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Prefazione a “Progetti di egemonia” di Francesco Brunello Zanitti

Tratto da Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto di Francesco Brunello Zanitti, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011

«Ciò che si fa per amore
lo si fa sempre al di là del bene e del male»
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Questo libro è, per certi versi, la narrazione d’una storia d’amore, una delle più longeve ed appassionate relazioni della politica internazionale recente: quella tra USA e Israele. Due nazioni che, all’apparenza, avrebbero ben poco da spartire. Gli USA sono grandi quasi cinquecento volte Israele, la cui popolazione è inferiore a quella della più grande città statunitense, New York. Gli USA sono una nazione a maggioranza cristiana, Israele è lo “Stato ebraico” per definizione. Gli USA sono una grande potenza bioceanica nell’emisfero occidentale, Israele è una potenza regionale affacciata sul Mediterraneo. Spesso gli opposti s’attraggono, ma in questa storia ad essere stati valorizzati sono alcuni legami di tipo ideologico: delle vere e proprie “affinità elettive”, per dirla con Goethe.

I “padri pellegrini” dei futuri Stati Uniti d’America, imbevuti di religiosità calvinista, si sentivano il nuovo “popolo eletto” in cerca della sua “terra promessa”: questa mistica vetero-testamentaria ispirò l’intera epopea della colonizzazione del Nordamerica (ebbe anche i suoi “Cananei” da sterminare, in questo caso i “pellerossa”), ed ancora oggi si risente in certe formulazioni politico-ideologiche, come quella della “unica nazione necessaria”. È qui fin troppo palese il legame con la tradizione ebraico-giudaica, ma vale la pena notare come esso divenisse ancor più stringente sul finire dell’Ottocento, con la nascita del movimento sionista, e nel secondo dopoguerra, quando il sionismo si diffuse rapidamente in Europa e nel mondo. Dopo aver subito le persecuzioni naziste, la ricerca d’una terra promessa diveniva una nuova priorità per i giudei europei. Benché molti dei padri fondatori d’Israele non fossero credenti, il mito della terra promessa aveva un fascino particolare ed una notevole “spendibilità” presso l’opinione pubblica cristiana. Il risveglio evangelico verificatosi negli USA a partire dagli anni ’60 del secolo scorso lo dimostra chiaramente: milioni di statunitensi sono divenuti sostenitori d’Israele, perché nella sua rinascita leggono un segno dell’imminente ritorno del Cristo in Terra. Entrambi i popoli, statunitense ed israeliano, traggono dal comune humus religioso biblico la certezza d’essere eletti da Dio, e da Egli destinati a compiere una decisiva missione storica: questo sostrato mistico si manifesta nella mentalità collettiva anche laddove prevalgano il laicismo o l’ateismo, poiché determinati archetipi si sono radicati nel modo di pensare di quei popoli. Ciò spiega anche la comune tendenza alla schmittiana “de-umanizzazione” del nemico, e la spiccata propensione alla militarizzazione dei rapporti internazionali ed all’unilateralismo politico.

Un’alleanza pluri-decennale fondata su una comunanza, più ancora che ideologica, di forma mentis, non può che suscitare le perplessità di alcuni, nella fattispecie all’interno del partner più forte – che sopporta il peso maggiore dell’amicizia, ed avrebbe delle opzioni alternative. L’appoggio statunitense a Israele s’è fatto più saldo in coincidenza della guerra del 1967 (quattordici anni prima Washington aveva difeso l’Egitto dall’aggressione sionista), e da allora è evoluto fin quasi a farsi incondizionato. Di recente alcuni pensatori, come il guru geopolitico Zbigniew Brzezinski, hanno messo in dubbio che tra USA e Israele vi sia una perfetta coincidenza d’interessi strategici. Stephen Walt e John Mearsheimer, col loro The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, hanno evidenziato il ruolo della camarilla sionista nell’influenzare la politica estera statunitense facendo pressione – con lusinghe e minacce, denaro e ritorsioni – sui decisori ed i cosiddetti opinion makers. Il tema non è affatto nuovo, ma fino ad allora era stato sussurrato esclusivamente da radicali di destra e, più timidamente, di sinistra. La novità è che con Walt e Mearsheimer il ruolo della “lobby ebraica” era denunciato da due eminenti accademici, con argomenti scientifici che non potevano essere rigettati agitando il solito, ricattatorio spettro del “antisemitismo”.

Cos’era accaduto? Pochi anni prima l’identificazione ideologico-strategica tra USA e Israele aveva raggiunto l’acme sotto la lunga presidenza di George W. Bush. Il giovane Bush, eletto coi voti dei “cristiani rinati”, aveva abbandonato la politica di Clinton e prima ancora del padre – i quali, pur non abbandonando mai la fedeltà all’alleato israeliano, avevano costretto Tel Aviv ad impegnarsi in concreti negoziati di pace – cominciando ad assecondare i propositi più bellicosi e radicali della destra israeliana. Il tavolo negoziale è stato abbandonato, solo fuggevolmente ripreso – e per pura formalità, ma senza alcun desiderio di raggiungere una vera pace di compromesso – con la cosiddetta Road Map. I cannoni hanno ripreso a tuonare per affermare la legge del più forte, con la dura repressione della Seconda Intifada, l’assedio di Gaza, l’aggressione al Libano, le incursioni in Siria, l’incoraggiamento dell’invasione statunitense dell’Iraq e le minacce all’Iran.

Nel frattempo, Bush ha terminato il suo secondo mandato ed i neoconservatori hanno perduto le redini della nazione, lasciando spazio a Obama, il presidente passato alla storia perché mulatto, ma che – cosa ben più importante – si poneva come il paladino dei “realisti”, la corrente più cauta e diplomatica della speculazione geostrategica statunitense. Tutto è cambiato da allora? Non esattamente. Incomprensioni e nervosismi sono sorti tra Washington e Tel Aviv, perché la Casa Bianca ha impresso un cambio di rotta, cominciando a tener maggiormente conto di quelli percepiti come i propri interessi strategici, a dispetto di quelli israeliani. Ma la barra è rimasta dritta a proposito dell’alleanza e della special relationship, anche perché, per ragioni di politica interna, Obama non può arrivare allo scontro frontale con Israele: ogni volta che l’ha rischiato, ha dovuto cedere e piegare la schiena davanti alle resistenze di Tel Aviv. Le odierne rivolte arabe aprono nuovi scenari e nuovi fronti di disaccordo tra Israele e USA, nel momento in cui quest’ultimi corteggiano sempre più palesemente la Fratellanza Musulmana ed altri movimenti islamisti, insensibili alle perplessità sioniste.

Ma un nuovo ribaltamento si profila all’orizzonte. La rivendicazione dell’uccisione di Osama Bin Laden non ha risollevato, se non in maniera effimera, la popolarità di Obama, rovinata dalla difficile gestione della crisi economico-finanziaria. Nel novembre 2012 si voterà per il nuovo presidente degli USA, e le possibilità di rivedere un repubblicano alla Casa Bianca sono elevate. Ciò non significa automaticamente un ritorno al precedente indirizzo politico: già Bush jr. aveva dovuto riconoscere i fallimenti della strategia neoconservatrice e licenziare il “falco” Rumsfeld, sostituendolo col realista Gates. Ma nel Old Grand Party in fermento, per ora sono proprio le correnti più radicali a mettersi maggiormente in luce.

Lo studio di Francesco Brunello Zanitti, dunque, è una ricerca storica con una forte componente d’attualità. Esso s’interroga sulle affinità tra il neoconservatorismo statunitense ed il neorevisionismo israeliano senza limitarsi ad osservare, in maniera scontata, gli otto anni di Bush, ma risalendo alle radici del fenomeno, alcuni decenni addietro. E la fine della presidenza Bush non ha consegnato alla storia il neoconservatorismo, ch’è ancora vivo e vegeto e si prepara, forse, a riprendere il potere tra poco più di un anno. Frattanto in Israele il neorevisionismo vive la sua stagione di grazia. Governato per i primi ventotto anni della sua esistenza, ininterrottamente, dai laburisti, negli ultimi trentaquattro anni solo otto hanno visto un primo ministro di sinistra. Alle ultime elezioni (2009) il Partito Laburista è precipitato in quarta posizione, con meno del 10% dei consensi, superato anche da Yisrael Beiteinu, la formazione dei russofoni anch’essa d’ispirazione revisionista, proprio come il Likud e Kadima, i primi due partiti nel paese.

Il confronto tra neoconservatorismo e neorevisionismo, dunque, non è solo un tema di grande rilevanza storica con riferimento all’ultimo mezzo secolo circa; è anche uno studio foriero di suggestioni per ciò che potrebbe attenderci nel futuro prossimo.

L’Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 1/2011, pp. 29-40

 

In quest’articolo si evidenziano il valore ed il significato assegnati all’Asia Sudoccidentale dal pensiero geostrategico anglosassone. Lo si fa ricorrendo agli spazi dedicati alla regione nelle principali opere dei quattro maggiori geopolitici anglosassoni: Alfred Thayer Mahan (1840-1900), Halford John Mackinder (1861-1947), John Nicholas Spykman (1893-1943) e Zbigniew Brzezinski (1928).

Mahan: le chiavi della Cina

Nel 1900 il capitano statunitense Alfred Thayer Mahan (1840-1900) scrisse una serie d’articoli per “Harper’s New Monthly Magazine” e “The North American Review”. Essi furono poi raccolti e pubblicati sotto forma di libro col titolo The Problem of Asia and Its Effect upon International Politics1.

Mahan, il quale scriveva al culmine della cosiddetta “età dell’imperialismo”, poteva individuare quale fenomeno caratteristico dell’epoca proprio l’espansionismo2. Le Americhe, l’Africa e la Siberia erano finite, in tempi e con modalità differenti, in mano agli Europei. In Europa, secondo Mahan, i confini si erano consolidati a tal punto che erano impensabili grossi mutamenti degli stessi3. Per tale ragione i «flussi d’influenza rappresentanti gl’interessi, non solo delle nazionalità, ma dei grandi gruppi che chiamiamo razze» stavano convergendo verso l’Asia, dove ancora la situazione era incerta4. Precisamente, la porzione di Asia che attirava l’interesse di Mahan era quella compresa tra il trentesimo e il quarantesimo parallelo, poiché là si concentravano «le caratteristiche naturali più decisive, ed anche quelle divisioni politiche irrisolte che rendono il problema dell’Asia odierna incombente e fonte di perplessità»5. Questa fascia correva a sud dell’Impero Russo e a nord dell’India e dell’Asia Sudorientale: Mahan escludeva insomma quella grossa fetta d’Asia che era saldamente in mano europea (o, nel caso delle Filippine, nordamericana). L’attenzione del Capitano statunitense era attratta maggiormente dalla Cina, e ciò non stupisce visti gli anni in cui scriveva. Nel 1895 il Giappone aveva inflitto una dura sconfitta bellica al Celeste Impero: l’intervento di Francia, Germania e Russia (la “Triplice d’Oriente”) aveva salvato Pechino dalle più dure conseguenze della disfatta, ma a caro prezzo. Le tre potenze europee avevano infatti forzato la revisione della tradizionale politica della “porta aperta” (eguale accesso commerciale e diplomatico al paese per tutte le potenze esterne), inaugurando la stagione delle “concessioni”: porzioni di territorio cinese che rimanevano sotto la sovranità formale dell’Imperatore, ma erano amministrate da potenze straniere. Incombeva, di lì a pochi anni, lo scontro tra Russia e Giappone per la Manciuria (1905). Solo due anni prima della pubblicazione del libro, la guerra con la Spagna per Cuba aveva fruttato a Washington anche la proprietà delle Filippine (1898). Tornando indietro di qualche decennio, ancora fresca era la memoria delle due Guerre per l’Oppio (1839-1842 e 1856-1860). S’aggiunga che nel 1900 il petrolio non era ancora una fonte energetica molto significativa, ed in ogni caso i suoi maggiori bacini produttivi si trovavano allora in Europa Orientale, Impero Russo e Stati Uniti d’America. La Cina, dal canto suo, era un paese sterminato e popoloso, un mercato del massimo interesse per le nazioni industrializzate, che dal 1873 fronteggiavano la “grande depressione”. Tutto concorre a spiegare e giustificare la maggiore attenzione di Mahan per l’Estremo Oriente anziché per l’Asia Sudoccidentale. Ed infatti, essa era valutata strategicamente solo in rapporto alla strumentalità per il controllo della Cina.

Mahan individuava tre attori fondamentali nella disputa cinese. Il primo era la Russia, che aveva il vantaggio di confinare direttamente col territorio cinese e rappresentava la maggiore potenza di terra in Asia6. Il secondo era il Giappone, unica nazione asiatica ad aver seguito il passo delle potenze cristiane, e dunque unico paese locale in grado di giocare un ruolo attivo7. Chiudevano infine Gran Bretagna, USA e Germania, le quali, pur disponendo di basi in loco, avevano il centro della rispettiva potenza lontano dal teatro dello scontro, sicché dovevano poter contare sulle linee di comunicazione marittima. Dal momento che, secondo Mahan, i dissapori europei passavano in secondo piano (eccetto che per la Francia, esclusasi dall’Europa tramite la sua alleanza con la Russia) rispetto alla questione cinese, e dal momento che le tre potenze condividevano il medesimo interesse al controllo delle rotte marittime verso l’Oriente, ne derivava che, pur senza alleanze formali, USA, Gran Bretagna e Germania erano destinate a formare una “triplice” e collaborare nella politica internazionale8. Proprio in virtù del comune carattere di “potenza talassica”, Mahan ipotizzava che pure il Giappone si sarebbe legato saldamente al terzetto9.

Prima di procedere oltre e concentrarci sulla sua visione strategica dell’Asia Sudoccidentale, urge qualche commento. Il lettore, grazie al senno di poi, avrà immediatamente notato gli errori compiuti da Mahan. Lungi dal preteso consolidamento della sistemazione geopolitica dell’Europa, il mezzo secolo successivo la vide come centro di due sanguinosissimi conflitti planetari. Grossi scambi di territori e popolazione sarebbero avvenuti nell’Europa Centro-Orientale: osservando dal lontano Nordamerica, Mahan non era evidentemente riuscito a cogliere la precarietà di quella regione. L’Europa e non la Cina sarebbe rimasta ancora per qualche decennio al centro della politica internazionale. Gli schieramenti immaginati da Mahan non erano destinati a materializzarsi o a durare: Gran Bretagna e USA si sarebbero alleati con la Duplice franco-russa contro la Germania. Il Giappone, alleato degli anglosassoni nella Prima Guerra Mondiale, li avrebbe fronteggiati nella Seconda. Ciò malgrado, il quadro dipinto da Mahan acquista paradossalmente maggiore attualità andando avanti nei decenni. Dopo la sconfitta militare, Germania e Giappone si alleano con le potenze anglosassoni contro la Russia. Nasce quella “comunità transatlantica” che il Capitano immaginava essere già realtà nel 190010. Inoltre, la forma mentis di Mahan appare in sintonia con la più recente tesi dello “scontro di civiltà” che ha informato il pensiero statunitense negli ultimi anni. Egli intravvedeva (non a torto) la saldatura dei «popoli in gruppi più larghi delle esistenti nazionalità», in un processo che avrebbe dovuto portare ad autentici «patriottismi razziali»11. Laddove Mahan tirava in ballo la razza ed il Cristianesimo (l’autore statunitense è animato da un fervore religioso che traspare in ogni suo scritto, ma particolarmente in quello in esame) oggi si preferisce parlare di democrazia e diritti umani, ma la sostanza è la medesima. Per spiegare la differenza tra “Occidente” (termine che Mahan non utilizza, ma al cui concetto allude in maniera evidente) e Russia, il Capitano ricorreva ad un confronto razziale tra Slavi e “Teutonici” (ossia i popoli d’origine germanica)12; oggi si adoprano altri argomenti, ma il risultato è il medesimo. È cambiata la forma, ma non la sostanza. Tant’è vero che, derogando sul principio razziale, Mahan riusciva ad includere il Giappone nella «famiglia europea»: sostituendo il termine “occidentale” a “europea”, si ritrova sotto lo strato di paradossalità dell’asserzione mahaniana un’idea oggi ampiamente diffusa ed accettata13.

Fatta questa doverosa precisazione, torniamo a Mahan ed alla sua opera. La Russia, scriveva, stava attaccando l’Asia “ai fianchi” – la Cina costiera da un lato, l’Impero Ottomano dall’altro – perché il centro del continente è coperto di montagne elevate e vaste aree desertiche14, e perché, stanti i limiti intrinseci alle linee di comunicazione terrestre per i commerci, la Russia perseguiva lo sbocco ai mari caldi15. Nell’Asia Sudoccidentale, Mosca aveva una duplice direttrice: raggiungere il Golfo Persico ed il Mediterraneo, e per farlo doveva necessariamente passare attraverso la Persia e l’Impero Ottomano16. Un’eventuale avanzata dei Russi su tali fronti avrebbe messo in pericolo il Canale di Suez, il punto di massima importanza strategica al mondo, secondo Mahan, perché era la via attraverso la quale le potenze talassiche d’Europa potevano raggiungere l’Estremo Oriente17. Da qui la necessità di preservare l’Impero Ottomano e controllare direttamente l’Egitto, per favorirne «la rigenerazione» ed il «pieno ottenimento della civilizzazione»18. L’Asia Sudoccidentale era lasciata dallo statunitense Mahan alla pertinenza esclusiva delle potenze europee: gli USA avrebbero invece dovuto preoccuparsi di controllare il futuro canale sull’istmo centramericano19.

Mahan è generalmente accreditato anche dell’invenzione del termine “Middle East“, da lui utilizzato per la prima volta in un articolo del 190220. È vero infatti che lo rese celebre, ed anche che l’adottò di sua sponte, poiché non era a conoscenza di come già fosse stato coniato ed usato da altri in Gran Bretagna21. I Britannici lo idearono perché si riferivano col termine “Near East” all’Impero Ottomano, ed essendo il “Far East“, com’è ancora oggi, nell’area sino-giapponese, chiamarono “Middle East” ciò che vi stava in mezzo. Ci sia permessa qui una breve digressione. Con la sparizione dell’Impero Ottomano, il termine “Near East” cadde in disuso nel mondo anglofono, mentre s’allargò l’accezione di “Middle East“. Gli USA erano geograficamente predisposti ad accogliere quest’ultimo termine per indicare quello che una volta era definito “Levante” (“Levant” in inglese), allargandolo fino ai confini dell’India. Infatti, dal loro punto di vista è l’Europa stessa che può considerarsi “Vicino Oriente”, sebbene non sia mai esplicitamente definita tale. Ha però poco senso, ed esattamente per la suddetta ragione, che gli Europei abbiano fatto propria la terminologia statunitense: essa è evidentemente illogica dalla nostra prospettiva geografica. Posto che l’espressione più corretta ed oggettiva rimane quella di Asia Sudoccidentale (ma l’ONU adotta “Asia Occidentale”, come gl’Indiani), dal punto di vista europeo il termine più adatto appare, oltre al vecchio ed ormai (ingiustamente) in disuso “Levante”, proprio “Vicino Oriente”. Anch’esso è un calco sull’espressione originaria inglese (“Near East“), ma meglio esprime la relazione che intercorre tra i paesi europei e quelli dell’Asia Sudoccidentale. I Francesi, tradizionalmente meno inclini di noi ad accettare supinamente le influenze culturali d’Oltreoceano, utilizzano spesso l’espressione “Proche Orient” per l’area del Mediterraneo Orientale, ricorrendo invece a “Moyen Orient” quando vogliono includervi pure i paesi del Golfo Persico e l’Iràn (secondo l’uso statunitense). Non si tratta solo d’una sottigliezza geografica. Le parole informano la mentalità di chi le utilizza, ed usare “Medio” anziché “Vicino” marca una crescente distanza ideale e culturale tra i popoli europei e quelli dell’altra sponda mediterranea. Ma si tratta di una distanza che noi, in primo luogo, vogliamo creare e stiamo alimentando, anche attraverso l’uso artificioso dei termini; e con quest’osservazione chiudiamo qui la parentesi.

Mackinder: il centro dell’Isola-Mondo

Nel 1904 Halford John Mackinder (1861-1947) pronunciò e poi diede alle stampe la sua celebre dissertazione sul “perno geografico della storia”22. Si tratta d’un testo tanto celebre, e tanto spesso richiamato dalle pagine di questa rivista, che non ci si dilungherà molto per delinearne il tema centrale. In sintesi estrema, la tesi di Mackinder è la seguente: nell’Ottocento, con l’invenzione della ferrovia che pareggia la mobilità marittima, si chiude la “epoca colombiana” cominciata nel Cinquecento e caratterizzata dal predominio delle potenze talassiche; nel nuovo quadro strategico, il mondo si divide in “Pivot Area” (il futuro “Heartland“, ossia il centro del continente eurasiatico), “Inner Crescent” (il margine del continente eurasiatico) e “Outer Crescent” (il resto del mondo). L’Area Perno è impermeabile alla potenza marittima, che invece domina incontrastata nella Mezzaluna Esterna; mobilità terrestre e marittima tendono all’equilibrio nella Mezzaluna Interna. L’argomento fu ripreso ed approfondito al termine della Grande Guerra, tramite il libro Democratic Ideals and Reality23.

