L’importanza della Russia per l’Italia

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 2/2010

 

Dieci secoli d’indifferenza

Nel 1472 il gran principe Ivan III di Mosca, futuro gosudar’ (sovrano) di tutta la Russia, sposò una principessa bizantina, Sofia (già Zoe) Paleologa, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore romano d’Oriente caduto diciannove anni prima sulle mura di Costantinopoli assaltata dai Turchi. Per l’occasione, Ivan III adottò l’aquila bicipite bizantina ed il cerimoniale di corte imperiale, nonché il titolo di zar (car’ secondo la corrente traslitterazione) – ossia “cesare”, retaggio dei primordi imperiali di Roma tramandatosi di successione in successione fino all’epilogo del 1453. Non sorprende che negli stessi anni si diffondessero in Russia la leggenda della discendenza dei principi moscoviti dagl’imperatori romani e la dottrina della “Terza Roma” – Mosca appunto – successore dell’originale e della Seconda Roma bizantina1.

Secondo la leggenda Ottaviano Augusto avrebbe, in tarda età, spartito fra i parenti l’Impero (all’epoca in cui tale storia fu ideata era normale considerare lo Stato proprietà del sovrano, sicché tale concezione veniva trasposta anche all’epoca classica) ponendo un suo fratello, di nome Prus, a capo delle rive della Vistola. Da Prus sarebbe disceso, dopo quattordici generazioni, Rjurik, il vichingo iniziatore della dinastia rjurikide cui apparteneva Ivan III. La dottrina della Terza Roma, nata nel XV secolo, avrebbe però trovato una compiuta formulazione solo cinque anni dopo la morte di Ivan III il Grande, quando nel 1510 l’abate Filofej scrisse allo zar Basilio III una lettera contenente la celebre frase: «Due Rome sono cadute, ma la terza è in piedi e non ve ne sarà una quarta»2.

Pochi anni dopo il suo matrimonio con Sofia, Ivan III inviò un proprio agente a Venezia, con lo scopo d’invitare a Mosca architetti ed altri luminari italiani: tra coloro che accettarono v’erano Aristotile Fieravanti, Aloisio da Milano, Marco Ruffo e Pietro Antonio Solario. Fieravanti costruì in pochi anni la Cattedrale dell’Annunciazione. Ruffo, Solario ed altri architetti italiani misero mano al Cremlino, edificandovi il Palazzo delle Faccette e varie torri. Si trattava solo di un’avanguardia, poiché l’apporto italiano all’architettura russa fu costante per secoli. Su questo tema esistono eccellenti monografie3, qui ci limiteremo a citare pochi altri esempi, come Bartolomeo Francesco Rastrelli (1700-1771), autore del Palazzo d’Inverno, dell’Istituto Smol’nyi a San Pietroburgo e del Palazzo di Carskoe Selo (oggi Puškin), e Giacomo Quarenghi (1744-1817), cui si deve il Teatro dell’Hermitage (San Pietroburgo).

Malgrado tali significative relazioni culturali – a dire il vero piuttosto unidirezionali – per molti secoli quelle politiche non furono altrettanto notevoli, se si eccettuano i rapporti tra la Roma papale e la Mosca ortodossa, di tenore precipuamente religioso e non certo idilliaci. Il perché dell’assenza di rapporti politici tra Russia e Italia per circa un millennio è facilmente individuabile.

Dal IX secolo all’anno mille la Rus’ di Kiev è uno Stato di collegamento sulla rotta fluviale nord-sud che collega il Baltico al Mar Nero, e non a guarda a ovest. Nel medesimo periodo, il Regno d’Italia d’origine longobarda-carolingia è in piena crisi istituzionale, ed anche a sud il controllo bizantino scricchiola pesantemente lasciando spazio a tentativi secessionisti: non c’è spazio per guardare all’estero, se non per il timore d’invasioni. Dal XIII secolo all’età di Ivan III i principati russi sono posti sotto il tallone dell’Orda d’Oro mongola, e dunque orientati verso est; nello stesso periodo in Italia il fallimento dei tentativi egemonici imperiali portano ad un’estrema disintegrazione politica, soprattutto nel centro-nord del paese: la politica “estera” dei potentati italiani si rivolge principalmente alle città vicine, al massimo alle leghe nazionali di guelfi e ghibellini ed alle potenze vicine che possono intervenirvi militarmente. Quando la Moscovia si sottrae al controllo mongolo e riunifica i territori della Rus’ di Kiev, assurgendo finalmente al rango d’importante paese europeo, in Italia la calata di Carlo VIII inaugura i secoli bui in cui la penisola è campo di battaglia e terra di conquista per le grandi potenze straniere. Nei mille anni che vanno dalla nascita della Rus’ all’età napoleonica, quella della Russia è la storia d’una potenza in ascesa e quella dell’Italia d’una potenza in declino, ma nemmeno Mosca ha in quel periodo la forza per proiettarsi al di fuori del ristretto ambito regionale. Così, mentre l’Italia si concentra sulle lotte intestine, il Cremlino bada alla riunificazione russa non oltre l’Ucraìna e la Bielorussia, sfogando il suo espansionismo soprattutto verso est, nell’esaltante galoppata siberiana dei Cosacchi tra ‘500 e ‘600. In tali condizioni, le due storie nazionali non possono incontrarsi, ma tutt’al più scambiarsi i fuggevoli sguardi culturali che abbiamo in precedenza sommariamente descritto.

L’Italia scopre la Russia

Nella lotta contro la Francia di Napoleone Bonaparte la Russia d’Alessandro I si conquistò il ruolo di grande potenza europea. L’Italia non poteva più ignorarne l’importanza, mentre Mosca poteva benissimo dar poco peso alla nostra ancora debole e divisa penisola: ecco perché l’Italia cominciò a “scoprire” la Russia all’inizio dell’Ottocento, ma ci volle ancora molto tempo perché fosse pienamente ricambiata. Come vedremo, si potrebbe sostenere che Mosca, ancora in periodo sovietico, non avesse completamente scoperto l’Italia.

Tale “scoperta”, per circa un secolo, non fu molto gradita agl’Italiani. La Russia, in virtù del suo ruolo legittimista sancito dalla Santa Alleanza, fu costantemente ostile al processo di riunificazione italiana – benché essa riscuotesse diffuse simpatie tra la sua élite colta. Oltre cinquantamila italiani (per metà settentrionali e per metà meridionali) presero parte alla grandiosa campagna napoleonica di Russia, per lo più inseriti nel IV Corpo agli ordini del vicerè e figlio adottivo dell’Imperatore Eugène de Beauharnais. Questi cinquantamila uomini subirono il tragico destino di quasi tutta la Grande Armée, ma non prima d’essersi coperti di gloria a Borodino.

Nel 1849 i Russi concorsero alla sconfitta dei moti del Quarantotto invadendo l’Ungheria di Kossuth; aiutandovi gli Asburgo, indirettamente ne favorirono l’azione in Italia, anche se a dire la verità nella penisola, al tempo della campagna d’Ungheria, la rivoluzione era già agonizzante.

Pochi anni dopo gli Asburgo, dando un formidabile sfoggio d’irriconoscenza, si schierarono contro i Romanov nell’area balcanica. Ciò avrebbe potuto fare dell’Impero Russo un possibile alleato del Risorgimento italiano, in virtù della comune inimicizia per gli Austriaci, ma la distanza geografica, l’isolamento diplomatico di Mosca e la scarna storia dei rapporti diplomatici tra i due paesi spinsero il Conte di Cavour a non prendere neppure in considerazione quest’ipotesi, per volgersi invece decisamente verso Londra e Parigi. Nel 1855, pur contro il parere dell’opinione pubblica e del suo stesso Gabinetto, il Conte di Cavour scelse di rispondere positivamente alle richieste delle due potenze occidentali, inviando reparti piemontesi a combattere in Crimea contro la Russia e, dunque, a favore di Vienna che, seppur solo diplomaticamente, appoggiava l’intervento. Anche se la Guerra di Crimea è generalmente descritta come un “capolavoro diplomatico” del Conte di Cavour – che ottenne così di fare della questione italiana un problema di politica internazionale, e non più d’ordine pubblico – lo storico britannico Denis Mack Smith ha avanzato diversi dubbi, sostenendo che la decisione dell’intervento era stata forzata da Vittorio Emanuele II e che al Congresso di Parigi «i risultati furono deludenti», tanto che il Conte di Cavour sperò di «trovare un alleato nella sconfitta Russia»4.

