quest’interpretazione “sociale” degli schieramenti politici in Iràn (che non va presa troppo rigidamente: Ahmadi Nejad ha sostenitori anche tra i ricchi e gli universitari, e oppositori tra la povera gente) non è certo una mia invenzione, ed è suffragata dall’approfondita indagine condotta da Terror Free Tomorrow e New America Foundation (vedi Ken Ballen e Patrick Doherty, “The Iranian people speak”). Esiste dunque un’opposizione genuina dotata d’una propria base sociale, sicché la lotta dal livello istituzionale è potuta scendere fin nelle piazze, come sperimentato negli ultimi mesi. Precisiamo, a scanso d’equivoci, che il sostegno a Ahmadi Nejad è superiore all’opposizione, come hanno dimostrato le ultime elezioni (i cui risultati tengo per buoni, poiché le tesi dei sostenitori dei brogli massicci e decisivi che ne avrebbero sovvertito l’esito non hanno retto all’analisi critica che ho svolto in Elezioni iraniane: la tesi dei brogli al vaglio”, al momento mai confutata e che perciò ritengo valida).

Perché negli ultimi mesi questo scontro al vertice si è tramutato in una lotta così violenta e serrata? Ritengo che gli USA abbiano avuto in ciò un ruolo diretto, non decisivo, ed uno indiretto, decisivo. Il ruolo diretto è, ovviamente, il finanziamento e la manipolazione di elementi dell’opposizione. È ipotizzabile senza suscitare scandalo la presenza di qualche agitatore statunitense in seno all’opposizione, soprattutto in quelle manifestazioni egemonizzate dall’ala più radicale, come i disordini provocati da comunisti e monarchici durante le celebrazioni dell’Ashura a Tehrān – sconfessati anche da Musavì. Eppure, se non ci fosse una reale massa d’oppositori non sarebbe stata possibile una così lunga serie di manifestazioni e disordini, nemmeno per un’agenzia ricca e potente com’è la CIA. L’opposizione iraniana esiste indipendentemente dal ruolo diretto degli USA, che si può supporre preponderante solo nel caso delle fazioni più estremiste (e violente), come i terroristi dei Mugiahiddin i-Khalq le cui basi si trovano in Occidente. È assai plausibile che ci siano stati contatti informali tra l’opposizione iraniana e gli Statunitensi, vista la contingente parziale coincidenza d’interessi. Ma non è credibile che questa parte cospicua, anche se minoritaria, della società iraniana possa essersi improvvisamente venduta in massa alla Casa Bianca.

Maggiore rilievo ha avuto il ruolo indiretto degli USA, determinante per spingere Rafsanjani ed i suoi alleati a cercare lo scontro aperto con Ahmadi Nejad (e Khamenei). La posizione di George W. Bush verso l’Iràn si potrebbe riassumere grosso modo come segue: l’Iràn è uno “Stato canaglia”, un nemico che dev’essere sottomesso con la forza (invasione o colpo di Stato etero-diretto) e le cui istituzioni vanno “occidentalizzate”, quindi con l’abbattimento della Repubblica Islamica. Con un interlocutore del genere c’era ben poco spazio di manovra. Le cose sono cambiate con Barack Obama. Il Presidente democratico, in omaggio alle tesi geopolitiche del suo consulente Zbigniew Brzezinski (si veda il suo The Grand Chessboard), ritiene che l’Iràn debba costituire un tassello fondamentale nella strategia mondiale statunitense, fungendo da argine all’influenza russa e cinese nel “Grande Medio Oriente”. Dato che le disavventure in Afghanistan e Iràq rendono improponibile un’invasione anche dell’Iràn, e dal momento che un “cambio di regime” a Tehrān è assai improbabile, l’unica scelta è trattare, mediare. Obama ha osato (e uso questo verbo perché negli USA è difficile contestare apertamente i programmi di Tel Aviv) persino costruire una parte della sua campagna elettorale su questo tema, sicché non si può ignorarlo. Il problema è che né Obama né Ahmadi Nejad sono disposti a fare grandi concessioni, e così è arduo per loro venirsi incontro. Anche se si risolvesse lo scoglio del programma nucleare, per Obama sarebbe solo un primo tassello: provocare il riallineamento geostrategico dell’Iràn sarebbe operazione ancora più difficile e laboriosa. La differenza tra USA e Iràn sta in questo: che essendo i primi più forti del secondo, negli USA l’opposizione alla “linea Obama” è la “linea dura”, quella della contrapposizione frontale all’Iràn, della promozione del “cambio di regime” o dell’attacco militare; in Iràn invece chi s’oppone alla “linea Ahmadi Nejad” è favorevole all’appeasement con Washington. Ecco dunque che, dopo l’ascesa alla presidenza di Obama, la fazione che fa capo a Rafsanjani – tradizionalmente favorevole all’inserimento nell’economia capitalista globalizzata ed a rapporti “distesi” con l’Occidente – ha intravisto l’opportunità ed ha scelto di agire per liberarsi di quella che considera come una zavorra per gl’interessi dell’Iràn (o per i propri personali), ossia l’oltranzismo e l’idealismo di Ahmadi Nejad. Il clan Rafsanjani vorrebbe spodestare Ahmadi Nejad per fare maggiori concessioni agli USA e così rendere possibile la distensione diplomatica con l’Occidente, cosa che favorirebbe in particolar modo gl’interessi economici dei ceti alti iraniani, gli stessi che forniscono la base di sostegno all’opposizione. Khamenei è un ostacolo infinitamente minore: egli ha scelto attualmente d’appoggiare Ahmadi Nejad, ma se questo dovesse cadere in disgrazia, non avrebbe grossi problemi a mostrarsi conciliante col clan Rafsanjani: Khamenei è la Guida Suprema dal 1989, il che significa che ha convissuto per 8 anni con Rafsanjani presidente e per altri otto con Khatamì. Siccome, però, la popolazione è in larga maggioranza a fianco di Ahmadi Nejad, Rafsanjani ed alleati hanno scelto d’optare per la via extra-istituzionale: lo scontro di piazza, il tentativo di rovesciare il Presidente con la forza, logorandolo costantemente ai fianchi finché non sarà possibile dargli lo scossone finale.

Se il progetto dell’opposizione iraniana dovesse avere successo, cosa succederebbe all’Iràn? Come già si è detto, si troverebbe un accordo sul nucleare con l’Occidente; prevedibilmente, sarebbe Tehrān a dover compiere numerosi passi indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista), ossia a fare ripetute concessioni. La contropartita, quella tanto agognata, sarebbe la riapertura a pieno regime dei canali commerciali con l’Occidente. Sul piano interno, è assai probabile che la liberalizzazione dei costumi sarebbe scarsa se non nulla: infatti, l’ala più radicale e libertaria dell’opposizione sarebbe prevedibilmente tagliata fuori dai giochi subito dopo la presa del potere. Aumenterebbe anzi il potere del clero a dispetto di quello delle Forze Armate, e si andrebbe in direzione opposta alla “democratizzazione”, in quanto il demos ha già mostrato in maniera eclatante da quale parte stia. Sul piano internazionale, però, non ci sarebbe quel radicale ribaltamento d’alleanze auspicato da Obama e dai realisti statunitensi. I rapporti di forza nel mondo stanno cambiando, ed oggi anche Russia e soprattutto Cina offrono opportunità commerciali e politiche non inferiori a quelle dell’Occidente. Un Iràn “de-ahmadinejadizzato” si limiterebbe a condurre una politica più cauta, “multi-vettoriale”, cercando di mantenere buoni rapporti con tutte le grandi potenze.

Un quadro molto diverso da quello naif ed idealistico che oggi si figurano gli entusiasti sodali occidentali dei “verdi” iraniani.

L’Africa nella politica estera italiana

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 3/2009

 

Le due Afriche

Volendo descrivere ed analizzare la politica estera dell’Italia in relazione all’Africa (e, più in generale, il rapporto storicamente intercorrente tra la nostra penisola ed il continente nero) si dovrà inizialmente affrontare una questione preliminare, ossia la definizione di “Africa”.

Il riferimento, ovviamente, non è alla definizione geografica. Essa è lineare e piana, non essendoci il bisogno di trovare confini arbitrari, come ad esempio per separare l’Europa dall’Asia. L’Africa è quel continente collegato alla massa eurasiatica dalla sola penisola del Sinai. Ma dal punto di vista storico, geopolitico ed etnico, esistono almeno due Afriche, separate tra loro dal grande deserto sahariano. A nord del Sahara v’è la fascia costiera mediterranea, di popolamento semita, abitata da arabi e berberi arabizzati; a sud l’Africa nera o subsahariana, che dalle coste oceaniche all’entroterra profondo e spesso inospitale è abitato da genti di razza negroide. Abbiamo scritto “almeno” due Afriche, perché in realtà se ne potrebbe individuare una terza, una sorta di zona di transizione tra le altre due: l’Africa Nord-Orientale. L’Egitto è una terra d’antichissima cultura, difficile da ridurre ad una semplice parte costituente del Màghreb: non è un caso che la sua inclusione o esclusione dal “occidente musulmano” (il “Màghreb” per l’appunto) sia controversa. La città d’Alessandria e la penisola del Sinai mantengono, ormai da millenni, l’Egitto strettamente legato al Levante ed al Medio Oriente: molto più di quanto lo sia con la penisola italiana ed il Mediterraneo Occidentale, naturale punto di riferimento per il resto del Nordafrica. Seguendo la fertile striscia di terra che, al seguito del Nilo, fende i deserti, la civiltà egiziana s’addentra nella Nubia, dov’è oggi lo Stato del Sudan, ad oriente del quale s’estende il Corno d’Africa, regione che attraverso il Mar Rosso si collega alla penisola arabica e, controllando il Bab el Mandeb ed il Golfo di Aden, controlla in ultima istanza anche un’uscita del Mar Mediterraneo. Geopoliticamente, valle del Nilo e Corno d’Africa appartengono alla regione mediterranea, che da Gibilterra raggiunge l’Oceano Indiano. Non a caso, il geopolitico britannico Halford Mackinder divise l’Africa, assegnandone una parte all’Inner Crescent ed un’altra al Marginal Crescent, anche se differì dalle nostre considerazioni su Sudan e Corno d’Africa, vedendo invece una fascia desertica ininterrotta che va dal Sahara alla Penisola Arabica, ed isola completamente l’Africa Nera. A parte questo, ci sentiamo di sottoscrivere la sua affermazione per cui «il confine meridionale dell’Europa era ed è il Sahara, non il Mediterraneo, poiché è il deserto a dividere l’uomo bianco dal nero»1. Forse i residui pregiudizi d’età vittoriana impedirono a Mackinder d’accorgersi che la separazione tra europoidi e negroidi non era così netta, ma che esisteva un’ampia fascia di transizione che è, appunto, quella nilo-etiopica da noi individuata; sicché se il Nordafrica è un po’ Europa, come fa intendere Mackinder, potremmo dire che anche l’Europa Meridionale è un po’ Africa.

L’Italia è in Africa

Nel corso di tutta la sua storia, dall’Antichità ad oggi, l’Italia è sempre stata legata profondamente a quest’Africa settentrionale, mediterranea, “europea”. Per certi versi, ne ha fatto o ne fa tuttora parte. Certamente vi sono stati alti e bassi, ma il filo teso tra le due sponde del Mediterraneo non s’è mai completamente spezzato: si possono ignorare i propri vicini, ma non così completamente da dimenticarsi della loro esistenza. Ma se l’Italia ha avuto questo legame profondo con una delle due Afriche, al punto da potere individuarla come sua parte costituente, lo stesso non si può dire nei confronti dell’altra. Per i Romani “Africa” era solo quella settentrionale; poca importanza si dava a cosa vi fosse a sud del Sahara. Le potenze marittime dell’Italia medievale e moderna – su tutte le “città marinare” – puntarono sempre e solo al controllo di posizioni nel Mediterraneo, e mai s’interessarono alle rotte oceaniche. Lo Stato italiano unitario ha sempre imperniato la propria politica estera, oltre che sull’Europa, sul Mediterraneo – nella sua accezione allargata, fino alla Somalia – ignorando completamente l’Africa subsahariana. La spiegazione è in fondo semplice. Costituendo il Sahara un vero e proprio sbarramento sulle vie di terra, l’Africa Nera è stata pertinenza delle potenze marittime oceaniche, le stesse che hanno egemonizzato la corsa alle Americhe ed all’Asia: Spagna, Paesi Bassi, e, rispetto all’Africa subsahariana, soprattutto Portogallo, Francia e Inghilterra. Per tutti questi paesi l’Africa Nera ebbe un ruolo marginale: la sua costa doveva offrire delle basi lungo la rotta per le Indie Orientali, e l’entroterra garantire la fornitura di schiavi. Solo nell’Ottocento inoltrato, col “colonialismo” propriamente detto, le potenze europee oceaniche penetrarono nell’entroterra, e cominciarono a misurare il controllo dell’Africa sulla bilancia degli equilibri mondiali. La Francia e l’Inghilterra, in particolare, tramite i propri possedimenti crearono nel continente vasti imperi, che legavano le due Afriche e, quindi, la lotta per il controllo delle rotte oceaniche e delle risorse extraeuropee a quella per il controllo del Mediterraneo. La Germania pure fu una potenza oceanica, ma arrivò in ritardo alla contesa, per le ben note ragioni: la sua tardiva riunificazione (posteriore anche a quella italiana), e la volontà di Bismarck di non impegnarsi a livello coloniale per meglio mantenere il ruolo egemone ed equilibratore della Germania in Europa. Ma pure una volta che Berlino cominciò la propria espansione coloniale, essa dovette affrontare una grave limitazione “strutturale”: la sua apertura all’oceano era limitata al passaggio obbligato nel Mare del Nord, controllato dall’Inghilterra. Londra poteva, volendo, sbarrarle il collegamento con le colonie – come effettivamente avvenne in occasione della Grande Guerra. La situazione dell’Italia non fu troppo diversa da quella della Germania. L’Italia è immersa nel Mediterraneo, ed il Mediterraneo ha due sole piccole aperture sugli oceani: lo Stretto di Gibilterra ed il passaggio sul lembo di terra, oggi tagliato in canale, di Suez. Una proiezione italiana nell’Africa subsahariana era, oltreché difficoltosa, anche sostanzialmente inutile, finché non ci fosse stato il controllo sul Mediterraneo e le sue uscite. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Africa Orientale Italiana si trovò isolata perché il nemico britannico sbarrava sia Gibilterra sia Suez. Vero che l’A.O.I. rientra nel novero dell’Africa “mediterranea”, così come l’abbiamo definita, ma mancando il controllo dell’Egitto era paragonabile ad una qualsiasi colonia detenuta nell’Africa subsahariana. Ecco, dunque, spiegato perché l’Italia, così vicina all’Africa, abbia concentrato sempre i suoi sforzi su una sola area, lasciando l’altra a paesi che, sulla carta, ne erano più distanti rispetto a lei. Rimane un ultimo nodo da sciogliere: l’unica differenza tra il caso italiano e quelli francese e spagnolo risiede nella disponibilità di sbocchi oceanici per Parigi e Madrid? A nostro parere, non si riduce esclusivamente a quello, ma bisogna guardare anche all’equilibrio interno ai due paesi. La Francia fu costruita intorno a Parigi: la Provenza fu inglobata nel regno settentrionale, alla stregua d’una conquista. La Reconquista spagnola fu condotta dai due regni settentrionali di Castiglia e Aragona contro quelli che, in realtà, erano altri Spagnoli, solo meridionali e musulmani. Spagna e Francia furono costituite per acquisizione del meridione mediterraneo da parte di un settentrione “oceanico”2: esse, al pari di Olanda, Portogallo, Inghilterra e Germania, andarono in Africa. L’Italia, in Africa, c’era già perché ne fa parte.