Se il nordamericano Mahan eleggeva la Cina a principale teatro strategico dell’epoca, il britannico Mackinder si focalizzava invece sull’Europa Centro-Orientale, ossia su quell’insieme di fragili e litigiosi paesi nati dalla disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico, dal crollo di quello russo e dalla disgregazione di quello tedesco. Non certo perché quell’area abbia un valore “assoluto” nell’equazione geopolitica mondiale24, bensì perché era la fascia che separava i due principali contendenti all’egemonia continentale: Germania e Russia. Mackinder credeva che se la Germania avesse conquistato la Russia, o la Russia la Germania, oppure se le due potenze si fossero alleate, il paese o blocco vincitore avrebbe potuto dominare l’Eurasia, e sfruttare le immense risorse continentali per spazzare via la talassocrazia britannica. L’Europa Centro-Orientale doveva perciò la sua centralità strategica ad una situazione contingente, ed il suo valore geopolitico era pertanto relativo.

Focalizziamoci ancora una volta sull’Asia Sudoccidentale. Essa rappresenta storicamente l’anello di congiunzione tra le grandi aree stanziali d’Europa e delle Indie Orientali. In passato l’Istmo di Suez, non ancora tagliato, più che unire separava; separava l’Europa dall’Oceano Indiano, privando gli oceani del loro carattere unitario25. Ecco perché gli Europei, rappresentanti della potenza marittima nell’Età Moderna, costruirono il proprio successo aggirando la regione tramite la circumnavigazione dell’Africa, il «world-promontory»26: da allora Europa, Africa e Asia divennero un tutt’uno, un’isola, che Mackinder chiamava «World-Island»27.

Mackinder definì la Pivot Area, e poi l’Heartland, in base all’idrografia, come quell’area in cui i corsi d’acqua sfociano o nell’Artico o nel Caspio, ossia in mari che non garantiscono collegamenti col più ampio mondo. Tale area di «continental and Arctic drainage» include pure l’altopiano iranico e parte del Caucaso28. Nel 1919 l’accezione di Heartland veniva allargata passando dalla geografia alla storia ed alla strategia, fino ad includervi l’intero bacino del Mar Nero e l’Asia Minore29, sebbene nel 1943 Mackinder giungesse ad una sostanziale identificazione col territorio dell’URSS30. In ogni caso, Mackinder indicava per certi i confini settentrionali, orientali e occidentali dell’Area-Perno stepposa, ma lasciava più indefiniti proprio quelli sud-occidentali31. Infatti, non solo «l’Altopiano iranico» (in cui egli include Persia, Afghanistan e Pakistan) era inserito senza remore nel Heartland32, ma l’intera «land of the Five Seas» o «Nearer East» o «Arabia» (come di volta in volta la chiamava Mackinder33), per la sua aridità e scarsa densità demografica, possedeva alcuni tratti dell’interno continentale34 pur essendo posta al margine e dotata di tre accessi all’Oceano (Nilo, Mar Rosso, Golfo Persico)35. Il risultato è che nella regione si erano storicamente succeduti imperi agricoli aperti ai mari, ma costantemente soggetti alle incursioni ed invasioni di nomadi dall’interno (che si sommavano agli attacchi europei provenienti dal mare); essa aveva servito da punto di passaggio tra L’Heartland settentrionale e quello meridionale (l’interno dell’Africa Subsahariana), e solo «la mosca tsetse ed altre piaghe» avrebbero impedito ai cavalieri delle steppe e del deserto di spingersi più a meridione del Sudan36. L’Asia Sudoccidentale di Mackinder si viene dunque a configurare come regione ibrida e duplice cerniera: tra i due Heartland, e tra i due nuclei di civiltà marinare. Essa è il centro della World-Island37.

Per tali ragioni il Vicino Oriente rappresenta «il punto debole nella cintura delle prime civiltà»38, ossia dell’Inner Crescent. L’obiettivo indicato da Mackinder, lo ricordiamo ancora, era evitare in ogni modo che la potenza che teneva il centro continentale (la Russia in quel momento, ma potenzialmente anche la Germania) riuscisse a raggiungerne il margine. Nel caso Russia e Germania si fossero alleate, scriveva Mackinder nel 1904, la talassocrazia britannica avrebbe dovuto appoggiarsi a cinque paesi: Francia, Italia, Egitto, India e Corea sarebbero divenute «altrettante teste di ponte in cui le marine esterne sosterrebbero gli eserciti, per costringere gli alleati del perno ad impegnare forze di terra ed impedire loro di concentrare le proprie energie sulle flotte»39. Inutile sottolineare che la scelta dell”Egitto dipendeva dall’apertura del Canale di Suez40, ma non era l’unico paese strategicamente rilevante nell’Asia Sudoccidentale. Il Canale di Suez è esposto alla minaccia di un esercito dislocato in Palestina, soprattutto in virtù dell’artiglieria moderna41, e Damasco è il terminale della via terrestre alle Indie Orientali42. Da qui derivava la raccomandazione post-bellica di Mackinder di «internazionalizzare» Palestina, Siria, Mesopotamia, Bosforo e Dardanelli. Nel suo linguaggio, la “internazionalizzazione” corrispondeva al dominio da parte delle forze talassiche: infatti, le opzioni prese in considerazioni erano i mandati coloniali, l’elezione di Costantinopoli a sede della Lega delle Nazioni (previa sua sottrazione alla Turchia) e pure la creazione del «National seat» giudaico in Palestina (in cambio, però, i Giudei avrebbero dovuto abbandonare il loro tradizionale «lavoro internazionalista»)43.

Spykman: la testa di ponte talassocratica

Nicholas John Spykman (1893-1943), professore statunitense d’origine olandese, riprese e riadattò la mappa geopolitica di Mackinder, con la tripartizione delle terre emerse in Heartland, Rimland (la fascia marginale dell’Eurasia) e Offshore Islands and Continents (il mondo extra-eurasiatico). L’Heartland era delimitato da Spykman con una serie di catene montuose (più l’Artico, che segna il confine settentrionale): in tal modo risultava di dimensioni più contenute rispetto alla formulazione di Mackinder, ed in particolare escludeva il Caucaso e l’Iràn. Il Vicino e Medio Oriente erano dunque interamente inclusi da Spykman nella «great concentric buffer zone»44.

Nel suo America’s Strategy in World Politics, pubblicato in piena Seconda Guerra Mondiale, non dedicava né uno specifico paragrafo né tanto meno un intero capitolo all’Asia Sudoccidentale; non per questo l’ignorava. Una parte della regione era trattata assieme al Mar Mediterraneo: ancora una volta ritroviamo l’idea che la sua importanza strategica risieda nell’essere «una grande zona di transito», dal momento che manca del potenziale bellico necessario nell’epoca industriale45. Tale zona era giudicata interessante non solo per i paesi locali, ma pure per la Gran Bretagna, dal momento che il Canale di Suez era diventato «la più importante linea delle comunicazioni imperiali»: Londra se ne assicurava il controllo non solo con una presenza navale impareggiata, ma pure mettendo le potenze locali l’una contro l’altra46. La Seconda Guerra Mondiale, allora in corso, dopo la sconfitta della Francia e prima dell’allargamento a URSS, Giappone e USA, si era configurata come «la lotta tra una piccola isola al largo e rifornita da oltremare, e la Germania che controlla la maggior parte del continente», dalla cui costa meridionale poteva insidiare «la vitale rotta mediterranea, l’Egitto, e il Vicino Oriente»47. Secondo Spykman, l’obiettivo di Hitler era quello di dare alla Germania una “spazio vitale” auto-sufficiente, invulnerabile al blocco navale britannico, che andasse dal Mare del Nord ai Monti Urali; «il Vicino Oriente, che controlla le rotte per l’Oceano Indiano e contiene il petrolio da cui dipende la vita dell’industria europea, sarà integrato, economicamente e politicamente, nella forma di Stati semi-indipendenti controllati da Berlino»48, ossia tramite la medesima forma con cui, all’epoca, era integrato all’Impero Britannico. Per quanto concerneva le mira dell’Heartland, ossia dell’Unione Sovietica, sull’Asia Sudoccidentale, Spykman riconosceva il Golfo Persico (tramite l’Iràn) e la Valle dell’Indo (tramite l’Afghanistan) quali possibili sbocchi sul mare, ma sottolineava pure ch’essi erano «stretti e difficili e limitati a singole strade su impervi passi montani», sicché le opzioni prioritarie per Mosca si riducevano al Baltico ed al Mar Nero49. In ogni caso, quand’egli scriveva l’URSS stava lottando per la propria sopravvivenza, e perciò si focalizzava sulla minaccia rappresentata da Germania e Giappone. Se i due paesi avessero conquistato l’egemonia, uno dell’Europa e l’altro del «Mediterraneo Asiatico», avrebbero potuto convergere sull’Oceano Indiano, ultimo bastione della talassocrazia nel Vecchio Mondo, ed infine puntare sull’emisfero occidentale. La regione era divenuta «la seconda zona strategica più importante nella lotta per il dominio planetario, non tanto per il potenziale bellico dei suoi Stati litoranei, bensì perché […] contiene le grandi regioni produttrici di petrolio della massa continentale eurasiatica, e le rotte continentali verso l’heartland» non controllate da Germania e Giappone50.

L’opera di Spykman, essendo stata scritta in un momento d’incertezza – nel pieno d’un conflitto mondiale – è valida soprattutto per quanto riguarda la strategia generale (la difesa “emisferica”, ossia delle Americhe, non può prescindere dall’intervento degli USA nel Vecchio Mondo), mentre nelle analisi particolari – come quella della situazione dell’Asia Sudoccidentale – risulta troppo dipendente dalle situazioni contingenti. Non di meno, presenta alcune evidenti novità rispetto a Mahan e Mackinder: la regione acquisisce importanza anche in sé, grazie alle riserve di petrolio, ed il suo rilievo strategico non è limitato alle sole comunicazioni con l’Estremo Oriente, ma anche tra l’Oceano Indiano da un lato e l’Europa e la Russia dall’altro.

Brzezinski: i Balcani eurasiatici

A distanza di mezzo secolo da Spykman, anche Brzezinski si trovava a descrivere la realtà geopolitica del mondo in una fase di arretramento della potenza moscovita. Per quanto dal 1997, quando pubblicò The Grand Chessboard51, la Russia si sia alquanto ripresa, il suo restringimento territoriale si è rivelato ben più duraturo di quello osservato da Spykman durante l’invasione nazista. La Talassocrazia, incarnata in questa fase dagli USA, per la prima volta da che storia ricordi si è trovata nella condizione di attaccare l’Heartland stesso52. Brzezinski poteva così scrivere: «Il collasso della sua rivale [l’URSS] ha lasciato gli Stati Uniti in una posizione unica», ossia quella di «prima e sola vera potenza globale»53. Al fine di mantenere la propria supremazia, Washington deve fare le proprie mosse sulla «grande scacchiera» evocata dall’ex Segretario di Stato: l’Eurasia54. Abbandonando la tradizionale suddivisione elaborata da Mackinder e revisionata da Spykman (ma non di meno traendone evidente ispirazione) Brzezinski divideva il continente in quattro sezioni: Middle Space (corrispondente all’Heartland), West, South e East (che nel loro insieme corrispondono al Rimland)55. L’Asia Sudoccidentale rientra, ovviamente, nel Sud, ed è vista come «una regione politicamente anarchica ma ricca d’energia, potenzialmente di grande importanza per gli Stati eurasiatici sia occidentali sia orientali»56. Tale “anarchia politica” si rispecchia nel fatto che sia l’unica delle quattro regioni a non ospitare uno degli «attori geostrategici» individuati da Brzezinski (sebbene l’India, che rientra nel novero, si collochi in uno spazio sospeso tra il Sud e l’Est); in compenso, la fa da padrona in tema di «perni geopolitici», dal momento che su cinque in totale, tre ne fanno parte (Azerbaigian, Turchia e Iràn) ed uno si situa in un’area di transizione con altre zone (l’Ucraìna)57. Se gli attori geostrategici sono «gli Stati che hanno la capacità e la volontà nazionale d’esercitare il potere e l’influenza oltre i propri confini», i perni geopolitici sono invece quei paesi «la cui importanza deriva non dal loro potere e dalla loro motivazione, bensì dalla loro posizione sensibile»58.

All’interno dell’Asia Sudoccidentale, Brzezinski individua un’area ben precisa, per la quale conia il termine di «Balcani Eurasiatici»: essa comprende l’Asia Centrale, l’Afghanistan, il Caucaso, ed anche porzioni di Iràn, Turchia e Cina. Stati instabili caratterizzano tutta la regione, ma nei Balcani Eurasiatici si è di fronte – argomenta Brzezinski – ad un vero e proprio «vuoto di potere»59. In quest’area passa una linea di comunicazione tra Occidente ed Oriente, s’incontrano le spinte convergenti di Russia, Cina, Turchia e Iràn, e soprattutto si trovano ingenti risorse energetiche60. In un contesto di marcata frammentazione etnica, in Asia Centrale spicca per la sua relativa omogeneità nazionale l’Uzbekistan, la cui forza superiore ispira timori nei paesi vicini ed inibisce la cooperazione regionale61. In Asia Sudoccidentale, invece, le due potenze principali sono Turchia e Iràn, ma entrambe sono «instabili nel loro orientamento geopolitico e potenzialmente vulnerabili all’interno»62. La loro importanza geostrategica risiede anche nel fatto di fungere da argini meridionali all’influenza russa63.

Gli USA sono, a parere di Brzezinski, «troppo distanti per dominare questa parte dell’Eurasia, ma troppo potenti per non esservi coinvolti». Il loro interesse primario è che nessun’altra potenza giunga a dominare la regione, che deve altresì mantenersi aperta finanziariamente ed economicamente al resto del mondo. Il miglior strumento per garantire tale «pluralismo geopolitico» consiste nella creazione d’una rete di gasdotti, oleodotti e rotte di trasporto che colleghino direttamente i bacini del Vicino Oriente e quelli dell’Asia Centrale ai maggiori centri industriali del paesi. Secondo Brzezinski, c’è una evidente convergenza d’interessi nell’area tra gli USA, la Turchia (se filo-occidentale), l’Iràn e la Cina64.

Conclusioni

Il pensiero geostrategico anglosassone ha riservato un’attenzione crescente all’Asia Sudoccidentale. Ciò dipende in primo luogo dal fattore energetico. Prima di metà ‘900, le risorse naturali sfruttabili nella regione erano scarse: Mahan e Mackinder la valutano solo alla luce del suo posizionamento. Spykman e Brzezinski ne apprezzano invece anche la qualità intrinseca di bacino di rifornimento energetico. L’Asia Sudoccidentale acquista così anche un’importanza assoluta, benché quella relativa rimanga prevalente. La relazione sotto esame è sempre quella rispetto al centro del continente, ed in particolare alla Russia, autentico punto focale della speculazione geopolitica anglosassone.

Note:

1 Alfred Thayer Mahan, The Problem of Asia and Its Effect upon International Politics, Little, Brown & Co., Boston 1900. Nel 2010 l’editore Bibliolife (Tennessee) ha pubblicato una copia anastatica della prima edizione dell’opera.

2 Ivi, pp. 4-5.

3 Ivi, p. 191.

4 Ivi, p. 18.

5 Ivi, p. 21.

6 Ivi, p. 47.

7 Ivi, pp. 101-102.

8 Ivi, p. 133.

9 Ivi, pp. 62-63.

10 Ivi, p. 191.

11 Ivi, p. 67.

12 Ivi, p. 114 e seguenti.

13 Ivi, p. 148.

14 Ivi, p. 26.

15 Ivi, pp. 42-45.

16 Ivi, p. 56.

17 Ivi, p. 77.

18 Ivi, pp. 73-74.

19 Ivi, p. 179 e seguenti.

20 Alfred Thayer Mahan, “The Persian Gulf and International Relations”, “National Review”, vol. XL (September 1902), p. 39.

21 Clayton R. Koppes, “Captain Mahan, General Gordon, and the Origins of the Term «Middle East», “Middle Eastern Studies”, vol. 12, no. 1 (Jan., 1976), pp. 95-98, ne attesta l’uso da parte del generale T.E. Gordon nell’anno 1900, sottolineando correttamente ch’esso doveva però già essere in voga in certi ambienti britannici. Oggi, infatti, si crede che nacque nel Foreign Office degli anni ’50 del XIX secolo: cfr. Peter Beaumont et al., The Middle East: A Geographical Studies, David Fulton, London 1988, p. 16.

22 H.J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History”, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (Apr., 1904), pp. 421-437.

23 Halford John Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction, Constable & Co., London 1919.

24 Sfortunatamente, la combinazione di conoscenza indiretta dell’opera, ostilità preconcetta alla geopolitica e formule infelici coniate dal medesimo Mackinder, hanno ingenerato e diffuso questa falsa opinione.

25 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 63.

26 Ivi, pp. 67-68.

27 Ivi, p. 81.

28 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 429 (vedi in particolare la figura 4); Democratic Ideals and Reality, cit., p. 96.

29 Democratic Ideals and Reality, cit., pp. 140-141.

30 Halford J. Mackinder, “The Round World and the Winning of the Peace”, “Foreign Affairs”, vol. 21, no. 4 (July, 1943), pp. 595-605; per l’identificazione Heartland=URSS vedi p. 598.

31 “The Geographical Pivot of History“, cit., pp. 429-430.

32 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 98.

33Land of the Five Seas” e “Nearer East“: “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431; “Arabia“: Democratic Ideals and Reality, cit., p. 99.

34 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431; Democratic Ideals and Reality, cit., p. 103.

35 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 102.

36 Ivi, p. 107.

37 Ivi, p. 114-115. Nel 1943 Mackinder parlava invece di una «cintura di deserti e terre selvagge» che dal Sahara raggiunge l’Ovest degli USA, passando per Arabia, Iràn, Tibet, Mongolia, Alaska e Canada: essa separa Heartland e Atlantico del Nord da un lato, Atlantico del Sud, Africa Nera, Oceano Indiano e Cina dall’altro (“The Round World and the Winning of the Peace”, cit., p. 602).

38 “The Geographical Pivot of History“, cit., p. 431.

39 Ivi, p. 436.

40 Democratic Ideals and Reality, cit., p. 173.

41 Ivi, p. 143.

42 Ivi, p. 115.

43 Ivi, p. 225-227.

44 Nicholas John Spykman, America’s Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power, Transactions, New Brunswick 2007, pp.. 180-181. L’edizione originale è di Harcourt, Brace & Co., New York 1942.

45 Ivi, p. 96.

46 Ivi, pp. 101-103.

47 Ivi, p. 119.

48 Ivi, pp. 120-121.

49 Ivi, p. 181.

50 Ivi, pp. 183-184.

51 Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard : American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York 1997.

52 Cfr. Daniele Scalea, La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali, Fuoco, Roma 2010, pp. 37-51.

53 Z. Brzezinski, The Grand Chessboard, cit., p. 10.

54 Ivi, pp. xiii-xiv, 30-31.

55 Ivi, p. 34.

56 Ivi, pp. 34-35.

57 Ivi, p. 49.

58 Ivi, pp. 48-49.

59 Ivi, pp. 123-124.

60 Ivi, p. 124.

61 Ivi, p. 131.

62 Ivi, p. 133.

63 Ivi, pp. 135-138.

64 Ivi, pp. 148-149.

Come nacque un impero (e come finirà presto)

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 3/2010, pp. 41-54

 

Gli odierni Stati Uniti d’America, in origine, erano un insieme slegato di colonie d’una piccola isola sottosviluppata; eppure, nel giro di pochi secoli, sono divenuti la prima ed unica superpotenza mondiale. In questo saggio si ripercorrono le ragioni geopolitiche e strategiche che condussero alla nascita delle tredici colonie originarie, alla loro indipendenza ed espansione in Nordamerica; si esamina quindi l’ascesa degli USA e del loro impero informale, e come il passaggio dall’isolazionismo all’egemonismo, che non era ineluttabile, li stia portando a perderlo.

Malgrado l’incipiente declino, gli Stati Uniti d’America rimangono tuttora la potenza egemone e restia ad accettare l’ascesa di rivali, consci come sono di rappresentare ancora la maggiore forza militare ed il principale centro diplomatico, economico e culturale del pianeta. Nessuno può scordarsi che gli USA sono stati, ed in buona parte lo sono ancora, la prima ed unica vera “superpotenza” che la storia abbia conosciuto1. Eppure, se tornassimo indietro nel tempo di appena due secoli e mezzo, troveremmo gli Stati che oggi li compongono ancora allo stadio di semplici colonie d’un altro impero. E se proseguissimo il viaggio a ritroso d’ulteriori 150 anni, scopriremmo che quella società giunta a dominare il mondo ancora non esisteva.