In realtà l’Italia continuò a guardare alle potenze occidentali, ed anzi dopo l’Unità – quando gli appetiti del nostro paese si volsero verso i Balcani – la Russia divenne un “competitore” politico. Lo stesso avvicinamento alla Germania derivò anche dalla preoccupazione per il Dreikarserbund russo-tedesco-austriaco, potenzialmente in grado di definire il destino dei Balcani tagliando fuori l’Italia5, e la nascita della Triplice Alleanza coincise grosso modo colla crisi del Patto dei Tre Imperatori. In poche parole, l’Italia entrò nel sistema d’alleanze austro-tedesche in sostituzione della Russia.

Solo all’inizio del ‘900 l’Italia cominciò a scoprire la Russia con occhi nuovi, non più guardandola come una lontana minaccia bensì come una potenziale amica.

La Russia come contrappeso diplomatico

La storia diplomatica dell’Italia è fatta di pesi e contrappesi, d’alleati ed “amici”. Ciò è comprensibile per quella ch’è stata l’ultima delle grandi potenze e che è, dal 1943, solo una media potenza. Roma si è sempre legata ad un alleato potente, sotto la cui ègida potesse condurre la propria politica; nel contempo, per non diventare troppo succube del senior partner, ha cercato d’appoggiarsi ad una seconda potenza, non alleata ma “amica”, di modo che dalla triangolazione potessero sorgere inediti spazi d’autonomia.

Il Risorgimento fu compiuto sotto l’ala protettrice del Secondo Impero Francese, ma le autorità piemontesi ed i patrioti mantennero stretti legami con l’Inghilterra. Senza questo secondo punto di riferimento la storia d’Italia sarebbe alquanto mutata. Napoleone III promosse l’espansione della Corona sabauda nel Norditalia, in funzione anti-asburgica, ma nei suoi disegni strategici esso sarebbe rimasto un semplice Stato satellite della Francia, al pari degli altri due regni italiani che sarebbero dovuti sorgere al Centro e nel Mezzogiorno. Al contrario, gl’Inglesi che non avevano simpatie per gli Austriaci ma ancor più temevano l’espansionismo di Parigi, appoggiarono in maniera discreta ma decisiva l’ulteriore espansione sabauda fino alla creazione dell’Italia unitaria, che sarebbe stata funzionale al contenimento della Francia nel Mediterraneo Occidentale.

Dopo il 1871, con la caduta del Secondo Impero ed il varo d’una repubblica clericale in Francia, Roma dovette forzatamente abbandonare l’alleanza con Parigi e, dopo qualche titubanza forse eccessiva, puntare sull’alleanza con la Germania. L’Inghilterra, che in un primo tempo la diplomazia italiana aveva sperato di poter elevare al ruolo d’alleato di riferimento, rimase una semplice “amica”, continuando dunque a svolgere quel ruolo di contrappeso rispetto all’alleato ufficiale. L’esperienza italiana della Triplice Alleanza si potrebbe paragonare ad un’onda: la marea montò fino a raggiungere il culmine con la presidenza di Crispi; quindi s’infranse sullo scoglio di Adua e cominciò a rifluire.

Fu in questo periodo di riflusso, caratterizzato da una diplomazia aperta, dinamica e parzialmente incoerente da parte dell’Italia – che si divideva ormai tra gli alleati austro-tedeschi e gli “amici” franco-britannici – che Roma strinse i primi accordi formali con la Russia.

Intorno al 1907 Russi e Inglesi raggiunsero un accomodamento concernente le tensioni esistenti in Asia (Persia, Afghanistan ecc.). Essendo divenuta Mosca una “amica” dei nostri “amici”, anche Roma tentò l’approccio e furono stretti dapprima degli accordi commerciali. In occasione della crisi bosniaca del 1908 il ministro degli Esteri Tittoni cercò di forgiare una vera e propria intesa politica austro-italo-russa nei Balcani, ma rimase frustrato soprattutto a causa del deciso intervento di Berlino a sostegno dell’Austria, che rese Vienna particolarmente baldanzosa e Mosca decisamente reticente. L’anno seguente fu però la Russia stessa a prendere l’iniziativa. Il 24 ottobre 1909 lo Zar in visita incontrò il Re d’Italia presso Racconigi: qui il ministro Aleksandr Isvolskij presentò al suo omologo Tittoni una bozza d’accordo già redatta e, per vincere eventuali reticenze italiane motivate dal legame con la Triplice, mostrò anche una copia del Trattato di neutralità austro-russo del 1904, tenuto segreto da Vienna all’alleato italiano, dal momento che contro il nostro paese era palesemente rivolto. Anche il Trattato di Racconigi fu stipulato in segreto, e prevedeva l’impegno di Russia e Italia a mantenere lo status quo nei Balcani e, ove ciò fosse stato impossibile, a favorire la nascita di Stati nazionali anziché l’espansione imperiale di soggetti esterni alla regione (ossia l’Austria-Ungheria). Il Trattato, che fu seguito immediatamente da un altro accordo bilaterale con Vienna (l’Italia continuò ad applicare la politica degli “alleati” e degli “amici”) non era limitato al solo teatro balcanico: Roma acconsentiva ad appoggiare le mire russe sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli in cambio del nulla osta all’occupazione di Cirenaica e Tripolitania. Come scrive Sergio Romano, «la promessa di Racconigi dimostrava che [l’Italia] era pronta ad aumentare il numero dei giocatori per ridurre l’egemonia anglo-francese» nel Mediterraneo6. Per la prima volta, la Russia rientrava nel gioco dei pesi e contrappesi della diplomazia italiana.

Le grandi conflagrazioni belliche rappresentano quasi sempre un evento negativo per le potenze militarmente svantaggiate, ed è questo il caso dell’Italia nel corso di tutta la sua moderna storia unitaria. All’esplodere della Grande Guerra, Roma fu costretta a prendere parte per una delle due coalizioni in guerra – e come prevedibile scelse di schierarsi con quella che possedeva una maggiore capacità di nuocerle7. Il fatto di trovarsi a fianco della Russia, in quest’occasione, fu tutto sommato casuale: l’Italia in realtà s’era schierata con Francesi e Britannici. Certo l’Impero dello Zar sarebbe potuto tornare utile nel dopoguerra, se non avesse autonomamente anticipato il destino delle tre grandi compagini sconfitte, disgregate e brutalizzate dalla vendicativa e rapace politica di Versailles. L’Italia si ritrovò così sola, con tre alleati più forti – Francia, Inghilterra e USA – e nessun “amico” cui appoggiarsi per controbilanciarli. Tanto più che Francesi e Britannici – vuoi anche per l’assenza di minacce immediate, e dunque scarsa necessità di tenersi buona l’Italia – si mostrarono ben poco inclini a concederle, tanto nei Balcani quanto nel Mediterraneo e in Africa, territori o sfere d’influenza che potessero accrescerne la potenza in maniera minacciosa per loro stessi. Wilson, dal canto suo, aveva in forte antipatia la diplomazia italiana, e fu un ulteriore ostacolo più che un aiuto: dopo di lui gli USA scelsero l’isolamento politico, e Roma rimase sola, Cenerentola tra due sorellastre maligne e molto più forti di lei, ben disposte a mantenerla come junior partner della triade (in funzione di contenimento della Germania e del comunismo) – ma ben decise a mantenerla tale e nulla più. Si può dunque interpretare anche il riconoscimento dell’URSS compiuto ufficialmente da Mussolini il 7 febbraio 1924 (tra i primi governi europei a farlo) alla luce dello schema fin qui descritto. In assenza della Germania, l’Unione Sovietica era allora vista come “l’amico” in grado di fungere da contrappeso agli alleati8. La cosa non durò a lungo, dapprima per le titubanze di Mussolini a schierarsi troppo nettamente contro le “demoplutocrazie occidentali”, ed in seguito per il ritorno in grande stile sulla scena internazionale della Germania, che divenne il nuovo punto di riferimento della sua politica estera. Addirittura, nel corso della Seconda Guerra Mondiale Mussolini mandò per la terza volta – dopo Napoleone e Cavour – soldati italiani a combattere contro la Russia; e come le due volte precedenti, gl’Italiani non seguivano propri interessi geopolitici nel fare ciò, ma s’affidavano all’alleato di riferimento che decideva e conduceva la guerra. È ben noto che Hitler non si consultò neppure con Mussolini prima di sferrare la “Operazione Barbarossa”, che risultò sì decisiva per le sorti della guerra, ma non nel senso che il Führer si augurava ed attendeva.

Dopo la sconfitta, ancor prima che fosse conclusa la guerra, era chiara a tutti l’importanza che l’Unione Sovietica acquistava nella politica internazionale, e quella che potenzialmente poteva avere nella politica estera italiana.