Africa e Italia nella storia

Prima dell’arrivo degli Indoeuropei (o Arî), databile grosso modo nel II millennio prima del Cristo, la penisola italiana, quella greca, l’Anatolia, il Levante e l’Egitto formavano un’area etnicamente omogenea. Le tante leggende antiche, che riconducono ad eroi greci o anatolici la fondazione di città italiane, testimoniano assieme ai ritrovamenti archeologici di questo stretto legame arcaico. L’arrivo degli Arî, sotto questo punto di vista, non mutò le cose. Le nuove genti indoeuropee si fusero con gl’indigeni, dando vita alle popolazioni italiche ed a quelle italiote (cioè composte da pre-indoeuropei, italici e greci). Roma reputava di discendere da Troia, città anatolica, ed orientò tutta la sua politica al controllo del Mediterraneo. Gl’Italici sentivano maggiore affinità con le popolazioni mediterranee, anche non indoeuropee, piuttosto che con genti schiettamente arie come i Celti o i Germani. Significativamente, uno dei valori centrali della civiltà romana antica, ossia il rispetto della fides (la lealtà) in guerra, veniva attentamente seguito nelle guerre con le altre popolazioni italiche, con le poleis italiote, con gli stessi Cartaginesi d’origine fenicia (e dunque semita), ma non con i Galli, i quali erano percepiti come una popolazione troppo diversa perché si potessero condividere dei princìpi di condotta bellica con loro3. Tuttavia, va qui notato che, malgrado i Romani avessero raggiunto il dominio incontrastato del Mediterraneo, egualmente non sentirono mai il bisogno di portarsi nell’Africa Nera. Possiamo ricondurre ciò al fatto che l’Africa subsahariana fosse una terra povera ed insalubre, mal collegata via terra colle regioni settentrionali, e che perciò aveva poco da offrire all’impero di Roma. Inoltre, la strategia d’espansione di Roma era imperniata sul Mar Mediterraneo, ed adattandosi alla sua forma si sviluppò “orizzontalmente”, estendendosi da est a ovest più che “verticalmente”, da nord a sud. La Gallia superiore e la Britannia furono conquistate per l’ambizione di un solo uomo (Caio Giulio Cesare), l’effimera occupazione della Germania era motivata dalla necessità di accorciare il limes difensivo e l’invasione della Dacia fu una risposta all’aggressione dei Daci stessi; per il resto, gli ultimi tentativi d’espansione romana si svolsero nel Vicino Oriente, verso Armenia e Mesopotamia.

La caduta di Roma e l’arrivo dei Germani, con la di poco successiva espansione musulmana nel Levante e nel Nordafrica, concorsero senz’altro ad allontanare le due sponde del Mediterraneo, ma non riuscirono mai a scindere il legame tra Italia e Africa mediterranea. I ducati longobardi di Spoleto e Benevento prima, l’imperatore Federico II Hohenstaufen poi, fecero ampio uso di mercenari musulmani; la Sicilia fu a lungo un emirato, e quella “occupazione” (è improprio usare questo termine, perché la conquista fu sì condotta da berberi, arabi e spagnoli, ma dopo pochi decenni le forze armate siciliane erano composte quasi interamente da locali, ed in alcune zone animarono una guerriglia ventennale contro l’usurpazione normanna4) coincise col periodo più florido e prospero di tutta la sua storia multi-millenaria. Il Regno di Sicilia, normanno, fu il reame cristiano più impegnato nelle Crociate, e le “repubbliche marinare” fondarono la propria ricchezza sui commerci col Levante bizantino o musulmano.

Semmai, il periodo in cui le due sponde del Mediterraneo furono meno legate coincise con la bassa Età moderna, quando fu massimo l’influsso politico, ideologico ed economico dell’Europa Occidentale e Settentrionale sull’Italia, e quando le nuove rotte transoceaniche avevano diminuito l’importanza dei commerci mediterranei. Il ritorno di fiamma coll’Africa mediterranea sarebbe avvenuto in coincidenza con la riunificazione dell’Italia a opera dei Savoia.

Le chiavi senza le porte: la politica africana dell’Italia liberale

Inizialmente, l’Italia appena unita era troppo debole, fragile ed indebitata per potersi concedere avventure. Eppure, compiuta l’unità in maniera accettabile nel 1866, fu subito chiaro ai dirigenti dell’epoca che teatri d’azione principali per l’Italia sarebbero stati il Mediterraneo ed i Balcani (questi ultimi facilmente riconducibili allo scacchiere mediterraneo)5, mentre nell’Europa continentale l’azione di Roma avrebbe avuto un tenore più “conservativo” e “difensivo”. Non a caso, furono proprio due eventi avvenuti uno nel Nordafrica ed uno nei Balcani, a stretto giro di posta l’uno dall’altro, a segnare una prima svolta nella politica estera italiana: quella dal non allineamento e dal basso profilo della Destra (e soprattutto di Visconti Venosta) a quella filo-germanica e più avventurista della Sinistra (e in particolare di Crispi). Varrà però bene notare che questa suddivisione tanto schematica è una pura semplificazione: il mutamento di prospettiva riguardò l’intera classe politica (è del resto noto che i governi della Sinistra furono propiziati dall’intesa tra le ali “centriste” dei due schieramenti). Non a caso, il primo evento a segnare la svolta piombò negli ultimi anni di governo destrorso, col marchese Emilio Visconti Venosta al dicastero degli Esteri: la rivolta dei contadini cristiani (motivata, più che da avversione religiosa per la Sublime Porta, dall’intolleranza verso l’esosità del fisco) di Bosnia e Erzegovina nel 1875. L’allargamento del conflitto mise in luce lo strapotere del Dreikaiserbund, il Patto dei Tre Imperatori, nei Balcani e, per converso, l’incapacità italiana di far pesare la propria voce in una regione considerata tanto essenziale per la propria politica. E fu nel 1875 che, già negli ambienti prima rigidamente neutralisti della Destra, s’affacciò la prospettiva di un rapporto privilegiato con la Germania di Bismarck. È significativo che a porre in risalto questa “svolta del 1875”, che di fatto sminuisce il peso del passaggio dalla Destra alla Sinistra, sia stato proprio uno studioso come Brunello Vigezzi, grande estimatore di quella che definisce la «politica estera liberale» di Visconti Venosta6. All’insurrezione bosniaca seguì l’intervento di Mosca, coi suoi successi sugli Ottomani e la conseguente espansione che fece preoccupare e minacciare l’intervento a Vienna e Londra, fino alla mediazione risolutiva di Bismarck che permise la convocazione del Congresso di Berlino nel 1878. Quel congresso ebbe tanti vincitori ma due soli sconfitti: la Russia, che vide ridimensionati a tavolino i guadagni conseguiti sul campo, e l’Italia, che non ottenne alcunché. La Sinistra era già al potere dal 1876, ma nel frattempo non aveva osato modificare la rotta, se si esclude l’approccio a Bismarck tentato da Crispi (allora presidente della Camera) su incarico di Depretis e del Re. Il conte Luigi Corti, delegato a Berlino e uomo di sentimenti “destrorsi”, tornò dal congresso con le «mani nette», mentre l’Austria-Ungheria ottenne il governo de facto della Bosnia-Erzegovina, l’Inghilterra l’isola di Cipro e, quel che fu peggio per l’Italia, la Francia ricevette via libera per l’occupazione della Tunisia. La Tunisia era nelle mire sia di Parigi sia di Roma. I Francesi nel 1830 avevano occupato l’Algeria, e contavano d’allargare i propri dominî nel Nordafrica. In Tunisia si erano concentrati anche gl’investimenti economici italiani, e non v’è dubbio che la regione fosse strategicamente importantissima per Roma, essendo separata dalla Sicilia solo da uno stretto braccio di mare. L’importanza strategica della Tunisia può ben essere resa con un nuovo riferimento alla Seconda Guerra Mondiale: il fatto di dover mandare i rifornimenti all’armata libica tramite i porti di Bengasi e Tripoli, anziché quello molto più prossimo di Tunisi (che poté essere sfruttato solo nella fase finale della guerra, quando la sconfitta era ormai certa) costituì un gravissimo handicap per le nostre forze armate. Bismarck, la cui politica si fondava sostanzialmente sul mantenere isolata la Francia per castrarne lo spirito di revanche, già da tempo ambiva a portare dalla propria parte l’Italia (che, varrà bene ricordarlo, nel 1870 discusse seriamente se entrare in guerra a fianco di Parigi contro Berlino). La sua abile mossa fu quella di sfruttare la comune ambizione alla Tunisia per dividere definitivamente i due paesi: infatti, prima della conferenza offrì la regione ad entrambi. Corti ritenne però di dover lasciare cadere l’invito, e lo stesso fece con quello di Londra (che a sua volta favoriva l’occupazione francese della Tunisia per avere via libera a quella dell’Egitto) d’occupare la Tripolitania. Anche se certa critica guarda oggi con approvazione alle cautele estreme di Corti e del governo Cairoli, non v’è dubbio che la loro politica fu fallimentare. La Tripolitania, rifiutata allora, sarebbe stata conquistata alcuni decenni dopo da Giolitti, oltre tutto accelerando in quell’occasione l’esplosione della Grande Guerra; più grave ancora fu la rinuncia alla Tunisia, in quanto motivata esclusivamente dalla volontà di non rompere con la Francia. In realtà la rottura avvenne comunque, quando fu la Francia a procedere all’occupazione della regione, che sarebbe stato di fondamentale importanza strategica avere nelle nostre mani. Eccolo dunque il secondo evento che determinò la svolta nella politica estera italiana: l’occupazione della Tunisia da parte dei Francesi nel 1881. Essa fu accolta in Italia da manifestazioni popolari di rabbia e da critiche diffuse al governo, che tra l’altro era retto dallo stesso Cairoli responsabile delle «mani nette» berlinesi (assieme a Depretis, a dire il vero). Dimessosi Cairoli, i suoi successori s’affrettarono dunque a concludere l’alleanza coi Tedeschi, di cui, solo un decennio prima, Roma aveva rifiutato le avances. Lo scopo ultimo del trattato era l’uscita dall’isolamento, e ciò spiega perché l’Italia fu disposta ad accettare condizioni non del tutto favorevoli. In primo luogo, Bismarck impose il patto a tre con l’Austria-Ungheria. L’Italia ebbe l’assicurazione dell’intervento di Vienna e Berlino al proprio fianco in caso d’aggressione non provocata da parte della Francia, ma essa era decisamente improbabile, giacché Parigi aveva già in mano quanto poteva desiderare dall’Italia: Nizza, Savoia, Corsica e Tunisia. La Tripolitania non le interessava, tanto che al momento d’occupare la Tunisia l’aveva indicata al governo di Roma come possibile compensazione. Semmai il revanscismo francese si rivolgeva contro la Germania, che l’Italia s’impegnava ad assistere nel caso fosse stata attaccata; in più s’aggiungeva il dovere di difendere l’Austria-Ungheria nel caso che ad aggredirla fossero stati due paesi contemporaneamente. Evidentemente si trattava di Francia e Russia in quanto, per esplicita richiesta dell’Italia, una clausola del trattato escludeva qualsiasi implicazione bellica contro l’Inghilterra. A parte la vicinanza ideologica della classe politica liberale, a convincere Roma che in nessun caso ci si dovesse opporre agl’Inglesi era la loro superiorità marittima, di fronte ad un paese come l’Italia che ha un enorme sviluppo costiero e, di conseguenza, un’enorme vulnerabilità se privo d’una flotta adeguata. Uno dei più convinti “triplicisti” fu Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli Esteri dal maggio 1881 al giugno 1885. Le sue scelte in quei quattro anni furono altrettanto decisive per le sorti dell’Italia di quanto lo furono le rinunce di Corti a Berlino. Egli fu l’iniziatore del “colonialismo” italiano ma, come notato da Segré7, al pari di tutti i protagonisti della politica africana del nostro paese ne fu all’inizio accesamente ostile. Lo stesso anno in cui i Francesi occupavano Tunisi, in Egitto gli ufficiali nazionalisti guidati da Ahmed Orabi conquistavano il governo malgrado l’opposizione del kedivé Taufiq Pascià, l’ultimo esponente di quella dinastia albanese di governatori ottomani del paese, che in realtà s’erano resi indipendenti da Istanbul ma erano succubi delle banche europee loro creditrici. Quando la tensione nel paese sfociò in scontri aperti, duranti i quali i nazionalisti attaccarono anche gli uffici commerciali italiani, Londra decise d’intervenire e chiese sostegno all’Italia: Mancini decise però di negarlo. Così, nel 1882 gl’Inglesi sconfissero Orabi e divennero di fatto padroni dell’Egitto. Al di là di qualsiasi considerazione di principio sulla rivolta di Orabi, ch’era ovviamente ben motivata, il diniego di Mancini – la cui principale motivazione non stava nelle pur diffuse simpatie per i nazionalisti – non impedì agl’Inglesi di prendere il controllo del paese, ma si limitò ad impedire che gl’Italiani v’instaurassero un condominio con Londra: l’occasione d’impossessarsi d’una delle due porte del Mediterraneo era stata sprecata. Ancora una volta sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale a rivelarne le conseguenze, quando l’Africa Orientale Italiana si trovò completamente isolata ed alla mercé degl’Inglesi, ed il nostro Esercito si dissanguò nel vano tentativo di conquistare l’Egitto. Quando a Tripoli scoppiarono violenze contro cittadini italiani, Mancini non pensò neppure a sfruttare l’occasione per guadagnare terreno almeno in Libia. Curiosamente, però, nel febbraio del 1885 ordinò l’occupazione di Massaua, un porto sul Mar Rosso, sempre su invito degl’Inglesi (che vedevano nell’insediamento italiano in zona un elemento di disturbo sia ai Francesi, sia alla rivolta sudanese capeggiata dal Mahdi). Egli motivò tale scelta con la celeberrima affermazione secondo cui le «chiavi del Mediterraneo» si troverebbero nel Mar Rosso. Per tutto quanto detto finora, dobbiamo ammettere che non aveva torto. Ciò che però Mancini non aveva compreso, è quanto fosse inutile avere le “chiavi” non potendo avvicinarsi alla “porta”, ossia Suez. Nel volgere di pochi anni, dal Congresso del 1878 alla Conferenza di Berlino del 1885, Depretis, Cairoli, Corti e Mancini avevano deciso il futuro dell’Italia, rifiutando il possesso della Tunisia, della Libia o dell’Egitto, per dirottare gli sforzi del paese in un’avventura coloniale di dubbia utilità nel Corno d’Africa.

A riprova di come la Triplice fosse un’alleanza puramente difensiva, il cui scopo era mantenere lo status quo europeo favorevole alla Germania, si può portare l’ostilità di Berlino e Vienna all’azione italiana in Africa. Le due capitali scoraggiarono prima l’intervento in Egitto e poi quello a Massaua; se Mancini le ascoltò quando avrebbe dovuto ignorarle, e le ignorò quando avrebbe dovuto ascoltarle, ciò lo si deve a due motivi principali: il tentativo (vano) di Mancini di salvare la propria carriera politica, e la sua incapacità «di levar gli occhi dinanzi a un moscerino», per dirla con Crispi8.