Il passaggio a Nord-Ovest e la casa sulla collina

Non è possibile esaminare il sorgere degli Stati Uniti d’America ignorando la nazione e l’impero di cui sono stati figli ed eredi: l’Inghilterra e l’Impero Britannico. E a tal proposito, la storia potrebbe sorprenderci di nuovo con un’ulteriore vicenda di rapido e straripante sviluppo seguito da un altrettanto precoce declino. All’inizio del XV secolo l’Inghilterra era ancora, per usare le parole di Carlo Cipolla, un «Paese sottosviluppato», anche secondo i canoni dell’epoca2. Inghilterra e Galles messi assieme (l’unificazione avvenne proprio a metà ‘500) avevano poco più di un terzo della popolazione italiana, poco più di un quarto di quella francese, ed erano superati persino da quella spagnola. Il ruolo commerciale dell’Inghilterra era marginale: la sua materia prima più ricercata, la lana, era in gran parte esportata a vantaggio delle manifatture fiamminghe ed italiane. L’industria laniera, simbolo dell’Inghilterra moderna, si sviluppò seriamente solo nel corso del ‘500, sfruttando la défaillance di quella italiana, esposta come tutto il paese al disastro delle invasioni straniere3. Le successive fortune dell’Inghilterra furono però legate ad alcune peculiarità, tra cui spicca quella geografica dell’insularità. Mahan, descrivendo i caratteri propizi allo sviluppo della potenza marittima, sotto quasi ogni aspetto individuava l’Inghilterra come la più favorita dalla geografia e dalla storia4.

Nel Quattrocento l’asse economico dell’Europa andava dai Paesi Bassi Meridionali all’Italia Centro-Settentrionale; quest’ultima era il perno del remunerativo commercio col Levante musulmano, attraverso il quale giungevano le spezie orientali ed altri articoli esotici molto apprezzati in Europa. Sul finire del secolo, i navigatori al servizio della Corona portoghese erano riusciti a scoprire una nuova rotta per l’Oriente – quella che doppia il Capo di Buona Speranza – sottraendo così agli Stati musulmani il loro ruolo d’intermediari. La Corona spagnola cercò d’emulare il successo lusitano aprendo una terza via – quella Atlantica – ma inizialmente dovette accontentarsi della scoperta d’un nuovo continente, le Americhe.

L’Inghilterra, con qualche decennio di ritardo, decise di lanciarsi all’inseguimento degli Spagnoli, imitando quanto stavano facendo sull’Atlantico. Come sottolineato da Ferguson, l’Impero Britannico non nacque “in un momento di distrazione”5, ma fu il frutto della volontà inglese di partecipare dei vantaggi che la navigazione oceanica stava dando ai paesi iberici – o meglio ancora sottrarglieli tout court6. Il percorso inglese, all’inizio, seguì pedissequamente l’esperienza spagnola: dapprima si cercò a occidente una rotta per raggiungere l’Oriente; quindi si antepose lo sfruttamento del “nuovo mondo” appena scoperto. Sotto entrambi gli aspetti, gl’Inglesi furono in principio più sfortunati. La Spagna riuscì a trovare lo Stretto di Magellano ed a raggiungere l’Oriente navigando verso ovest, mentre il mitico “passaggio a nord-ovest”, causa i ghiacci artici, rimase sempre un miraggio. La Spagna, nei territori americani conquistati, trovò giacimenti di oro e d’argento così abbondanti da renderla la nazione europea più ricca e potente del Cinquecento; gl’Inglesi sbarcarono invece in una terra in cui non c’erano né opulente civiltà urbane da saccheggiare (come gli Aztechi o gli Inca), né rilevanti risorse minerarie. I navigatori britannici, volendo rifarsi della perdita finanziaria cagionata dall’infruttuosità delle loro spedizioni, non trovarono mezzo migliore che attaccare le navi e le basi spagnole, cariche di metallo prezioso: fu così che nacque il fenomeno dei pirati dei Caraibi. Quando Spagna e Inghilterra entrarono in contrasto ufficiale, il ruolo dei pirati fu istituzionalizzato dalla Corona: i “bucanieri” divennero allora “corsari” (o “privateers”, come li chiamano gli anglofoni). Questi pirati riuscirono a catturare ricchezze davvero ingenti, ed ebbero un ruolo nient’affatto secondario nell’accumulazione di capitali che avrebbe stimolato la crescita economica dell’Inghilterra fino alla Rivoluzione industriale7. D’altro canto, per quanto fossero forti la pirateria e il contrabbando, almeno nel Cinquecento la maggior parte dell’argento e dell’oro estratto in America raggiungeva la Spagna. Fu così che la “rivoluzione dei prezzi” (la spinta inflazionistica creatasi in Europa a seguito dell’afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo) si manifestò con particolare vigore proprio nella penisola iberica, facendo perdere di competitività le manifatture indigene: Spagna e Portogallo cominciarono ad importare prodotti dall’estero, compresa l’Inghilterra, dando ulteriore impulso al rafforzamento della sua base economica8.

I primi insediamenti inglesi nel Nordamerica e nei Caraibi dovettero molto a questo meccanismo piratesco d’accumulazione del capitale, dal momento che non pochi ex corsari decisero di godersi la sudata pensione in una piantagione. La coltivazione del tabacco fu la ragion d’essere della Virginia, la colonia nordamericana che, dopo qualche fallimentare tentativo nel ‘500, fu impiantata stabilmente nel ‘600; il suo territorio era molto più esteso di quello dell’attuale ed omonimo Stato. Alla Virginia ed alle altre colonie di piantatori del Sud facevano da contraltare a Nord quelle che componevano la cosiddetta Nuova Inghilterra. Il New England fu la destinazione eletta dall’emigrazione puritana, le sette riformate estremiste che abbandonavano l’Inghilterra per andarsi a creare una propria “casa sulla collina”, una perfetta società religiosa lontana dalla peccaminosità del mondo e prossima a Dio9. Anche se il Sud delle piantagioni fu, per molto tempo, preminente dal punto di vista economico, furono le colonie di popolamento del Nord a fare la fortuna dei futuri Stati Uniti. I puritani del New England mostrarono di possedere una spinta demografica estranea tanto agl’indigeni quanto agli altri coloni europei, fossero essi spagnoli, francesi o inglesi della Virginia. Certamente pesarono fattori esogeni, come l’abbondanza di terra coltivabile (comune però anche alla Virginia), il clima relativamente più mite rispetto al Canada e più salubre rispetto ai Caraibi ed alle giungle dell’America iberica, e l’abbondanza di merluzzi al largo delle loro coste; ma decisiva fu la prolificità insita alla società puritana, dove il celibato era raro ed il matrimonio celebrato in giovanissima età. Prima ancora che l’America anglosassone divenisse meta d’una massiccia emigrazione dall’Europa, grazie ai puritani essa possedeva quella spinta demografica che fu decisiva per assicurarne la preminenza sui vicini Spagnoli10, Francesi11 e Amerindi12.

Le ragioni della libertà

Grazie all’abbondanza di terre ed all’inserimento nel circuito commerciale dell’Impero Britannico, le colonie nordamericane raggiunsero un tale grado d’opulenza che in media il colono era più ricco del cittadino della madrepatria. Eppure, non passarono due secoli da quando furono concessi i primi statuti regi per la colonizzazione, che il Nordamerica si sollevò per l’indipendenza. La storiografia tradizionale ed apologetica mise in relazione la sete di libertà dei coloni con le imposizioni commerciali e fiscali di Londra. La politica mercantilistica dell’Inghilterra aveva ispirato i Navigation Acts, leggi che ponevano sotto il controllo inglese il commercio con le colonie. La Guerra dei Sette Anni (1754-1763), pur vinta dalla Gran Bretagna, era stata cagione di spese così elevate che, negli anni seguenti, Londra dovette imporre tasse e dazi aggiuntivi da un capo all’altro del suo impero. Oggi gli storici tendono a guardare con occhi nuovi a questi eventi. Il mercantilismo inglese aveva molti risvolti positivi per l’economia delle colonie americane: infatti, le inseriva nel commercio internazionale garantendo un sicuro mercato di sbocco ai loro prodotti. Il fiscalismo post-bellico aveva sì suscitato le ira della società nordamericana, ma Londra ne aveva presto preso atto e provveduto a rimuovere le tasse e i dazi aggiuntivi. Il celebre episodio del Boston Tea Party è stato reinterpretato da protesta contro i dazi sul tè, a ribellione contro l’abbassamento di quei dazi stessi, che sfavoriva gli affari dei contrabbandieri13.

Queste vicende ebbero un ruolo nello spingere alla ribellione i coloni, ma vanno chiarite ed accompagnate ad altri fattori di non minore importanza. Il protezionismo imperiale era sempre stato applicato con scarso rigore: i coloni avevano potuto montare un’intensa attività di contrabbando. Nella seconda metà del ‘700, le esigenze fiscali di Londra la spinsero ad impegnarsi per limitare il fenomeno, scontentando i potenti contrabbandieri nordamericani. Il nuovo fiscalismo aveva poi sollevato una questione di principio sullo status delle colonie: quest’ultime ritenevano di non dover essere tassate da un parlamento in cui non avevano rappresentanza; Londra ribatteva ricorrendo alla teoria della “virtual representation”, normale in una società a suffragio limitato. Tale teoria statuisce che il parlamento rappresenta tutti i cittadini, anche quelli privi del diritto di voto. Questo principio era utilizzato in patria per sottomettere al potere legislativo tutti quei cittadini che, per motivi di censo, non vi erano rappresentati; ma gli opulenti coloni americani non accettavano d’essere parificati agl’inglesi poveri. Tra i fattori economici, va inclusa anche l’osservazione di Reinhard secondo cui «la Nuova Inghilterra finì per assomigliare talmente alla vecchia che ne nacque una situazione di latente conflittualità» in campo commerciale14.

La Guerra dei Sette Anni aveva assegnato alla milizia coloniale un ruolo di primo piano: in quel caso, non erano stati i soldati britannici a proteggere le colonie, bensì i miliziani a tutelare l’Impero. I coloni avevano perciò preso fiducia nei propri mezzi bellici, e ciò li aveva resi insofferenti ai vincoli imposti da Londra. In particolare, i Britannici tenevano a freno la rapacità dei coloni verso le terre degl’indigeni per non inimicarseli ulteriormente (durante il conflitto, gli Amerindi avevano appoggiato in massa i Francesi, eccezion fatta per alcuni loro nemici tradizionali come gl’Irochesi). Neanche la politica religiosa conciliante nei confronti dei “papisti” canadesi, annessi all’impero nel 1763, era gradita agl’intransigenti puritani del New England. Proprio in quel periodo, infatti, le colonie nordamericane stavano vivendo il “Grande Risveglio” (“Great Awakening”) della religiosità puritana.

Tutti questi eventi e motivi portarono a quella che noi chiamiamo Guerra d’Indipendenza Americana (ma sarebbe più corretto: “Guerra d’Indipendenza Statunitense”), e che i diretti interessati definiscono invece American Revolutionary War. Gli Statunitensi, ogni qual volta la Francia esprima una posizione differente dalla loro, sono soliti ricordare polemicamente i propri meriti relativamente alla sua liberazione dall’occupazione tedesca. Più raramente si ricorda come la nazione nordamericana stesse semplicemente rendendo il favore ricevuto: il conflitto per l’indipendenza (1775-1783) fu deciso in ultima istanza dall’intervento della Francia15. Gl’Inglesi ebbero a pensare che le colonie ribelli non valevano i sacrifici e lo sforzo bellico in cui si erano impegnati, e decisero di mollare la presa: all’epoca i Caraibi erano ancora considerati più importanti del Nordamerica, almeno in termini economici16.

Va infine sottolineato come, tra i vari motivi che spinsero le tredici colonie alla ribellione, non v’era il nazionalismo. La Guerra dei Sette Anni aveva cementato la solidarietà tra di esse, ma alla vigilia dell’indipendenza l’angloamericano medio percepiva come propria patria la sua singola colonia e non l’insieme delle stesse. Fu proprio la Guerra d’Indipendenza a forgiare un’identità comune. I coloni non avevano rivendicato l’indipendenza fin da subito, e si risolsero a farlo solo quando si sentirono privati d’alternative a causa dell’ostinata opposizione britannica alle loro richieste. I nordamericani desideravano l’autogoverno ed un rapporto paritario con la madrepatria all’interno dell’Impero: essi consideravano la Corona e non il Parlamento britannico l’unica autorità al di sopra di essi e, in tal senso, anteponendo il potere sovrano a quello legislativo avevano un che di “reazionario” per l’epoca17. Val la pena notare che, in senso storico, i ribelli erano dalla parte del “giusto”: pochi decenni dopo Londra cominciò a concedere l’autogoverno alle residue colonie bianche (i “dominions”), e sul finire dell’Ottocento divenne popolare in Inghilterra la teoria della “Greater Britain”, ossia della federazione paritaria tra l’Inghilterra e i dominions. Si può insomma sostenere che, nel secolo successivo, i Britannici fecero proprie quelle stesse posizioni, sorte in ambito nordamericano, che nel ‘700 avevano osteggiato.

Tornando agli Stati Uniti d’America, va osservato che, essendo nati a tavolino dalla lotta contro un comune nemico, dovettero essere costruiti in senso positivo negli anni immediatamente seguenti all’indipendenza. Gli USA nascevano come confederazione di Stati sovrani, liberi ed indipendenti: così li definiva il secondo degli articoli di «confederazione e unione perpetua» redatti durante la guerra. La Costituzione attualmente in vigore fu invece formulata tra 1786 e 1787, ossia 3-4 anni dopo l’indipendenza, e nacque dall’esigenza di favorire il commercio con l’estero tramite trattati realizzati dal governo centrale. La corrente federalista, che plasmò la nuova costituzione, riuscì a fare degli USA un’unione di Stati salda ed abbastanza centralizzata da essere protagonista a livello internazionale. Se i federalisti non avessero prevalso, e gli USA fossero rimasti una blanda confederazione di Stati indipendenti, l’intera storia mondiale sarebbe profondamente mutata.

Una nazione di frontiera senza confini

Frederick Jackson Turner, il maggiore storiografo nordamericano, ha legato il proprio nome alla tesi della frontiera18. Secondo Turner gli USA sono nati come una nazione di frontiera: è la presenza di questa frontiera tra il mondo civilizzato e le selvagge società indigene ad aver reso “americani” quei coloni che giungevano nel Nuovo Mondo come europei. La frontiera era una realtà nuova, estranea alla realtà del paese d’origine: i coloni erano altrettanti pionieri costretti a sgravarsi dell’ormai inutile retaggio europeo per adattarsi al nuovo ambiente. Fu dunque la vita di frontiera a conferire agli Statunitensi quei loro caratteri peculiari, che Turner individua nell’istinto democratico, nel rifiuto delle gerarchie e dell’autorità, nell’individualismo, nella violenza, nel disprezzo dell’arte e della scienza speculativa a vantaggio dell’empirismo e del senso pratico.

La frontiera, per gli USA, era mobile: ormai liberi dai freni britannici ed agitando il tema cripto-religioso del “destino manifesto”, nel corso dell’Ottocento andarono alla conquista del “West” con lo stesso zelo religioso dei biblici conquistatori di Canaan, e con la loro medesima spietata risolutezza a sterminare gli abitanti della “terra promessa da Dio”. È interessante notare che la conquista dell’Ovest seguì una direzione rigidamente latitudinale: il Canada non fu sfiorato, ed i territori spagnoli conquistati solo nella misura in cui si trovavano sul cammino dell’espansione statunitense. L’Alaska, che costituisce un’eccezione, fu acquistata nel 1867 ma solo per convincere i Russi ad evacuare il continente americano, tant’è vero che la colonizzazione cominciò vent’anni più tardi quando si trovò l’oro nel Klondike. L’espansione est-ovest contraddiceva la tendenza assunta fino ad allora dal colonialismo europeo in Nordamerica. Le tredici colonie britanniche erano disposte lungo la costa atlantica, da nord a sud. La Nuova Francia si sviluppava egualmente in senso longitudinale: al suo massimo splendore si estendeva dal Canada Orientale alla Louisiana, fiancheggiando a occidente le colonie britanniche. Dopo la Guerra dei Sette Anni, i diritti su quella che era stata la Nuova Francia furono spartiti tra la Gran Bretagna a est (territori contigui alle tredici colonie, ma in buona parte destinati da Londra a fare da riserva indiana) e la Spagna a ovest, ancora una volta secondo la logica delle bande longitudinali. Furono gli USA ad invertire questa logica. Un ruolo, probabilmente, lo ebbe il meccanismo inizialmente scelto per l’organizzazione dei nuovi territori: essi avrebbero dovuto essere spartiti tra le tredici colonie, grosso modo tracciando a partire dai loro rispettivi confini settentrionale e meridionale due linee parallele all’Equatore che intersecassero le regioni conquistate. Dopo l’indipendenza, fu il governo centrale ad avocare a sé i nuovi territori, dove furono creati ulteriori Stati. A parte ciò, non si può mancare di notare come l’espansione lungo le stesse linee latitudinali sia osservabile frequentemente nella storia: tale “regola” fu seguita, con maggiore o minore rigore, dagl’imperi persiano, macedone, romano, arabo e, in età più recente, russo. Si può supporre che la ricerca d’un clima affine a quello della madrepatria costituisca uno dei motivi all’origine del fenomeno.

Quando Turner esponeva la sua tesi, il “selvaggio Ovest” era ormai totalmente acquisito dagli USA: il “destino manifesto” si era compiuto e i “cowboys” avevano raggiunto il Pacifico. Turner, e molti altri con lui, si chiesero se la fine della frontiera non comportasse anche la fine del dinamismo sociale e culturale che aveva caratterizzato la civiltà statunitense19. Un altro storico ribatté che la corsa alla frontiera non era finita: semplicemente, essa si era spostata oltremare. Il nome di quello storico era Theodore Roosevelt, e di lì a pochi anni, divenuto presidente, avrebbe contribuito attivamente a realizzare la propria tesi.

Le “nuove frontiere” degli Stati Uniti d’America si trovavano nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, viste come le due naturali aree di proiezione della loro potenza. Roosevelt, aggiungendo il proprio “corollario” alla Dottrina Monroe, la fece evolvere da esclusiva (escludere le potenze europee dalle Americhe) ad inclusiva (includere Washington nella politica interna degli altri paesi americani). La Guerra Ispano-Statunitense per Cuba, combattuta nel 1898, portò in dote agli USA anche il possesso delle Filippine, sancendo così l’intimo legame tra l’espansione centroamericana e quella asiatica.

Va precisato che queste “proiezioni di potenza”, spesso puro e semplice imperialismo, ponevano gli USA in linea con le altre grandi potenze mondiali dell’epoca. La crisi di sovrapproduzione del 1873 e la successiva “Grande Depressione” avevano indotto le varie nazioni ad intraprendere svolte protezioniste. Gli USA avevano precorso i tempi, dato che tale svolta era avvenuta in coincidenza con la Guerra di Secessione (1861-1865), ed in parte l’aveva provocata (il Sud agrario si opponeva da decenni al protezionismo propugnato dal Nord industriale). Le grandi potenze avevano cercato di creare spazi economici chiusi ed autosufficienti, costituiti in genere da imperi coloniali: non a caso l’ultimo ventennio dell’Ottocento è passato alla storia come “l’età dell’imperialismo”. Gli USA, nati da una rivoluzione anti-imperialista (una decolonizzazione ante litteram, benché “bianca”), erano più restî a farsi delle colonie vere e proprie, ma non si facevano scrupoli a praticare un “imperialismo informale”, una forma di dominio indiretto che usava comunque tutte le leve a disposizione (politiche, economiche e pure militari) per mantenere in stato di soggezione le vittime designate. D’altro canto, a differenza di altre potenze gli USA non avevano alcun bisogno di creare colonie di popolamento: l’abbondanza di terra in patria ed il processo d’industrializzazione permisero alla federazione nordamericana d’assorbire con facilità la pur imponente crescita demografica20.

Un isolazionismo estroverso

Fino all’inizio della Guerra Fredda, se si eccettua la parentesi wilsoniana, la strategia statunitense potrebbe definirsi “isolazionista”. Non bisogna però farsi confondere, come spesso accade, da questo termine, immaginandosi una politica introversa. Il cosiddetto “isolazionismo” statunitense ebbe ben poco a che fare, ad esempio, col Sakoku nipponico. Il Sakoku era, letteralmente, una chiusura del paese ad ogni contatto con l’esterno, eccetto quelli autorizzati dal governo, i quali erano ben pochi (un paio di porti aperti ai mercanti di due sole nazioni, Cina e Olanda). L’isolazionismo degli USA, al pari dello “splendido isolamento” della Gran Bretagna, era altresì una strategia tesa alla valorizzazione del carattere insulare (in senso anche geografico per Londra, solo geopolitico per Washington) del paese, mantenendolo estraneo ai continui conflitti del continente, ma certo non rinunciando alla proiezione di potenza. La Dottrina Monroe, escludendo le potenze europee dalle Americhe, rappresentava la base stessa dell’isolazionismo degli USA: l’assenza di potenziali minacce sulla terraferma permetteva di proiettarsi sui mari, e di scegliere dove, come e quando intervenire militarmente, senza il rischio d’essere aggrediti per primi sul proprio territorio.