Il Regno d’Italia, nel corso del conflitto, era soggetto ad una Commissione di controllo anglo-americana. Renato Prunas, abile e spregiudicato segretario generale del Ministero degli Esteri (ministro de facto, essendo il titolare del dicastero prigioniero dei Tedeschi), decise con Badoglio d’aumentare le proprie capacità negoziali coinvolgendo nella partita anche l’URSS: nell’inverno 1943-44 condusse trattative con Andrej Vyšinskij che portarono in marzo all’avvio di regolari relazioni diplomatiche tra Regno d’Italia e URSS. Il problema è che Mosca, all’epoca, non aveva ancora “scoperto” l’Italia quale elemento geopolitico funzionale alla sua azione diplomatica e, come vedremo, questo stato di cose perdurò nei decenni seguenti, pregiudicando i tentativi d’approccio italiano; a ciò s’aggiunga che, in ogni caso, essendo l’Italia nella sfera d’influenza occidentale, i Sovietici ritenevano che ad agirvi avrebbe dovuto essere non la loro diplomazia, bensì il locale partito comunista9. In quest’occasione il Cremlino, che dall’accordo s’attendeva solo di lanciare un messaggio agli Anglo-americani, trattò poi con estrema freddezza l’ambasciatore italiano a Mosca, Pietro Quaroni.

La diplomazia di Roma ricevette di lì a poco una seconda doccia fredda da parte dei Sovietici. Nel Dopoguerra ampi settori della politica e della diplomazia italiana nutrivano forti perplessità sulla scelta atlantista patrocinata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal suo ministro degli Esteri Carlo Sforza. In particolare Manlio Brosio, esperto uomo politico liberale che alla fine del 1946 aveva rimpiazzato Quaroni al ruolo d’ambasciatore a Mosca, perorava la scelta neutralista, sperando che l’Italia avrebbe potuto giovarsi d’una nuova “politica del peso determinante”: come una bella donna che tiene sulle spine i pretendenti alla sua mano, ottenendo così ancor più attenzioni e galanterie dai corteggiatori, Roma avrebbe dovuto rimanere in bilico tra i due schieramenti e godere nel frattempo dei frutti derivanti da una tale posizione privilegiata. In realtà, essa si dimostrò impraticabile perché i Sovietici furono i primi a dare per scontato che l’Italia avrebbe dovuto far parte della sfera d’influenza statunitense: mostrarono perciò disinteresse per il progetto di Brosio, decisi com’erano a condurre con l’Italia una “diplomazia popolare” tramite il PCI10. Brosio, cozzato contro il muro d’indifferenza sovietica, finì col convertirsi all’atlantismo, tanto da divenire segretario generale della NATO tra il 1964 e il 1971.

Non di meno, l’idea d’instaurare rapporti amichevoli con l’URSS per sfruttarla quale contrappeso all’invadente e potentissimo alleato nordamericano ed ottenere così inediti spazi d’azione autonoma (nel Mediterraneo in particolare) rimase una presenza costante nella classe dirigente italiana. A portare avanti tale progetto fu l’ala cosiddetta “neoatlantista”, opposta a quella degli “atlantisti ortodossi”. All’inizio del 1956 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ingaggiò una serie di colloqui con l’ambasciatore sovietico Bogomolov sulla possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione tedesca, proponendo l’unione confederale delle due Germanie e la loro neutralizzazione ventennale. I Sovietici si dissero interessati, ma intervennero gli atlantisti Segni e Martino – rispettivamente presidente del Consiglio e ministro degli Esteri – a bloccare, in questa come in altre occasioni, la diplomazia presidenziale. Una soluzione come quella prospettata da Gronchi dispiaceva ovviamente a Washington, che nel 1954 aveva incluso la Germania Ovest nella NATO avviandone il riarmo in funzione antisovietica (fu come risposta a tale atto che, nel 1955, si costituì il Patto di Varsavia). Nel febbraio 1960 Gronchi si recò in visita a Mosca, sperando di riallacciare il discorso sulla questione tedesca e sul complesso dei rapporti tra i due blocchi ma, con sua grande sorpresa, durante un ricevimento all’ambasciata si ritrovò pubblicamente provocato da Nikita Chruščëv, in un’ennesima dimostrazione di quanto poco i Sovietici tenessero in considerazione la diplomazia italiana. Chruščëv, dando sfoggio di poco tatto, biasimò gl’Italiani per la «criminale azione» d’un decennio prima e confrontò le conquiste scientifiche dell’URSS (lo Sputnik era appena arrivato sulla Luna) con la disoccupazione del nostro «Stato borghese». Meglio andò al presidente del Consiglio Amintore Fanfani nell’agosto 1961, quando a sua volta si recò in visita a Mosca; tuttavia, il ruolo dell’Italia come possibile mediatrice tra USA e URSS non fu ancora riconosciuto da Chruščëv, tanto che – mentre Fanfani stava rientrando in patria – la questione tedesca fu bruscamente risolta colla costruzione del muro di Berlino. Di fatto, da allora a Roma si rinunciò a cercare attivamente l’amicizia di Mosca, concentrando le aspettative d’autonomia sul teatro mediterraneo e rendendo accetta agli USA simile libertà d’azione proprio mostrando una forte fedeltà a Washington nel confronto con l’URSS.

La fine della contrapposizione bipolare ha però messo in crisi la politica estera italiana: senza un nemico europeo degli USA, non c’è più possibilità di valorizzare il proprio apporto all’alleanza. La soluzione non può che essere quella già adottata in passato: cercare di controbilanciare il troppo potente alleato con un “amico” di peso. La rinascita della Federazione Russa dall’avvento di Putin al potere indica chiaramente la via alla diplomazia italiana più consapevole del ruolo geopolitico del nostro paese. I rapporti molto cordiali instaurati con Mosca dall’attuale governo italiano fanno ben sperare che quest’esigenza sia stata compresa.

La Russia come fornitore energetico

Non possiamo esimerci dal notare che la visita italiana di maggior successo nella Russia comunista, a dispetto di Gronchi e Fanfani, fu quella di Enrico Mattei. Nel novembre 1957 il dirigente dell’ENI firmò i primi accordi con Mosca per l’importazione in Italia di petrolio sovietico, in cambio di attrezzature per l’estrazione e il trasporto del greggio.

Negli anni ’70, dopo la brusca impennata del prezzo del petrolio decisa dall’OPEC, il governo italiano cercò di contenere lo choc aumentando l’uso di gas naturale nel consumo energetico della nazione. L’URSS, assieme alla Libia e all’Algeria, divenne perciò un interlocutore privilegiato, e si rafforzarono gli accordi già in essere dai tempi di Mattei.

Nell’Unione Europea l’Italia, con un consumo energetico lordo11 pari a 186,1 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, (mtpe) è dietro solo a Germania (349), Francia (273,1) e Regno Unito (229,5). In termini di importazioni nette12, l’Italia scavalca i due paesi occidentali con 164,6 mtpe e s’avvicina anche alla Germania (215,5). Nella graduatoria relativa alla dipendenza energetica, ossia al rapporto tra importazioni e consumo lordo, l’Italia con un risultato del 86,8% balza davanti a tutti gli altri grandi paesi europei, come Spagna (81,4%), Germania (61,3%), Francia (51,4%) e Gran Bretagna (21,3%), trovando davanti a sé solo piccoli paesi come Cipro, Malta e Lussemburgo (la cui dipendenza è totale) e l’Irlanda (90,9%)13. Va notato inoltre che il dato della dipendenza è in aumento: nel 2004 era del 84,5%14. Benché l’Italia sia il quindicesimo consumatore d’energia al mondo, è il nono maggiore importatore della stessa. Petrolio e gas naturale dominano la fornitura di energia primaria in Italia, e di conseguenza anche il quadro delle sue importazioni (assieme assommano all’85% di quelle totali): il nostro paese è il settimo maggiore importatore netto al mondo di petrolio, ed il quarto di gas naturale15.

In quest’ottica la Russia, maggiore fornitore energetico, diviene fondamentale nella geopolitica italiana. Roma ha la necessità di mantenere cordiali rapporti commerciali con Mosca e di tutelare le rotte di transito degl’idrocarburi russi verso il nostro paese: in quest’ottica si spiega la scelta dell’ENI di collaborare con Gazprom a tutto campo, ed in particolare alla realizzazione del gasdotto South Stream, che scavalca l’instabile Europa Orientale. Questo fattore si somma alla necessità d’un contrappeso diplomatico nell’indicare, senz’ombra alcuna di dubbio, nella Russia uno dei necessari pilastri della politica estera italiana nel XXI secolo.

 

Note:

1) Cfr. Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano 200310, pp. 113-114.

2) Ibidem, p. 132.

3) Vedi ad esempio Ettore Lo Gatto, Gli artisti italiani in Russia, 3 voll., Ministero degli Affari Esteri, Roma 1934-1943.

4) Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, il Giornale, Milano 1999, pp. 296-297.

5) Essenziale su questo tema Brunello Vigezzi, L’Italia dopo l’Unità: liberalismo e politica estera in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica, Unicopli, Milano 1997, pp. 1-54.

6) Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Rizzoli, Milano 20062, p. 20.

7) Cfr. Marcello de Cecco, Gian Giacomo Migone, La collocazione internazionale dell’economia italiana, in Richard J.B. Bosworth, Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, Mulino, Bologna 1991, pp. 147-196.

8) Vanno parzialmente in questo senso le considerazioni di Michele Rallo, Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924, Settimo Sigillo, Roma 2007. Si veda anche Manfredi Martelli, Mussolini e la Russia, Mursia, Milano 2007.

9) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 26-27.

10) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 68-69.

11) Ossia: produzione primaria + importazioni – esportazioni.

12) Importazioni al netto delle esportazioni.

13) Tutti questi dati dal Europe’s Energy Portal: <http://www.energy.eu/&gt;.

14) <http://ec.europa.eu/energy/energy_policy/doc/factsheets/country/it/mix_it_it.pdf>.

15) <http://tonto.eia.doe.gov/country/country_energy_data.cfm?fips=IT>.

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Answer to Professor P. Kelly (with Tiberio Graziani)

Source: Eurasia Online, 1 April 2010

Answer by Tiberio Graziani e Daniele Scalea


Professor Philip Kelly, respected expert in geopolitics, have done an interesting review of Tiberio Graziani’s paper published in no. 1/2010 of Italia “Eurasia” journal.

Summary of Graziani’s paper: international players could be classified in some catogories. Hegemonic players are countries which, thanks to geography, economy or military power, determine choices and international relationships of the other countries and of global organizations: USA, Russia, China, India. Rising players are countries which, exploiting some geopolitical or strategic atout, try to free themselves from hegemons’ impositions: Venezuela, Brasil, Bolivia, Argentina, Uruguay, Turkey, Japan and partially Pakistan. Pursuer-subordinate players are countries in the influence sphere of one of the hegemons: are pursuer the ones who find useful to remain into this sphere, subordinate the ones who remain in it by external imposition or for a fully lacking of geopolitical awareness. Finally, excluded players are all the other countries (insubordinate, but not able to free themselves from hegemons).

Since there are four hegemonic players, the international context could be considered multipolar. However, USA try to defend the position acquired during the unipolar moment, first of all attacking Russia and searching for China and India’s submissiveness.

Russia still have in Eurasia the role of Heartland already pointed out and explained by Halford Mackinder, but in the context of the rising new multipolar order obtained also other functions. Moscow has built strong relationships with China and India, and better of these two powers is able to tighten positive bonds also with Europe and Japan, as far as involve them in a continental system of alliances and cooperation able to marginalize from Eurasia the Thalassocracy – so winning its resistance to new multipolarism. However, it remains vulnerable a basic area for Eurasia: Near and Middle East. Only an outright choice of side by Russia could exclude North American influence from there.

Critics by prof. P. Kelly: to agevolate answering and reading, we unite the ten critics by P. Kelly in a smaller number of more general points, that we summarize as follow:

  • world isn’t multipolar but still unipolar;
  • Russia isnt’ able to involve other continental poles in a common geopolitics of Eurasian safety which exclude Thalassocracy;
  • European Union deserve to be included among hegemonic players more than others, in particular than India;
  • Latin America hasn’t an important role in world geopolitics.

Answers: keeping the same four points that summarize P. Kelly critics, we answer them as follow:

  • today a lot of analysts thinks that “unipolar moment” is gone and that a new “multipolar moment” is coming. Our opinion is that we are in this transitional phase. Now USA has yet own hegemony at some extent. Washington has a global projection ability and can interfere in affairs of any areas of Earth. Nonetheless, unlike what happens in the Nineties, some great powers today put a resistance in their own regions. Around these “poles” – i.e. Russia, China and Brasil – there are areas in which US influence is just equal if not lower than that of the regional pole: the near abroad for Moscow, South-Eastern and Central Asia for Beijing, South America for Brasilia. Our opinion is that these “regional hegemonies” will get stronger in future and new poles will added: Turkey and Germany the major candidates. Moreover, the new regional poles show a growing external projection ability: in Africa by China, in Centre and South America by Russia and China again. Our forecast is that, in the space of some years (a pair of decades at the most), transition to multipolar order will be fully completed;
  • already during the Cold War Russia had a very positive relationship with India. For last two decades Moscow has been making up with China in a relationship which border on strategic alliance, and has been establishing positive links with a number of prominent European countries (first of all Germany and Italy). Therefore Moscow seems the centre of a net of bilateral relationships among great Eurasian powers, plot which could evolve in a real multilateral net: in these terms Russia could be the keystone of the new multipolar system. Regarding the hypothesis that Central Asia could configure itself as a competitive shatterbelt between Russia and China with USA as equilibrator, it’s not what it’s observed today. Russia and China are cooperating in this area by the Shanghai Cooperation Organization, obviously intending to exclude USA from the region. Central Asia could become in future an area of Russian-Chinese rivalry, but not before that the two powers together will have pushed out US influence from there;
  • European Union, and even some single European countries (first of all Germany), have such potentiality to become – or better: to return – global great powers, but that potentiality is still largely inexpressed. EU could be an hegemonic player only if: a) take on a really unitary institutional configuration, at least for what concern decision-making and application of the decisions in strategic relevant sectors; b) adopt common aims in foreign policy and a clear, shared and indipendent geopolitical identity; c) avoid herself from US guardianship, i.e. the “vassallatic” relationship that see EU politically and military subordinate to the alliance leader. For what concern India, it’s true that at the moment she’s ipotetically the weakest hegemonic player – as Brasil she’s an emerging great power, but burdened by being encircled by stronger or pair powers. In particular, India is now virtually lacking in global and also regional projection ability (in this resembling to Japan). However, India has an enormous demographic potential which will reach is most favourable moment in next decades and, if properly exploited, will permit to New Delhi to recover – at least economically – a lot of the gap that today has in front of other countries (especially China);
  • Latin (or “Indiolatin”, to pay tribute to the more and more important amerindian component) America isnt’ just in the middle of an internal political cycle, but is engaged in an integration effot without precedent: it could be undervalued the ALBA, but not the UNASUR. Moreover, the Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños openly present itself as alternative to Washington-lead OAS, remarking the progressive stand back from the intrusive northern neighbour. Such integrative push is certainly stronger in “leftist” governments, but involve also “moderate” and even “righ-wing” ones, since it meets real needings and interests of these states. Consequences of an Indiolatin America no more subjugated to USA could be upsetting in global geopolitics. In fact, USA – which was a continental power – could pose itself as a thalassocracy and projecting over and beyond oceans basically because lacking rivals or threats on own continent. Freeing of the entire region, rising of a great world power as Brazil and gathering around it of neighbouring countries will force Washington to at least partially stop thinking of the fundamental Eurasian stage for turn to its own former “backyard”. This will favour multipolar pushes that, intentionally (Russia and China) or unintentionally (India and Japan), will marginalize and at the end exclude North American thalassocracy from Eurasian continent.

Iran e Russia: amici o rivali?

Tratto da Eurasia Online, 26 marzo 2010

 

La settimana passata Finian Cunningham ha pubblicato, nel sito “Global Research”, un interessante articolo dal titolo “Iran’s Natural Gas Riches: US Knife to the Heart of World Future Energy”.

Cunningham sostiene, rifacendosi ad autorevoli opinioni, che il gas naturale è destinato a soppiantare il petrolio quale principale risorsa energetica mondiale. Il “sorpasso” dovrebbe avvenire nel 2030, a suggellare un continuo aumento, che va avanti da decenni, della quota di gas nei consumi energetici a livello globale. Il gas ha numerosi pregi: un valore calorifico superiore a petrolio e carbone, una minore emissione di anidride carbonica all’atto della combustione, ed una maggiore facilità di trasporto. I recenti progressi tecnologici hanno permesso all’AIEA di raddoppiare la stima delle riserve di gas sfruttabili, ed esse – al livello di domanda attuale – durerebbero per tre secoli.

Le riserve di gas naturale più corpose si trovano nel Vicino Oriente e nell’ex URSS. Il maggiore giacimento di gas è Pars Sud, in Iràn, che secondo Cunningham è destinato a sostituirsi all’Arabia Saudita come nuovo “cuore pulsante” dell’approvvigionamento energetico globale. Pars Sud entra in funzione questo mese, ad opera d’una compagnia dello Stato cinese. Europa e Cina sono i due possibili grandi acquirenti del gas iraniano. Cunningham interpreta l’aggressività statunitense verso l’Iràn come il tentativo di controllare il futuro centro energetico mondiale.