Proprio a Francesco Crispi toccò raccogliere l’eredità scomoda di Mancini. Inizialmente cercò anzi di sbarazzarsi di Massaua, avendo ben chiaro come «prima di uscire dal Mediterraneo, è necessario dominare il Mediterraneo». Tra il suo primo governo (1887) e le dimissioni di Mancini (1885) erano trascorsi due anni importanti, in cui il Ministero degli Esteri fu tenuto a lungo dal conte Carlo Felice Nicolis di Robilant. Egli nel febbraio 1887, sfruttando la rottura del Dreikaiserbund, l’ascesa del boulangerismo in Francia ed il riavvicinamento tra Parigi e Mosca, riuscì a rinnovare la Triplice strappando importantissime concessioni. L’Austria-Ungheria dovette accettare il principio delle compensazioni nei Balcani: ad ogni avanzamento d’una delle due potenze nella regione, sarebbe dovuta corrispondere una compensazione per l’altra. La Germania, dal canto suo, garantiva l’appoggio armato all’Italia anche nel caso in cui fosse stata Roma ad avviare un conflitto con la Francia, in risposta a tentativi di Parigi d’imporre il proprio dominio sulla Tripolitania o sul Marocco. In poche parole, l’Italia si garantiva che non avrebbe più perduto terreno rispetto all’Austria-Ungheria nei Balcani, e rispetto alla Francia nel Nordafrica (anche se in quest’ultimo caso la decisione finale sarebbe spettata alle armi). Forte di queste garanzie nelle proprie mani, Crispi condusse una politica ferocemente anti-francese: oltre alla ben nota “guerra doganale” (avviata da Depretis poco prima di morire), l’ex garibaldino arrivò al punto di chiedere a Bismarck d’avviare la guerra in Europa, poiché l’Italia (ed era vero) non avrebbe potuto mantenere a lungo quel livello di spese militari. Non di meno, il nome di Crispi è rimasto legato soprattutto al suo operato nel Corno d’Africa. Non essendo riuscito a cedere Massaua né ai Britannici né ai Tedeschi, Crispi – da uomo di sinistra qual era – finì con l’essere affascinato dalle prospettive sociali del colonialismo: poter dare uno sfogo alternativo al sovrappopolamento italiano, che non fosse l’emigrazione con tutti i disagi, le discriminazioni e lo sfruttamento che ciò comportava per i nostri connazionali nei paesi ospiti. Non valutazioni di carattere strategico, quindi, spinsero Crispi a cercare di creare un impero coloniale nel Corno d’Africa. Occupata con relativa facilità quella che prese il nome di Eritrea, ad ostacolare il suo piano v’era comunque l’Etiopia (la strada per il Sudan era sbarrata, essendo un protettorato anglo-egiziano). Crispi fu abbastanza saggio (e ben consigliato dal conte Pietro Antonelli) da capire che, nei confronti d’uno Stato ampio e forte quale quello etiope, la cosa migliore sarebbe stata sfruttarne le divisioni interne. Così appoggiò Sahle Maryam nella riconquista del trono di Scioa e del titolo imperiale, col nome di Menelik II. In cambio l’Italia ottenne la firma del Trattato di Uccialli, il 2 maggio 1889. Questo trattato di amicizia tra i due paesi fu, in realtà, all’origine di una guerra. Esso stabiliva il mantenimento della pace (art. 1) e di regolari relazioni diplomatiche (art. 2) tra i due paesi, che fissavano i confini comuni (artt. 3 e 4), si riconoscevano privilegi commerciali (artt. 5 e 6) e la libera circolazione delle persone (artt. 7-11); si fissavano norme giuridiche (artt. 12-14) e si garantivano alcune preferenze agl’Italiani in Etiopia rispetto agli altri europei (art. 18). I problemi sorsero a proposito dell’articolo 17. Esso, nella versione italiana, prevedeva che l’Italia avrebbe curato le relazioni estere dell’Etiopia, mentre nella versione amarica la mediazione italiana era presentata come una semplice possibilità. Di fatto, nella versione italiana si stabiliva il protettorato di Roma sull’Etiopia, in quella amarica un semplice accordo paritario. La diatriba costituì il casus belli per l’invasione italiana dell’Etiopia, nel 1895. Dopo la fulminea conquista del Tigrai o Tigré da parte del generale Oreste Baratieri, cominciarono i rovesci. Il colonnello Arimondi, comandante delle truppe eritree, disubbidendo agli ordini di Baratieri, non ripiegò lentamente in attesa che giungessero rinforzi dalla madrepatria, ma perdette tragicamente i due gruppi Toselli e Galliano lasciandoli accerchiare il primo sull’Amba Alagi ed il secondo a Macallé. Ritornato in Africa (era stato in Italia per raccogliere rinforzi), Baratieri prese il controllo dell’armata composta da tre brigate italiane ed una eritrea, accampandosi sulle alture di Saurià per sbarrare la strada all’enorme esercito del Negus: meno di 18.000 uomini contro 100.000 avversari. Nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo 1896 Baratieri fece avanzare le proprie truppe verso gli Etiopi, deciso a provocarli per poi batterli difendendosi sulle posizioni sopraelevate: il movimento sul difficile terreno scompaginò però lo schieramento italiano, che finì sopraffatto dalle preponderanti forze nemiche, perdendo tra morti, feriti e prigionieri oltre 10.000 uomini (e ben la metà degli ufficiali). La sconfitta non fu compromettente dal punto di vista militare: dopo pochi giorni giunse in Eritrea il generale Antonio Baldissera con oltre 30.000 rinforzi, che respinse un’incursione sudanese e convinse il Negus a ritirarsi verso la Scioa, lasciando dunque libera la strada per il Tigrai. La battaglia di Adua fu semmai disastrosa sotto il profilo morale del paese: Crispi dovette rassegnare le dimissioni ed il suo successore, marchese Antonio Starabba di Rudinì, costretto dalle agitazioni di piazza ad accettare una pace umiliante con gli Etiopi10. L’Abissinia sarebbe stata conquistata, ma quarant’anni dopo, ed anche questo ritardo si sarebbe fatto sentire all’appuntamento decisivo della Seconda Guerra Mondiale, quando la regione – di così recente conquista – ben lungi dal fornire risorse e uomini alla causa italiana, non era ancora completamente pacificata. Chiariamo qui, per inciso, che nel presente saggio cercheremo di limitare al minimo le considerazioni di carattere morale per privilegiare quelle pragmatiche e concrete. L’ovvia condanna per il colonialismo non deve indurci all’errore di de-contestualizzare gli eventi storici. L’Italia praticò il colonialismo quando tutti i popoli d’Europa facevano lo stesso, e non di rado con maggior ferocia. È quanto meno significativo che, sovente, chi giudica il passato decontestualizzandolo e valutandolo coi parametri morali di oggi, tenda poi a de-storicizzare il presente e valutarlo con parametri ideologici: sicché non è raro trovare opinionisti che criticano ferocemente i crimini del passato, ma giustificano o persino lodano quelli del presente, riconducendoli non alla normale dialettica storica tra gruppi umani in contatto/contrasto tra loro, bensì a paradigmi ideologici e presunte missioni salvifiche del tale o talaltro popolo.

Riannodando le fila del discorso, arriviamo all’ultima fase politica dell’Italia liberale, quella caratterizzata dalla figura preponderante di Giovanni Giolitti. Se Crispi aveva provato a fare dell’Italia una grande potenza facendola comportare da tale, Giolitti fu più sulla linea della Destra: prioritario era concentrarsi sulla politica interna, ossia sullo sviluppo delle potenzialità del paese, per recuperare il gap che relegava il nostro paese al rango di ultima delle grandi potenze. D’altro canto, Giolitti non ebbe le cautele esagerate di un Corti, né tanto meno l’assoluta mancanza di lungimiranza d’un Mancini: proprio come i primi governi post-unitari (conquista del Veneto nel 1866, presa di Roma nel 1870), egli seppe rompere gl’indugi quando ci fu da raccogliere le occasioni offerte dagli sviluppi internazionali. Ma procediamo con ordine.

La fine politica di Crispi segnò una brusca interruzione per l’espansione italiana nel Corno d’Africa ed anche uno stemperarsi dell’entusiasmo verso la Triplice Alleanza, che nella guerra con l’Etiopia ebbe il solo ruolo indiretto di spingere Francesi e Russi (Mosca, dopo la rottura con l’Austria-Ungheria ed il licenziamento di Bismarck del 1890, s’era avvicinata a Parigi) a finanziare ed armare lo sforzo bellico del Negus. Ciò non toglie che la Triplice rimase un punto fermo della politica estera italiana fino al 1914, essendo percepita, oltre che come una garanzia alla salvaguardia delle istituzioni interne, come il mezzo per scongiurare un nuovo isolamento internazionale che lasciasse l’Italia sola ad affrontare l’espansionismo francese. Nel 1891, durante il ministero Di Rudinì che intercorse tra i due governi Crispi, l’alleanza era stata rinnovata con un nuovo guadagno per Roma: la Germania s’impegnò infatti a sostenere un’occupazione italiana della Tripolitania nel caso essa si fosse resa necessaria per impedire che i Francesi s’impossessassero anche di quella regione. Un altro rinnovo avvenne, questa volta automaticamente, nel 1896, all’indomani di Adua. Dopo Crispi, tuttavia, l’Italia cominciò a concedersi alcuni di quelli che l’ambasciatore Von Bülow definì «giri di valzer» con cavalieri diversi da Berlino. Non si trattava tanto dell’Inghilterra, che l’Italia per i già citati motivi aveva sempre corteggiato e cercato anzi d’includere in accordi collaterali alla Triplice, bensì della Francia. I successori di Crispi decisero d’abbassare la fronte al cospetto di Parigi e cercare la distensione. Ovviamente le incomprensioni più gravi permanevano – la rivalità per il controllo del Mediterraneo Occidentale e l’appoggio della Francia clericalista al Papato, non ancora decisosi ad accettare la fine del proprio potere temporale – ma Parigi vedeva di buon occhio la possibilità di staccare l’Italia dall’alleanza germanica, e così si poté porre fine alla lotta doganale e trovare un accordo anche per il Nordafrica. A gettare le fondamenta per la conquista della Libia fu Giulio Prinetti, ministro degli esteri dal 1901 al 1903, anche se un ruolo importante lo ebbe il suo predecessore Visconti Venosta, che concordò coll’ambasciatore francese Barrére la divisione del Nordafrica in sfere d’influenza: il Marocco (e la Tunisia, su cui era riconosciuto il protettorato dei transalpini) alla Francia e la Libia all’Italia, benché ogni azione italiana fu vincolata ad un’eventuale iniziativa francese in Marocco. Va detto, tuttavia, che il Marocco era entrato nelle mira anche del nostro alleato germanico. L’Italia aveva dunque due possibilità: favorire la Germania in Marocco, di modo da avere un alleato a controllare una delle due porte del Mediterraneo, ritrovandosi però l’opposizione di Parigi al nostro sbarco in Libia; oppure favorire la Francia in Marocco, riconoscendole il dominio assoluto sul Mediterraneo Occidentale, ottenendo in cambio la “desistenza” francese in Libia. Crispi con tutta probabilità avrebbe scelto la prima opzione; i suoi cauti successori preferirono ripiegare sulla seconda. Non si può però tacere quale fosse la motivazione di fondo su cui si basò questa scelta “conservativa”: l’Italia aveva sì notevoli ambizioni, ma non una potenza militare ed economica commisurata, sicché ogni modifica dello status quo non rigidamente regolamentata, se fossero insorte complicazioni belliche, avrebbe visto Roma incapace di difendere i propri interessi.

Nel 1902 Prinetti riuscì ad ottenere mano libera sulla Tripolitania anche da parte dell’Inghilterra, impegnandosi in cambio a non minacciare le posizioni mediterranee di Londra. Lo stesso anno, e proprio nei giorni in cui si rinnovava la Triplice, Prinetti riuscì a convincere Parigi a svincolare l’iniziativa italiana in Libia da quella francese in Marocco; in cambio, però, i Francesi ottennero l’impegno di Roma a non entrare in guerra a fianco della Germania nel caso in cui questa avesse attaccato la Francia, o indotto quest’ultima ad attaccarla con provocazioni deliberate. Analoghe rassicurazioni otteneva l’Italia contro l’Austria-Ungheria, che del resto era nostra alleata. Proprio da Vienna si ottenne, in sede di rinnovo della Triplice, l’assicurazione che nessun ostacolo sarebbe stato posto ad un avanzamento italiano in Tripolitania. Malgrado tutto, Roma preferì infine mantenere l’atteggiamento passivo, e non prese iniziative in Nordafrica finché le altre potenze non ne fecero maturare le condizioni: la conquista della Libia andò di pari passo con la già accennata questione marocchina. Nel 1904 Francia e Inghilterra, che solo pochi anni prima erano state sull’orlo della guerra in occasione dell’incidente di Fascioda (in Sudan), conclusero la entente cordiale, la “intesa cordiale” che nel medio periodo, saldandosi con la Duplice franco-russa, costituì la coalizione che avrebbe combattuto la Grande Guerra, e che nel breve garantiva il nulla osta britannico al dominio francese sul Marocco. Nel 1905 Parigi, ottenuto dunque il consenso di Londra, Madrid e Roma, cominciò una repentina e brutale penetrazione politica in Marocco, incontrando la resistenza di Berlino che ebbe la sua massima espressione simbolica nella visita del kaiser Guglielmo II a Tangeri. I Tedeschi avevano i loro buoni argomenti: il Sultano del Marocco in persona aveva chiesto l’intervento della Germania, mentre Parigi non aveva ritenuto necessario chiedere il consenso di Berlino ad un’azione che pure violava gli accordi del 1880, i quali prevedevano pari diritti per le nazioni europee nel paese africano. Forte dell’appoggio pressoché incondizionato di Londra, ch’era ormai in rotta aperta con Guglielmo II e la sua Weltpolitik (percepita come minaccia al proprio dominio dei mari), la Francia spinse la contesa fin quasi alla guerra aperta, finché alcuni fattori ne indebolirono la posizione: l’alleato russo era in piena crisi, col conflitto in Oriente e la rivoluzione in patria; l’Inghilterra sembrava pronta alla guerra per impedire ai Tedeschi d’attestarsi in Marocco, ma non per favorire i Francesi nel medesimo obiettivo; infine l’intransigenza della Germania sembrava poter arrivare fino al ricorso alle armi, poiché negli ambienti militari tedeschi molti erano convinti che quello fosse il momento più favorevole per affrontare la Francia. E furono proprio i militari francesi, consci della loro inferiorità e dell’impossibilità per i Russi di prestare soccorso, che indussero a più miti consigli i propri governanti. Dopo la disfatta della flotta russa a Tsushima, Théophile Delcassé fu allontanato dal ministero degli esteri e Parigi accettò la richiesta tedesco-marocchina d’una conferenza internazionale. Ad Algeciras, però, si palesò l’isolamento diplomatico della Germania. L’Italia si trovò nell’imbarazzante situazione di doversi schierare contro il proprio alleato: il delegato italiano, Visconti Venosta, a causa delle posizioni espresse alla conferenza finì col meritarsi lo sprezzante appellativo di “francese” da parte del Kaiser. Il Marocco fu sottoposto ad un regime di controllo internazionale, ma di fatto la preminenza di Parigi e della sua alleata Madrid erano palesi.

Negli anni seguenti, pur col rinnovo della Triplice, l’Italia strinse nuovi accordi politici con Inghilterra e Francia, molti dei quali concernenti le sfere d’influenza in Africa. Nel 1908 pensò Vienna ad allentare ulteriormente il legame della Triplice, con la sua annessione unilaterale della Bosnia-Erzegovina e la crisi che ne seguì: in essa l’Italia si trovò, sostanzialmente, ancora dalla parte avversa ai propri alleati, benché sia evidente la responsabilità, in tale occasione, degli Asburgici. Il Ministro degli esteri dell’epoca, Tommaso Tittoni, scelse però una linea morbida, in quanto sperava di creare un’intesa a tre nei Balcani, con Austria-Ungheria e Russia. Fallito questo progetto, si risolse alfine per concludere due accordi bilaterali, l’uno all’insaputa dell’altro contraente: tale escamotage fu d’altra parte giustificato dal fatto che Vienna stessa in passato vi aveva fatto ricorso, e lo confermò Aleksandr Izvol’skij, ministro degli esteri russo giunto in visita in Italia, mostrando a Tittoni il patto segreto di neutralità siglato nel 1904 cogli Asburgici. Senza entrare nel merito delle clausole, che esulano l’argomento di questo saggio, ci limiteremo a sottolineare come gli Accordi di Racconigi del 1909 segnassero un inedito avvicinamento diplomatico tra Italia e Russia.