La strategia isolazionista degli USA ha seguito due direttrici: da un lato, mantenere le Americhe libere da proiezioni di potenza esterne; dall’altro, impiegare i mezzi della politica estera (incluso lo strumento militare) al servizio della potenza economico-finanziaria della federazione e dei suoi privati cittadini. Walter LaFaber, scrivendo la storia della politica estera statunitense tra la Guerra di Secessione e la Prima Guerra Mondiale, ne ha individuato il leit motiv nella “ricerca d’opportunità” economiche (ed anche di proselitismo religioso) in giro per il mondo – con Washington disposta a far ricorso a qualsiasi mezzo (compresa la guerra o la destabilizzazione) pur di coglierle21. Un presidente degli Stati Uniti, William Howard Taft, la chiamò «diplomazia del dollaro».

Nel Novecento, gli Statunitensi dovettero realizzare che la Dottrina Monroe e il Corollario Roosevelt non erano di per sé sufficienti a garantire una proficua politica isolazionista. Innanzi tutto, l’espansionismo li portò presto a raggiungere i lidi del Vecchio Mondo: inizialmente i loro interessi si concentrarono nell’Estremo Oriente, in Giappone e, soprattutto, Cina. Nel 1904, Mackinder parlava degli USA come di una «potenza orientale», e tracciava nell’Atlantico il confine tra Occidente (l’Europa) e Oriente22. Già questo era sufficiente per indurre Washington a preoccuparsi degli equilibri eurasiatici. Ma c’era una ragione ulteriore, e persino più importante. Gli USA presero progressivamente coscienza, sulla scorta di quanto era già noto in Gran Bretagna da decenni (e percepito istintivamente da secoli), che l’insularità era presupposto necessario ma non sufficiente per l’isolazionismo. Nemmeno il dominio dei mari era sufficiente, e comunque all’epoca gli USA non lo avevano. Se una nazione o lega avesse raggiunto l’egemonia in Europa, nell’Estremo Oriente o peggio ancora nell’intera Eurasia, essa avrebbe potuto sfidare la talassocrazia nel suo territorio, ossia gli oceani. Una potenza continentale che conquisti l’egemonia sulla terraferma, infatti, acquisisce il carattere dell’insularità (se tutto il continente è unito, esso diviene un’isola in termini geopolitici). A quel punto si tratterebbe d’uno scontro tra due isole, e quella delle due che riuscisse a vincere il controllo dei mari avrebbe vinto anche la guerra.

Corollario dell’isolazionismo, per potenze insulari e talassiche come la Gran Bretagna e gli USA, era dunque l’equilibrio di potenza sul continente. Il continente – sia inteso come Eurasia, sia nel significato ristretto di Europa (che aveva senso allora, quando gli Europei dominavano ancora il mondo) – in quanto frammentato in una pluralità di nazioni, tende naturalmente all’equilibrio. Talvolta, però, quando una potenza acquisisce una superiorità tale da poter puntare all’egemonia, l’isola è costretta a scendere in campo in prima persona per appoggiare chi ancora resiste sul continente. Fu il caso delle Guerre Napoleoniche, quando la Gran Bretagna dovette aiutare le altre potenze europee ad arginare la Francia; e fu il caso della Prima Guerra Mondiale, quando furono gli USA a doversi impegnare in Europa per aiutare Francia, Gran Bretagna e Italia a soffocare l’egemonismo germanico. Wilson, precursore dell’interventismo, avrebbe voluto dare agli USA un ruolo politico permanente in Europa e nel mondo; ma vinta la guerra e ristabilito l’equilibrio, i suoi connazionali preferirono il ritorno all’isolazionismo.

La politica estera degli USA negli anni ’20 chiarisce alla perfezione il carattere dell’isolazionismo statunitense. Washington rifiutò d’impegnarsi politicamente in Europa, ma affermò il proprio ruolo politico e finanziario: un ruolo discreto e poco appariscente, ma che le permise di tirare le fila della politica europea per un decennio23. Le banche statunitensi contribuirono alla stabilizzazione monetaria di molti paesi europei (Mussolini stesso fu aiutato da prestiti d’Oltreoceano a raggiungere “quota 90” nel cambio lira-sterlina24) e, quando la tensione tra Francia e Germania raggiunse il culmine (occupazione della Ruhr), furono sempre gli Statunitensi ad elaborare una via d’uscita, il Piano Dawes del 1924, che non a caso prende il nome da un finanziere nordamericano. Emblematica l’estraneità degli USA, l’anno seguente, dal Patto di Locarno, che in fondo altro non fu che la conseguenza politica all’accordo economico del Piano Dawes.

Insomma: l’isolazionismo statunitense non assomigliò in nulla alla chiusura ed all’introversione del Sakoku giapponese. L’isolazionismo degli USA fu invero molto estroverso.

La svolta egemonista

Gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale segnarono il passaggio degli USA dal tradizionale isolazionismo a quello che potremmo chiamare “interventismo”. L’ingresso nel conflitto da parte di Washington seguì le stesse logiche del 1917, ossia garantire l’equilibrio di potenza continentale nei confronti d’un tentativo egemonico. L’unica differenza significativa è che, nel 1941, i tentativi egemonici con cui confrontarsi erano due: della Germania in Europa e del Giappone in Asia. Ciò non toglie che, come nel primo dopoguerra, nel 1945 gli USA avrebbero potuto volgersi nuovamente all’isolazionismo; ma questa volta non accadde. Si possono trovare almeno tre spiegazioni valide per questo cambio di rotta.

La prima, proposta da John Lewis Gaddis, è il trauma di Pearl Harbour: l’attacco giapponese aveva mutato la percezione della sicurezza da parte degli Statunitensi. L’isolazionismo aveva fallito, o almeno così si pensava, perché alla fine gli USA si erano ritrovati di nuovo invischiati in una guerra mondiale, e molto più sanguinosa della prima. Il wilsonismo aveva avuto la sua rivincita: gli Statunitensi decisero che solo un impegno stabile e permanente nel continente eurasiatico li avrebbe protetti da una nuova guerra. Gaddis arriva di conseguenza ad individuare in «Pearl Harbour l’evento fondante dell’impero americano»25. È probabile che ciò abbia pesato nell’immediato, ma passata l’emozione del momento i dirigenti degli USA dovettero percepire il problema in maniera più distaccata ed oggettiva. I traumi bellici patiti dal loro paese erano decisamente minori rispetto a quelli d’ogni altro rilevante protagonista delle due guerre mondiali: le perdite umane e materiali della federazione nordamericana non sono neppure paragonabili a quelle di Germania e Russia, e ben lontane pure da quelle di Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia26. Il territorio degli USA fu l’unico, tra quelli dei grandi contendenti, ad essere completamente risparmiato dalle distruzioni della guerra (all’epoca le Hawaii non erano uno Stato federato bensì un «Territorio», ossia una colonia). Inoltre, la strategia isolazionista del primo dopoguerra – col suo carattere di disimpegno politico ma impegno economico-finanziario – si era dimostrata efficace finché fu applicata, ossia fino al 1929. Fu la crisi del ’29 a spingere Washington, ed in particolare Franklin Delano Roosevelt, al disimpegno dalla guida economico-finanziaria del mondo; e fu tale disimpegno, e non l’isolazionismo attivo precedentemente seguito, a rendere possibile lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ciò ci porta ad indagare sulle altre possibili spiegazioni.

La seconda possibile è il declino della Gran Bretagna. Grazie alla comunanza d’interessi strategici ed alle affinità etno-culturali, gli USA si erano adattati alla talassocrazia britannica. Essa ricopriva un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio sul continente eurasiatico: tant’è vero che in entrambi i conflitti mondiali Londra anticipò d’alcuni anni la discesa in campo di Washington. Le due guerre, però, consumarono le risorse britanniche e portarono al crollo dell’Impero. Gli USA, anche per un’atavica ostilità verso l’imperialismo britannico, accolsero con soddisfazione la caduta della progenitrice dallo scranno di grande potenza mondiale; ma ciò imponeva loro di caricarsi in prima persona di quell’onere talassocratico fino ad allora sopportato da Londra. Questo implicava certo un maggiore interventismo, ma non comportava di per sé la scelta d’una strategia egemonista. L’isolazionismo era compatibile con una certa misura d’ulteriore impegno.

La terza spiegazione risiede nella presenza dell’Unione Sovietica. Alla fine della Prima Guerra Mondiale in Europa non c’era più uno squilibrio che richiedesse la presenza permanente degli USA. Alla fine della Seconda, però, uno Stato semi-continentale, ammantato di fascino ideologico e dotato d’un poderoso strumento militare, controllava mezza Europa. L’equilibrio, nel 1945, non c’era. Eppure, gli USA avevano i mezzi per ricrearlo e, quindi, ritornare al loro isolazionismo. Per alcuni anni la tentazione fu presente a Washington. George Frost Kennan propose di ricostituire una Germania unita, armata e neutrale27. Essa sarebbe stata al di fuori del controllo statunitense, ma avrebbe controbilanciato l’URSS in Europa. Il piano di Kennan fu rifiutato, ma venne bocciato anche quello di Morgenthau per la deindustrializzazione tedesca. Il Piano Marshall rappresentò una via di mezzo: l’Europa fu rivitalizzata ed armata, ma sotto il controllo e la tutela degli USA. Eppure, ancora negli anni ’50, il presidente Eisenhower appoggiò la (fallita) creazione della CED, ossia di un autonomo dispositivo militare europeo: qualcosa che oggi sarebbe fortemente temuto dagli strateghi di Washington. Lo stesso Eisenhower pensò d’impiegare i nazionalisti arabi per contenere il comunismo. Addirittura negli anni ’70, dovendo fare i conti con l’indebolimento causato dalla Guerra del Vietnam, Nixon e Kissinger puntarono sull’impiego di potenze intermedie (tra cui la Cina) per tenere a bada l’URSS.

Il fatto è che gli USA ebbero la possibilità di scegliere. Avrebbero potuto tornare all’isolazionismo ed alla politica di equilibrio in Eurasia, limitandosi ad un’egemonia di tipo economico-finanziaria. L’edificio costruito dalla Conferenza di Bretton Woods serviva egregiamente a quello scopo; meglio di quanto aveva fatto il gold exchange standard nel primo dopoguerra. Di fronte al rifiuto sovietico – tra l’altro non immediato – a subordinarsi all’ordine economico a guida statunitense, Washington decise d’abbandonare l’isolazionismo e puntare sul wilsonismo.

L’interventismo wilsonista proiettava la politica estera statunitense in una nuova dimensione; una dimensione in cui gli USA s’impegnavano in maniera diretta e permanente nel continente eurasiatico (Dottrina Truman). L’egemonia è per la strategia interventista ciò che l’equilibrio è per l’isolazionismo. Le implicazioni erano due: la rinuncia a molti dei vantaggi dell’insularità; la ricerca d’un dominio a tutto tondo, non più solo economico e finanziario ma anche politico, militare e culturale: in altre parole, un’egemonia imperiale. La necessità di garantire militarmente grosse fette del continente eurasiatico, dislocandovi a mo’ di guarnigione intere divisioni, flotte e squadriglie, significava perdere quella possibilità di scegliere il momento in cui impegnarsi in guerra e di contenere le spese militari, che erano due vantaggi tipici dell’insularità28. Imponendo la propria egemonia sull’Europa Occidentale, la Corea del Sud, alcuni paesi del Sud-est asiatico e del Vicino Oriente, gli USA sono sbarcati in Eurasia e sono divenuti, gioco forza, una potenza continentale.

Un simile impegno richiede un immenso consumo di risorse. Gli USA erano riusciti a rilevare la Gran Bretagna nella sua posizione di talassocrazia sfruttando le maggiori risorse della base territoriale di cui disponevano. Mackinder aveva visto giusto nel prevedere il declino britannico, di fronte a potenze dalle dimensioni semi-continentali che disponevano dunque d’una base territoriale assai più ampia per creare una forza navale. Ma il tentativo d’egemonizzare tutto il Rimland eurasiatico e, dopo il crollo dell’URSS, tutto il continente – in altre parole, di creare un impero globale – si è rivelato troppo persino per le risorse statunitensi. Washington è incorsa nella trappola della sovra-estensione (“over-stretching29) ed è cominciato il suo declino.

Ancora una volta, i dirigenti statunitensi hanno avuto di fronte a sé una scelta ben precisa. Evitare il declino tornando alla strategia isolazionista, oppure esorcizzarlo aggrappandosi con le unghie alla parziale egemonia ottenuta. Come noto, stanno optando per questa seconda soluzione. Tuttavia, vista l’insufficienza delle risorse, gli USA non hanno potuto mantenere un predominio a tutto campo. Mentre il declino industriale, economico, finanziario e culturale si fa ogni giorno più evidente, Washington ha giocato tutte le sue carte nell’unico campo in cui la supremazia statunitense sembra ancora in grado di reggere: quello militare. Il militarismo è una patologia tipica degl’imperi in declino. Dalla fine del II secolo dopo Cristo, nell’Impero Romano l’esercito assunse progressivamente il controllo d’ogni aspetto della società. Non solo i militari monopolizzarono la carica imperiale, ma l’economia fu ridisegnata in funzione esclusiva delle esigenze difensive: si arrivò al punto di fissare per legge l’ereditarietà di quei mestieri importanti per l’esercito. L’URSS stessa cercò di reggere la competizione con gli USA concentrandosi sempre più sulle forze armate. La storia ha insegnato come la militarizzazione d’un impero sia in genere il preludio alla sua caduta. Gli Stati Uniti d’America faranno forse eccezione?

Note:

1 Cfr. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, pp. 10-24. Comunemente si assegna il rango di “superpotenza” anche all’Unione Sovietica, ma pure chi lo fa è costretto ad ammettere il netto divario che intercorreva tra le due (magari distinguendo tra una «prima e vera» e «l’altra» superpotenza, come fa Guido Formigoni, La politica internazionale nel Novecento, il Mulino, Bologna, pp. 187-191).

2 Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, Bologna, p. 388.

3 Ibidem, p. 391.

4 Alfred Thayer Mahan, The Influence of Sea Power upon History, 1660-1783, Little, Brown and Company, Boston 1890, Chapter 1.

5 Come sostenne invece John Robert Seeley, The Expansion of England. Two Courses of Lectures, Roberts Brothers, Boston. La sua affermazione, divenuta proverbiale, suona esattamente così: «We seem, as it were, to have conquered and peopled half the world in a fit of absence of mind», e si trova a pagina 8 dell’opera. Inserendola nel suo contesto, si comprende che l’intenzione di Seeley nell’enunciare tale frase non era tanto quella di fare un’apologia dell’imperialismo britannico (cosa che comunque fece, ed apertamente, nel resto del suo libro), quanto di sottolineare come l’estensione del dominio inglese non si accompagnò ad un significativo mutamento di Weltanschauung o ad uno spostamento dell’attenzione verso l’estero: mentre conquistavano il mondo, gl’Inglesi rimasero profondamente concentrati sulla loro piccola isola.

6 Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 18-20.

7 Cfr. Ibidem, pp. 25-26 e C.M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, cit., pp. 395-396.

8 Cfr. Wolfgang Reinhard, Storia del colonialismo, Einaudi, Torino 2002, p. 76.

9 Cfr. Romolo Gobbi, America contro Europa. L’antieuropeismo degli americani dalle origini ai giorni nostri, M&B, Milano 2002.

10 Cfr. N. Ferguson, Impero, cit., pp. 65-66.

11 Cfr. W. Reinhard, Storia del colonialismo, pp. 104-109.

12 Cfr. Geoffrey Parker, La rivoluzione militare, il Mulino, Bologna 19992, pp. 215-216.

13 N. Ferguson, Impero, pp. 84-85.

14 W. Reinhard, Storia del colonialismo, cit., p. 124.

15 L’ingresso in guerra della Francia avvenne nel 1778, ma già dal 1776 Parigi riforniva di armi, munizioni e provvigioni varie i ribelli nordamericani.

16 Cfr. N. Ferguson, Impero, p. 92.

17 Cfr. Guido Abbattista, La rivoluzione americana, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 57-64.

18 Vedi Frederick Jackson Turner, “The Significance of the Frontier in American History”, “Proceedings of the State Historical Society of Wisconsin”, December 14, 1893.

19 La “fine della frontiera” di Turner è stata paragonata alla fine della “epoca colombiana” proclamata, più o meno negli stessi anni, dal geografo britannico Halford John Mackinder: entrambe sono viste come “teorie dello spazio chiuso”. Si vedano: John Malin, “Space and History: Reflections on the Closed-Space Doctrines of Turner and Mackinder and the Challenge of Those Ideas by the Air Age”, “Agricultural History”, vol. 18, Part 1: no. 2 (Apr. 1944), pp. 65-74, Part 2: no. 3 (July 1944), pp. 107-126; Arthur Butler Dugan, “Mackinder and his Critics Reconsidered”, “The Journal of Politics”, vol. 24, no. 2 (May 1962), pp. 241-257; Gerry Kearns, “Closed Space and Political Practice: Frederick Jackson Turner and Halford Mackinder”, “Environment and Planning D: Society and Space”, 2:1 (1984), pp. 23-24.

20 All’indipendenza, gli USA superavano di poco i 2 milioni di abitanti. Alla vigilia della Guerra di Secessione si era già passata quota 30 milioni, e nel 1900 quota 75 milioni. In 130 anni gli abitanti degli USA erano aumentati di oltre 35 volte, passando da circa lo 0,2% a più del 4,6% della popolazione mondiale.

21 Walter LaFaber, The Cambridge History of American Foreign Relations, Vol. II: The American Search for Opportunity, 1865-1913, Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1993.

22 Halford John Mackinder, “The Geographical Pivot of History”, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (Apr. 1904), pp. 421-437.

23 Cfr. G. Formigoni, La politica internazionale nel Novecento, cit., pp. 145-147. In alternativa al termine “isolazionismo”, giudicato improprio per definire la politica statunitense dell’epoca, è stato proposto quello di «internazionalismo politicamente disimpegnato» (Frank Ninkovich, The Wilsonian Century. U.S. Foreign Policy since 1900, University of Chicago Press, Chicago 1999, p. 81).

24 Cfr. Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone, “La collocazione internazionale dell’economia italiana” in Richard J.B. Bosworth e Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, il Mulino, Bologna 1991, pp. 147-196.

25 John Lewis Gaddis (a cura di Raffaele D’Agata), La guerra fredda: rivelazioni e riflessioni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 81-84.

26 Nel complesso dei due conflitti mondiali, e considerando soltanto i morti e non i feriti, gli USA persero circa 550.000 persone, quasi tutti militari. I dati corrispondenti (si tratta di stime meno precise, perché implicano una quota assai maggiore di civili) per le altre grandi potenze sono: Russia/URSS 27 milioni, Germania 9-10 milioni, Impero Britannico (inclusi i dominions e le colonie) 4-5 milioni, Giappone 2,7 milioni, Francia 2,3 milioni, Italia 1,8 milioni. Uno sbilanciamento ancora maggiore lo si rileverebbe computando le perdite materiali. Cfr. Daniele Scalea, La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali, Fuoco, Roma 2010, pp. 32-33.

27 Cfr. J.L. Gaddis, La guerra fredda, cit., pp. 240-242.

28 Alla fine dell’Ottocento, a Londra costava relativamente poco mantenere un impero che controllava un quarto della superficie e della popolazione mondiali (cfr. N. Ferguson, Impero, cit., pp. 205-207).

29 Cfr. Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers, Random House, New York 1987, pp. 438-439.

L’importanza della Russia per l’Italia

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 2/2010

 

Dieci secoli d’indifferenza

Nel 1472 il gran principe Ivan III di Mosca, futuro gosudar’ (sovrano) di tutta la Russia, sposò una principessa bizantina, Sofia (già Zoe) Paleologa, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore romano d’Oriente caduto diciannove anni prima sulle mura di Costantinopoli assaltata dai Turchi. Per l’occasione, Ivan III adottò l’aquila bicipite bizantina ed il cerimoniale di corte imperiale, nonché il titolo di zar (car’ secondo la corrente traslitterazione) – ossia “cesare”, retaggio dei primordi imperiali di Roma tramandatosi di successione in successione fino all’epilogo del 1453. Non sorprende che negli stessi anni si diffondessero in Russia la leggenda della discendenza dei principi moscoviti dagl’imperatori romani e la dottrina della “Terza Roma” – Mosca appunto – successore dell’originale e della Seconda Roma bizantina1.

Secondo la leggenda Ottaviano Augusto avrebbe, in tarda età, spartito fra i parenti l’Impero (all’epoca in cui tale storia fu ideata era normale considerare lo Stato proprietà del sovrano, sicché tale concezione veniva trasposta anche all’epoca classica) ponendo un suo fratello, di nome Prus, a capo delle rive della Vistola. Da Prus sarebbe disceso, dopo quattordici generazioni, Rjurik, il vichingo iniziatore della dinastia rjurikide cui apparteneva Ivan III. La dottrina della Terza Roma, nata nel XV secolo, avrebbe però trovato una compiuta formulazione solo cinque anni dopo la morte di Ivan III il Grande, quando nel 1510 l’abate Filofej scrisse allo zar Basilio III una lettera contenente la celebre frase: «Due Rome sono cadute, ma la terza è in piedi e non ve ne sarà una quarta»2.