La Russia è l’altro grande produttore mondiale di gas naturale. In effetti, Mosca e Tehrān possono vantare rispettivamente le prime e le seconde più vaste riserve di gas naturale (che, Qatar a parte, surclassano quelle di tutti gli altri paesi del mondo), anche se l’Iràn come produzione attuale scivola dietro gli USA e il Canada e, in termini di esportazione, crolla al ventottesimo posto della graduatoria mondiale. La principale motivazione del contestato programma nucleare iraniano è proprio quella di soddisfare la domanda interna di energia, liberando così la produzione di gas naturale per l’esportazione.

Cunningham scrive che Russia e Iràn possono considerarsi competitori, in quanto entrambi grossi produttori di gas naturale, e conclude il proprio articolo sostenendo che l’ambizione russa «potrebbe spiegare perché Mosca si sia mostrata un alleato mercuriale e volubile dell’Iràn. L’ambivalente posizione russa verso le sanzioni proposte dagli USA fa pensare che Mosca abbia un proprio piano per ostacolare la Repubblica Islamica come rivale energetico regionale».

Davvero Russia e Iràn sono rivali?


Zbigniew Brzezinski, massimo geopolitico anglosassone vivente (ex segretario di Stato a Washington dal 1977 al 1981) e capofila dei realisti statunitensi, nel suo The Grand Chessboard (New York, 1997) individua nell’Iràn uno dei cinque attuali perni geopolitici, ossia di quegli Stati «la cui importanza non deriva dalla potenza e motivazione, bensì dalla loro sensibile posizione e dalle conseguenze della loro condizione di potenziale vulnerabilità sul comportamento delle grandi potenze» (p. 41). Questo perché l’Iràn, «malgrado l’attuale ostilità verso gli Stati Uniti, funge da barriera a qualsiasi minaccia di lungo termine portata dalla Russia agli USA nella regione del Golfo Persico» (p. 47). Brzezinski descrive come «scenario più pericoloso» quello di «una grande coalizione tra Cina, Russia e forse Iràn, una coalizione “antiegemonica” unita non dall’ideologia ma dal risentimento comune» (p. 55). Tale scenario potrebbe però realizzarsi solo se si verificassero due eventi: la Russia si ristabilisse, divenendo più appetibile come alleato, e gli USA si mostrassero «tanto miopi da mettersi simultaneamente contro Cina e Iràn» (p. 116).

In questi tredici anni molte cose sono cambiate. I due fattori propedeutici all’alleanza antiegemonica temuta da Brzezinski si sono realizzati almeno in parte. A Mosca il debole e corrotto El’cin è stato rimpiazzato dall’abile e deciso Putin, il quale ha restaurato il potere dello Stato in Russia e della Russia nel mondo. La politica estera di George W. Bush è stata abbastanza “miope” da assumere atteggiamenti ostili verso Tehrān e per nulla amichevoli verso Pechino. L’aggressività palesata dagli USA nell’ultimo decennio, specchio del timore di perdere l’agognato ordinamento unipolare seguito alla fine della Guerra Fredda, ha suscitato una reazione multipolarista tra le altre grandi potenze mondiali (europee escluse), le quali hanno messo da parte le rispettive divergenze per frenare, con discrezione ma costanza, l’egemonismo statunitense. In particolare, Pechino e Mosca si sono avvicinate moltissimo, ed entrambe hanno appoggiato l’Iràn.

Brzezinski è stato critico severo della politica neoconservatrice e, assieme a Walt e Mearsheimer, della lobby israeliana, accusata di aver manipolato i dirigenti di Washington al punto di far privilegiare, nelle scelte di politica estera degli USA, l’interesse di Tel Aviv rispetto a quello statunitense. Brzezinski ha appoggiato la candidatura presidenziale di Barack Obama, e quello ha ricambiato definendolo «uno dei migliori pensatori statunitensi» ed arruolandolo come proprio consulente.

Prima ancora di assurgere alla presidenza, Obama ha auspicato una nuova politica verso l’Iràn. Nel suo libro Brzezinski caldeggiava «un graduale miglioramento delle relazioni iraniano-statunitensi» (p. 149), perché «non è nell’interesse degli USA perpetuare l’ostilità con l’Iràn»: semmai «un Iràn forte, anche religiosamente motivato ma non fanaticamente anti-occidentale, è nell’interesse degli USA» (p. 204). La politica di Obama verso l’Iràn s’ispira largamente alle concezioni di Brzezinski. Mentre Bush jr. voleva annichilire la potenza iraniana, in nome della “democratizzazione” e della “sicurezza di Israele”, Obama vuole trovare un accomodamento con l’Iràn, perché lo ritiene comunque utile a contenere l’influenza russa nella regione. Ciò è stato immediatamente recepito a Tehrān, dove potenti settori della classe dirigente, dopo avere invano cercato di sconfiggere democraticamente l’intransigente ed anti-statunitense Ahmadinejād, giocano ora la carta della destabilizzazione, nella speranza di poter raccogliere la mano tesa di Washington. Fatto sta che il presidente della Repubblica Islamica è ancora Mahmud Ahmadinejād, il quale tiene ferma l’ideologia anti-atlantista e l’alleanza con Cina e Russia.

Sicuramente anche in Russia vi sono persone che considerano l’Iràn un rivale, o vorrebbero fosse considerato tale per favorire interessi di terzi; ma tale posizione è minoritaria nella dirigenza e pressoché assente nelle forze armate. L’accorta strategia energetica di Vladimir Putin, ex presidente ed attuale primo ministro, non può prescindere dall’alleanza con Tehrān.

Contestualizziamo. Nella seconda metà del secolo scorso l’URSS instaurò un vincolo economico coi paesi dell’Europa Occidentale, che pure erano membri di un’alleanza ostile (la NATO). Tale vincolo era costituito dall’approvvigionamento energetico. Nell’ultimo ventennio la crescita di Cina e India ha aggiunto altri due grossi acquirenti di risorse energetiche in Eurasia. La disgregazione dell’URSS ha però complicato molte cose. Da uno si è passati ad una pluralità di fornitori d’idrocarburi: oltre alla Federazione Russa vi sono anche l’Azerbaigian e quasi tutti i paesi centroasiatici. Tuttavia, oleodotti e gasdotti d’epoca sovietica passano tutti per il territorio russo, alla volta dell’Europa.

Per Washington è divenuto prioritario sovvertire questo stato di cose, creando nuove rotte energetiche che dal Caspio e dall’Asia Centrale raggiungano l’Europa scavalcando la Russia. Ciò per diverse buone ragioni:

– se Mosca non controlla più i canali di smercio di questi paesi, che vivono sull’esportazione d’idrocarburi, perde un’importante leva per influenzarli;

– se diminuisce la quota d’idrocarburi consegnati dalla Russia all’Europa, diminuisce pure il loro vincolo energetico e quindi le motivazioni per mantenere rapporti amichevoli;

– se il Cremlino non influenza più l’Asia Centrale è più facile per Washington divenire egemone anche in quella regione, e se non c’è più interdipendenza tra Russia ed Europa è più semplice per la Casa Bianca separarle e metterle l’una contro l’altra.

In tale ottica, gli Statunitensi hanno concepito vari progetti, i più importanti dei quali sono l’oleodotto (con gasdotto parallelo) Bakù-Tblisi-Ceyhan, il gasdotto trans-afghano e il Nabucco. L’unico già costruito è il BTC, che raccoglie gl’idrocarburi azeri alla volta della Turchia e, da lì, del resto del mondo. Concepito come una sorta di progetto “definitivo” per ribaltare gli equilibri nel cuore dell’Eurasia, si è rivelato invece poca cosa perché incapace d’attrarre sufficienti quantità di petrolio e gas dell’Asia Centrale. Il Nabucco insiste sulla medesima rotta, ma è un progetto ancor più grandioso, poiché procede dalla Turchia Orientale fino all’Austria. È tanto costoso quanto incerto: non è ancora chiaro chi potrà rifornirlo di gas sufficiente a giustificare l’investimento. Egitto, Iràq e Azerbaigian, i fornitori più probabili, potrebbero non essere sufficienti. Si sono fatti i nomi di Turkmenistan e Iràn, ma non mancano i problemi. Il Turkmenistan richiederebbe un collegamento aggiuntivo fino al terminale turco di Erzurum, ma questo dovrebbe passare o sotto il Mar Caspio – un vecchio sogno statunitense che finora si è sempre scontrato con le difficoltà materiali – o per l’Iràn. Quest’ultima sarebbe la soluzione più semplice, anche perché il gas iraniano stesso potrebbe alimentare il Nabucco, ma l’attuale tensione tra Patto Atlantico e Repubblica Islamica la rendono impraticabile, almeno per il momento. Esagera quindi Cunningham, lasciando intendere che la partecipazione di Tehrān al Nabucco sia cosa fatta. L’ultimo dei tre progetti, il gasdotto trans-afghano, ha costituito una delle motivazioni recondite dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, ma la perdurante instabilità del paese rende difficile prevedere quando potrà essere effettivamente realizzato.