Una vittima illustre della crisi bosniaca si può considerare Bernhard von Bülow, già citato come ambasciatore a Roma e che dall’ottobre 1900 era il cancelliere del Reich. Von Bülow in tutti quegli anni aveva assecondato la Weltpolitik di Guglielmo II, ma era sempre stato pronto a frenare gli eccessi che avrebbero potuto precipitare la Germania in una guerra da posizione svantaggiata. Quando l’operato dell’Austria-Ungheria in Bosnia (e l’appoggio della Germania alla politica di Vienna) alienò definitivamente le simpatie della Russia, il Cancelliere percepì chiaramente il rischio dell’isolamento tedesco e cercò un riavvicinamento in extremis con l’Inghilterra: ciò portò alla sua rottura col Kaiser ed alle dimissioni. Col successore Theobald von Bethmann-Hollweg la politica di Berlino si fece più aggressiva. Nel 1911 in Marocco scoppiò una rivolta contro il Sultano, al cui soccorso tutt’altro che disinteressato andarono le truppe francesi e spagnole. I Tedeschi vi videro l’occasione per strappare nella regione concessioni maggiori di quelle magrissime ottenute a Algeciras, ma l’invio della corazzata Panther nel porto di Agadir montò su tutte le furie non solo i Francesi ma anche i Britannici, che vedevano minacciate le proprie prerogative di dominatori assoluti dei mari. Il risultato, al termine di nuovi negoziati, fu che la Francia ottenne il pieno protettorato sul Marocco, compensando la Germania con una striscia di terra povera ed insalubre in Congo. L’Italia rimase fuori dalla crisi marocchina, ma per nulla inerte. Come compresero perfettamente il capo del governo Giovanni Giolitti ed il ministro degli esteri marchese Antonino Paternò-Castello di San Giuliano, quello era l’ultimo momento buono perché l’Italia potesse riscuotere la famosa “cambiale libica”, già pattuita nei decenni precedenti con Germania, Inghilterra, Austria-Ungheria e soprattutto Francia in cambio della propria rinuncia a Tunisia e Marocco. Non dunque le pressioni d’interessi industriali e finanziari (che pure vi furono), né interessi di politica interna, ma soprattutto considerazioni strategiche e diplomatiche alla luce delle contingenze internazionali spinsero Giolitti all’impresa di Libia11. Se l’Italia fosse rimasta ancora a guardare, la via libera ottenuta in Libia da parte di tutte le potenze sarebbe stata rimessa in discussione: la Francia, presa la sua contropartita, avrebbe potuto non rispettare più gli accordi e puntare anche alla Tripolitania; l’intesa con gl’Inglesi era ormai datata, e più di tutti l’alleato tedesco, definitivamente sconfitto in Marocco, avrebbe potuto cercare una rivincita in Libia, dove già aveva avviata un’intensa penetrazione economica. Il Capo del Governo pronunciò, a proposito dell’evento, delle parole assai rivelatrici, se lette non con la superficialità di chi volesse a tutti i costi ravvisarvi mera retorica: «Vi sono fatti che si impongono come una fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire»12. D’altro canto, la conquista della Libia poneva due problemi: il primo era quello di sconfiggere gli Ottomani, che n’erano i padroni; il secondo era quello di fare in modo, tuttavia, che l’Impero di Costantinopoli non crollasse, poiché l’esistenza del “grande malato d’Europa” era condizione necessaria agli equilibri balcanici e vicinorientali (dove l’Italia non era pronta a concorrere con Vienna, Mosca e le altre capitali europee per spartirsi le spoglie lasciate dai Turchi) nonché per quelli europei in senso lato, scossi i quali la conflagrazione mondiale sarebbe divenuta assai probabile. Quest’ultimo obiettivo non fu raggiunto: anche se è ingeneroso addossare buona parte della responsabilità della Grande Guerra all’Italia per aver dato il colpo di grazia al dominio turco nei Balcani (dopo la perdita della Libia scoppiarono le due Guerre Balcaniche), certo è che Roma vi ebbe un ruolo, ancorché neppure paragonabile a quello di Francia, Germania e Inghilterra (ma tutt’al più analogo a quello di Austria-Ungheria e Russia). Brillante fu invece il successo militare in Libia, e a Giolitti vanno riconosciuti i giusti meriti. Ben conscio del fatto che né gl’Imperi Centrali né l’Intesa desideravano alienarsi le simpatie dell’Italia, agì con piglio deciso e, per certi versi, brutale: inviò un ultimatum pretestuoso a Istanbul e, dopo l’ovvio rifiuto, avviò le operazioni militari su ampia scala (29 settembre 1911); pochi giorni dopo lo sbarco fece decretare l’annessione di Tripolitania e Cirenaica al Regno (5 novembre); bloccò l’Adriatico per impedire che partissero truppe a rinforzare la Libia; di fronte alla resistenza turca non indugiò a far occupare il Dodecaneso (aprile 1912); due navi francesi indiziate di contrabbando d’armi furono confiscate. A tutte queste azioni le potenze europee non reagirono se non censurando a parole il contegno italiano, ma si guardarono bene dal passare ai fatti. Giolitti ebbe anche il merito di preparare al meglio l’impresa dal punto di vista economico: la guerra fu finanziata interamente con avanzi di bilancio accantonati negli anni precedenti. Inoltre, quando lo Stato Maggiore gli richiese 25.000 uomini, Giolitti ne mise a disposizione 50.000. Le difficoltà a dire il vero non mancarono: diversamente da quanto ingenuamente previsto, la popolazione indigena si schierò dalla parte dell’Impero. La mobilitazione dell’intera popolazione libica costrinse gl’Italiani ad un anno di guerra lunga e difficile, che fu risolta più che altro dallo sbarco nel Dodecaneso e dall’alleanza greco-serba contro Istanbul. Infatti, il 18 ottobre 1912 fu firmata la Pace di Losanna, con cui Tripolitania e Cirenaica passavano all’Italia, ma ancora per lunghi anni le nostre truppe si sarebbero trovate impegnate in una dura lotta contro la fiera resistenza degl’indigeni13.

La Grande Guerra riguardò solo marginalmente l’Africa, essendosi combattuta quasi esclusivamente in Europa. Ai nostri fini sarà però bene accennare all’ingresso in guerra dell’Italia ed agli accordi di Versailles. Le modalità di scatenamento del conflitto non fecero scattare per l’Italia il casus foederis della Triplice: l’Austria-Ungheria aggredì la Serbia, la Germania dichiarò guerra a Russia e Francia. Tanto più che Roma non fu minimamente consultata. Ciò non escludeva che l’Italia entrasse volontariamente in guerra a fianco degli alleati, ma quest’opzione fu velocemente scartata. Le pressioni dell’irredentismo furono certo un fattore di questa decisione, ma ben lungi dall’essere determinante. Noi aderiamo alla spiegazione data da Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone in un loro prezioso studio14: l’Italia era troppo dipendente dai Britannici – ed in misura inferiore dai Francesi – per i rifornimenti bellici (in particolare le materie prime) ed il credito finanziario. Questo le impediva di fatto di schierarsi contro di loro; anzi, la capacità di pressione economico-finanziaria di Londra era tale che persino la prospettiva di rimanere neutrali ed arricchirsi commerciando con entrambi gli schieramenti si rivelò irrealistica. Malgrado ciò, consci anche dello stato di non certo perfetta preparazione militare dell’Italia (in ciò la Guerra di Libia aveva pesato non poco, mettendo in risalto come le titubanze dei decenni passati, che ne avevano rinviato la conquista a ridosso della conflagrazione europea, costarono alfine caro alla prova bellica del nostro paese ed alle vite di molti nostri compatrioti), i governanti dell’epoca vagliarono attentamente l’ipotesi della neutralità. Non solo Giolitti, che ne fu il più convinto assertore, ma anche il capo del governo Salandra ed il suo ministro degli esteri Sonnino la perseguirono; ma tutti, Giolitti compreso, ritennero che la neutralità sarebbe dovuta essere “acquistata” dall’Austria-Ungheria soddisfando alcune delle rivendicazioni territoriali dell’Italia. Vienna, anche su pressione di Berlino, acconsentì in parte, ma le trattative s’arenarono soprattutto sulla tempistica: Roma pretendeva che la cessione pattuita avvenisse immediatamente, mentre gli Asburgici volevano posticiparla alla conclusione del conflitto – quando, se gl’Imperi Centrali fossero risultati vincitori, l’Italia avrebbe potuto affidarsi solo alla lealtà austro-ungherese per ottenere quanto pattuito, mentre se a vincere fosse stata l’Intesa Roma avrebbe dovuto ritrattare da capo con essa. In base a tutti questi fattori, alla considerazione del Governo che una neutralità italiana avrebbe alfine nociuto al suo rango di grande potenza, ed al Patto di Londra con cui la Triplice Intesa ci prometteva ingenti guadagni nell’Alto Adriatico, Salandra e Sonnino si risolsero alfine per la guerra. Essa toccò a malapena l’Africa. Le colonie tedesche furono rapidamente conquistate da Francesi e Inglesi, non potendo ricevere rinforzi dalla madrepatria sottoposta al ferreo blocco navale britannico. Il centro del conflitto fu in Europa, e tanto più lo fu per l’Italia che, in ultima analisi, combatté quella guerra per soddisfare le sue rivendicazioni nazionaliste (il completamento dell’unità nazionale con l’acquisizione di Trento e Trieste), mettere in sicurezza la frontiera terrestre orientale (portando il confine alla solida posizione del Brennero) e rafforzarsi nell’Adriatico (annettendo l’Istria). Ma in Africa la posizione dell’Italia non ne uscì certo rafforzata. Le due maggiori potenze coloniali, Francia e Inghilterra, si spartirono le ex colonie tedesche e pure le province ottomane nel Levante mediterraneo. Complessivamente, il risultato della Grande Guerra fu un’accresciuta soggezione dell’Italia nel Mediterraneo rispetto ai due imperi colonialisti d’Occidente, con in più l’aggravante di non potersi più appoggiare ad una qualche grande potenza rivale: l’Austria-Ungheria era stata frantumata in una miriade di piccoli Stati nell’orbita francese, il Reich tedesco sciolto e sostituito da una debole repubblica soggetta ai durissimi diktat di Parigi, l’Impero Russo in preda ad una feroce guerra civile. A Versailles si raccolsero i frutti di tutta la politica filo-francese e filo-britannica che Roma aveva condotto negli ultimi cinquant’anni, fatti salvi brevi interludi. Va detto che il Patto di Londra, siglato ad insaputa del Parlamento da Salandra, Sonnino e Vittorio Emanuele III, era già di per sé difettoso dal punto di vista della difesa nei nostri interessi nel Mediterraneo e in Africa. A nord prevedeva l’annessione di Trentino e Sudtirolo, che effettivamente avvenne. Nell’Alto Adriatico, oltre a Trieste e Venezia Giulia, si prevedeva che l’Italia avrebbe ottenuto parte della Dalmazia e tutta la penisola istriana esclusa la città di Fiume, che sarebbe rimasta quale porto di riferimento dell’Austria-Ungheria. Alla fine del conflitto, tuttavia, l’Austria-Ungheria fu disciolta, ed a quel punto Roma chiese che le fosse assegnata anche Fiume, città a maggioranza italiana, anziché cederla al neo-costituito Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, creato ad arte dai Francesi in funzione di contenimento balcanico dell’Italia. La richiesta non pareva illegittima: ma a mettersi di mezzo fu il presidente statunitense Wilson, col suo “principio di nazionalità”. Infatti, a suo parere, se Roma voleva prendersi Fiume, allora doveva cedere la slava Dalmazia. Ciò era in linea teorica esatto ma, come troppo spesso dimenticano gli stessi storici italiani, quello stesso principio fu violato in maniera molto più massiccia e palese a Versailles, in favore della Polonia e della Cecoslovacchia (che si presero regioni a maggioranza tedesca), per non dire di Francia e Inghilterra (che, pur sotto l’ipocrita formula mandataria, imposero il proprio dominio su vaste regioni africane e arabe). Non potendo imporre il suo idealismo a Parigi e Londra, Wilson s’accontentò d’imporlo a Roma, facendo di poche città una questione di principio, mentre intere nazioni erano violentate nel loro diritto all’indipendenza. La delegazione italiana alla Conferenza di Parigi ritenne di non poter fare altro che ritirarsi in forma di protesta, cosa che peggiorò la situazione in quanto le altre potenze furono così libere d’agire indisturbate: tant’è vero che dovette poi ritornare sui propri passi. Come noto, la disputa per Fiume si risolse solo nel 1920, con la rinuncia a quasi tutta la Dalmazia da parte dell’Italia. Ancora peggio andrò negli altri teatri. Per quanto concerne i territori ottomani, l’accordo londinese era assai superficiale e ambiguo. All’Italia era riservato il Dodecaneso, che già possedeva de facto, e la provincia di Adalia nell’Anatolia Meridionale, che fu poi impossibile acquisire effettivamente per la resistenza turca condotta da Mustafà Kemal. Si sanciva inoltre che in Arabia sarebbe stato creato uno Stato indipendente musulmano, che nei fatti fu invece un protettorato britannico, e che sarebbe stato rispettato l’equilibrio nel Mediterraneo: ciò non avvenne, dal momento che Francesi e Britannici si spartirono il Levante. In Africa si prevedevano generiche «eque compensazioni» per l’Italia, ma in realtà Parigi e Londra si spartirono tutte le colonie tedesche. L’unica “compensazione” che giunse all’Italia fu, da parte dell’Inghilterra, la cessione nel 1924 dell’Oltregiuba, piccola zona desertica.

Concludendo questa sezione, possiamo affermare che la politica estera italiana nel periodo liberale fu informata da due considerazioni: il rango di grande potenza dell’Italia (riconosciuto universalmente), ma il suo svantaggio economico, militare e per certi versi anche morale (intendendo con ciò la coesione ed il morale della nazione) rispetto alle altre grandi potenze. Ciò rendeva i governanti italiani ambiziosi, ma anche cauti. Alcuni, come Cairoli, Corti e Mancini, mantennero un contegno di cautela assoluta che cagionò serissimi danni alla posizione italiana, in particolare in Africa e nel Mediterraneo, quel che più c’interessa nel saggio presente. Essi rinunciarono, in rapida successione, a Tunisi (cioè al migliore pied-à-terre possibile per l’Italia), alla Libia (la cui conquista dovette avvenire alcune decenni dopo, a ridosso della conflagrazione europea, con grave danno alla preparazione bellica del nostro paese), all’Egitto ed al Marocco (perdendo dunque le vie di comunicazione col più vasto mondo extra-mediterraneo); a loro si potrebbe aggiungere il Marchese di Rudinì che, pressato dall’opinione pubblica, dovette rinunciare all’Etiopia (ancora una volta, procrastinando la sua conquista a ridosso della seconda conflagrazione europea, e pregiudicando la preparazione militare anche a quella), seppur il valore strategico di quest’ultimo paese per l’Italia sia molto più dubbio. Ovviamente non tutti questi obiettivi erano raggiungibili: ad esempio il Marocco non sarebbe mai potuto finire in mani italiane, e difficilmente anche in quelle tedesche, se pure Roma non avesse remato contro il proprio alleato. Ma la Tunisia fu una possibilità concreta nel 1878: ciò avrebbe significato un repentino peggioramento dei rapporti con la Francia, ma ciò si sarebbe egualmente verificato in quegli stessi anni. Ancora più semplice sarebbe stato imporre un co-protettorato sull’Egitto (e di conseguenza sul Sudan) seguendo le esortazioni dei Britannici, e potendo contare sul loro determinante apporto bellico. Mancini ebbe pure la responsabilità, pesantissima, d’indirizzare l’espansione italiana oltremare al Corno d’Africa anziché al Mediterraneo. Altri statisti furono cauti, ma non al punto da pregiudicare la potenza dell’Italia. In riferimento all’Africa, Giolitti ne è senz’altro il più degno esempio. Crispi, dal canto suo, anticipò Mussolini nella convinzione di difendere lo status di grande potenza dell’Italia facendola comportare da tale, e cercando d’essere protagonista e non spettatore della politica internazionale. Era una politica rischiosa e la pagò, ma più per lo scarso sèguito che ottenne in patria, che per reali battute d’arresto o sconfitte per il nostro paese.