Pochi anni dopo il suo matrimonio con Sofia, Ivan III inviò un proprio agente a Venezia, con lo scopo d’invitare a Mosca architetti ed altri luminari italiani: tra coloro che accettarono v’erano Aristotile Fieravanti, Aloisio da Milano, Marco Ruffo e Pietro Antonio Solario. Fieravanti costruì in pochi anni la Cattedrale dell’Annunciazione. Ruffo, Solario ed altri architetti italiani misero mano al Cremlino, edificandovi il Palazzo delle Faccette e varie torri. Si trattava solo di un’avanguardia, poiché l’apporto italiano all’architettura russa fu costante per secoli. Su questo tema esistono eccellenti monografie3, qui ci limiteremo a citare pochi altri esempi, come Bartolomeo Francesco Rastrelli (1700-1771), autore del Palazzo d’Inverno, dell’Istituto Smol’nyi a San Pietroburgo e del Palazzo di Carskoe Selo (oggi Puškin), e Giacomo Quarenghi (1744-1817), cui si deve il Teatro dell’Hermitage (San Pietroburgo).

Malgrado tali significative relazioni culturali – a dire il vero piuttosto unidirezionali – per molti secoli quelle politiche non furono altrettanto notevoli, se si eccettuano i rapporti tra la Roma papale e la Mosca ortodossa, di tenore precipuamente religioso e non certo idilliaci. Il perché dell’assenza di rapporti politici tra Russia e Italia per circa un millennio è facilmente individuabile.

Dal IX secolo all’anno mille la Rus’ di Kiev è uno Stato di collegamento sulla rotta fluviale nord-sud che collega il Baltico al Mar Nero, e non a guarda a ovest. Nel medesimo periodo, il Regno d’Italia d’origine longobarda-carolingia è in piena crisi istituzionale, ed anche a sud il controllo bizantino scricchiola pesantemente lasciando spazio a tentativi secessionisti: non c’è spazio per guardare all’estero, se non per il timore d’invasioni. Dal XIII secolo all’età di Ivan III i principati russi sono posti sotto il tallone dell’Orda d’Oro mongola, e dunque orientati verso est; nello stesso periodo in Italia il fallimento dei tentativi egemonici imperiali portano ad un’estrema disintegrazione politica, soprattutto nel centro-nord del paese: la politica “estera” dei potentati italiani si rivolge principalmente alle città vicine, al massimo alle leghe nazionali di guelfi e ghibellini ed alle potenze vicine che possono intervenirvi militarmente. Quando la Moscovia si sottrae al controllo mongolo e riunifica i territori della Rus’ di Kiev, assurgendo finalmente al rango d’importante paese europeo, in Italia la calata di Carlo VIII inaugura i secoli bui in cui la penisola è campo di battaglia e terra di conquista per le grandi potenze straniere. Nei mille anni che vanno dalla nascita della Rus’ all’età napoleonica, quella della Russia è la storia d’una potenza in ascesa e quella dell’Italia d’una potenza in declino, ma nemmeno Mosca ha in quel periodo la forza per proiettarsi al di fuori del ristretto ambito regionale. Così, mentre l’Italia si concentra sulle lotte intestine, il Cremlino bada alla riunificazione russa non oltre l’Ucraìna e la Bielorussia, sfogando il suo espansionismo soprattutto verso est, nell’esaltante galoppata siberiana dei Cosacchi tra ‘500 e ‘600. In tali condizioni, le due storie nazionali non possono incontrarsi, ma tutt’al più scambiarsi i fuggevoli sguardi culturali che abbiamo in precedenza sommariamente descritto.

L’Italia scopre la Russia

Nella lotta contro la Francia di Napoleone Bonaparte la Russia d’Alessandro I si conquistò il ruolo di grande potenza europea. L’Italia non poteva più ignorarne l’importanza, mentre Mosca poteva benissimo dar poco peso alla nostra ancora debole e divisa penisola: ecco perché l’Italia cominciò a “scoprire” la Russia all’inizio dell’Ottocento, ma ci volle ancora molto tempo perché fosse pienamente ricambiata. Come vedremo, si potrebbe sostenere che Mosca, ancora in periodo sovietico, non avesse completamente scoperto l’Italia.

Tale “scoperta”, per circa un secolo, non fu molto gradita agl’Italiani. La Russia, in virtù del suo ruolo legittimista sancito dalla Santa Alleanza, fu costantemente ostile al processo di riunificazione italiana – benché essa riscuotesse diffuse simpatie tra la sua élite colta. Oltre cinquantamila italiani (per metà settentrionali e per metà meridionali) presero parte alla grandiosa campagna napoleonica di Russia, per lo più inseriti nel IV Corpo agli ordini del vicerè e figlio adottivo dell’Imperatore Eugène de Beauharnais. Questi cinquantamila uomini subirono il tragico destino di quasi tutta la Grande Armée, ma non prima d’essersi coperti di gloria a Borodino.

Nel 1849 i Russi concorsero alla sconfitta dei moti del Quarantotto invadendo l’Ungheria di Kossuth; aiutandovi gli Asburgo, indirettamente ne favorirono l’azione in Italia, anche se a dire la verità nella penisola, al tempo della campagna d’Ungheria, la rivoluzione era già agonizzante.

Pochi anni dopo gli Asburgo, dando un formidabile sfoggio d’irriconoscenza, si schierarono contro i Romanov nell’area balcanica. Ciò avrebbe potuto fare dell’Impero Russo un possibile alleato del Risorgimento italiano, in virtù della comune inimicizia per gli Austriaci, ma la distanza geografica, l’isolamento diplomatico di Mosca e la scarna storia dei rapporti diplomatici tra i due paesi spinsero il Conte di Cavour a non prendere neppure in considerazione quest’ipotesi, per volgersi invece decisamente verso Londra e Parigi. Nel 1855, pur contro il parere dell’opinione pubblica e del suo stesso Gabinetto, il Conte di Cavour scelse di rispondere positivamente alle richieste delle due potenze occidentali, inviando reparti piemontesi a combattere in Crimea contro la Russia e, dunque, a favore di Vienna che, seppur solo diplomaticamente, appoggiava l’intervento. Anche se la Guerra di Crimea è generalmente descritta come un “capolavoro diplomatico” del Conte di Cavour – che ottenne così di fare della questione italiana un problema di politica internazionale, e non più d’ordine pubblico – lo storico britannico Denis Mack Smith ha avanzato diversi dubbi, sostenendo che la decisione dell’intervento era stata forzata da Vittorio Emanuele II e che al Congresso di Parigi «i risultati furono deludenti», tanto che il Conte di Cavour sperò di «trovare un alleato nella sconfitta Russia»4.

In realtà l’Italia continuò a guardare alle potenze occidentali, ed anzi dopo l’Unità – quando gli appetiti del nostro paese si volsero verso i Balcani – la Russia divenne un “competitore” politico. Lo stesso avvicinamento alla Germania derivò anche dalla preoccupazione per il Dreikarserbund russo-tedesco-austriaco, potenzialmente in grado di definire il destino dei Balcani tagliando fuori l’Italia5, e la nascita della Triplice Alleanza coincise grosso modo colla crisi del Patto dei Tre Imperatori. In poche parole, l’Italia entrò nel sistema d’alleanze austro-tedesche in sostituzione della Russia.

Solo all’inizio del ‘900 l’Italia cominciò a scoprire la Russia con occhi nuovi, non più guardandola come una lontana minaccia bensì come una potenziale amica.

La Russia come contrappeso diplomatico

La storia diplomatica dell’Italia è fatta di pesi e contrappesi, d’alleati ed “amici”. Ciò è comprensibile per quella ch’è stata l’ultima delle grandi potenze e che è, dal 1943, solo una media potenza. Roma si è sempre legata ad un alleato potente, sotto la cui ègida potesse condurre la propria politica; nel contempo, per non diventare troppo succube del senior partner, ha cercato d’appoggiarsi ad una seconda potenza, non alleata ma “amica”, di modo che dalla triangolazione potessero sorgere inediti spazi d’autonomia.

Il Risorgimento fu compiuto sotto l’ala protettrice del Secondo Impero Francese, ma le autorità piemontesi ed i patrioti mantennero stretti legami con l’Inghilterra. Senza questo secondo punto di riferimento la storia d’Italia sarebbe alquanto mutata. Napoleone III promosse l’espansione della Corona sabauda nel Norditalia, in funzione anti-asburgica, ma nei suoi disegni strategici esso sarebbe rimasto un semplice Stato satellite della Francia, al pari degli altri due regni italiani che sarebbero dovuti sorgere al Centro e nel Mezzogiorno. Al contrario, gl’Inglesi che non avevano simpatie per gli Austriaci ma ancor più temevano l’espansionismo di Parigi, appoggiarono in maniera discreta ma decisiva l’ulteriore espansione sabauda fino alla creazione dell’Italia unitaria, che sarebbe stata funzionale al contenimento della Francia nel Mediterraneo Occidentale.

Dopo il 1871, con la caduta del Secondo Impero ed il varo d’una repubblica clericale in Francia, Roma dovette forzatamente abbandonare l’alleanza con Parigi e, dopo qualche titubanza forse eccessiva, puntare sull’alleanza con la Germania. L’Inghilterra, che in un primo tempo la diplomazia italiana aveva sperato di poter elevare al ruolo d’alleato di riferimento, rimase una semplice “amica”, continuando dunque a svolgere quel ruolo di contrappeso rispetto all’alleato ufficiale. L’esperienza italiana della Triplice Alleanza si potrebbe paragonare ad un’onda: la marea montò fino a raggiungere il culmine con la presidenza di Crispi; quindi s’infranse sullo scoglio di Adua e cominciò a rifluire.

Fu in questo periodo di riflusso, caratterizzato da una diplomazia aperta, dinamica e parzialmente incoerente da parte dell’Italia – che si divideva ormai tra gli alleati austro-tedeschi e gli “amici” franco-britannici – che Roma strinse i primi accordi formali con la Russia.

Intorno al 1907 Russi e Inglesi raggiunsero un accomodamento concernente le tensioni esistenti in Asia (Persia, Afghanistan ecc.). Essendo divenuta Mosca una “amica” dei nostri “amici”, anche Roma tentò l’approccio e furono stretti dapprima degli accordi commerciali. In occasione della crisi bosniaca del 1908 il ministro degli Esteri Tittoni cercò di forgiare una vera e propria intesa politica austro-italo-russa nei Balcani, ma rimase frustrato soprattutto a causa del deciso intervento di Berlino a sostegno dell’Austria, che rese Vienna particolarmente baldanzosa e Mosca decisamente reticente. L’anno seguente fu però la Russia stessa a prendere l’iniziativa. Il 24 ottobre 1909 lo Zar in visita incontrò il Re d’Italia presso Racconigi: qui il ministro Aleksandr Isvolskij presentò al suo omologo Tittoni una bozza d’accordo già redatta e, per vincere eventuali reticenze italiane motivate dal legame con la Triplice, mostrò anche una copia del Trattato di neutralità austro-russo del 1904, tenuto segreto da Vienna all’alleato italiano, dal momento che contro il nostro paese era palesemente rivolto. Anche il Trattato di Racconigi fu stipulato in segreto, e prevedeva l’impegno di Russia e Italia a mantenere lo status quo nei Balcani e, ove ciò fosse stato impossibile, a favorire la nascita di Stati nazionali anziché l’espansione imperiale di soggetti esterni alla regione (ossia l’Austria-Ungheria). Il Trattato, che fu seguito immediatamente da un altro accordo bilaterale con Vienna (l’Italia continuò ad applicare la politica degli “alleati” e degli “amici”) non era limitato al solo teatro balcanico: Roma acconsentiva ad appoggiare le mire russe sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli in cambio del nulla osta all’occupazione di Cirenaica e Tripolitania. Come scrive Sergio Romano, «la promessa di Racconigi dimostrava che [l’Italia] era pronta ad aumentare il numero dei giocatori per ridurre l’egemonia anglo-francese» nel Mediterraneo6. Per la prima volta, la Russia rientrava nel gioco dei pesi e contrappesi della diplomazia italiana.

Le grandi conflagrazioni belliche rappresentano quasi sempre un evento negativo per le potenze militarmente svantaggiate, ed è questo il caso dell’Italia nel corso di tutta la sua moderna storia unitaria. All’esplodere della Grande Guerra, Roma fu costretta a prendere parte per una delle due coalizioni in guerra – e come prevedibile scelse di schierarsi con quella che possedeva una maggiore capacità di nuocerle7. Il fatto di trovarsi a fianco della Russia, in quest’occasione, fu tutto sommato casuale: l’Italia in realtà s’era schierata con Francesi e Britannici. Certo l’Impero dello Zar sarebbe potuto tornare utile nel dopoguerra, se non avesse autonomamente anticipato il destino delle tre grandi compagini sconfitte, disgregate e brutalizzate dalla vendicativa e rapace politica di Versailles. L’Italia si ritrovò così sola, con tre alleati più forti – Francia, Inghilterra e USA – e nessun “amico” cui appoggiarsi per controbilanciarli. Tanto più che Francesi e Britannici – vuoi anche per l’assenza di minacce immediate, e dunque scarsa necessità di tenersi buona l’Italia – si mostrarono ben poco inclini a concederle, tanto nei Balcani quanto nel Mediterraneo e in Africa, territori o sfere d’influenza che potessero accrescerne la potenza in maniera minacciosa per loro stessi. Wilson, dal canto suo, aveva in forte antipatia la diplomazia italiana, e fu un ulteriore ostacolo più che un aiuto: dopo di lui gli USA scelsero l’isolamento politico, e Roma rimase sola, Cenerentola tra due sorellastre maligne e molto più forti di lei, ben disposte a mantenerla come junior partner della triade (in funzione di contenimento della Germania e del comunismo) – ma ben decise a mantenerla tale e nulla più. Si può dunque interpretare anche il riconoscimento dell’URSS compiuto ufficialmente da Mussolini il 7 febbraio 1924 (tra i primi governi europei a farlo) alla luce dello schema fin qui descritto. In assenza della Germania, l’Unione Sovietica era allora vista come “l’amico” in grado di fungere da contrappeso agli alleati8. La cosa non durò a lungo, dapprima per le titubanze di Mussolini a schierarsi troppo nettamente contro le “demoplutocrazie occidentali”, ed in seguito per il ritorno in grande stile sulla scena internazionale della Germania, che divenne il nuovo punto di riferimento della sua politica estera. Addirittura, nel corso della Seconda Guerra Mondiale Mussolini mandò per la terza volta – dopo Napoleone e Cavour – soldati italiani a combattere contro la Russia; e come le due volte precedenti, gl’Italiani non seguivano propri interessi geopolitici nel fare ciò, ma s’affidavano all’alleato di riferimento che decideva e conduceva la guerra. È ben noto che Hitler non si consultò neppure con Mussolini prima di sferrare la “Operazione Barbarossa”, che risultò sì decisiva per le sorti della guerra, ma non nel senso che il Führer si augurava ed attendeva.

Dopo la sconfitta, ancor prima che fosse conclusa la guerra, era chiara a tutti l’importanza che l’Unione Sovietica acquistava nella politica internazionale, e quella che potenzialmente poteva avere nella politica estera italiana.

Il Regno d’Italia, nel corso del conflitto, era soggetto ad una Commissione di controllo anglo-americana. Renato Prunas, abile e spregiudicato segretario generale del Ministero degli Esteri (ministro de facto, essendo il titolare del dicastero prigioniero dei Tedeschi), decise con Badoglio d’aumentare le proprie capacità negoziali coinvolgendo nella partita anche l’URSS: nell’inverno 1943-44 condusse trattative con Andrej Vyšinskij che portarono in marzo all’avvio di regolari relazioni diplomatiche tra Regno d’Italia e URSS. Il problema è che Mosca, all’epoca, non aveva ancora “scoperto” l’Italia quale elemento geopolitico funzionale alla sua azione diplomatica e, come vedremo, questo stato di cose perdurò nei decenni seguenti, pregiudicando i tentativi d’approccio italiano; a ciò s’aggiunga che, in ogni caso, essendo l’Italia nella sfera d’influenza occidentale, i Sovietici ritenevano che ad agirvi avrebbe dovuto essere non la loro diplomazia, bensì il locale partito comunista9. In quest’occasione il Cremlino, che dall’accordo s’attendeva solo di lanciare un messaggio agli Anglo-americani, trattò poi con estrema freddezza l’ambasciatore italiano a Mosca, Pietro Quaroni.

La diplomazia di Roma ricevette di lì a poco una seconda doccia fredda da parte dei Sovietici. Nel Dopoguerra ampi settori della politica e della diplomazia italiana nutrivano forti perplessità sulla scelta atlantista patrocinata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal suo ministro degli Esteri Carlo Sforza. In particolare Manlio Brosio, esperto uomo politico liberale che alla fine del 1946 aveva rimpiazzato Quaroni al ruolo d’ambasciatore a Mosca, perorava la scelta neutralista, sperando che l’Italia avrebbe potuto giovarsi d’una nuova “politica del peso determinante”: come una bella donna che tiene sulle spine i pretendenti alla sua mano, ottenendo così ancor più attenzioni e galanterie dai corteggiatori, Roma avrebbe dovuto rimanere in bilico tra i due schieramenti e godere nel frattempo dei frutti derivanti da una tale posizione privilegiata. In realtà, essa si dimostrò impraticabile perché i Sovietici furono i primi a dare per scontato che l’Italia avrebbe dovuto far parte della sfera d’influenza statunitense: mostrarono perciò disinteresse per il progetto di Brosio, decisi com’erano a condurre con l’Italia una “diplomazia popolare” tramite il PCI10. Brosio, cozzato contro il muro d’indifferenza sovietica, finì col convertirsi all’atlantismo, tanto da divenire segretario generale della NATO tra il 1964 e il 1971.

Non di meno, l’idea d’instaurare rapporti amichevoli con l’URSS per sfruttarla quale contrappeso all’invadente e potentissimo alleato nordamericano ed ottenere così inediti spazi d’azione autonoma (nel Mediterraneo in particolare) rimase una presenza costante nella classe dirigente italiana. A portare avanti tale progetto fu l’ala cosiddetta “neoatlantista”, opposta a quella degli “atlantisti ortodossi”. All’inizio del 1956 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ingaggiò una serie di colloqui con l’ambasciatore sovietico Bogomolov sulla possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione tedesca, proponendo l’unione confederale delle due Germanie e la loro neutralizzazione ventennale. I Sovietici si dissero interessati, ma intervennero gli atlantisti Segni e Martino – rispettivamente presidente del Consiglio e ministro degli Esteri – a bloccare, in questa come in altre occasioni, la diplomazia presidenziale. Una soluzione come quella prospettata da Gronchi dispiaceva ovviamente a Washington, che nel 1954 aveva incluso la Germania Ovest nella NATO avviandone il riarmo in funzione antisovietica (fu come risposta a tale atto che, nel 1955, si costituì il Patto di Varsavia). Nel febbraio 1960 Gronchi si recò in visita a Mosca, sperando di riallacciare il discorso sulla questione tedesca e sul complesso dei rapporti tra i due blocchi ma, con sua grande sorpresa, durante un ricevimento all’ambasciata si ritrovò pubblicamente provocato da Nikita Chruščëv, in un’ennesima dimostrazione di quanto poco i Sovietici tenessero in considerazione la diplomazia italiana. Chruščëv, dando sfoggio di poco tatto, biasimò gl’Italiani per la «criminale azione» d’un decennio prima e confrontò le conquiste scientifiche dell’URSS (lo Sputnik era appena arrivato sulla Luna) con la disoccupazione del nostro «Stato borghese». Meglio andò al presidente del Consiglio Amintore Fanfani nell’agosto 1961, quando a sua volta si recò in visita a Mosca; tuttavia, il ruolo dell’Italia come possibile mediatrice tra USA e URSS non fu ancora riconosciuto da Chruščëv, tanto che – mentre Fanfani stava rientrando in patria – la questione tedesca fu bruscamente risolta colla costruzione del muro di Berlino. Di fatto, da allora a Roma si rinunciò a cercare attivamente l’amicizia di Mosca, concentrando le aspettative d’autonomia sul teatro mediterraneo e rendendo accetta agli USA simile libertà d’azione proprio mostrando una forte fedeltà a Washington nel confronto con l’URSS.

La fine della contrapposizione bipolare ha però messo in crisi la politica estera italiana: senza un nemico europeo degli USA, non c’è più possibilità di valorizzare il proprio apporto all’alleanza. La soluzione non può che essere quella già adottata in passato: cercare di controbilanciare il troppo potente alleato con un “amico” di peso. La rinascita della Federazione Russa dall’avvento di Putin al potere indica chiaramente la via alla diplomazia italiana più consapevole del ruolo geopolitico del nostro paese. I rapporti molto cordiali instaurati con Mosca dall’attuale governo italiano fanno ben sperare che quest’esigenza sia stata compresa.

La Russia come fornitore energetico

Non possiamo esimerci dal notare che la visita italiana di maggior successo nella Russia comunista, a dispetto di Gronchi e Fanfani, fu quella di Enrico Mattei. Nel novembre 1957 il dirigente dell’ENI firmò i primi accordi con Mosca per l’importazione in Italia di petrolio sovietico, in cambio di attrezzature per l’estrazione e il trasporto del greggio.