Nel frattempo il Cremlino non è stato a guardare. Innanzi tutto sta potenziando le proprie rotte di transito, con la costruzione da poco avviata del Nord Stream e quella imminente del South Stream, che oltre ad aggiungere capienza al complesso delle condotte, scavalcano l’Europa Orientale, rivelatasi particolarmente infida e disturbatrice del flusso energetico russo-europeo (in ciò il ruolo perturbatore di Washington, pur esercitato nell’ombra, non è stato affatto secondario).

Con buona dose di realismo, i Russi hanno però compreso che non possono competere da soli contro l’offensiva geostrategica degli USA. Si sono perciò rassegnati ad una perdita parziale della propria posizione di privilegio, pur di respingere il tentativo statunitense di annullare quasi totalmente il vantaggio strategico russo. La Russia si è perciò rivolta a cinque attori principali: Europa Occidentale, Turchia, India, Cina e proprio Iràn. L’Europa Occidentale ha cooperato ai già citati programmi di rafforzamento delle rotte tradizionali. La Turchia ambisce a costituire un hub energetico del flusso diretto in Europa, ma l’intesa Putin-Erdoğan mira a fare sì che ciò avvenga in maniera cooperativa e non competitiva con Mosca. Ossia: la Russia accetterà la Turchia come secondo fulcro (minore), ed in cambio i due paesi non si combatteranno per non danneggiarsi a vicenda. India e Cina sono altrettanti bacini di domanda, paragonabili all’Europa, mentre l’Iràn è assieme all’Asia Centrale il principale bacino di offerta potenzialmente rivale della Russia. Va notato che Russia e Iràn sono gli unici due membri eurasiatici a pieno titolo del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (il cartello dei paesi produttori, paragonabile all’OPEC).

Il Cremlino, anziché incapponirsi in velleitari tentativi di controllo assoluto, ha deciso di puntare su una ridefinizione delle rotte e dei vincoli energetici che, pur indebolendo il proprio ruolo rispetto al passato, lo rende saldo abbastanza da resistere ai minacciosi disegni statunitensi. La Russia ha scelto di concentrarsi sulle forniture all’Europa, senza rinunciare ad un potenziamento dei flussi verso Cina e Giappone per differenziare i mercati di vendita, dirottando verso oriente le risorse di Asia Centrale e Iràn, di modo che non le facciano concorrenza a ovest. Sull’Asia Centrale si è stabilita una sorta di condominio russo-cinese, il cui emblema è l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Vasti progetti infrastrutturali permettono alla Repubblica Popolare di ricevere ingenti quantità d’idrocarburi dalla vicina Asia Centrale; i Russi possono sfruttare a propria volta le nuove condotte per esportare di più in Cina, e si assicurano che il grosso degl’idrocarburi centroasiatici diretti in Europa continuino a passare per il loro territorio, poiché grandiosi progetti come il Nabucco divengono anti-economici, nel momento in cui il principale mercato si trova a oriente anziché occidente. A proposito dell’Iràn, Mosca sta patrocinando l’opzione del “Gasdotto della Pace” che, attraversando il Pakistan, dovrebbe giungere in India, per soddisfare il secondo grande “assetato d’Oriente”. Le pressioni statunitensi su Nuova Dehli stanno frenando il progetto, ma Tehrān e Islamabad hanno deciso di partire per conto proprio, costruendo le rispettive tratte di gasdotto, paventando la possibilità che ad agganciarsi sia la Cina anziché l’India. Per gl’Iraniani è uguale: quel che conta è vendere. Per i Pakistani idem: a loro serve il gas, e per rendere profittevole la nuova condotta hanno bisogno di un acquirente più grosso di loro, e l’alleato cinese è anzi più gradito del nemico indiano. Pechino ha una sete d’energia pressoché insaziabile, e la sua ipotetica partecipazione al gasdotto potrebbe indurre gl’Indiani a rivedere la propria posizione, per non rimanere esclusi dalle nuove rotte energetiche che si vanno organizzando nel cuore del continente. Infatti, il gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-India è ancora troppo velleitario ed incerto per far dormire sonni tranquilli a Nuova Dehli.

Resta ancora da spiegare una cosa: la politica russa verso l’Iràn, che Cunningham definisce “mercuriale” e “ambivalente”. Tale percezione è comune e non del tutto infondata, ma sembra possibile ravvisare una precisa logica nel comportamento del Cremlino. Di sicuro operano diversi fattori.

Uno potrebbe essere l’orientamento del nuovo presidente Medvedev, anche se il suo peso non è determinante nella definizione della geostrategia russa. Medvedev è un economista liberale con fama di “moderazione”, mentre Putin è un uomo dello Sicurezza nazionale, anch’egli occidentalista ma, nel corso della propria presidenza, resosi conto di quanto sia difficile per Mosca trovare un modus vivendi con Washington e Bruxelles. Putin si è sempre mostrato interessato all’alleanza con l’Iràn, mentre l’attuale presidente appare più freddo.

Non sorprenderebbe scoprire che si tratti d’un semplice “gioco delle parti”. Putin negli ultimi anni da presidente era divenuto molto esplicito nelle sue critiche verso il Patto Atlantico. La scelta di Medvedev come successore ha rappresentato però un evidente messaggio: la Russia è ancora interessata a una riappacificazione con la NATO; altrimenti avrebbe optato per Sergej Ivanov (il candidato dei militari) o per Vladimir Jakunin (il candidato degli esperti diplomatici d’epoca sovietica). Perciò, Putin continuerebbe a legare a sé i paesi non occidentali, mentre Medvedev sarebbe incaricato di “fare gli occhi dolci” agli atlantisti.

Ma se anche così non fosse, e veramente ci fossero incomprensioni tra i due, sarà la linea “eurasiatica” di Putin a prevalere. Putin è immensamente più popolare di Medvedev. Presiede il partito di entrambi. Ricopre un ruolo istituzionale di poco inferiore a Medvedev. I posti di potere brulicano di suoi fedelissimi. Piace di più alle forze armate, mentre gli “oligarchi” – gli unici poteri forti che potrebbero preferirgli Medvedev – sono stati notevolmente indeboliti durante la sua presidenza.

Altri sono a mio giudizio gli elementi che motivano le scelte diplomatiche della Russia nei confronti dell’Iràn:

– Washington, percependo il declinare della propria influenza geopolitica ma trovandosi in mano uno strumento militare senza pari al mondo, ha ceduto alla tentazione di difendere l’egemonia con la forza bruta e s’è fatta sempre più aggressiva, comportandosi spesso come un attore irrazionale. Mosca si muove coi piedi di piombo, per non suscitare reazioni incontrollate da parte degli USA. Non diversamente da come ci si comporta quando si ha di fronte un cane rabbioso;

– la Russia, dopo aver latitato negli anni ’90, è ritornata nell’agone diplomatico vicino-orientale. Non ha ancora la forza per capeggiare un vero e proprio blocco filo-russo nella regione, ma può trovare spazio come mediatore esterno tra le parti. Ciò è agevolato dalla crisi della diplomazia statunitense, che sta perdendo smalto in Vicino Oriente per essersi appiattita eccessivamente sulle posizioni di Tel Aviv (gli attuali tentativi d’Obama di farsi rispettare dagl’Israeliani sono una tardiva risposta al problema, sollecitata dalle forze armate statunitensi). Tuttavia, per porsi come mediatori bisogna cercare di tener conto delle esigenze di tutti, Tel Aviv e capitali atlantiche incluse;

– l’Iràn ha rifiutato un accordo molto favorevole alla Russia: quello d’affidarle la fase cruciale del ciclo d’arricchimento dell’uranio, cosa che permetterebbe a Tehrān d’avere l’energia nucleare senza possibilità di sviluppare armi atomiche. Mosca ha una spiccata inclinazione a proporsi come fulcro anche dell’energia nucleare, e lo dimostrano i recenti accordi di cooperazione con India e Turchia. L’accordo con l’Iràn avrebbe rappresentato un prezioso tassello in questo mosaico, ed ecco perché i Russi hanno reagito piccati al rifiuto di Tehrān (che pure aveva alcune buone ragioni per tirarsi indietro).