Certe timidezze e taluni grossolani errori contribuirono, assieme alla lentezza dello sviluppo industriale, alla debolezza militare ed istituzionale, nonché alla naturale carenza di risorse strategiche dell’Italia, a porre Roma di fronte ad una scelta quasi obbligata allo scoppio della Grande Guerra: quella di schierarsi dalla parte di Londra e Parigi che, tra le altre cose, dominavano sulle vie d’accesso al Mediterraneo. Ma fu un’alleanza in qualche modo “contro-natura”, e lo si percepì chiaramente. Le potenze occidentali guardarono spesso con sospetto all’Italia, che ricambiava ampiamente ritenendo di condurre una “propria guerra”, la “Quarta Guerra d’Indipendenza”, che solo occasionalmente si legava a quella dell’Intesa contro gl’Imperi Centrali. Liliana Saiu sintetizza bene come gl’Italiani differissero dai nuovi alleati nella “concezione ideologica” della guerra: «[…] per la Francia, per la Gran Bretagna e per la Russia […] i veri nemici da abbattere erano la Germania e il militarismo tedesco, sconfitti i quali, tra l’altro, era loro opinione che l’Austria-Ungheria sarebbe crollata in breve tempo»15; l’Italia non solo non traeva preoccupazione dalla Weltpolitik germanica, ma necessitava anzi d’un ruolo quanto meno continentale della Germania, che fungesse da argine al mai sopito egemonismo francese ed anche – seppur quest’esigenza fu meno sentita a causa dell’anglofilia diffusa nella classe dirigente – alla talassocrazia britannica. Privata del punto di riferimento germanico, l’Italia – “Cenerentola” dell’alleanza – a Versailles fu maltrattata, e ne uscì indebolita a tutto campo: in Europa (con l’Europa Orientale in mano a satelliti della Francia), nel Mediterraneo (egemonizzato dai franco-britannici, eccetto lo “scatolone di sabbia” libico e la neutrale Turchia), in Africa (a sua volta divenuta condominio franco-britannico, eccetto poche residue colonie d’altri paesi minori) e nell’economia internazionale (con una soggezione totale alla finanza anglosassone).

Catene da spezzare: la politica africana dell’Italia fascista

Allo scoppio della Grande Guerra, i nazionalisti – che vanno intesi come una corrente d’opinione, non come esponenti d’un partito16 – avevano sostenuto l’intervento dell’Italia a fianco degli alleati di vecchia data, pur in assenza del casus foederis; buona parte del ceto dirigente liberale condivise quest’opinione, almeno fino all’arresto dell’avanzata tedesca sulla Marna. Quando l’ingresso in guerra a fianco degl’Imperi Centrali fu escluso, i nazionalisti restarono bellicisti cambiando schieramento da appoggiare. Eppure non venne mai meno la convinzione che la guerra contro l’Austria-Ungheria fosse solo un episodio, necessario al completamento dell’unità nazionale ed al dominio sull’Adriatico, ma che lo scontro vero, previsto per il futuro prossimo (ed oggi possiamo dire: a ragione), sarebbe stato quello con Francia e Gran Bretagna17. L’ottica era quella, ovviamente, di Enrico Corradini. Come noto, secondo il pensatore nazionalista la lotta di classe andava traslata sul piano internazionale, dove “nazioni proletarie” – demograficamente potenti ma povere di risorse – affrontano le “nazioni plutocratiche” – il cui potenziale demografico è esaurito o va in calando, ma che detengono il possesso di gran parte delle risorse mondiali. L’Italia era una nazione proletaria, al pari della Germania, e se voleva dare importanza al proprio rango e garantire un miglior futuro alla sua gente avrebbe dovuto lottare contro Francia e Inghilterra, le due grandi plutocrazie del panorama mondiale. Il “pacifismo”, diceva Corradini, è il conservatorismo delle nazioni ricche e ben pasciute, desiderose di mantenere lo status quo loro favorevole, mentre le nazioni povere e svantaggiate devono darsi alla “lotta di classe” internazionale. Queste teorie, allora, imbevevano buona parte dell’opinione pubblica italiana18, e particolarmente erano congeniali al fascismo, soprattutto dopo l’assorbimento dell’Associazione Nazionalista Italiana di Corradini stesso. E Mussolini, anche una volta preso il potere, denunciò la “vittoria mutilata”, criticò il trattamento riservato all’Italia a Versailles e fu apertamente “revisionista” a parole. Per molti anni, tuttavia, alle parole non corrisposero i fatti. Come si diceva in chiusura del paragrafo precedente (e rimandiamo al già citato saggio di De Cecco e Migone) la Grande Guerra imprigionò l’Italia in un sistema finanziario dominato dalle potenze anglosassoni. Il nostro paese, cronicamente dipendente dai capitali esteri, dal 1918 ne aveva ancor più bisogno per poter riprendersi dall’oneroso conflitto. Mussolini, nei suoi primi anni di governo, ebbe la funzione principale di ristabilire quell’ordine interno ch’era precondizione necessaria per ottenere gli agognati prestiti statunitensi – i quali, non a caso, cominciarono ad affluire dopo la sua presa del potere. Tutto ciò non fu indolore. Nell’economia nazionale, Mussolini dovette adottare una linea liberista (anche se già a metà degli anni ’20 fu corretta in senso dirigista) che si tramutò in difficoltà per la nostra industria e per i lavoratori; in quella internazionale dovette inserire l’Italia nel sistema finanziario anglosassone, basato sull’oro, e garantire la stabilità della lira con una vigorosa politica deflazionistica che ebbe il suo momento più significativo e spettacolare nella “battaglia per quota 90”19; infine in politica estera dovette contenere nel campo della retorica le ambizioni di potenza dell’Italia, rimanendo fedele alla leadership anglo-francese. Le cose cambiarono nel 1929, inteso non come anno preciso bensì come processo, che oseremmo definire “rivoluzionario”, che si sviluppa e progredisce su più anni. Tutte le crisi sistemiche del capitalismo hanno generato un mutamento negli equilibri internazionali: notare questo fatto è tanto più importante oggi che ci si trova nel mezzo di un processo analogo. La crisi del ’29 segnò la fine del gold exchange standard e dell’egemonia finanziaria anglosassone. L’Italia, che già da alcuni anni stava rivolgendo la produzione al consumo interno, risentì meno della crisi del commercio transnazionale rispetto ad altri paesi, e quindi ne uscì relativamente rafforzata sul piano internazionale. La bancarotta dell’economia tedesca fu il contesto determinante che portò al potere Adolf Hitler, rilanciando così la politica di potenza della Germania in alternativa – se non in aperta opposizione – alle “plutocrazie” occidentali: l’Italia vedeva così rispuntare dalle acque lo scoglio germanico, che tanto bene fungeva da argine alle pretese anglo-francesi, e su cui tanto efficacemente Roma usava poggiarsi per sviluppare la propria politica; per farla breve, si ristabiliva l’equilibrio delle forze in Europa. La decennale stagnazione dell’economia capitalista, negli anni ’30, permise poi alle economie più stataliste – come l’Italia, ma il riferimento qui è più che altro alla nuova Germania nazionalsocialista ed all’Unione Sovietica di Stalin, senza dimenticare il Giappone – di rafforzarsi in rapporto ai paesi liberali. Il Regime fascista cercò di trarre vantaggio da questo rimescolamento delle carte, inizialmente sfruttando il suo ruolo di potenziale ago della bilancia tra il fronte anglofrancese e la Germania (la “politica del peso determinante”) e poi, dopo la rottura con Parigi e Londra, schierandosi decisamente a fianco di Berlino con l’intento esplicito di “spezzare le catene che c’imprigionano nel nostro mare”, ossia di conquistare l’egemonia nel Mediterraneo garantendo così il collegamento dell’Italia col più vasto mondo, attraverso le rotte oceaniche. Sullo sfondo, si stagliava sempre più minacciosa l’ombra della nuova conflagrazione europea e mondiale, dovuta al cozzare delle rivendicazioni di Italia, Germania e Giappone colla difesa della propria posizione privilegiata da parte di Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America.

Inquadrati così debitamente lo scenario internazionale degli anni ’20 e ’30 e le conseguenti strategie della politica estera fascista, possiamo rivolgere nuovamente lo sguardo all’Africa. Tre erano le colonie africane che Mussolini ereditò dai governi precedenti: Libia, Eritrea e Somalia. Della Libia si controllavano sostanzialmente solo le coste, e si rese necessaria una brutale guerra di “riconquista” dell’interno, che certo non agevolava la propaganda italiana tra le popolazioni arabe soggette al colonialismo britannico e francese. Certe simpatie per la causa araba erano già sorte in coincidenza con Versailles, quando sia Italiani sia Arabi figurarono come popoli vincitori ma frustrati nelle proprie aspirazioni dalle potenze occidentali. Negli anni ’20, però, Mussolini accantonò il filoarabismo per non turbare le relazioni, allora vitali, con gl’Inglesi (e le loro banche); in quello stesso decennio si concentrò la pacificazione della Libia, e nel 1931, con l’uccisione del patriota Al-Mukhtâr, l’immagine dell’Italia nel mondo arabo e musulmano toccò il fondo: il Congresso Islamico di Gerusalemme condannò esplicitamente il colonialismo italiano. La china era destinata a risalire velocemente, perché ad occupazione della Libia conclusa quella vicenda sarebbe presto passata in secondo piano (grazie anche all’equilibrata politica del nuovo governatore Italo Balbo verso gl’indigeni), e nel frattempo Roma assumeva una linea di sempre maggior confronto con i Britannici e i Francesi nel Mediterraneo, lavorando alacremente alla propaganda rivolta alle popolazioni arabe loro soggette. Nel 1937 Mussolini, in terra di Libia, partecipò al cerimoniale della consegna della “spada dell’Islàm”, proclamando la protezione del neonato Impero italiano sui musulmani – linea che sarebbe stata seguita nel corso del nuovo conflitto mondiale, seppur alle parole raramente avrebbe fatto seguito un sostegno concreto ai movimenti patriottici arabi20.

L’Eritrea era sorta in conseguenza dell’espansione italiana sulla costa del Mar Rosso, attorno a Massaua: quell’espansione fu favorita dai Britannici, a seguito dell’evacuazione egiziana del Corno d’Africa nel 1884, per mantenere la regione sotto controllo ed impedire che fosse contagiata dalla rivolta mahdista che infiammava il Sudan. Lo stesso avvenne per la Somalia, che fu divisa tra Francia (Gibuti), Inghilterra (Somaliland) e Italia, che occupò la propria zona (quella affacciata sull’Oceano Indiano) nel 1892. Somalia Italiana e Eritrea erano divise tra loro, oltre che dalle zone d’occupazione francese e britannica (significativamente poste a guardia dell’ingresso del Mar Rosso), dallo Stato etiope. Le ragioni che portarono Mussolini a concepire l’impresa etiopica sono varie e ben note. Da un lato v’era la volontà di vendicare la sconfitta di Adua e di riaffermare lo status di grande potenza dell’Italia con una guerra vittoriosa e la proclamazione di un proprio impero: ciò era evidentemente rivolto a solleticare l’amor patrio degl’Italiani per puntellare la saldezza non solo del Regime, ma anche del paese stesso. Dal punto di vista sociale, tornava con risonanza ancor maggiore il vecchio tema di dare uno sfogo “interno” alla pressione demografica della popolazione italiana. Infine, nell’ottica strategica (sovente ignorata dai commentatori) si trattava di rinsaldare i possedimenti nel Corno d’Africa ingrandendoli e dando loro continuità territoriale.

Mussolini garantì ampie risorse militari e finanziarie all’impresa bellica, e la sconfitta del Negus fu relativamente rapida. Il problema vero si rivelò essere la gestione del paese appena conquistato, esattamente come successo in Libia, e proprio come allora a causa dell’approssimazione organizzativa. Dopo la vittoria di Mai Ceu, l’armata comandata da Badoglio si trovava la strada spalancata verso Addis Abeba: una camionabile di 600 km portava da Qoram alla capitale abissina, senza che grandi eserciti avversari potessero più sbarrarle il passo. Tuttavia, gli Etiopi non avevano affatto abbandonato le armi. Badoglio, che temeva d’essere anticipato a Addis Abeba dall’armata secondaria dell’odiato generale Graziani, reduce da una travolgente avanzata su Neghelli ed allora sulla strada per la capitale abissina, decise d’anteporre la propria gloria personale alle considerazioni strategiche: mise assieme una colonna motorizzata e la mandò diretta su Addis Abeba, senza preoccuparsi di mettere in sicurezza quei 600 km di territorio nemico che si trovò ad attraversare. La “marcia della ferrea volontà”, come fu pomposamente ribattezzata dallo stesso maresciallo Badoglio, gli permise il 5 maggio 1936 di telegrafare a Mussolini della conquista della capitale nemica, e prima della fine del mese – pur nominato viceré d’Etiopia – di lasciare il paese. Le truppe entrate in Addis Abeba si trovarono presto circondate dalla guerriglia abissina, ma la “patata bollente” fu lasciata proprio al rivale di Badoglio, il neo-maresciallo Graziani. Qui entrò in gioco anche Mussolini. Malgrado le forze italiane controllassero solo una parte del territorio abissino, e contraddicendo i pareri di Badoglio e Graziani che suggerivano di concedere poteri, nelle zone periferiche non ancora occupate, ai ras locali perché abbandonassero le armi e governassero in nome dell’Italia, il Duce d’accordo col Ministero delle Colonie impose invece che tutto il potere fosse esercitato direttamente dalle autorità italiane. Tale decisione gettò benzina sul fuoco della rivolta e l’Etiopia, lungi dal fornire uomini o risorse alla causa italiana, finì col consumare gli uni e le altre in un’estenuante contro-guerriglia – che finì solo quando i Britannici occuparono l’Abissinia.21

Benché gl’Inglesi cercassero di non rompere completamente con Roma – durante la guerra i rifornimenti bellici italiani per la zona del conflitto poterono continuare a transitare per il Canale di Suez – la disputa sorta intorno all’impresa etiopica dell’Italia contribuì non poco ad avvicinare Mussolini a Hitler. Ciò rientrava comunque nella logica della strategia italiana, una volta scelto di perseguire l’egemonia mediterranea per non sottostare più a quella anglo-francese: appoggiarsi alla potenza continentale della Germania per sfidare gl’imperi colonialistici d’occidente. Non ci soffermeremo qui sui particolari dell’alleanza con la Germania, né sull’incoscienza e la leggerezza che portò all’accettazione del Patto d’Acciaio così come fu formulato. Anche per quanto riguarda la Guerra di Spagna, ci limitiamo a registrare due cose: la prima è che essa rientrava, ovviamente, nel quadro dell’egemonia del Mediterraneo; la seconda è che fu alfine deleteria per la causa italiana. L’aver aiutato Franco a conquistare il potere in Spagna non si rivelò di nessun vantaggio durante la Seconda Guerra Mondiale: il Caudillo tenne cautamente neutrale il suo paese. Al contrario, i costi sostenuti per il conflitto spagnolo s’aggiunsero a quelli, enormi, per la conquista dell’Etiopia: spese finanziarie, consumo di materiale militare che fu sottratto agli accantonamenti per la mobilitazione generale, impiego del bilancio delle FF.AA. per le spese correnti anziché per il riarmo e lo sviluppo. Questi due conflitti, pur vittoriosi per le nostre armi, contribuirono grandemente alla successiva impreparazione nella Seconda Guerra Mondiale: le nostre FF.AA. si rivelarono le meno moderne tra quelle delle grandi potenze, e la carenza di materiali impedì per tutto il corso del conflitto la mobilitazione generale22.

Una volta entrata in guerra, idealmente la strategia dell’Italia avrebbe dovuto puntare all’occupazione della Tunisia – fondamentale avamposto sulla costa meridionale del Mediterraneo –, della Valle del Nilo – per dare continuità territoriale all’Impero –, del Canale di Suez – per avere libera uscita dal Mediterraneo –; eventualmente, spingersi nel Vicino Oriente e conquistare la costa levantina. Tra l’ideale ed il possibile, come spesso accade, vi fu un divario abissale. L’apparato militare dell’Italia era già stato parzialmente consumato in Etiopia e in Spagna, era vecchio per mezzi e concezioni d’impiego. Le capacità industriali e produttive del nostro paese erano inferiori a quelle delle altre grandi potenze, ma soprattutto mancò totalmente la loro razionalizzazione: il ritardo tecnologico andò acuendosi in maniera impressionante durante il conflitto, anche perché – come ha dimostrato Giorgio Rochat23 – il Regime fu sempre succube ai “ricatti” provenienti dalla grande industria, e dovette accettare la produzione a costi esorbitanti di armamenti obsoleti, difettosi e non corrispondenti alle necessità espresse dalle Forze Armate. Anche se qualche commentatore24 ha affermato che, nei mesi immediatamente successivi l’ingresso in guerra, la vulnerabilità delle scarne forze britanniche in Africa e nel Mediterraneo era tale che una pronta offensiva italiana avrebbe potuto comunque ottenere risultati insperabili, è certo che tale “finestra di opportunità”, se mai esistita, fu molto breve. Ben presto l’incapacità di rimpiazzare il naviglio perduto, la mancanza di carri armati efficienti nel teatro libico (laddove la mobilità era fondamentale più che altrove), lo stato d’endemica rivolta dell’Etiopia, l’isolamento del Corno d’Africa dalla madrepatria, le carenze (strutturali e non) dell’apparato produttivo – tutti questi fattori, anche senza il concorso degli errori e delle disorganizzazioni del potere politico e degli alti gradi militari, ci posero in stato di grave inferiorità nei confronti del nemico.