Negli anni ’70, dopo la brusca impennata del prezzo del petrolio decisa dall’OPEC, il governo italiano cercò di contenere lo choc aumentando l’uso di gas naturale nel consumo energetico della nazione. L’URSS, assieme alla Libia e all’Algeria, divenne perciò un interlocutore privilegiato, e si rafforzarono gli accordi già in essere dai tempi di Mattei.

Nell’Unione Europea l’Italia, con un consumo energetico lordo11 pari a 186,1 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, (mtpe) è dietro solo a Germania (349), Francia (273,1) e Regno Unito (229,5). In termini di importazioni nette12, l’Italia scavalca i due paesi occidentali con 164,6 mtpe e s’avvicina anche alla Germania (215,5). Nella graduatoria relativa alla dipendenza energetica, ossia al rapporto tra importazioni e consumo lordo, l’Italia con un risultato del 86,8% balza davanti a tutti gli altri grandi paesi europei, come Spagna (81,4%), Germania (61,3%), Francia (51,4%) e Gran Bretagna (21,3%), trovando davanti a sé solo piccoli paesi come Cipro, Malta e Lussemburgo (la cui dipendenza è totale) e l’Irlanda (90,9%)13. Va notato inoltre che il dato della dipendenza è in aumento: nel 2004 era del 84,5%14. Benché l’Italia sia il quindicesimo consumatore d’energia al mondo, è il nono maggiore importatore della stessa. Petrolio e gas naturale dominano la fornitura di energia primaria in Italia, e di conseguenza anche il quadro delle sue importazioni (assieme assommano all’85% di quelle totali): il nostro paese è il settimo maggiore importatore netto al mondo di petrolio, ed il quarto di gas naturale15.

In quest’ottica la Russia, maggiore fornitore energetico, diviene fondamentale nella geopolitica italiana. Roma ha la necessità di mantenere cordiali rapporti commerciali con Mosca e di tutelare le rotte di transito degl’idrocarburi russi verso il nostro paese: in quest’ottica si spiega la scelta dell’ENI di collaborare con Gazprom a tutto campo, ed in particolare alla realizzazione del gasdotto South Stream, che scavalca l’instabile Europa Orientale. Questo fattore si somma alla necessità d’un contrappeso diplomatico nell’indicare, senz’ombra alcuna di dubbio, nella Russia uno dei necessari pilastri della politica estera italiana nel XXI secolo.

 

Note:

1) Cfr. Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano 200310, pp. 113-114.

2) Ibidem, p. 132.

3) Vedi ad esempio Ettore Lo Gatto, Gli artisti italiani in Russia, 3 voll., Ministero degli Affari Esteri, Roma 1934-1943.

4) Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, il Giornale, Milano 1999, pp. 296-297.

5) Essenziale su questo tema Brunello Vigezzi, L’Italia dopo l’Unità: liberalismo e politica estera in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica, Unicopli, Milano 1997, pp. 1-54.

6) Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Rizzoli, Milano 20062, p. 20.

7) Cfr. Marcello de Cecco, Gian Giacomo Migone, La collocazione internazionale dell’economia italiana, in Richard J.B. Bosworth, Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, Mulino, Bologna 1991, pp. 147-196.

8) Vanno parzialmente in questo senso le considerazioni di Michele Rallo, Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924, Settimo Sigillo, Roma 2007. Si veda anche Manfredi Martelli, Mussolini e la Russia, Mursia, Milano 2007.

9) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 26-27.

10) Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana, cit., pp. 68-69.

11) Ossia: produzione primaria + importazioni – esportazioni.

12) Importazioni al netto delle esportazioni.

13) Tutti questi dati dal Europe’s Energy Portal: <http://www.energy.eu/&gt;.

14) <http://ec.europa.eu/energy/energy_policy/doc/factsheets/country/it/mix_it_it.pdf>.

15) <http://tonto.eia.doe.gov/country/country_energy_data.cfm?fips=IT>.

L’Africa nella politica estera italiana

Originariamente pubblicato in Eurasia, n. 3/2009

 

Le due Afriche

Volendo descrivere ed analizzare la politica estera dell’Italia in relazione all’Africa (e, più in generale, il rapporto storicamente intercorrente tra la nostra penisola ed il continente nero) si dovrà inizialmente affrontare una questione preliminare, ossia la definizione di “Africa”.

Il riferimento, ovviamente, non è alla definizione geografica. Essa è lineare e piana, non essendoci il bisogno di trovare confini arbitrari, come ad esempio per separare l’Europa dall’Asia. L’Africa è quel continente collegato alla massa eurasiatica dalla sola penisola del Sinai. Ma dal punto di vista storico, geopolitico ed etnico, esistono almeno due Afriche, separate tra loro dal grande deserto sahariano. A nord del Sahara v’è la fascia costiera mediterranea, di popolamento semita, abitata da arabi e berberi arabizzati; a sud l’Africa nera o subsahariana, che dalle coste oceaniche all’entroterra profondo e spesso inospitale è abitato da genti di razza negroide. Abbiamo scritto “almeno” due Afriche, perché in realtà se ne potrebbe individuare una terza, una sorta di zona di transizione tra le altre due: l’Africa Nord-Orientale. L’Egitto è una terra d’antichissima cultura, difficile da ridurre ad una semplice parte costituente del Màghreb: non è un caso che la sua inclusione o esclusione dal “occidente musulmano” (il “Màghreb” per l’appunto) sia controversa. La città d’Alessandria e la penisola del Sinai mantengono, ormai da millenni, l’Egitto strettamente legato al Levante ed al Medio Oriente: molto più di quanto lo sia con la penisola italiana ed il Mediterraneo Occidentale, naturale punto di riferimento per il resto del Nordafrica. Seguendo la fertile striscia di terra che, al seguito del Nilo, fende i deserti, la civiltà egiziana s’addentra nella Nubia, dov’è oggi lo Stato del Sudan, ad oriente del quale s’estende il Corno d’Africa, regione che attraverso il Mar Rosso si collega alla penisola arabica e, controllando il Bab el Mandeb ed il Golfo di Aden, controlla in ultima istanza anche un’uscita del Mar Mediterraneo. Geopoliticamente, valle del Nilo e Corno d’Africa appartengono alla regione mediterranea, che da Gibilterra raggiunge l’Oceano Indiano. Non a caso, il geopolitico britannico Halford Mackinder divise l’Africa, assegnandone una parte all’Inner Crescent ed un’altra al Marginal Crescent, anche se differì dalle nostre considerazioni su Sudan e Corno d’Africa, vedendo invece una fascia desertica ininterrotta che va dal Sahara alla Penisola Arabica, ed isola completamente l’Africa Nera. A parte questo, ci sentiamo di sottoscrivere la sua affermazione per cui «il confine meridionale dell’Europa era ed è il Sahara, non il Mediterraneo, poiché è il deserto a dividere l’uomo bianco dal nero»1. Forse i residui pregiudizi d’età vittoriana impedirono a Mackinder d’accorgersi che la separazione tra europoidi e negroidi non era così netta, ma che esisteva un’ampia fascia di transizione che è, appunto, quella nilo-etiopica da noi individuata; sicché se il Nordafrica è un po’ Europa, come fa intendere Mackinder, potremmo dire che anche l’Europa Meridionale è un po’ Africa.

L’Italia è in Africa

Nel corso di tutta la sua storia, dall’Antichità ad oggi, l’Italia è sempre stata legata profondamente a quest’Africa settentrionale, mediterranea, “europea”. Per certi versi, ne ha fatto o ne fa tuttora parte. Certamente vi sono stati alti e bassi, ma il filo teso tra le due sponde del Mediterraneo non s’è mai completamente spezzato: si possono ignorare i propri vicini, ma non così completamente da dimenticarsi della loro esistenza. Ma se l’Italia ha avuto questo legame profondo con una delle due Afriche, al punto da potere individuarla come sua parte costituente, lo stesso non si può dire nei confronti dell’altra. Per i Romani “Africa” era solo quella settentrionale; poca importanza si dava a cosa vi fosse a sud del Sahara. Le potenze marittime dell’Italia medievale e moderna – su tutte le “città marinare” – puntarono sempre e solo al controllo di posizioni nel Mediterraneo, e mai s’interessarono alle rotte oceaniche. Lo Stato italiano unitario ha sempre imperniato la propria politica estera, oltre che sull’Europa, sul Mediterraneo – nella sua accezione allargata, fino alla Somalia – ignorando completamente l’Africa subsahariana. La spiegazione è in fondo semplice. Costituendo il Sahara un vero e proprio sbarramento sulle vie di terra, l’Africa Nera è stata pertinenza delle potenze marittime oceaniche, le stesse che hanno egemonizzato la corsa alle Americhe ed all’Asia: Spagna, Paesi Bassi, e, rispetto all’Africa subsahariana, soprattutto Portogallo, Francia e Inghilterra. Per tutti questi paesi l’Africa Nera ebbe un ruolo marginale: la sua costa doveva offrire delle basi lungo la rotta per le Indie Orientali, e l’entroterra garantire la fornitura di schiavi. Solo nell’Ottocento inoltrato, col “colonialismo” propriamente detto, le potenze europee oceaniche penetrarono nell’entroterra, e cominciarono a misurare il controllo dell’Africa sulla bilancia degli equilibri mondiali. La Francia e l’Inghilterra, in particolare, tramite i propri possedimenti crearono nel continente vasti imperi, che legavano le due Afriche e, quindi, la lotta per il controllo delle rotte oceaniche e delle risorse extraeuropee a quella per il controllo del Mediterraneo. La Germania pure fu una potenza oceanica, ma arrivò in ritardo alla contesa, per le ben note ragioni: la sua tardiva riunificazione (posteriore anche a quella italiana), e la volontà di Bismarck di non impegnarsi a livello coloniale per meglio mantenere il ruolo egemone ed equilibratore della Germania in Europa. Ma pure una volta che Berlino cominciò la propria espansione coloniale, essa dovette affrontare una grave limitazione “strutturale”: la sua apertura all’oceano era limitata al passaggio obbligato nel Mare del Nord, controllato dall’Inghilterra. Londra poteva, volendo, sbarrarle il collegamento con le colonie – come effettivamente avvenne in occasione della Grande Guerra. La situazione dell’Italia non fu troppo diversa da quella della Germania. L’Italia è immersa nel Mediterraneo, ed il Mediterraneo ha due sole piccole aperture sugli oceani: lo Stretto di Gibilterra ed il passaggio sul lembo di terra, oggi tagliato in canale, di Suez. Una proiezione italiana nell’Africa subsahariana era, oltreché difficoltosa, anche sostanzialmente inutile, finché non ci fosse stato il controllo sul Mediterraneo e le sue uscite. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Africa Orientale Italiana si trovò isolata perché il nemico britannico sbarrava sia Gibilterra sia Suez. Vero che l’A.O.I. rientra nel novero dell’Africa “mediterranea”, così come l’abbiamo definita, ma mancando il controllo dell’Egitto era paragonabile ad una qualsiasi colonia detenuta nell’Africa subsahariana. Ecco, dunque, spiegato perché l’Italia, così vicina all’Africa, abbia concentrato sempre i suoi sforzi su una sola area, lasciando l’altra a paesi che, sulla carta, ne erano più distanti rispetto a lei. Rimane un ultimo nodo da sciogliere: l’unica differenza tra il caso italiano e quelli francese e spagnolo risiede nella disponibilità di sbocchi oceanici per Parigi e Madrid? A nostro parere, non si riduce esclusivamente a quello, ma bisogna guardare anche all’equilibrio interno ai due paesi. La Francia fu costruita intorno a Parigi: la Provenza fu inglobata nel regno settentrionale, alla stregua d’una conquista. La Reconquista spagnola fu condotta dai due regni settentrionali di Castiglia e Aragona contro quelli che, in realtà, erano altri Spagnoli, solo meridionali e musulmani. Spagna e Francia furono costituite per acquisizione del meridione mediterraneo da parte di un settentrione “oceanico”2: esse, al pari di Olanda, Portogallo, Inghilterra e Germania, andarono in Africa. L’Italia, in Africa, c’era già perché ne fa parte.

Africa e Italia nella storia

Prima dell’arrivo degli Indoeuropei (o Arî), databile grosso modo nel II millennio prima del Cristo, la penisola italiana, quella greca, l’Anatolia, il Levante e l’Egitto formavano un’area etnicamente omogenea. Le tante leggende antiche, che riconducono ad eroi greci o anatolici la fondazione di città italiane, testimoniano assieme ai ritrovamenti archeologici di questo stretto legame arcaico. L’arrivo degli Arî, sotto questo punto di vista, non mutò le cose. Le nuove genti indoeuropee si fusero con gl’indigeni, dando vita alle popolazioni italiche ed a quelle italiote (cioè composte da pre-indoeuropei, italici e greci). Roma reputava di discendere da Troia, città anatolica, ed orientò tutta la sua politica al controllo del Mediterraneo. Gl’Italici sentivano maggiore affinità con le popolazioni mediterranee, anche non indoeuropee, piuttosto che con genti schiettamente arie come i Celti o i Germani. Significativamente, uno dei valori centrali della civiltà romana antica, ossia il rispetto della fides (la lealtà) in guerra, veniva attentamente seguito nelle guerre con le altre popolazioni italiche, con le poleis italiote, con gli stessi Cartaginesi d’origine fenicia (e dunque semita), ma non con i Galli, i quali erano percepiti come una popolazione troppo diversa perché si potessero condividere dei princìpi di condotta bellica con loro3. Tuttavia, va qui notato che, malgrado i Romani avessero raggiunto il dominio incontrastato del Mediterraneo, egualmente non sentirono mai il bisogno di portarsi nell’Africa Nera. Possiamo ricondurre ciò al fatto che l’Africa subsahariana fosse una terra povera ed insalubre, mal collegata via terra colle regioni settentrionali, e che perciò aveva poco da offrire all’impero di Roma. Inoltre, la strategia d’espansione di Roma era imperniata sul Mar Mediterraneo, ed adattandosi alla sua forma si sviluppò “orizzontalmente”, estendendosi da est a ovest più che “verticalmente”, da nord a sud. La Gallia superiore e la Britannia furono conquistate per l’ambizione di un solo uomo (Caio Giulio Cesare), l’effimera occupazione della Germania era motivata dalla necessità di accorciare il limes difensivo e l’invasione della Dacia fu una risposta all’aggressione dei Daci stessi; per il resto, gli ultimi tentativi d’espansione romana si svolsero nel Vicino Oriente, verso Armenia e Mesopotamia.

La caduta di Roma e l’arrivo dei Germani, con la di poco successiva espansione musulmana nel Levante e nel Nordafrica, concorsero senz’altro ad allontanare le due sponde del Mediterraneo, ma non riuscirono mai a scindere il legame tra Italia e Africa mediterranea. I ducati longobardi di Spoleto e Benevento prima, l’imperatore Federico II Hohenstaufen poi, fecero ampio uso di mercenari musulmani; la Sicilia fu a lungo un emirato, e quella “occupazione” (è improprio usare questo termine, perché la conquista fu sì condotta da berberi, arabi e spagnoli, ma dopo pochi decenni le forze armate siciliane erano composte quasi interamente da locali, ed in alcune zone animarono una guerriglia ventennale contro l’usurpazione normanna4) coincise col periodo più florido e prospero di tutta la sua storia multi-millenaria. Il Regno di Sicilia, normanno, fu il reame cristiano più impegnato nelle Crociate, e le “repubbliche marinare” fondarono la propria ricchezza sui commerci col Levante bizantino o musulmano.

Semmai, il periodo in cui le due sponde del Mediterraneo furono meno legate coincise con la bassa Età moderna, quando fu massimo l’influsso politico, ideologico ed economico dell’Europa Occidentale e Settentrionale sull’Italia, e quando le nuove rotte transoceaniche avevano diminuito l’importanza dei commerci mediterranei. Il ritorno di fiamma coll’Africa mediterranea sarebbe avvenuto in coincidenza con la riunificazione dell’Italia a opera dei Savoia.