Tutto ciò non toglie che la Russia rimane un alleato dell’Iràn, e che Mosca non può prescindere dal paese persiano per ridisegnare la mappa dell’energia eurasiatica in maniera a sé favorevole.

Chi volesse approfondire le tematiche qui solo accennate, potrà trovare questo e molto altro nel mio La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze, libro che uscirà in aprile per la casa editrice Fuoco di Roma.

Iran: un’interpretazione di quanto sta accadendo

Tratto da Eurasia Online, 12 febbraio 2010

 

Dalle ultime elezioni presidenziali (12 giugno 2009) ad oggi l’Iràn è stato continuamente sconvolto da manifestazioni, più o meno pacifiche, degli oppositori al presidente riconfermato Mahmud Ahmadi Nejad e – talvolta – pure alla guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Il tutto inserito nel quadro della controversia internazionale sul programma nucleare iraniano, con relative sanzioni e minacce d’attacco militare al paese da parte degli USA o di Israele. Anche in occasione delle recentissime manifestazioni per celebrare il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, la stampa occidentale ha dato decisamente più risalto agli scontri tra forze dell’ordine e contestatori che non alle celebrazioni ufficiali, che pure hanno attirato centinaia di migliaia, milioni di persone nelle piazze iraniane.

Ben presto in Occidente gli osservatori si sono polarizzati su due valutazioni opposte ma speculari. La prima, che va decisamente per la maggiore essendo quella propagandata dai mainstream media e fatta propria anche da molti governi, è che in Iràn sia in corso la lotta tra un regime tirannico e la maggioranza della popolazione spontaneamente insorta per abbatterlo. La seconda, meno diffusa ma fortemente radicata in alcune “nicchie”, è che i disordini iraniani siano da ricondursi ad un tentativo di “rivoluzione colorata” ad opera della CIA.

Senza soffermarci troppo sul carattere democratico o meno, rappresentativo o meno, repressivo o meno della Repubblica Islamica, vorrei concentrare l’attenzione sulla genesi e la natura delle proteste. Le due interpretazioni – a) sono assolutamente spontanee e genuine, senza ingerenze esterne e b) sono assolutamente artificiose e manovrate dall’estero – sono, a mio modesto parere, entrambe fallaci in quanto intrinsecamente riduzioniste. Entrambe vedono la realtà in bianco e nero: semplicemente una dice “bianco” e l’altra dice “nero”, ma entrambe rifiutano di vedere tutte le tonalità intermedie, quella variegata scala cromatica che compone la realtà fattuale.

Partiamo da un fatto: l’ingerenza esterna c’è, è fin troppo palese. Chi s’ostina a negarla difetta d’informazioni e/o pecca d’ingenuità. È di dominio pubblico che l’amministrazione Bush puntasse ad un “cambio di regime” in Iràn: tant’è vero che all’epoca se ne sentiva parlare sulla stampa con la medesima frequenza con cui oggi si tratta di “rivoluzione verde” (una coincidenza significativa). Seymour Hersh, forse il più importante giornalista investigativo statunitense (vincitore del Premio Pulitzer per aver svelato al mondo il massacro di Mai Lai), ha rivelato sul “New Yorker” che la passata amministrazione statunitense destinò nel 2007 circa 400 milioni di dollari per finanziare gruppi ribelli in Iràn. Al di là della correttezza o meno delle cifre, la cosa non può sorprendere: ciò è semplicemente in linea col proposito, più volte manifestato, di favorire un “cambio di regime” a Tehrān. E con le ripetute denunce da parte delle autorità iraniane d’ingerenze straniere. Si sa per certo che anche l’amministrazione Obama continua a finanziare l’opposizione iraniana: 20 milioni di dollari è la cifra destinata alla sola USAID per «promuovere la democrazia» nel paese mediorientale. E la segretaria di Stato Hillary Clinton, intervistata dalla CNN, ha ammesso che gli USA hanno discretamente appoggiato i dimostranti dell’opposizione in giugno. Thierry Meyssan (“La Cia e il laboratorio iraniano” e “Fallisce in Iran la rivoluzione colorata”) ha indagato sul coinvolgimento straniero nella contesa politica iraniana, senza essere mai confutato dai critici.

I sostenitori dell’assoluta “spontaneità” della cosiddetta “rivoluzione verde”, che fin nel nome ed in certi schemi d’azione richiama decisamente le “rivoluzioni colorate” orchestrate dagli USA in giro per il mondo, sono o male informati, o più semplicemente degl’inguaribili romantici che, identificandosi nell’opposizione iraniana, vogliono a tutti i costi crederla “senza macchia e senza paura”. Spesso essi rifiutano sic et simpliciter la cosiddetta “dietrologia”, convinti che la verità e tutta la verità sia quella vista in televisione. Ma la realtà è un po’ più complessa di così, e non si possono valutare le vicende umane senza prendere in considerazione tutti i fattori, compresi quelli che agiscono sullo sfondo o che sono volutamente celati al grande pubblico. Chiunque oggi scriva un libro sulla genesi della Prima Guerra Mondiale non potrà esimersi dal porre in primo piano alcune questioni geostrategiche ben distanti dai casus belli ufficialmente addotti all’epoca. Oggi è pacifico che la vera motivazione dell’ingresso in guerra dell’Inghilterra non fu difendere la neutralità del Belgio, bensì la sua supremazia marittima ed extra-europea dalla Weltpolitik del Reich germanico. Allo stesso modo, sottolineare che la scoperta dell’America non derivò da un “colpo di testa” di Colombo, bensì dall’ambizione spagnola di risalire la filiera del commercio delle spezie orientali, rientra nella normalissima analisi storica – cosa diversa dalla “cronaca” – e non è certo “dietrologia”. Ciò è pacifico; ma perché mai si dovrebbero adottare schemi interpretativi diversi quando s’indaga un fatto presente anziché uno passato? Chi rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi fattore che non sia evidente e palese già alla prima occhiata inevitabilmente si condanna ad osservare da una sola prospettiva, e dunque a non cogliere la profondità ed il reale significato dell’oggetto del suo sguardo.

D’altro conto, a tale visione naif si contrappone quella troppo estrema spesso bollata come “complottista”, secondo cui alla base degli eventi iraniani ci sarebbe un’oscura manovra di Washington. Le politiche di destabilizzazione dell’Occidente sono certo un fattore importante, ma non si possono ignorare né minimizzare quelli endogeni – che sono presenti in ogni “rivoluzione colorata”, e tanto più in Iràn dove, propriamente, non siamo di fronte ad un evento di quel tipo (ossia un colpo di Stato promosso dalla CIA) bensì ad uno scontro interno, che gli USA hanno contribuito a fomentare ed in cui si sono inseriti, ma che non hanno plasmato essi stessi né che manovrano in toto. Cerchiamo d’essere più chiari e precisi.