Il problema dell’Italia non fu solo l’impreparazione materiale. Per quanto Mussolini predicasse da anni la necessità di conquistare l’egemonia del Mediterraneo, unico mezzo perché l’Italia fosse davvero un grande potenza indipendente dagli Inglesi, tale lucida consapevolezza non si tramutò in conseguenti progetti strategici. Inizialmente, di fronte ai travolgenti successi tedeschi in Polonia e Francia, si credeva che la fine della guerra fosse imminente. Per questo le prime mosse furono strategicamente insensate, ma motivate solo dal desiderio di spingersi in territorio nemico di modo da giustificare successive annessioni al tavolo della pace: indecisa e fallimentare offensiva sul fronte alpino francese anziché tentativo d’occupare la Tunisia; timida avanzata verso Sidi el-Barrani e Marsa Matruh anziché puntare decisamente su Alessandria; conquista riuscita ma inutile del Somaliland anziché tentativo di spezzare l’isolamento dell’Africa Orientale Italiana. Se questi errori possono essere spiegati – ma non giustificati – con l’erronea previsione sulla durata del conflitto, lo stesso non si può fare con quelli successivi. La geopolitica dell’Italia rendeva assolutamente chiaro come la nostra guerra si combattesse prima di tutto per l’Egitto: solo Suez avrebbe ripagato l’immane sforzo bellico cui si stava sottoponendo il nostro paese. Eppure, il fronte libico rimase sempre secondario agli occhi degli strateghi di Roma. Mentre Graziani chiedeva disperatamente truppe e mezzi per condurre la sua offensiva sull’Egitto, decine di divisioni erano immobilizzate in patria, in attesa di un’ipotetica invasione della Jugoslavia che sarebbe avvenuta solo l’anno seguente e solo per decisione dei Tedeschi. Quelle stesse divisioni furono addirittura smobilitate in inverno, proprio poco prima della sciagurata invasione della Grecia: da lì in poi l’ingloriosa guerra ellenica e le successive occupazioni di Grecia e Jugoslavia avrebbero richiesto all’Italia una quantità di truppe, mezzi e risorse molto superiore a quelli impiegati in Africa Settentrionale. È dunque evidente come i Balcani e non il Mediterraneo furono considerati il principale teatro strategico da Roma: la cosa sconcertante è che nei Balcani non avevamo nemici, e dunque il tentativo di estendervi la nostra influenza era rivolto proprio contro il nostro unico alleato, la Germania. La scarsa lungimiranza degli strateghi si sommò alle carenze materiali, dando l’unico risultato possibile: l’umiliante disfatta che si concluse ignominiosamente col voltafaccia dell’8 settembre 1943.

Una politica di impotenza: la politica africana dell’Italia repubblicana

La politica estera dell’Italia postbellica è solitamente analizzata dagli studiosi tramite il prisma dei “tre cerchi”. Per una nazione uscita rovinosamente sconfitta dal conflitto e dilaniata da quasi due anni di guerra civile ed occupazioni straniere, per certi versi in una condizione simile a quella del periodo immediatamente post-unitario25, s’impose subito come prioritario campo d’azione il “cerchio europeo”. Era in Europa che potevano manifestarsi minacce alla sua incolumità, nel quadro del confronto tra USA e URSS (e poi Patto Atlantico e Patto di Varsavia), ed era dunque qui che bisognava operare per mantenere la pace e la situazione d’equilibrio: per una potenza di basso rango è quasi sempre preferibile mantenere lo status quo, perché in un contesto dinamizzato (conflagrazione bellica) non avrebbe le capacità di difendere e promuovere efficacemente i propri interessi, ma dovrebbe affidarsi agli alleati più potenti. Inoltre l’Italia, nazione sconfitta e indebolita, vide nell’integrazione dell’Europa Occidentale il modo migliore per tornare ad avere una voce in capitolo nelle grandi questioni mondiali, seppur indirettamente. Ecco perché Roma, almeno fino all’avvento al governo di Silvio Berlusconi, è sempre stata una delle capitali più europeiste. Tuttavia, nel cerchio europeo l’Italia era relegata ad un ruolo di secondo piano: non solo Francia e Inghilterra, ma anche la Germania Ovest erano nazioni politicamente, economicamente e militarmente più forti. In particolare, Parigi e Londra mantenevano verso Roma i pregiudizi accumulati in diversi decenni di stretta interazione nel “concerto europeo”, e covavano il rancore maturato nel recente conflitto combattuto su fronti opposti. L’Italia era stata percepita non solo come un avversario, ma come un nemico opportunista (il fortunato mito della “pugnalata alle spalle” inferto alla Francia, e poi il voltafaccia dell’8 settembre) e perciò non degno di rispetto. Tali pregiudizi erano assenti o almeno minori negli USA, la principale potenza mondiale in grado da sola di controbilanciare Francia e Inghilterra all’interno dello schieramento occidentale. Da qui la decisione italiana di valorizzare il “cerchio atlantico”. Già il maresciallo Badoglio, considerato dagl’Inglesi il proprio uomo, aveva per questa stessa ragione offerta a Washington «l’egemonia sull’Italia e sul Mediterraneo». Gli USA potevano tutelare l’Italia dall’eccessivo spirito di rivalsa franco-britannico, almeno finché la logica della Guerra Fredda (e della conseguente solidarietà tra i paesi capitalisti) non si fosse affermata anche a Parigi e Londra26. Tuttavia, la captatio benevolentiae rivolta a Washington non poteva limitarsi a scommettere sul peso elettorale della comunità italo-statunitense o sulle capacità adulatorie dei nostri diplomatici e governanti: l’Italia dovette valorizzare l’unico punto di forza che le rimanesse, ossia la sua posizione, doppiamente strategica, perché al confine tra le due zone d’influenza, e proiettata sul Mediterraneo. Il rovescio della medaglia fu l’occupazione militare statunitense della nostra penisola, avvenuta parzialmente sotto l’egida del Trattato di pace, ma prevalentemente sotto quella della NATO27. Il “cerchio mediterraneo”, nei primi anni del dopoguerra, rimase in ombra. Il tentativo di conservare le colonie africane pre-fasciste fu condotto soprattutto per motivazioni simboliche, e simbolicamente ottenne un mandato temporaneo sulla povera e strategicamente insignificante Somalia. L’Italia appena uscita dalla guerra non aveva nulla da offrire alle nazioni mediterranee ed africane, ma questa situazione mutò con la ripresa ed il “miracolo economico” degli anni ’50. Il “cerchio mediterraneo” si riaffacciò all’attenzione della diplomazia italiana come l’unico residuo teatro d’azione in cui la nostra politica estera potesse ancora estrinsecarsi come politica di potenza, con un ruolo attivo e da protagonista, anziché quello per lo più passivo e decisamente subordinato che aveva in Europa e nell’Atlantico. Tuttavia, l’impegno nel terzo cerchio non fu affatto corale e continuo. Quelli che potremmo definire “atlantisti ortodossi” preferivano una pedissequa e ligia fedeltà ai dettami di Washington, ravvisando un rischioso avventurismo in qualsiasi iniziativa autonoma dell’Italia. La politica di potenza nel terzo cerchio fu invece condotto dai cosiddetti “neo-atlantisti”, i quali rappresentano però una variegata congerie d’idee e visioni strategiche. La stessa storiografia è ancora oggi incerta su quali uomini e quali correnti inserire nel neo-atlantismo, benché su parecchi si sia raggiunto un consenso unanime28. In un percorso che si può tracciare da Giuseppe Pella (coniatore del termine stesso) fino a Bettino Craxi (sebbene solitamente si limiti il fenomeno agli anni ’70 o addirittura agli anni ’60), il neo-atlantismo si configura come quella corrente che, pur riconfermando la fedeltà all’Alleanza Atlantica ed agli USA in particolare, cercò di trovare un ruolo più autonomo per l’Italia, soprattutto nel Mediterraneo ma talvolta anche nelle relazioni con Mosca. La definizione è lasca e la varietà d’accenti al suo interno vastissima. Pella era un liberale nazionalista e conservatore, convinto monetarista ed accesamente anticomunista, ma il neo-atlantismo caratterizzò principalmente i governi di Centro-Sinistra, non privi di simpatie terzomondiste; Gronchi e Fanfani cercarono di promuovere la distensione con l’URSS e migliori rapporti bilaterali cui s’aggiungeva una politica più attiva e indipendente nel Mediterraneo; Craxi in qualche modo si pose a metà tra le due posizioni, come Pella confermandosi pienamente fedele agli USA nel confronto con l’URSS (ma, sempre come Pella, pretendendo il pieno rispetto della sovranità nazionale), ma come La Pira e Mattei assumendo una posizione decisamente filo-araba nel Mediterraneo.

Il neo-atlantismo è sovente giudicato con severità dagli studiosi29. In ciò non manca, certamente, una componente “ideologica”, d’adesione all’atlantismo ortodosso, da parte di molti di questi critici. Non di poco conto è anche l’avversione, generalizzatasi dopo il fallimento mussoliniano, per l’avventurismo in politica estera – dove talvolta, però, qualsiasi iniziativa autonoma dell’Italia è percepita come “avventurista”. Infine, non si può negare che le critiche, laddove sottolineano il carattere “velleitario” del neo-atlantismo, poggino su una base reale, ossia l’oggettivo fallimento di questa politica. Esso si può spiegare coinvolgendo diversi fattori. Il primo fu senz’altro il fatto che i decisori neo-atlantisti dovettero costantemente convivere con colleghi “ortodossi” che ne ostacolavano metodicamente il lavoro30. Ostacoli altrettanto se non più forti provenivano dall’alleato/protettore statunitense e da Tel Aviv, che almeno nei decenni più recenti ha potuto operare in Italia tramite un’agguerrita lobby sionista31. Infine, non si può dimenticare che l’Italia ha sempre dovuto fare i conti con oggettivi limiti “strutturali”, ossia col suo rango di media potenza. Se da un lato il filo-arabismo spingeva Roma a favorire il dialogo tra l’Europa Occidentale ed i paesi mediterranei, dall’altro ne ha sempre temuto l’integrazione troppo stretta nell’economia europea, percependoli come possibili competitori commerciali. Riscontriamo questi fattori all’opera ripercorrendo per sommi capi le tappe della politica africana (ossia, fondamentalmente, mediterranea) dell’Italia repubblicana.

Alla metà degli anni ’50, come già accennato, lo spostamento a sinistra del baricentro politico, la fine del pontificato conservatore di Pio XII e l’ascesa economica favorirono lo svilupparsi della politica neo-atlantista. Nei confronti dell’Africa e del Mediterraneo, l’Italia poteva valorizzare il fatto di non essere più una potenza coloniale, e comunque di esserlo stata in misura minore di Francia e Inghilterra anche in passato32. Questa prima fase del neo-atlantismo si caratterizzò infatti per un carattere quasi anti-francese e anti-britannico, mentre i contrasti con gli USA erano ancora minori (ma fu Washington a differenziarsi in seguito, spostandosi su posizioni più filo-israeliane e, dunque, meno amichevoli verso gli Arabi). Già nel 1951 Roma, con De Gasperi al governo, rifiutò d’associarsi a Londra, Parigi e Washington nella condanna verso l’Egitto reo di non aver accettato la partecipazione ad un comando congiunto nell’area. Lo strappo coi franco-britannici fu ancora più forte nel 1956, in occasione della crisi di Suez, con Antonio Segni al governo e Gaetano Martino agli esteri. I due erano convinti atlantisti, ma in quell’occasione anche la Casa Bianca s’oppose all’iniziativa bellica di Parigi e Londra. Non di meno, Segni e Martino erano anche europeisti e tutto fuorché dei neo-atlantisti, e ciò aiuta a spiegare l’incoerente astensione italiana all’ONU quando si trattò di votare la risoluzione che chiedeva il ritiro dei Franco-Britannici da Suez. Decisamente neo-atlantista era invece il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che, prendendo spunto dallo smacco egiziano delle potenze coloniali europee ed in accordo con le teorie di Amintore Fanfani (astro nascente della Democrazia Cristiana), nel marzo 1957 indirizzò a Eisenhower una lettera in cui proponeva consultazioni bilaterali tra Italia e USA riguardo al Mediterraneo ed al Vicino Oriente: la missiva non giunse mai a destinazione, bloccata da Martino d’accordo con Segni. Del 1957 fu anche la censura di Parigi alla fornitura d’armi che l’Italia accordò alla neo-indipendente Tunisia, e che secondo i Francesi avrebbero potuto finire in mano al Fronte di Liberazione Nazionale algerino; oltretutto, rappresentanti del FNL furono tra gl’invitati ai convegni internazionali che Giorgio La Pira, il sindaco fanfaniano di Firenze, organizzava nella sua città. Nell’estate 1958 Fanfani ritornò al governo, dopo l’esperienza d’appena 21 giorni del 1954. Fanfani è spesso indicato come il principale protettore politico di Enrico Mattei, l’abile fondatore e dirigente dell’ENI che faceva concorrenza alla “sorelle” anglosassoni per accaparrarsi le forniture petrolifere. Mattei rientra a pieno titolo nel novero dei “neo-atlantisti”, e spesso la sua attività imprenditoriale fu più incisiva delle politiche governative stesse. Il 9 febbraio 1957 Mattei inaugurò la sua aggressiva “formula ENI” (che garantiva al paese produttore il 75% degl’introiti, anziché il “fifty-fifty” tipico delle compagnie anglosassoni) nel contratto con l’Egitto dell’amico Nasser33. Il dinamismo dell’ENI, che aveva procurato molte amicizie all’Italia nei paesi arabi, si ridusse sensibilmente con la morte del suo fondatore, avvenuta il 27 ottobre 1962 a seguito di quello che un quarto di secolo più tardi l’ormai anziano Fanfani avrebbe descritto come «l’abbattimento dell’aereo di Mattei», e della cui origine dolosa è giunta conferma dalle conclusioni dell’indagine condotta dal giudice Vincenzo Calia34. Se da un lato lasciava mano libera a Mattei nella sua concorrenza con le sette “sorelle” del petrolio anglosassoni, dall’altro Fanfani si prodigava per convincere Washington ad instaurare quel rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti nel Mediterraneo, con la prima a fare sostanzialmente da procuratrice dei secondi nei rapporti coi paesi arabi. Nel frattempo, ripuliva la Farnesina dai diplomatici considerati più ligi ai dettami di Washington che a quelli di Roma, sostituendoli coi giovani “Mau-Mau” (Aillaud, Conti, Malfatti, Manfredi, Manzini, Marchiori, Messeri). Il progetto fanfaniano si arenò presto contro gli scogli del tentativo di De Gaulle d’imporre un terzetto alla guida della NATO e la nuova crisi di Berlino, che ricompattò e disciplinò lo schieramento atlantista. Finito il “Fanfani bis” nel febbraio 1959, lo statista democristiano tornò al governo un anno e mezzo dopo, ma questa volta coll’atlantista ortodosso Segni agli Esteri. Inoltre, l’ascesa alla presidenza di Kennedy negli USA avvicinò notevolmente Fanfani a Washington, tanto da appoggiare l’ingresso dell’Inghilterra nel Mercato Europeo Comune, in cambio del nulla osta statunitense al Centro-Sinistra. Il già ricordato assassinio di Mattei completò il quadro, congelando sostanzialmente la politica africana e mediterranea dell’Italia. Un suo rilancio si ebbe con Aldo Moro, capo del governo dal dicembre 1963 al giugno 1968 (con Fanfani alla Farnesina per circa 13 mesi complessivi) e poi ancora dal novembre 1974 al luglio 1976, nonché ministro degli esteri dall’agosto 1969 al novembre 1974 (salvo una parentesi di un anno) più qualche mese di interim durante il suo secondo governo. Moro condivideva il filo-arabismo di Fanfani, congeniale a parte del mondo cattolico e social-comunista nonché agl’interessi di grandi imprese come l’ENI, l’Olivetti e la FIAT, che avevano investito parecchio in Egitto. In occasione della Guerra dei Sei Giorni, mentre gli USA ed i governi dell’Europa Occidentale difendevano le ragioni dell’aggressore israeliano, Moro e Fanfani assunsero una posizione di “equidistanza” tra le parti in conflitto. In occasione della Guerra dello Yom Kippur o Guerra d’Ottobre e del successivo “choc petrolifero”, Aldo Moro agli Esteri adottò la “linea francese”, quella del dialogo diretto con gli Stati arabi saltando la mediazione delle compagnie petrolifere anglosassoni, mentre l’Italia reagiva ai rincari del greggio puntando sempre più sul metano, importato dall’URSS, dalla Libia e dall’Algeria; inoltre, unico Stato occidentale oltre alla Francia, quello italiano si espresse a favore della partecipazione di Yasser Arafat al dibattito sulla Palestina in sede ONU. Gli anni ’70 furono però un decennio di grave crisi socio-politica (gli “anni di piombo” ed il difficile tentativo di “compromesso storico”) ed economica (crisi monetaria internazionale e già citato choc petrolifero) per l’Italia, e ciò ebbe ripercussioni negative sulla sua politica estera. Così come la dinamica politica neo-atlantista e “terzo-mondista” degli anni ’50 fu bruscamente interrotta dalla morte di Mattei (ormai appurato trattarsi di assassinio), quella per molti versi analoga di Aldo Moro finì con l’ancor più tragica scomparsa del suo protagonista. Nel 1978, poche settimane dopo aver confidato al suo collaboratore Giovanni Galloni di sapere «per certo» che le Brigate Rosse erano infiltrate da elementi della CIA e del Mossad35, fu rapito e poi ucciso dai terroristi.