Le chiavi senza le porte: la politica africana dell’Italia liberale

Inizialmente, l’Italia appena unita era troppo debole, fragile ed indebitata per potersi concedere avventure. Eppure, compiuta l’unità in maniera accettabile nel 1866, fu subito chiaro ai dirigenti dell’epoca che teatri d’azione principali per l’Italia sarebbero stati il Mediterraneo ed i Balcani (questi ultimi facilmente riconducibili allo scacchiere mediterraneo)5, mentre nell’Europa continentale l’azione di Roma avrebbe avuto un tenore più “conservativo” e “difensivo”. Non a caso, furono proprio due eventi avvenuti uno nel Nordafrica ed uno nei Balcani, a stretto giro di posta l’uno dall’altro, a segnare una prima svolta nella politica estera italiana: quella dal non allineamento e dal basso profilo della Destra (e soprattutto di Visconti Venosta) a quella filo-germanica e più avventurista della Sinistra (e in particolare di Crispi). Varrà però bene notare che questa suddivisione tanto schematica è una pura semplificazione: il mutamento di prospettiva riguardò l’intera classe politica (è del resto noto che i governi della Sinistra furono propiziati dall’intesa tra le ali “centriste” dei due schieramenti). Non a caso, il primo evento a segnare la svolta piombò negli ultimi anni di governo destrorso, col marchese Emilio Visconti Venosta al dicastero degli Esteri: la rivolta dei contadini cristiani (motivata, più che da avversione religiosa per la Sublime Porta, dall’intolleranza verso l’esosità del fisco) di Bosnia e Erzegovina nel 1875. L’allargamento del conflitto mise in luce lo strapotere del Dreikaiserbund, il Patto dei Tre Imperatori, nei Balcani e, per converso, l’incapacità italiana di far pesare la propria voce in una regione considerata tanto essenziale per la propria politica. E fu nel 1875 che, già negli ambienti prima rigidamente neutralisti della Destra, s’affacciò la prospettiva di un rapporto privilegiato con la Germania di Bismarck. È significativo che a porre in risalto questa “svolta del 1875”, che di fatto sminuisce il peso del passaggio dalla Destra alla Sinistra, sia stato proprio uno studioso come Brunello Vigezzi, grande estimatore di quella che definisce la «politica estera liberale» di Visconti Venosta6. All’insurrezione bosniaca seguì l’intervento di Mosca, coi suoi successi sugli Ottomani e la conseguente espansione che fece preoccupare e minacciare l’intervento a Vienna e Londra, fino alla mediazione risolutiva di Bismarck che permise la convocazione del Congresso di Berlino nel 1878. Quel congresso ebbe tanti vincitori ma due soli sconfitti: la Russia, che vide ridimensionati a tavolino i guadagni conseguiti sul campo, e l’Italia, che non ottenne alcunché. La Sinistra era già al potere dal 1876, ma nel frattempo non aveva osato modificare la rotta, se si esclude l’approccio a Bismarck tentato da Crispi (allora presidente della Camera) su incarico di Depretis e del Re. Il conte Luigi Corti, delegato a Berlino e uomo di sentimenti “destrorsi”, tornò dal congresso con le «mani nette», mentre l’Austria-Ungheria ottenne il governo de facto della Bosnia-Erzegovina, l’Inghilterra l’isola di Cipro e, quel che fu peggio per l’Italia, la Francia ricevette via libera per l’occupazione della Tunisia. La Tunisia era nelle mire sia di Parigi sia di Roma. I Francesi nel 1830 avevano occupato l’Algeria, e contavano d’allargare i propri dominî nel Nordafrica. In Tunisia si erano concentrati anche gl’investimenti economici italiani, e non v’è dubbio che la regione fosse strategicamente importantissima per Roma, essendo separata dalla Sicilia solo da uno stretto braccio di mare. L’importanza strategica della Tunisia può ben essere resa con un nuovo riferimento alla Seconda Guerra Mondiale: il fatto di dover mandare i rifornimenti all’armata libica tramite i porti di Bengasi e Tripoli, anziché quello molto più prossimo di Tunisi (che poté essere sfruttato solo nella fase finale della guerra, quando la sconfitta era ormai certa) costituì un gravissimo handicap per le nostre forze armate. Bismarck, la cui politica si fondava sostanzialmente sul mantenere isolata la Francia per castrarne lo spirito di revanche, già da tempo ambiva a portare dalla propria parte l’Italia (che, varrà bene ricordarlo, nel 1870 discusse seriamente se entrare in guerra a fianco di Parigi contro Berlino). La sua abile mossa fu quella di sfruttare la comune ambizione alla Tunisia per dividere definitivamente i due paesi: infatti, prima della conferenza offrì la regione ad entrambi. Corti ritenne però di dover lasciare cadere l’invito, e lo stesso fece con quello di Londra (che a sua volta favoriva l’occupazione francese della Tunisia per avere via libera a quella dell’Egitto) d’occupare la Tripolitania. Anche se certa critica guarda oggi con approvazione alle cautele estreme di Corti e del governo Cairoli, non v’è dubbio che la loro politica fu fallimentare. La Tripolitania, rifiutata allora, sarebbe stata conquistata alcuni decenni dopo da Giolitti, oltre tutto accelerando in quell’occasione l’esplosione della Grande Guerra; più grave ancora fu la rinuncia alla Tunisia, in quanto motivata esclusivamente dalla volontà di non rompere con la Francia. In realtà la rottura avvenne comunque, quando fu la Francia a procedere all’occupazione della regione, che sarebbe stato di fondamentale importanza strategica avere nelle nostre mani. Eccolo dunque il secondo evento che determinò la svolta nella politica estera italiana: l’occupazione della Tunisia da parte dei Francesi nel 1881. Essa fu accolta in Italia da manifestazioni popolari di rabbia e da critiche diffuse al governo, che tra l’altro era retto dallo stesso Cairoli responsabile delle «mani nette» berlinesi (assieme a Depretis, a dire il vero). Dimessosi Cairoli, i suoi successori s’affrettarono dunque a concludere l’alleanza coi Tedeschi, di cui, solo un decennio prima, Roma aveva rifiutato le avances. Lo scopo ultimo del trattato era l’uscita dall’isolamento, e ciò spiega perché l’Italia fu disposta ad accettare condizioni non del tutto favorevoli. In primo luogo, Bismarck impose il patto a tre con l’Austria-Ungheria. L’Italia ebbe l’assicurazione dell’intervento di Vienna e Berlino al proprio fianco in caso d’aggressione non provocata da parte della Francia, ma essa era decisamente improbabile, giacché Parigi aveva già in mano quanto poteva desiderare dall’Italia: Nizza, Savoia, Corsica e Tunisia. La Tripolitania non le interessava, tanto che al momento d’occupare la Tunisia l’aveva indicata al governo di Roma come possibile compensazione. Semmai il revanscismo francese si rivolgeva contro la Germania, che l’Italia s’impegnava ad assistere nel caso fosse stata attaccata; in più s’aggiungeva il dovere di difendere l’Austria-Ungheria nel caso che ad aggredirla fossero stati due paesi contemporaneamente. Evidentemente si trattava di Francia e Russia in quanto, per esplicita richiesta dell’Italia, una clausola del trattato escludeva qualsiasi implicazione bellica contro l’Inghilterra. A parte la vicinanza ideologica della classe politica liberale, a convincere Roma che in nessun caso ci si dovesse opporre agl’Inglesi era la loro superiorità marittima, di fronte ad un paese come l’Italia che ha un enorme sviluppo costiero e, di conseguenza, un’enorme vulnerabilità se privo d’una flotta adeguata. Uno dei più convinti “triplicisti” fu Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli Esteri dal maggio 1881 al giugno 1885. Le sue scelte in quei quattro anni furono altrettanto decisive per le sorti dell’Italia di quanto lo furono le rinunce di Corti a Berlino. Egli fu l’iniziatore del “colonialismo” italiano ma, come notato da Segré7, al pari di tutti i protagonisti della politica africana del nostro paese ne fu all’inizio accesamente ostile. Lo stesso anno in cui i Francesi occupavano Tunisi, in Egitto gli ufficiali nazionalisti guidati da Ahmed Orabi conquistavano il governo malgrado l’opposizione del kedivé Taufiq Pascià, l’ultimo esponente di quella dinastia albanese di governatori ottomani del paese, che in realtà s’erano resi indipendenti da Istanbul ma erano succubi delle banche europee loro creditrici. Quando la tensione nel paese sfociò in scontri aperti, duranti i quali i nazionalisti attaccarono anche gli uffici commerciali italiani, Londra decise d’intervenire e chiese sostegno all’Italia: Mancini decise però di negarlo. Così, nel 1882 gl’Inglesi sconfissero Orabi e divennero di fatto padroni dell’Egitto. Al di là di qualsiasi considerazione di principio sulla rivolta di Orabi, ch’era ovviamente ben motivata, il diniego di Mancini – la cui principale motivazione non stava nelle pur diffuse simpatie per i nazionalisti – non impedì agl’Inglesi di prendere il controllo del paese, ma si limitò ad impedire che gl’Italiani v’instaurassero un condominio con Londra: l’occasione d’impossessarsi d’una delle due porte del Mediterraneo era stata sprecata. Ancora una volta sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale a rivelarne le conseguenze, quando l’Africa Orientale Italiana si trovò completamente isolata ed alla mercé degl’Inglesi, ed il nostro Esercito si dissanguò nel vano tentativo di conquistare l’Egitto. Quando a Tripoli scoppiarono violenze contro cittadini italiani, Mancini non pensò neppure a sfruttare l’occasione per guadagnare terreno almeno in Libia. Curiosamente, però, nel febbraio del 1885 ordinò l’occupazione di Massaua, un porto sul Mar Rosso, sempre su invito degl’Inglesi (che vedevano nell’insediamento italiano in zona un elemento di disturbo sia ai Francesi, sia alla rivolta sudanese capeggiata dal Mahdi). Egli motivò tale scelta con la celeberrima affermazione secondo cui le «chiavi del Mediterraneo» si troverebbero nel Mar Rosso. Per tutto quanto detto finora, dobbiamo ammettere che non aveva torto. Ciò che però Mancini non aveva compreso, è quanto fosse inutile avere le “chiavi” non potendo avvicinarsi alla “porta”, ossia Suez. Nel volgere di pochi anni, dal Congresso del 1878 alla Conferenza di Berlino del 1885, Depretis, Cairoli, Corti e Mancini avevano deciso il futuro dell’Italia, rifiutando il possesso della Tunisia, della Libia o dell’Egitto, per dirottare gli sforzi del paese in un’avventura coloniale di dubbia utilità nel Corno d’Africa.

A riprova di come la Triplice fosse un’alleanza puramente difensiva, il cui scopo era mantenere lo status quo europeo favorevole alla Germania, si può portare l’ostilità di Berlino e Vienna all’azione italiana in Africa. Le due capitali scoraggiarono prima l’intervento in Egitto e poi quello a Massaua; se Mancini le ascoltò quando avrebbe dovuto ignorarle, e le ignorò quando avrebbe dovuto ascoltarle, ciò lo si deve a due motivi principali: il tentativo (vano) di Mancini di salvare la propria carriera politica, e la sua incapacità «di levar gli occhi dinanzi a un moscerino», per dirla con Crispi8.

Proprio a Francesco Crispi toccò raccogliere l’eredità scomoda di Mancini. Inizialmente cercò anzi di sbarazzarsi di Massaua, avendo ben chiaro come «prima di uscire dal Mediterraneo, è necessario dominare il Mediterraneo». Tra il suo primo governo (1887) e le dimissioni di Mancini (1885) erano trascorsi due anni importanti, in cui il Ministero degli Esteri fu tenuto a lungo dal conte Carlo Felice Nicolis di Robilant. Egli nel febbraio 1887, sfruttando la rottura del Dreikaiserbund, l’ascesa del boulangerismo in Francia ed il riavvicinamento tra Parigi e Mosca, riuscì a rinnovare la Triplice strappando importantissime concessioni. L’Austria-Ungheria dovette accettare il principio delle compensazioni nei Balcani: ad ogni avanzamento d’una delle due potenze nella regione, sarebbe dovuta corrispondere una compensazione per l’altra. La Germania, dal canto suo, garantiva l’appoggio armato all’Italia anche nel caso in cui fosse stata Roma ad avviare un conflitto con la Francia, in risposta a tentativi di Parigi d’imporre il proprio dominio sulla Tripolitania o sul Marocco. In poche parole, l’Italia si garantiva che non avrebbe più perduto terreno rispetto all’Austria-Ungheria nei Balcani, e rispetto alla Francia nel Nordafrica (anche se in quest’ultimo caso la decisione finale sarebbe spettata alle armi). Forte di queste garanzie nelle proprie mani, Crispi condusse una politica ferocemente anti-francese: oltre alla ben nota “guerra doganale” (avviata da Depretis poco prima di morire), l’ex garibaldino arrivò al punto di chiedere a Bismarck d’avviare la guerra in Europa, poiché l’Italia (ed era vero) non avrebbe potuto mantenere a lungo quel livello di spese militari. Non di meno, il nome di Crispi è rimasto legato soprattutto al suo operato nel Corno d’Africa. Non essendo riuscito a cedere Massaua né ai Britannici né ai Tedeschi, Crispi – da uomo di sinistra qual era – finì con l’essere affascinato dalle prospettive sociali del colonialismo: poter dare uno sfogo alternativo al sovrappopolamento italiano, che non fosse l’emigrazione con tutti i disagi, le discriminazioni e lo sfruttamento che ciò comportava per i nostri connazionali nei paesi ospiti. Non valutazioni di carattere strategico, quindi, spinsero Crispi a cercare di creare un impero coloniale nel Corno d’Africa. Occupata con relativa facilità quella che prese il nome di Eritrea, ad ostacolare il suo piano v’era comunque l’Etiopia (la strada per il Sudan era sbarrata, essendo un protettorato anglo-egiziano). Crispi fu abbastanza saggio (e ben consigliato dal conte Pietro Antonelli) da capire che, nei confronti d’uno Stato ampio e forte quale quello etiope, la cosa migliore sarebbe stata sfruttarne le divisioni interne. Così appoggiò Sahle Maryam nella riconquista del trono di Scioa e del titolo imperiale, col nome di Menelik II. In cambio l’Italia ottenne la firma del Trattato di Uccialli, il 2 maggio 1889. Questo trattato di amicizia tra i due paesi fu, in realtà, all’origine di una guerra. Esso stabiliva il mantenimento della pace (art. 1) e di regolari relazioni diplomatiche (art. 2) tra i due paesi, che fissavano i confini comuni (artt. 3 e 4), si riconoscevano privilegi commerciali (artt. 5 e 6) e la libera circolazione delle persone (artt. 7-11); si fissavano norme giuridiche (artt. 12-14) e si garantivano alcune preferenze agl’Italiani in Etiopia rispetto agli altri europei (art. 18). I problemi sorsero a proposito dell’articolo 17. Esso, nella versione italiana, prevedeva che l’Italia avrebbe curato le relazioni estere dell’Etiopia, mentre nella versione amarica la mediazione italiana era presentata come una semplice possibilità. Di fatto, nella versione italiana si stabiliva il protettorato di Roma sull’Etiopia, in quella amarica un semplice accordo paritario. La diatriba costituì il casus belli per l’invasione italiana dell’Etiopia, nel 1895. Dopo la fulminea conquista del Tigrai o Tigré da parte del generale Oreste Baratieri, cominciarono i rovesci. Il colonnello Arimondi, comandante delle truppe eritree, disubbidendo agli ordini di Baratieri, non ripiegò lentamente in attesa che giungessero rinforzi dalla madrepatria, ma perdette tragicamente i due gruppi Toselli e Galliano lasciandoli accerchiare il primo sull’Amba Alagi ed il secondo a Macallé. Ritornato in Africa (era stato in Italia per raccogliere rinforzi), Baratieri prese il controllo dell’armata composta da tre brigate italiane ed una eritrea, accampandosi sulle alture di Saurià per sbarrare la strada all’enorme esercito del Negus: meno di 18.000 uomini contro 100.000 avversari. Nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo 1896 Baratieri fece avanzare le proprie truppe verso gli Etiopi, deciso a provocarli per poi batterli difendendosi sulle posizioni sopraelevate: il movimento sul difficile terreno scompaginò però lo schieramento italiano, che finì sopraffatto dalle preponderanti forze nemiche, perdendo tra morti, feriti e prigionieri oltre 10.000 uomini (e ben la metà degli ufficiali). La sconfitta non fu compromettente dal punto di vista militare: dopo pochi giorni giunse in Eritrea il generale Antonio Baldissera con oltre 30.000 rinforzi, che respinse un’incursione sudanese e convinse il Negus a ritirarsi verso la Scioa, lasciando dunque libera la strada per il Tigrai. La battaglia di Adua fu semmai disastrosa sotto il profilo morale del paese: Crispi dovette rassegnare le dimissioni ed il suo successore, marchese Antonio Starabba di Rudinì, costretto dalle agitazioni di piazza ad accettare una pace umiliante con gli Etiopi10. L’Abissinia sarebbe stata conquistata, ma quarant’anni dopo, ed anche questo ritardo si sarebbe fatto sentire all’appuntamento decisivo della Seconda Guerra Mondiale, quando la regione – di così recente conquista – ben lungi dal fornire risorse e uomini alla causa italiana, non era ancora completamente pacificata. Chiariamo qui, per inciso, che nel presente saggio cercheremo di limitare al minimo le considerazioni di carattere morale per privilegiare quelle pragmatiche e concrete. L’ovvia condanna per il colonialismo non deve indurci all’errore di de-contestualizzare gli eventi storici. L’Italia praticò il colonialismo quando tutti i popoli d’Europa facevano lo stesso, e non di rado con maggior ferocia. È quanto meno significativo che, sovente, chi giudica il passato decontestualizzandolo e valutandolo coi parametri morali di oggi, tenda poi a de-storicizzare il presente e valutarlo con parametri ideologici: sicché non è raro trovare opinionisti che criticano ferocemente i crimini del passato, ma giustificano o persino lodano quelli del presente, riconducendoli non alla normale dialettica storica tra gruppi umani in contatto/contrasto tra loro, bensì a paradigmi ideologici e presunte missioni salvifiche del tale o talaltro popolo.

Riannodando le fila del discorso, arriviamo all’ultima fase politica dell’Italia liberale, quella caratterizzata dalla figura preponderante di Giovanni Giolitti. Se Crispi aveva provato a fare dell’Italia una grande potenza facendola comportare da tale, Giolitti fu più sulla linea della Destra: prioritario era concentrarsi sulla politica interna, ossia sullo sviluppo delle potenzialità del paese, per recuperare il gap che relegava il nostro paese al rango di ultima delle grandi potenze. D’altro canto, Giolitti non ebbe le cautele esagerate di un Corti, né tanto meno l’assoluta mancanza di lungimiranza d’un Mancini: proprio come i primi governi post-unitari (conquista del Veneto nel 1866, presa di Roma nel 1870), egli seppe rompere gl’indugi quando ci fu da raccogliere le occasioni offerte dagli sviluppi internazionali. Ma procediamo con ordine.

La fine politica di Crispi segnò una brusca interruzione per l’espansione italiana nel Corno d’Africa ed anche uno stemperarsi dell’entusiasmo verso la Triplice Alleanza, che nella guerra con l’Etiopia ebbe il solo ruolo indiretto di spingere Francesi e Russi (Mosca, dopo la rottura con l’Austria-Ungheria ed il licenziamento di Bismarck del 1890, s’era avvicinata a Parigi) a finanziare ed armare lo sforzo bellico del Negus. Ciò non toglie che la Triplice rimase un punto fermo della politica estera italiana fino al 1914, essendo percepita, oltre che come una garanzia alla salvaguardia delle istituzioni interne, come il mezzo per scongiurare un nuovo isolamento internazionale che lasciasse l’Italia sola ad affrontare l’espansionismo francese. Nel 1891, durante il ministero Di Rudinì che intercorse tra i due governi Crispi, l’alleanza era stata rinnovata con un nuovo guadagno per Roma: la Germania s’impegnò infatti a sostenere un’occupazione italiana della Tripolitania nel caso essa si fosse resa necessaria per impedire che i Francesi s’impossessassero anche di quella regione. Un altro rinnovo avvenne, questa volta automaticamente, nel 1896, all’indomani di Adua. Dopo Crispi, tuttavia, l’Italia cominciò a concedersi alcuni di quelli che l’ambasciatore Von Bülow definì «giri di valzer» con cavalieri diversi da Berlino. Non si trattava tanto dell’Inghilterra, che l’Italia per i già citati motivi aveva sempre corteggiato e cercato anzi d’includere in accordi collaterali alla Triplice, bensì della Francia. I successori di Crispi decisero d’abbassare la fronte al cospetto di Parigi e cercare la distensione. Ovviamente le incomprensioni più gravi permanevano – la rivalità per il controllo del Mediterraneo Occidentale e l’appoggio della Francia clericalista al Papato, non ancora decisosi ad accettare la fine del proprio potere temporale – ma Parigi vedeva di buon occhio la possibilità di staccare l’Italia dall’alleanza germanica, e così si poté porre fine alla lotta doganale e trovare un accordo anche per il Nordafrica. A gettare le fondamenta per la conquista della Libia fu Giulio Prinetti, ministro degli esteri dal 1901 al 1903, anche se un ruolo importante lo ebbe il suo predecessore Visconti Venosta, che concordò coll’ambasciatore francese Barrére la divisione del Nordafrica in sfere d’influenza: il Marocco (e la Tunisia, su cui era riconosciuto il protettorato dei transalpini) alla Francia e la Libia all’Italia, benché ogni azione italiana fu vincolata ad un’eventuale iniziativa francese in Marocco. Va detto, tuttavia, che il Marocco era entrato nelle mira anche del nostro alleato germanico. L’Italia aveva dunque due possibilità: favorire la Germania in Marocco, di modo da avere un alleato a controllare una delle due porte del Mediterraneo, ritrovandosi però l’opposizione di Parigi al nostro sbarco in Libia; oppure favorire la Francia in Marocco, riconoscendole il dominio assoluto sul Mediterraneo Occidentale, ottenendo in cambio la “desistenza” francese in Libia. Crispi con tutta probabilità avrebbe scelto la prima opzione; i suoi cauti successori preferirono ripiegare sulla seconda. Non si può però tacere quale fosse la motivazione di fondo su cui si basò questa scelta “conservativa”: l’Italia aveva sì notevoli ambizioni, ma non una potenza militare ed economica commisurata, sicché ogni modifica dello status quo non rigidamente regolamentata, se fossero insorte complicazioni belliche, avrebbe visto Roma incapace di difendere i propri interessi.

Nel 1902 Prinetti riuscì ad ottenere mano libera sulla Tripolitania anche da parte dell’Inghilterra, impegnandosi in cambio a non minacciare le posizioni mediterranee di Londra. Lo stesso anno, e proprio nei giorni in cui si rinnovava la Triplice, Prinetti riuscì a convincere Parigi a svincolare l’iniziativa italiana in Libia da quella francese in Marocco; in cambio, però, i Francesi ottennero l’impegno di Roma a non entrare in guerra a fianco della Germania nel caso in cui questa avesse attaccato la Francia, o indotto quest’ultima ad attaccarla con provocazioni deliberate. Analoghe rassicurazioni otteneva l’Italia contro l’Austria-Ungheria, che del resto era nostra alleata. Proprio da Vienna si ottenne, in sede di rinnovo della Triplice, l’assicurazione che nessun ostacolo sarebbe stato posto ad un avanzamento italiano in Tripolitania. Malgrado tutto, Roma preferì infine mantenere l’atteggiamento passivo, e non prese iniziative in Nordafrica finché le altre potenze non ne fecero maturare le condizioni: la conquista della Libia andò di pari passo con la già accennata questione marocchina. Nel 1904 Francia e Inghilterra, che solo pochi anni prima erano state sull’orlo della guerra in occasione dell’incidente di Fascioda (in Sudan), conclusero la entente cordiale, la “intesa cordiale” che nel medio periodo, saldandosi con la Duplice franco-russa, costituì la coalizione che avrebbe combattuto la Grande Guerra, e che nel breve garantiva il nulla osta britannico al dominio francese sul Marocco. Nel 1905 Parigi, ottenuto dunque il consenso di Londra, Madrid e Roma, cominciò una repentina e brutale penetrazione politica in Marocco, incontrando la resistenza di Berlino che ebbe la sua massima espressione simbolica nella visita del kaiser Guglielmo II a Tangeri. I Tedeschi avevano i loro buoni argomenti: il Sultano del Marocco in persona aveva chiesto l’intervento della Germania, mentre Parigi non aveva ritenuto necessario chiedere il consenso di Berlino ad un’azione che pure violava gli accordi del 1880, i quali prevedevano pari diritti per le nazioni europee nel paese africano. Forte dell’appoggio pressoché incondizionato di Londra, ch’era ormai in rotta aperta con Guglielmo II e la sua Weltpolitik (percepita come minaccia al proprio dominio dei mari), la Francia spinse la contesa fin quasi alla guerra aperta, finché alcuni fattori ne indebolirono la posizione: l’alleato russo era in piena crisi, col conflitto in Oriente e la rivoluzione in patria; l’Inghilterra sembrava pronta alla guerra per impedire ai Tedeschi d’attestarsi in Marocco, ma non per favorire i Francesi nel medesimo obiettivo; infine l’intransigenza della Germania sembrava poter arrivare fino al ricorso alle armi, poiché negli ambienti militari tedeschi molti erano convinti che quello fosse il momento più favorevole per affrontare la Francia. E furono proprio i militari francesi, consci della loro inferiorità e dell’impossibilità per i Russi di prestare soccorso, che indussero a più miti consigli i propri governanti. Dopo la disfatta della flotta russa a Tsushima, Théophile Delcassé fu allontanato dal ministero degli esteri e Parigi accettò la richiesta tedesco-marocchina d’una conferenza internazionale. Ad Algeciras, però, si palesò l’isolamento diplomatico della Germania. L’Italia si trovò nell’imbarazzante situazione di doversi schierare contro il proprio alleato: il delegato italiano, Visconti Venosta, a causa delle posizioni espresse alla conferenza finì col meritarsi lo sprezzante appellativo di “francese” da parte del Kaiser. Il Marocco fu sottoposto ad un regime di controllo internazionale, ma di fatto la preminenza di Parigi e della sua alleata Madrid erano palesi.