Lo scontro in corso è tra il Presidente e la Guida Suprema da un lato, e l’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altro. Rafsanjani – una sorta di “eminenza grigia” della Repubblica Islamica – non può essere considerato un semplice burattino coscientemente o incoscientemente in mano alla CIA. Rafsanjani è un chierico di primo piano, per otto anni presidente della Repubblica, oggi alla testa dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento, due organi non elettivi dotati d’ampi poteri (tra cui l’elezione e persino la destituzione della Guida Suprema). Nel corso degli anni ha accumulato enormi ricchezze e svariate accuse di corruzione da parte dei suoi avversari. Val la pena notare che Rafsanjani è catalogabile, per utilizzare le categorie trite e ritrite della stampa nostrana, come un “conservatore” e non certo come un “riformista”. Nel 2005 cercò il terzo mandato presidenziale (dopo otto anni di presidenza Khatamì), ma fu a sorpresa sconfitto dal sindaco di Tehrān, il laico Mahmud Ahmadi Nejad. Da lì cominciò la rivalità, esplosa in tutta la sua violenza negli ultimi mesi. Rafsanjani, sconfitto alle urne, ha trovato appoggi presso altre importanti figure della politica iraniana, come gli ex presidenti Khatamì e Musavì. Nemmeno costoro sono sospettabili d’essere agenti della CIA. Stessa cosa dicasi per gran parte dell’opposizione, eccetto i gruppi terroristi – monarchici e comunisti dei Mugiahiddin i-Khalq, cui appartenevano i dissidenti recentemente giustiziati (condannati appunto per aver preso parte non a manifestazioni pacifiche, bensì ad attentati che sono costati la vita a decine di persone) – e probabilmente qualche gruppetto di giovani militanti, che agiscono in sintonia con le tipiche procedure delle “rivoluzioni colorate”. Il clan Rafsanjani ha, invece, una propria base sociale. Una parte consistente del clero, ad esempio, non gradisce la popolarità acquisita dal Presidente – un laico – e la crescente influenza delle Forze Armate. Inoltre, Ahmadi Nejad ha impostato la propria politica sociale sull’attenzione per le classi basse: si può discutere quanto si vuole sull’effettiva efficacia e sincerità dei suoi provvedimenti, ma è certo che il “popolo minuto” rappresenta la sua base di consenso, mentre è nei ceti alti e soprattutto nella borghesia urbana che trova numerosi critici, se non altro perché la sua politica economica e l’isolamento commerciale hanno danneggiato i loro interessi materiali. Egualmente, molti studenti universitari – tradizionalmente inclini al “ribellismo” verso la società, e che hanno l’occasione di entrare facilmente in contatto con altre culture e punti di vista esterni – fanno parte dell’opposizione. Alcuni di questi saranno certamente mossi anche dal desiderio di una liberalizzazione politica e dei costumi. Quest’interpretazione “sociale” degli schieramenti politici in Iràn (che non va presa troppo rigidamente: Ahmadi Nejad ha sostenitori anche tra i ricchi e gli universitari, e oppositori tra la povera gente) non è certo una mia invenzione, ed è suffragata dall’approfondita indagine condotta da Terror Free Tomorrow e New America Foundation (vedi Ken Ballen e Patrick Doherty, “The Iranian people speak”). Esiste dunque un’opposizione genuina dotata d’una propria base sociale, sicché la lotta dal livello istituzionale è potuta scendere fin nelle piazze, come sperimentato negli ultimi mesi. Precisiamo, a scanso d’equivoci, che il sostegno a Ahmadi Nejad è superiore all’opposizione, come hanno dimostrato le ultime elezioni (i cui risultati tengo per buoni, poiché le tesi dei sostenitori dei brogli massicci e decisivi che ne avrebbero sovvertito l’esito non hanno retto all’analisi critica che ho svolto in Elezioni iraniane: la tesi dei brogli al vaglio”, al momento mai confutata e che perciò ritengo valida).

Perché negli ultimi mesi questo scontro al vertice si è tramutato in una lotta così violenta e serrata? Ritengo che gli USA abbiano avuto in ciò un ruolo diretto, non decisivo, ed uno indiretto, decisivo. Il ruolo diretto è, ovviamente, il finanziamento e la manipolazione di elementi dell’opposizione. È ipotizzabile senza suscitare scandalo la presenza di qualche agitatore statunitense in seno all’opposizione, soprattutto in quelle manifestazioni egemonizzate dall’ala più radicale, come i disordini provocati da comunisti e monarchici durante le celebrazioni dell’Ashura a Tehrān – sconfessati anche da Musavì. Eppure, se non ci fosse una reale massa d’oppositori non sarebbe stata possibile una così lunga serie di manifestazioni e disordini, nemmeno per un’agenzia ricca e potente com’è la CIA. L’opposizione iraniana esiste indipendentemente dal ruolo diretto degli USA, che si può supporre preponderante solo nel caso delle fazioni più estremiste (e violente), come i terroristi dei Mugiahiddin i-Khalq le cui basi si trovano in Occidente. È assai plausibile che ci siano stati contatti informali tra l’opposizione iraniana e gli Statunitensi, vista la contingente parziale coincidenza d’interessi. Ma non è credibile che questa parte cospicua, anche se minoritaria, della società iraniana possa essersi improvvisamente venduta in massa alla Casa Bianca.

Maggiore rilievo ha avuto il ruolo indiretto degli USA, determinante per spingere Rafsanjani ed i suoi alleati a cercare lo scontro aperto con Ahmadi Nejad (e Khamenei). La posizione di George W. Bush verso l’Iràn si potrebbe riassumere grosso modo come segue: l’Iràn è uno “Stato canaglia”, un nemico che dev’essere sottomesso con la forza (invasione o colpo di Stato etero-diretto) e le cui istituzioni vanno “occidentalizzate”, quindi con l’abbattimento della Repubblica Islamica. Con un interlocutore del genere c’era ben poco spazio di manovra. Le cose sono cambiate con Barack Obama. Il Presidente democratico, in omaggio alle tesi geopolitiche del suo consulente Zbigniew Brzezinski (si veda il suo The Grand Chessboard), ritiene che l’Iràn debba costituire un tassello fondamentale nella strategia mondiale statunitense, fungendo da argine all’influenza russa e cinese nel “Grande Medio Oriente”. Dato che le disavventure in Afghanistan e Iràq rendono improponibile un’invasione anche dell’Iràn, e dal momento che un “cambio di regime” a Tehrān è assai improbabile, l’unica scelta è trattare, mediare. Obama ha osato (e uso questo verbo perché negli USA è difficile contestare apertamente i programmi di Tel Aviv) persino costruire una parte della sua campagna elettorale su questo tema, sicché non si può ignorarlo. Il problema è che né Obama né Ahmadi Nejad sono disposti a fare grandi concessioni, e così è arduo per loro venirsi incontro. Anche se si risolvesse lo scoglio del programma nucleare, per Obama sarebbe solo un primo tassello: provocare il riallineamento geostrategico dell’Iràn sarebbe operazione ancora più difficile e laboriosa. La differenza tra USA e Iràn sta in questo: che essendo i primi più forti del secondo, negli USA l’opposizione alla “linea Obama” è la “linea dura”, quella della contrapposizione frontale all’Iràn, della promozione del “cambio di regime” o dell’attacco militare; in Iràn invece chi s’oppone alla “linea Ahmadi Nejad” è favorevole all’appeasement con Washington. Ecco dunque che, dopo l’ascesa alla presidenza di Obama, la fazione che fa capo a Rafsanjani – tradizionalmente favorevole all’inserimento nell’economia capitalista globalizzata ed a rapporti “distesi” con l’Occidente – ha intravisto l’opportunità ed ha scelto di agire per liberarsi di quella che considera come una zavorra per gl’interessi dell’Iràn (o per i propri personali), ossia l’oltranzismo e l’idealismo di Ahmadi Nejad. Il clan Rafsanjani vorrebbe spodestare Ahmadi Nejad per fare maggiori concessioni agli USA e così rendere possibile la distensione diplomatica con l’Occidente, cosa che favorirebbe in particolar modo gl’interessi economici dei ceti alti iraniani, gli stessi che forniscono la base di sostegno all’opposizione. Khamenei è un ostacolo infinitamente minore: egli ha scelto attualmente d’appoggiare Ahmadi Nejad, ma se questo dovesse cadere in disgrazia, non avrebbe grossi problemi a mostrarsi conciliante col clan Rafsanjani: Khamenei è la Guida Suprema dal 1989, il che significa che ha convissuto per 8 anni con Rafsanjani presidente e per altri otto con Khatamì. Siccome, però, la popolazione è in larga maggioranza a fianco di Ahmadi Nejad, Rafsanjani ed alleati hanno scelto d’optare per la via extra-istituzionale: lo scontro di piazza, il tentativo di rovesciare il Presidente con la forza, logorandolo costantemente ai fianchi finché non sarà possibile dargli lo scossone finale.

Se il progetto dell’opposizione iraniana dovesse avere successo, cosa succederebbe all’Iràn? Come già si è detto, si troverebbe un accordo sul nucleare con l’Occidente; prevedibilmente, sarebbe Tehrān a dover compiere numerosi passi indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista), ossia a fare ripetute concessioni. La contropartita, quella tanto agognata, sarebbe la riapertura a pieno regime dei canali commerciali con l’Occidente. Sul piano interno, è assai probabile che la liberalizzazione dei costumi sarebbe scarsa se non nulla: infatti, l’ala più radicale e libertaria dell’opposizione sarebbe prevedibilmente tagliata fuori dai giochi subito dopo la presa del potere. Aumenterebbe anzi il potere del clero a dispetto di quello delle Forze Armate, e si andrebbe in direzione opposta alla “democratizzazione”, in quanto il demos ha già mostrato in maniera eclatante da quale parte stia. Sul piano internazionale, però, non ci sarebbe quel radicale ribaltamento d’alleanze auspicato da Obama e dai realisti statunitensi. I rapporti di forza nel mondo stanno cambiando, ed oggi anche Russia e soprattutto Cina offrono opportunità commerciali e politiche non inferiori a quelle dell’Occidente. Un Iràn “de-ahmadinejadizzato” si limiterebbe a condurre una politica più cauta, “multi-vettoriale”, cercando di mantenere buoni rapporti con tutte le grandi potenze.

Un quadro molto diverso da quello naif ed idealistico che oggi si figurano gli entusiasti sodali occidentali dei “verdi” iraniani.

Non solo geopolitica