Il periodo di stasi della politica estera italiana terminò negli anni ’80, quando il paese registrò una forte ripresa economica e la fine del terrorismo e dei disordini sociali, mentre all’orizzonte appariva un nuovo uomo politico di rilievo, ossia il socialista Bettino Craxi. Craxi ebbe in comune con Moro, Fanfani e Mattei il filo-arabismo, che fu la cornice entro cui si manifestò la rinnovata spinta della politica mediterranea ed africana dell’Italia. Sodale di Craxi in questa fase politica fu Giulio Andreotti, ministro degli esteri durante il suo intero periodo di governo (agosto 1983-aprile 1987).

Nei primi anni ’80 una missione militare italiana partecipò alla forza multinazionale a guida statunitense inviata in Libano per evitare la catastrofe umanitaria causata dall’invasione israeliana. Le nostre truppe si comportarono bene e rimasero immuni dagli attentati che colpirono i soldati statunitensi e francesi, ma dovettero seguirli quando questi furono richiamati dai rispettivi governi. Nel 1985 il sequestro della nave da crociera “Achille Lauro” da parte di terroristi palestinesi fu risolto quasi senza spargimenti di sangue (un passeggero fu ucciso) con la mediazione di Roma e dell’OLP, garantendo l’immunità ai sequestratori ed il loro invio in Egitto. Tuttavia, il loro aereo fu intercettato da alcuni caccia statunitensi e costretto ad atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia, ed i marines cercarono di arrestare i dirottatori ritenendo invalidato l’accordo (che il governo statunitense non avrebbe voluto neppure negoziare) dall’uccisione dell’ostaggio. Craxi, appoggiato dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana, giudicò l’episodio un’intollerabile violazione della sovranità italiana (il reato era avvenuto in territorio italiano, ed in territorio italiano si trova la base di Sigonella) e fece intervenire i Carabinieri che, dopo uno snervante confronto coi soldati statunitensi, ebbero pacificamente la meglio. La successiva liberazione di Abu Abbas, capo dei dirottatori, spostò però la lotta all’interno della politica italiana, colla reazione dell’ala atlantista ortodossa guidata dal ministro della difesa Giovanni Spadolini, che ritirò il suo Partito Repubblicano Italiano dalla maggioranza di governo. Il 6 novembre 1985 Craxi tenne uno storico discorso alla Camera dei Deputati, al termine del quale il suo governo ottenne la fiducia. In quel discorso, il Presidente del Consiglio affermò la legittimità della lotta armata da parte dei Palestinesi, condannandola esclusivamente per la sua inefficacia36.

Un altro episodio conflittuale nei rapporti Italia-USA nel Mediterraneo riguardò il bombardamento statunitense di Tripoli nell’aprile 1986, ordinato dal presidente Ronald Reagan coll’intento di uccidere il colonnello Muhammar Gheddafi, ma riuscendo solo ad assassinarne la figlia adottiva Hana ed un’altra ventina di persone. Nell’ottobre 2008 l’allora ambasciatore a Roma ed oggi ministro degli esteri libico Abdel-Rahman Shalgam ha rivelato che fu Bettino Craxi, informato da Washington al pari degli altri governi europei del proposito bellicoso, a mettere segretamente in guardia Gheddafi dal raid aereo, permettendogli così di sfuggirvi. La notizia, che era già stata in precedenza divulgata da altri, tra cui Francesco Cossiga, è stata confermata anche da Giulio Andreotti e Margherita Boniver37. Lo stesso Andreotti ha poi gettato una luce inquietante sul crepuscolo di Craxi: su esplicita richiesta di Andrea Romano di “Radio 3”, nel novembre 2008, ha giudicato possibile che “Tangentopoli” sia dipesa proprio dall’avviso di Craxi a Gheddafi, e dunque dalla volontà di rivalsa degli USA38. L’ipotesi di un legame tra l’inchiesta di “Mani Pulite” ed una regia occulta degli Stati Uniti non era nuova: a paventarla sono stati, tra gli altri, nel 1994 il senatore Umberto Bossi, nel 2002 l’ex portavoce di Craxi Ugo Intini, nel 2008 Cossiga39. Qualsiasi sia stata la genesi dell’inchiesta “Mani Pulite”, è certo che le due vittime principali furono proprio Craxi e Andreotti, protagonisti dell’autonoma politica mediterranea dell’Italia negli anni ’80. Con loro sparirono numerosi partiti, tra cui la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, mentre altri (PCI e MSI) intraprendevano percorsi di revisione ideologica in senso liberale. Nei medesimi anni la fine della contrapposizione bipolare minava le capacità dell’Italia di sfruttare la propria posizione strategica, e non sorprende dunque che negli anni ’90 il “terzo cerchio” sia stato largamente trascurato.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 e la conseguente campagna statunitense per il “Grande Medio Oriente” hanno costretto Roma a tornare a guardare al Mediterraneo, anche se con un’autonomia ed una consapevolezza strategica che appare enormemente inferiore rispetto a quelle di Mattei, Fanfani, Moro, Craxi e Andreotti. Dal filo-arabismo, che costituiva la cornice in cui si estrinsecava la politica dei personaggi suddetti, si è passati ad un filo-sionismo spesso acritico ed ideologico, radicato in particolare nel Centro-Destra, e certamente favorito da uno schieramento sempre più unilaterale dei media italiani40. D’altro canto, è proprio all’attuale governo di Silvio Berlusconi che si deve uno sviluppo interessante quale il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia41, sottoscritto dopo che il Presidente del Consiglio ha pubblicamente riconosciuto le colpe del colonialismo italiano in Cirenaica e Tripolitania (sviluppo del Comunicato congiunto del 4 luglio 1998, firmato per l’Italia dall’allora ministro degli esteri Lamberto Dini42). Con la firma del trattato, Italia e Libia si sono impegnate a «operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo» (Preambolo); il governo Berlusconi ha poi realizzato uno strappo significativo con la sua precedente adesione alla politica di George W. Bush riconoscendo «la centralità delle Nazioni Unite nel sistema di relazioni internazionali» (Capo 1, art. 1) ed impegnandosi a rispettare «il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (Capo 1, art. 2), concetto quest’ultimo ribadito al Capo 1, art. 4.1 dove si esclude ogni ingerenza «diretta o indiretta» negli affari interni della controparte. Italia e Libia s’impegnano inoltre a non permettere l’uso del proprio territorio affinché sia colpita la controparte (Capo 1, art. 4.2): è qui evidente come si vada ad escludere la possibilità che Roma presti il proprio territorio ad azioni statunitensi contro Tripoli, anche se esse sono oggi un’eventualità assai poco probabile, visto il “disgelo” tra la Casa Bianca e il colonnello Gheddafi. La chiusura del contenzioso sul periodo coloniale è garantita dall’impegno italiano a finanziare ed eseguire in Libia la costruzione d’infrastrutture per un valore «nei limiti di» 5 miliardi di dollari statunitensi nell’arco dei prossimi 20 anni (Capo 2, art. 8). Sono istituite consultazioni bilaterali periodiche ad alto livello ed è promossa la cooperazione in ambito scientifico, culturale, economico e industriale, energetico, della sicurezza e difensivo (Capo 3).

Questo trattato è importante non solo perché apre le porte all’instaurazione di un’alleanza strategica tra l’Italia e la Libia, ma anche perché potrà essere duplicato con nuovi accordi bilaterali, facendo perno sulla forte autorità morale che Roma ricaverà dal suo aperto ripudio del passato coloniale – proprio mentre la Francia, la potenza europea che non ha ancora abbandonato il sogno di un’egemonia mediterranea, emana addirittura delle leggi per sancirne il “ruolo positivo”. In tal senso, tuttavia, un limite fondamentale rimarrà per l’Italia l’eccessiva condiscendenza verso le posizioni sempre più intransigenti d’Israele, fatto che inevitabilmente ridurrà il nostro gradimento – tradizionalmente alto – tra le popolazioni arabe del Mediterraneo, e non solo. Infatti, se i rapporti tra Tel Aviv e molti Stati arabi vanno “normalizzandosi”, bisogna tenere conto di altre due realtà. La prima è che alla normalizzazione dei rapporti interstatuali non corrisponde un miglioramento della considerazione per Israele tra la popolazione. Ad esempio, l’Egitto ormai da decenni ha rapporti normali e stabili con Israele, eppure in seno alla società civile cresce l’astio anti-sionista, e non sono scarse le probabilità ch’esso incida, alla lunga, sui rapporti ufficiali. Si prenda il caso della Turchia: dopo mezzo secolo di alleanza con Israele, i sentimenti anti-sionisti della stragrande maggioranza della popolazione hanno cominciato ad influire sul comportamento del governo, e negli ultimi anni il rapporto si sta deteriorando rapidamente. Lo stesso “idillio” con paesi quale l’Arabia Saudita è solo contingente, e dettato dalla comune preoccupazione per l’ascesa dell’Iràn. Legarsi troppo strettamente a Tel Aviv potrebbe significare, per Roma, doverne seguire il destino all’isolamento, che pare ineluttabile ed è già per molti versi una realtà. Da quando Barack Obama è giunto alla Casa Bianca, poi, tra USA e Israele sono sorti numerosi dissidi. Pur restando ferma l’alleanza, i loro obiettivi strategici non collimano più alla perfezione. L’accordo con la Libia lascia presagire la ripresa di una politica autonoma dell’Italia in Africa e nel Mediterraneo, ma essa riuscirà inevitabilmente minata (se non nel breve, certamente nel medio-lungo periodo) dal perpetuarsi di questo vincolo troppo stretto con Israele.

Conclusione: uno sguardo d’insieme ed una prospettiva sul futuro

L’Italia si trova nel mezzo del Mediterraneo, un mare che non divide ma unisce. Non è un luogo comune: l’area mediterranea è un continuum geopolitico, il cui vero confine meridionale è il Sahara. Il Mediterraneo è però un mare chiuso, avendo solo due strette uscite sugli oceani. È questa la ragione per cui l’Africa, per l’Italia, è solo l’Africa Settentrionale, mediterranea, mentre l’Africa Subsahariana, nera, è appannaggio delle potenze oceaniche. La politica estera italiana ha sempre rispecchiato questa realtà: la sua politica africana ha coinciso costantemente con la politica mediterranea. Anche le avventure più meridionali, nel Corno d’Africa, erano apertamente motivate da interessi strategici nel Mediterraneo. L’Italia può essere una grande potenza solo godendo dell’egemonia nel Mediterraneo – ed ovviamente il concetto di “egemonia” va declinato nelle varie epoche a seconda dei contesti: se un tempo si trattava di imperi coloniali, oggi si parlerà di legami privilegiati, diplomatici ed economici, con le altre nazioni costiere. L’Italia è arrivata tardi e debole alla contesa per l’egemonia mediterranea, che nell’Ottocento coinvolgeva Francia, Inghilterra e Impero Ottomano, in seguito ha visto uscire questi ultimi due ed irrompere con forza gli USA. I primi passi dell’Italia unitaria furono incerti, perché condizionati dalla sua fragilità economica, militare e politica, ma talvolta – vedi il caso di Mancini – pesarono veri e propri errori di prospettiva. Limitazioni strutturali, cautele eccessive ed errori fecero sì che, all’indomani della Grande Guerra, l’Italia si confrontasse con un quadro geopolitico sconfortante, in cui Francia e Inghilterra egemonizzavano sia il Mediterraneo sia l’Europa. Di lì a pochi anni, però, la situazione era radicalmente mutata: la Germania ritornava a competere per l’egemonia continentale, mentre l’Italia era soggetta ad un regime, quello fascista, che apparentemente era in grado di mobilitarne le energie materiali e morali per la grandezza della nazione. Mussolini decise così di sfidare apertamente Parigi e Londra, coll’intento di conquistare la supremazia nel Mediterraneo, affiancandosi ai Tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale. In essa si palesò però il grado d’impreparazione non solo delle Forze Armate, ma dell’intero paese, tanto che ben presto l’Italia dovette affidarsi, in posizione subordinata, all’alleato tedesco, ed è in dubbio se gli ambiziosi progetti della vigilia si sarebbero potuti ottenere anche in caso di vittoria del conflitto. Il quesito ha stuzzicato più d’uno storico, ma è irrilevante dacché la guerra fu persa. I successori di Mussolini, sia per senso del realismo sia per avversione ideologica a tutto ciò che richiamava il passato regime, abbandonarono ogni velleità da grande potenza. Quando però la situazione interna, a livello politico e socio-economico, lo permetteva, alcune personalità di rilievo cercarono d’imprimere una svolta alla politica estera italiana, imbrigliata nella logica bipolare della Guerra Fredda, cercando un ruolo d’autonomia e potenza almeno nel Mediterraneo. Quasi tutti questi personaggi, tuttavia, morirono o caddero in sventura anzitempo: Mattei, Moro, Craxi, Andreotti. Regolarmente, si è tornati alla linea dell’atlantismo ortodosso, con la pedissequa osservanza dei dettami d’Oltreoceano ed il rifiuto d’ogni iniziativa percepibile come “avventuristica”. Tale linea ha trionfato, in particolare, nell’ultimo ventennio, complice lo scossone interno di “Mani Pulite” e quello esterno della fine del confronto bipolare. Nel nuovo mondo multipolare emergente, tuttavia, si aprono inediti spazi per un’iniziativa autonoma dell’Italia. Essa non è solo un’opportunità, ma una necessità, perché il nostro paese possa conquistarsi la miglior posizione possibile nel nuovo assetto geopolitico che va delineandosi.

Note:

1) Halford J. Mackinder, The geographical pivot of history, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (aprile 1904), pp. 421-437

2) Si potrebbe obiettare che anche il Regno d’Aragona fosse mediterraneo, ma dopo la loro unione dinastica la bilancia pendette decisamente verso la Castiglia, centro politico, economico e militare della Spagna unificata.

3) Cfr. Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, il Giornale, s.l., s.d, pp. 37-42

4) Cfr. Paolo Grillo, Cavalieri e popoli in armi. Le istituzioni militari nell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 78

5) Già il Conte di Cavour, poco prima di morire, pare pensasse ad un’ulteriore espansione nei Balcani ed al predominio delle «razze latine» nel Mediterraneo. Cfr. Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, il Giornale, s.l., s.d., p. 489

6) Brunello Vigezzi, L’Italia dopo l’Unità: liberalismo e politica estera in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica, Unicopli, Milano 1998, pp. 1-54

7) Claudio G. Segré, Il colonialismo e la politica estera: variazioni liberali e fasciste in Richard J. B. Bosworth e Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 121-146

8) Citato in Angelo del Boca, Gli italiani in Africa orientale. Dall’Unità alla marcia su Roma, Laterza, Bari 1976, p. 175

9) Si veda a proposito: Fortunato Minniti, Gli Stati Maggiori e la politica estera italiana in R.J.B. Bosworth e S. Romano (a cura di), cit., pp. 91-120

10) Cfr. Emilio Canevari, Italia 1861-1943. Da Cavour a Mussolini. I retroscena della disfatta, Erre, Roma 1973, vol. I, p. 97

11) Un’efficace critica alla tesi del “imperialismo” e l’individuazione delle ragioni ultime per la scelta giolittiana è stata compiuta da Brunello Vigezzi in due saggi preziosi: L’imperialismo e il suo ruolo nella storia italiana del primo Novecento e Il liberalismo di Giolitti e l’impresa libica, entrambi contenuti in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., rispettivamente pp. 55-81 e 83-103

12) Citato in Liliana Saiu, La politica estera italiana dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 64

13) Sulla guerra vedi E. Canevari, Italia 1861-1943, cit., vol. I, pp. 108-113

14) Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone, La collocazione internazionale dell’economia italiana in R.J.B. Bosworth e S. Romano (a cura di), La politica estera italiana, cit., pp. 147-196. Cfr. anche Giancarlo Falco, L’Italia e la politica finanziaria degli alleati, 1914-1920, ETS, Pisa 1983

15) L. Saiu, La politica estera italiana dall’Unità a oggi, cit., p. 77

16) Cfr. Arturo Salucci (a cura di), Il nazionalismo giudicato da letterati, artisti, scienziati, uomini politici e giornalisti italiani, Libreria Editrice Moderna, Genova 1913, ed i commenti e le considerazioni contenute in Brunello Vigezzi, Politica estera e opinione pubblica dal 1870 al 1945 in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 211-242

17) Cfr. Brunello Vigezzi, La “classe dirigente” italiana e la prima guerra mondiale in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 129-178

18) Si pensi solo al celeberrimo discorso di Giovanni Pascoli (“socialista umanitario”) sulla “grande proletaria” che “si è mossa”, tra le altre cose, perché non può più essere “soffocata e bloccata nei suoi mari”.

19) Benché sia di moda presentare quella riforma come un esempio del “velleitarismo” mussoliniano, essa fu entusiasticamente appoggiata e finanziata dagli Stati Uniti d’America. Scrivono De Cecco e Migone (cit., pp. 172-173): «Gli storici che hanno interpretato la quota novanta come pura affermazione di prestigio che marcava l’autonomia del regime, ideologizzante e piccolo borghese, dalle classi economiche dominanti (De Felice, Sarti, Cohen, Melograni) semplicemente hanno trascurato fonti americane, inglese e anche italiane che chiariscono in maniera inequivocabile come tale politica si iscrivesse in un piano di stabilizzazione monetaria globale, sotto la leadership inglese, ma soprattutto americana; avesse per l’appunto rafforzato i poteri e l’autonomia della Banca d’Italia (altro che l’autonomia del regime!) e consolidato l’assetto sociale interno, proprio a favore di quelle classi dominanti».

20) Una sintesi agile ma completa (e analizzata con oggettività) della politica araba e musulmana dell’Italia nel periodo fascista è l’opera di Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2001.

21) Cfr. Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2008, pp. 62-64 e 75-93

22) Ibidem, pp. 127-141

23) Ibidem, pp. 230-233, 305-311

24) Così E. Canevari, Italia 1861-1943, cit., vol. II, pp. 638-639

25) Cfr. Giuseppe Mammarella e Paolo Cacace, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 131

26) Cfr. il primo paragrafo di Massimo de Leonardis, L’Italia: “alleato privilegiato degli Stati Uniti nel Mediterraneo? in Idem (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra, il Mulino, Bologna 2003, pp. 61-93

27) Su questo tema non possiamo che rimandare alla ricerca di Alberto Bernardino Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, “Eurasia”, nr. 3/2005, pp. 81-94, il quale – a parziale dispetto del titolo – si concentra prevalentemente sull’individuazione delle installazioni militari statunitensi in Italia. I risultati di Mariantoni, che ha contato 113 installazioni, hanno suscitato un certo dibattito soprattutto dopo che sono state pubblicamente riprese da Beppe Grillo. Nella puntata del 3 giugno 2008 anche la seguita trasmissione televisiva “Matrix” ha citato e discusso la tesi presentata da Mariantoni sulle pagine di “Eurasia”.

28) Cfr. B. Vigezzi, L’Italia, il neoatlantismo e i problemi della politica di potenza, in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 321-353 e G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit., pp. 206-207

29) Ad esempio, G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit. e S. Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Rizzoli, Milano 2006, pp. 105-110

30) Si pensi alla vicenda della lettera di Gronchi a Eisenhower bloccata dalla Farnesina, episodio ricordato più avanti.

31) Riteniamo che si possa finalmente utilizzare quest’espressione senza subire la strumentale accusa di “antisemitismo”, almeno da quando i professori Walt e Mearsheimer hanno introdotto la nozione di “Israel lobby” nel dibattito politologico statunitense (John Mearsheimer, Stephen Walt, The Israel lobby and U.S. Foreign policy, Farrar, Straus and Giroux, New York 2007; ed. it: La Israel lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007). Una figura autorevole come Sergio Romano ha recentemente rivendicato il diritto di nominare la “lobby filo-israeliana”, in una sua risposta all’on. Enrico Pianetta, presidente dell’Associazione parlamentare Italia-Israele, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 5 ottobre 2009.

32) Cfr. Antonio Varsori, Europeismo e mediterraneità nella politica estera italiana in M. de Leonardis (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra, cit., pp. 23-45

33) Fu questa, e non il contratto con la Persia, la prima applicazione della “formula ENI”, come ricordato in Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei” in Idem (a cura di), Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, atti del convegno del Master “Enrico Mattei” in Medio Oriente (Università di Teramo), 2007, pp. 95-116

34) Cfr. Andrea Ricciardi, La morte di Mattei: quando la storia è segreta in C. Moffa (a cura di), Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, cit., pp. 150-160

35) Giovanni Galloni è stato vice-presidente della Democrazia Cristiana, vice-presidente del Consiglio Supremo della Magistratura e ministro della pubblica istruzione nei governi Goria e De Mita. La sua rivelazione è stata fatta il 5 luglio 2005 durante la trasmissione televisiva “NEXT” di “RaiNews 24” (il filmato è visionabile al seguente indirizzo: <http://www.cpeurasia.org/?vid=2067>). In seguito, Galloni ha rivelato altri elementi, di cui era nel frattempo venuto a conoscenza, che lascerebbero intendere un ruolo dei servizi segreti statunitensi nell’assassinio di Aldo Moro (cfr. Saverio Occhiuto, “Galloni: quando Kissinger minacciò Moro”, “L’Espresso”, 14 maggio 2007, <http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Galloni:-quando-Kissinger-minacci%C3%B2-Moro/1608308>). In questo contesto si può anche ricordare la deposizione di Alberto Franceschini, capo delle BR arrestato assieme a Renato Curcio nel 1974 (quindi quattro anni prima del delitto Moro), alla Commissione parlamentare “Stragi”, secondo cui la loro cattura sarebbe stata successiva di pochi mesi ad un approccio da parte del Mossad (<http://archiviostorico.corriere.it/1999/marzo/19/finite_per_Mossad__co_0_9903192907.shtml>).

36) Il video del discorso di Craxi può essere visto al seguente indirizzo: <http://www.cpeurasia.org/?vid=2089>.

37) Le parole di Shalgam sono state riportate da tutta la stampa nazionale: si veda ad esempio Emanuele Novazio, “«Così Bettino salvò Gheddafi»”, “La Stampa”, 31 ottobre 2008, <http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200810articoli/37807girata.asp>. Cossiga ne scrisse invece, rifacendosi alla testimonianza di Vittorio Craxi, nel libro Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d’Italia da Cavour a Berlusconi (Mondadori, Milano 2007) scritto assieme a Pasquale Chessa.

38) <http://city.corriere.it/2008/11/05/milano/protagonisti/giulio-andreotti-tangentopoli-nata-punire-craxi-10248350354.shtml>.

39) Gianluigi Da Rold, “Bossi insiste: «Gli USA favorirono Mani Pulite»”, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1994 (<http://archiviostorico.corriere.it/1994/agosto/26/Bossi_insiste_gli_USA_favorirono_co_0_9408266004.shtml>); Ugo Intini, La politica globale. Per capire Tangentopoli e ricostruire la Sinistra, Mondoperaio, Roma 2002; Aldo Cazzullo, “Cossiga compie 80 anni: Moro? Sapevo di averlo condannato a morte”, “Corriere della Sera”, 8 luglio 2008 (<http://www.corriere.it/politica/08_luglio_08/cossiga_cazzullo_f6395d90-4cb1-11dd-b408-00144f02aabc.shtml>).

40) Ho affrontato questo tema in maniera più estesa in un’intervista rilasciata a “Radio Italia”, emissione italiana della “Islamic Republic Internazional Broadcasting”, il 4 febbraio 2009. L’intervista può essere ascoltata al seguente indirizzo: <http://www.youtube.com/watch?v=helCFmc-YQ8>; qui invece la trascrizione integrale: <http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFFluklVVJABCBKqK.shtml>.

41) Testo integrale: <http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0017390>.

42) Testo integrale: <http://www.airl.it/accorditrattati2.php>.

L’antipositivismo del Leopardi filosofo

Tratto da Rinascita

 

Poche opere sono state tanto maltrattate, nella storia letteraria italiana, come le Operette Morali di Giacomo Leopardi. Universalmente riconosciuto come poeta eccelso e, secondo molti, inarrivabile, a Leopardi è stata sempre negata la dignità di filosofo. Eppure, anche ignorando i profondi contenuti della sua poesia, egli ci ha lasciato due testi incontrovertibilmente filosofici, che sono lo Zibaldone e, appunto, le Operette Morali. Portatore di un pensiero anticonformista, e in netta controtendenza rispetto al discorso dominante ottocentesco (progressista e positivista), Leopardi rientra indubbiamente nel solco che sarebbe stato percorso anche da uomini come Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche.

La maggior parte delle Operette fu scritta nel 1824 e, dopo la pubblicazione d’alcune in anteprima su L’Antologia di Viesseaux, edite per la prima volta nel 1827 a Milano. Con alcune modifiche (in particolare l’aggiunta del Dialogo di Tristano e di un amico), la seconda edizione uscì a Firenze nel 1834. Leopardi progettò anche una terza edizione, ma fu impedito a realizzarla dal provvedimento ecclesiastico che mise l’opera all’Indice; sarebbe uscita molti anni dopo, postuma, curata dal suo amico fraterno Ranieri.

Le Operette Morali, composte da capitoli autonomi di lunghezza e genere variabili (si tratta per lo più di dialoghi satirici sul modello di Luciano, o filosofici su quello di Platone; ma sono presenti anche trattati, elegie e saggi), trasponevano in una “poesia in prosa” (per dirla con l’autore) alcuni pensieri dello Zibaldone: in particolare quelli inerenti alla “teoria dell’infelicità” che, come ha notato il critico Blasucci, venne formulata a metà strada tra i cosiddetti “pessimismo storico” e “pessimismo cosmico”; snodo fondamentale del pensiero leopardiano, che segna anche lo spartiacque tra i “piccoli” e i “grandi idilli”. La teoria leopardiana è facilmente riassumibile: l’uomo ha una naturale, ineluttabile e unica inclinazione, verso il raggiungimento della felicità pura, assoluta; cosa che non potrà mai ottenere, vista la sua natura limitata e mortale, ed egli è perciò destinato all’infelicità.

La portata “sovversiva” di questa teoria leopardiana è evidente, tanto più alla luce del clima d’allora (il quale, comunque, non si discosta troppo dall’ideologia del progressismo contemporanea). Egli ridicolizza con facilità ogni pretesa di “perfettibilità dell’uomo”, e nel magistrale già citato Dialogo di Tristano e di un amico porta un attacco a tutto campo contro la cultura ottocentesca, che ricorda alcuni passi schopenaueriani e il feroce sarcasmo antimodernista di Dostoevskij. L’uomo, che secondo l’opinione comune è “evoluto” in meglio dai tempi antichi, è in realtà decisamente inferiore agli antenati per prestanza fisica, valore e “virilità morale”. La “cultura delle gazzette”, fatta dai presuntuosi ignoranti che troviamo spesso personaggi di contorno nei romanzi di Dostoevskij, ha soffocato nelle sue spire ogni altra forma di cultura e letteratura. Il secolo decimonono (ma la stessa cosa si potrebbe dire del ventesimo e del ventunesimo) è un “secolo di ragazzi”, che però vuol fare le stesse cose degli adulti, ma senza la medesima fatica: ecco allora il proliferare d’una vastissima bibliografia, frutto dello studio di pochi giorni, ma con la pretesa dell’esattezza assoluta. Un secolo nel quale anche la mediocrità è scomparsa, per lasciare spazio ad una desolante nullità, che soffoca i pochi, rarissimi grandi rimasti. Un secolo che ha fatto della ragione una religione, ma che invece di limitarsi a sopprimere gli “errori barbari” (la superstizione) ha annichilito anche gli “errori antichi” (gli ideali, “fantasmi” inesistenti ma forieri di comportamento giusto e virtuoso), cosicché dalla “barbarie dell’ignoranza” il mondo è stato sprofondato nella “barbarie della ragione”.

Le reazioni dei contemporanei alla pubblicazione delle Operette Morali furono contrastate: da un lato, nessuno poté fare a meno di lodare la soave prosa leopardiana; dall’altro, tutti commentarono con imbarazzo i contenuti dell’opera. Il critico più feroce di Leopardi fu Tommaseo, che non a caso fu ribattezzato dal poeta «l’asino italiano, anzi dalmata». Pure De Sanctis, il più celebre e influente critico della storia delle letteratura italiana, fervente ammiratore del Leopardi, tese a ignorare le Operette, viste come pura espressione della sua personale infelicità. Altri tentarono di ricondurre le teorie leopardiane alla sua esistenza drammatica: applicazione ovvia del metodo genealogico nietzscheano, che però non può invalidare la teoria stessa, ma solo aiutare a spiegarne la genesi personale dell’autore. Il liberale e progressista Croce, purtroppo influentissimo nella cultura italiana, sparò inevitabilmente a zero su quest’opera – mostrando una volta di più la sua incapacità d’analizzare correttamente i testi letterari, imponendo come per Dante la vana dicotomia poesia-struttura; in ultima analisi, per tema di non esser riuscito ad abbattere Leopardi, riprese il pregiudizio che voleva ridurre la “teoria dell’infelicità” a pura espressione del malessere dell’autore. Per nostra fortuna, contro l’arbitraria interpretazione di Croce, scese in campo un altro “pezzo da novanta” della cultura hegeliana dell’epoca: Giovanni Gentile, il quale, pur compiendo un’analisi strutturale dell’opera alquanto improbabile, ebbe il grande merito di porre l’accento sulla sua unità d’insieme e sul messaggio filosofico che vuol veicolare. Da Gentile in poi, i critici letterari hanno finalmente rivalutato e studiato a fondo le Operette Morali. Le quali, a prescindere dalla condivisione delle teorie ivi espresse, meritano davvero d’essere lette con attenzione.

 

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