Negli anni seguenti, pur col rinnovo della Triplice, l’Italia strinse nuovi accordi politici con Inghilterra e Francia, molti dei quali concernenti le sfere d’influenza in Africa. Nel 1908 pensò Vienna ad allentare ulteriormente il legame della Triplice, con la sua annessione unilaterale della Bosnia-Erzegovina e la crisi che ne seguì: in essa l’Italia si trovò, sostanzialmente, ancora dalla parte avversa ai propri alleati, benché sia evidente la responsabilità, in tale occasione, degli Asburgici. Il Ministro degli esteri dell’epoca, Tommaso Tittoni, scelse però una linea morbida, in quanto sperava di creare un’intesa a tre nei Balcani, con Austria-Ungheria e Russia. Fallito questo progetto, si risolse alfine per concludere due accordi bilaterali, l’uno all’insaputa dell’altro contraente: tale escamotage fu d’altra parte giustificato dal fatto che Vienna stessa in passato vi aveva fatto ricorso, e lo confermò Aleksandr Izvol’skij, ministro degli esteri russo giunto in visita in Italia, mostrando a Tittoni il patto segreto di neutralità siglato nel 1904 cogli Asburgici. Senza entrare nel merito delle clausole, che esulano l’argomento di questo saggio, ci limiteremo a sottolineare come gli Accordi di Racconigi del 1909 segnassero un inedito avvicinamento diplomatico tra Italia e Russia.

Una vittima illustre della crisi bosniaca si può considerare Bernhard von Bülow, già citato come ambasciatore a Roma e che dall’ottobre 1900 era il cancelliere del Reich. Von Bülow in tutti quegli anni aveva assecondato la Weltpolitik di Guglielmo II, ma era sempre stato pronto a frenare gli eccessi che avrebbero potuto precipitare la Germania in una guerra da posizione svantaggiata. Quando l’operato dell’Austria-Ungheria in Bosnia (e l’appoggio della Germania alla politica di Vienna) alienò definitivamente le simpatie della Russia, il Cancelliere percepì chiaramente il rischio dell’isolamento tedesco e cercò un riavvicinamento in extremis con l’Inghilterra: ciò portò alla sua rottura col Kaiser ed alle dimissioni. Col successore Theobald von Bethmann-Hollweg la politica di Berlino si fece più aggressiva. Nel 1911 in Marocco scoppiò una rivolta contro il Sultano, al cui soccorso tutt’altro che disinteressato andarono le truppe francesi e spagnole. I Tedeschi vi videro l’occasione per strappare nella regione concessioni maggiori di quelle magrissime ottenute a Algeciras, ma l’invio della corazzata Panther nel porto di Agadir montò su tutte le furie non solo i Francesi ma anche i Britannici, che vedevano minacciate le proprie prerogative di dominatori assoluti dei mari. Il risultato, al termine di nuovi negoziati, fu che la Francia ottenne il pieno protettorato sul Marocco, compensando la Germania con una striscia di terra povera ed insalubre in Congo. L’Italia rimase fuori dalla crisi marocchina, ma per nulla inerte. Come compresero perfettamente il capo del governo Giovanni Giolitti ed il ministro degli esteri marchese Antonino Paternò-Castello di San Giuliano, quello era l’ultimo momento buono perché l’Italia potesse riscuotere la famosa “cambiale libica”, già pattuita nei decenni precedenti con Germania, Inghilterra, Austria-Ungheria e soprattutto Francia in cambio della propria rinuncia a Tunisia e Marocco. Non dunque le pressioni d’interessi industriali e finanziari (che pure vi furono), né interessi di politica interna, ma soprattutto considerazioni strategiche e diplomatiche alla luce delle contingenze internazionali spinsero Giolitti all’impresa di Libia11. Se l’Italia fosse rimasta ancora a guardare, la via libera ottenuta in Libia da parte di tutte le potenze sarebbe stata rimessa in discussione: la Francia, presa la sua contropartita, avrebbe potuto non rispettare più gli accordi e puntare anche alla Tripolitania; l’intesa con gl’Inglesi era ormai datata, e più di tutti l’alleato tedesco, definitivamente sconfitto in Marocco, avrebbe potuto cercare una rivincita in Libia, dove già aveva avviata un’intensa penetrazione economica. Il Capo del Governo pronunciò, a proposito dell’evento, delle parole assai rivelatrici, se lette non con la superficialità di chi volesse a tutti i costi ravvisarvi mera retorica: «Vi sono fatti che si impongono come una fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire»12. D’altro canto, la conquista della Libia poneva due problemi: il primo era quello di sconfiggere gli Ottomani, che n’erano i padroni; il secondo era quello di fare in modo, tuttavia, che l’Impero di Costantinopoli non crollasse, poiché l’esistenza del “grande malato d’Europa” era condizione necessaria agli equilibri balcanici e vicinorientali (dove l’Italia non era pronta a concorrere con Vienna, Mosca e le altre capitali europee per spartirsi le spoglie lasciate dai Turchi) nonché per quelli europei in senso lato, scossi i quali la conflagrazione mondiale sarebbe divenuta assai probabile. Quest’ultimo obiettivo non fu raggiunto: anche se è ingeneroso addossare buona parte della responsabilità della Grande Guerra all’Italia per aver dato il colpo di grazia al dominio turco nei Balcani (dopo la perdita della Libia scoppiarono le due Guerre Balcaniche), certo è che Roma vi ebbe un ruolo, ancorché neppure paragonabile a quello di Francia, Germania e Inghilterra (ma tutt’al più analogo a quello di Austria-Ungheria e Russia). Brillante fu invece il successo militare in Libia, e a Giolitti vanno riconosciuti i giusti meriti. Ben conscio del fatto che né gl’Imperi Centrali né l’Intesa desideravano alienarsi le simpatie dell’Italia, agì con piglio deciso e, per certi versi, brutale: inviò un ultimatum pretestuoso a Istanbul e, dopo l’ovvio rifiuto, avviò le operazioni militari su ampia scala (29 settembre 1911); pochi giorni dopo lo sbarco fece decretare l’annessione di Tripolitania e Cirenaica al Regno (5 novembre); bloccò l’Adriatico per impedire che partissero truppe a rinforzare la Libia; di fronte alla resistenza turca non indugiò a far occupare il Dodecaneso (aprile 1912); due navi francesi indiziate di contrabbando d’armi furono confiscate. A tutte queste azioni le potenze europee non reagirono se non censurando a parole il contegno italiano, ma si guardarono bene dal passare ai fatti. Giolitti ebbe anche il merito di preparare al meglio l’impresa dal punto di vista economico: la guerra fu finanziata interamente con avanzi di bilancio accantonati negli anni precedenti. Inoltre, quando lo Stato Maggiore gli richiese 25.000 uomini, Giolitti ne mise a disposizione 50.000. Le difficoltà a dire il vero non mancarono: diversamente da quanto ingenuamente previsto, la popolazione indigena si schierò dalla parte dell’Impero. La mobilitazione dell’intera popolazione libica costrinse gl’Italiani ad un anno di guerra lunga e difficile, che fu risolta più che altro dallo sbarco nel Dodecaneso e dall’alleanza greco-serba contro Istanbul. Infatti, il 18 ottobre 1912 fu firmata la Pace di Losanna, con cui Tripolitania e Cirenaica passavano all’Italia, ma ancora per lunghi anni le nostre truppe si sarebbero trovate impegnate in una dura lotta contro la fiera resistenza degl’indigeni13.

La Grande Guerra riguardò solo marginalmente l’Africa, essendosi combattuta quasi esclusivamente in Europa. Ai nostri fini sarà però bene accennare all’ingresso in guerra dell’Italia ed agli accordi di Versailles. Le modalità di scatenamento del conflitto non fecero scattare per l’Italia il casus foederis della Triplice: l’Austria-Ungheria aggredì la Serbia, la Germania dichiarò guerra a Russia e Francia. Tanto più che Roma non fu minimamente consultata. Ciò non escludeva che l’Italia entrasse volontariamente in guerra a fianco degli alleati, ma quest’opzione fu velocemente scartata. Le pressioni dell’irredentismo furono certo un fattore di questa decisione, ma ben lungi dall’essere determinante. Noi aderiamo alla spiegazione data da Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone in un loro prezioso studio14: l’Italia era troppo dipendente dai Britannici – ed in misura inferiore dai Francesi – per i rifornimenti bellici (in particolare le materie prime) ed il credito finanziario. Questo le impediva di fatto di schierarsi contro di loro; anzi, la capacità di pressione economico-finanziaria di Londra era tale che persino la prospettiva di rimanere neutrali ed arricchirsi commerciando con entrambi gli schieramenti si rivelò irrealistica. Malgrado ciò, consci anche dello stato di non certo perfetta preparazione militare dell’Italia (in ciò la Guerra di Libia aveva pesato non poco, mettendo in risalto come le titubanze dei decenni passati, che ne avevano rinviato la conquista a ridosso della conflagrazione europea, costarono alfine caro alla prova bellica del nostro paese ed alle vite di molti nostri compatrioti), i governanti dell’epoca vagliarono attentamente l’ipotesi della neutralità. Non solo Giolitti, che ne fu il più convinto assertore, ma anche il capo del governo Salandra ed il suo ministro degli esteri Sonnino la perseguirono; ma tutti, Giolitti compreso, ritennero che la neutralità sarebbe dovuta essere “acquistata” dall’Austria-Ungheria soddisfando alcune delle rivendicazioni territoriali dell’Italia. Vienna, anche su pressione di Berlino, acconsentì in parte, ma le trattative s’arenarono soprattutto sulla tempistica: Roma pretendeva che la cessione pattuita avvenisse immediatamente, mentre gli Asburgici volevano posticiparla alla conclusione del conflitto – quando, se gl’Imperi Centrali fossero risultati vincitori, l’Italia avrebbe potuto affidarsi solo alla lealtà austro-ungherese per ottenere quanto pattuito, mentre se a vincere fosse stata l’Intesa Roma avrebbe dovuto ritrattare da capo con essa. In base a tutti questi fattori, alla considerazione del Governo che una neutralità italiana avrebbe alfine nociuto al suo rango di grande potenza, ed al Patto di Londra con cui la Triplice Intesa ci prometteva ingenti guadagni nell’Alto Adriatico, Salandra e Sonnino si risolsero alfine per la guerra. Essa toccò a malapena l’Africa. Le colonie tedesche furono rapidamente conquistate da Francesi e Inglesi, non potendo ricevere rinforzi dalla madrepatria sottoposta al ferreo blocco navale britannico. Il centro del conflitto fu in Europa, e tanto più lo fu per l’Italia che, in ultima analisi, combatté quella guerra per soddisfare le sue rivendicazioni nazionaliste (il completamento dell’unità nazionale con l’acquisizione di Trento e Trieste), mettere in sicurezza la frontiera terrestre orientale (portando il confine alla solida posizione del Brennero) e rafforzarsi nell’Adriatico (annettendo l’Istria). Ma in Africa la posizione dell’Italia non ne uscì certo rafforzata. Le due maggiori potenze coloniali, Francia e Inghilterra, si spartirono le ex colonie tedesche e pure le province ottomane nel Levante mediterraneo. Complessivamente, il risultato della Grande Guerra fu un’accresciuta soggezione dell’Italia nel Mediterraneo rispetto ai due imperi colonialisti d’Occidente, con in più l’aggravante di non potersi più appoggiare ad una qualche grande potenza rivale: l’Austria-Ungheria era stata frantumata in una miriade di piccoli Stati nell’orbita francese, il Reich tedesco sciolto e sostituito da una debole repubblica soggetta ai durissimi diktat di Parigi, l’Impero Russo in preda ad una feroce guerra civile. A Versailles si raccolsero i frutti di tutta la politica filo-francese e filo-britannica che Roma aveva condotto negli ultimi cinquant’anni, fatti salvi brevi interludi. Va detto che il Patto di Londra, siglato ad insaputa del Parlamento da Salandra, Sonnino e Vittorio Emanuele III, era già di per sé difettoso dal punto di vista della difesa nei nostri interessi nel Mediterraneo e in Africa. A nord prevedeva l’annessione di Trentino e Sudtirolo, che effettivamente avvenne. Nell’Alto Adriatico, oltre a Trieste e Venezia Giulia, si prevedeva che l’Italia avrebbe ottenuto parte della Dalmazia e tutta la penisola istriana esclusa la città di Fiume, che sarebbe rimasta quale porto di riferimento dell’Austria-Ungheria. Alla fine del conflitto, tuttavia, l’Austria-Ungheria fu disciolta, ed a quel punto Roma chiese che le fosse assegnata anche Fiume, città a maggioranza italiana, anziché cederla al neo-costituito Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, creato ad arte dai Francesi in funzione di contenimento balcanico dell’Italia. La richiesta non pareva illegittima: ma a mettersi di mezzo fu il presidente statunitense Wilson, col suo “principio di nazionalità”. Infatti, a suo parere, se Roma voleva prendersi Fiume, allora doveva cedere la slava Dalmazia. Ciò era in linea teorica esatto ma, come troppo spesso dimenticano gli stessi storici italiani, quello stesso principio fu violato in maniera molto più massiccia e palese a Versailles, in favore della Polonia e della Cecoslovacchia (che si presero regioni a maggioranza tedesca), per non dire di Francia e Inghilterra (che, pur sotto l’ipocrita formula mandataria, imposero il proprio dominio su vaste regioni africane e arabe). Non potendo imporre il suo idealismo a Parigi e Londra, Wilson s’accontentò d’imporlo a Roma, facendo di poche città una questione di principio, mentre intere nazioni erano violentate nel loro diritto all’indipendenza. La delegazione italiana alla Conferenza di Parigi ritenne di non poter fare altro che ritirarsi in forma di protesta, cosa che peggiorò la situazione in quanto le altre potenze furono così libere d’agire indisturbate: tant’è vero che dovette poi ritornare sui propri passi. Come noto, la disputa per Fiume si risolse solo nel 1920, con la rinuncia a quasi tutta la Dalmazia da parte dell’Italia. Ancora peggio andrò negli altri teatri. Per quanto concerne i territori ottomani, l’accordo londinese era assai superficiale e ambiguo. All’Italia era riservato il Dodecaneso, che già possedeva de facto, e la provincia di Adalia nell’Anatolia Meridionale, che fu poi impossibile acquisire effettivamente per la resistenza turca condotta da Mustafà Kemal. Si sanciva inoltre che in Arabia sarebbe stato creato uno Stato indipendente musulmano, che nei fatti fu invece un protettorato britannico, e che sarebbe stato rispettato l’equilibrio nel Mediterraneo: ciò non avvenne, dal momento che Francesi e Britannici si spartirono il Levante. In Africa si prevedevano generiche «eque compensazioni» per l’Italia, ma in realtà Parigi e Londra si spartirono tutte le colonie tedesche. L’unica “compensazione” che giunse all’Italia fu, da parte dell’Inghilterra, la cessione nel 1924 dell’Oltregiuba, piccola zona desertica.

Concludendo questa sezione, possiamo affermare che la politica estera italiana nel periodo liberale fu informata da due considerazioni: il rango di grande potenza dell’Italia (riconosciuto universalmente), ma il suo svantaggio economico, militare e per certi versi anche morale (intendendo con ciò la coesione ed il morale della nazione) rispetto alle altre grandi potenze. Ciò rendeva i governanti italiani ambiziosi, ma anche cauti. Alcuni, come Cairoli, Corti e Mancini, mantennero un contegno di cautela assoluta che cagionò serissimi danni alla posizione italiana, in particolare in Africa e nel Mediterraneo, quel che più c’interessa nel saggio presente. Essi rinunciarono, in rapida successione, a Tunisi (cioè al migliore pied-à-terre possibile per l’Italia), alla Libia (la cui conquista dovette avvenire alcune decenni dopo, a ridosso della conflagrazione europea, con grave danno alla preparazione bellica del nostro paese), all’Egitto ed al Marocco (perdendo dunque le vie di comunicazione col più vasto mondo extra-mediterraneo); a loro si potrebbe aggiungere il Marchese di Rudinì che, pressato dall’opinione pubblica, dovette rinunciare all’Etiopia (ancora una volta, procrastinando la sua conquista a ridosso della seconda conflagrazione europea, e pregiudicando la preparazione militare anche a quella), seppur il valore strategico di quest’ultimo paese per l’Italia sia molto più dubbio. Ovviamente non tutti questi obiettivi erano raggiungibili: ad esempio il Marocco non sarebbe mai potuto finire in mani italiane, e difficilmente anche in quelle tedesche, se pure Roma non avesse remato contro il proprio alleato. Ma la Tunisia fu una possibilità concreta nel 1878: ciò avrebbe significato un repentino peggioramento dei rapporti con la Francia, ma ciò si sarebbe egualmente verificato in quegli stessi anni. Ancora più semplice sarebbe stato imporre un co-protettorato sull’Egitto (e di conseguenza sul Sudan) seguendo le esortazioni dei Britannici, e potendo contare sul loro determinante apporto bellico. Mancini ebbe pure la responsabilità, pesantissima, d’indirizzare l’espansione italiana oltremare al Corno d’Africa anziché al Mediterraneo. Altri statisti furono cauti, ma non al punto da pregiudicare la potenza dell’Italia. In riferimento all’Africa, Giolitti ne è senz’altro il più degno esempio. Crispi, dal canto suo, anticipò Mussolini nella convinzione di difendere lo status di grande potenza dell’Italia facendola comportare da tale, e cercando d’essere protagonista e non spettatore della politica internazionale. Era una politica rischiosa e la pagò, ma più per lo scarso sèguito che ottenne in patria, che per reali battute d’arresto o sconfitte per il nostro paese.

Certe timidezze e taluni grossolani errori contribuirono, assieme alla lentezza dello sviluppo industriale, alla debolezza militare ed istituzionale, nonché alla naturale carenza di risorse strategiche dell’Italia, a porre Roma di fronte ad una scelta quasi obbligata allo scoppio della Grande Guerra: quella di schierarsi dalla parte di Londra e Parigi che, tra le altre cose, dominavano sulle vie d’accesso al Mediterraneo. Ma fu un’alleanza in qualche modo “contro-natura”, e lo si percepì chiaramente. Le potenze occidentali guardarono spesso con sospetto all’Italia, che ricambiava ampiamente ritenendo di condurre una “propria guerra”, la “Quarta Guerra d’Indipendenza”, che solo occasionalmente si legava a quella dell’Intesa contro gl’Imperi Centrali. Liliana Saiu sintetizza bene come gl’Italiani differissero dai nuovi alleati nella “concezione ideologica” della guerra: «[…] per la Francia, per la Gran Bretagna e per la Russia […] i veri nemici da abbattere erano la Germania e il militarismo tedesco, sconfitti i quali, tra l’altro, era loro opinione che l’Austria-Ungheria sarebbe crollata in breve tempo»15; l’Italia non solo non traeva preoccupazione dalla Weltpolitik germanica, ma necessitava anzi d’un ruolo quanto meno continentale della Germania, che fungesse da argine al mai sopito egemonismo francese ed anche – seppur quest’esigenza fu meno sentita a causa dell’anglofilia diffusa nella classe dirigente – alla talassocrazia britannica. Privata del punto di riferimento germanico, l’Italia – “Cenerentola” dell’alleanza – a Versailles fu maltrattata, e ne uscì indebolita a tutto campo: in Europa (con l’Europa Orientale in mano a satelliti della Francia), nel Mediterraneo (egemonizzato dai franco-britannici, eccetto lo “scatolone di sabbia” libico e la neutrale Turchia), in Africa (a sua volta divenuta condominio franco-britannico, eccetto poche residue colonie d’altri paesi minori) e nell’economia internazionale (con una soggezione totale alla finanza anglosassone).

Catene da spezzare: la politica africana dell’Italia fascista

Allo scoppio della Grande Guerra, i nazionalisti – che vanno intesi come una corrente d’opinione, non come esponenti d’un partito16 – avevano sostenuto l’intervento dell’Italia a fianco degli alleati di vecchia data, pur in assenza del casus foederis; buona parte del ceto dirigente liberale condivise quest’opinione, almeno fino all’arresto dell’avanzata tedesca sulla Marna. Quando l’ingresso in guerra a fianco degl’Imperi Centrali fu escluso, i nazionalisti restarono bellicisti cambiando schieramento da appoggiare. Eppure non venne mai meno la convinzione che la guerra contro l’Austria-Ungheria fosse solo un episodio, necessario al completamento dell’unità nazionale ed al dominio sull’Adriatico, ma che lo scontro vero, previsto per il futuro prossimo (ed oggi possiamo dire: a ragione), sarebbe stato quello con Francia e Gran Bretagna17. L’ottica era quella, ovviamente, di Enrico Corradini. Come noto, secondo il pensatore nazionalista la lotta di classe andava traslata sul piano internazionale, dove “nazioni proletarie” – demograficamente potenti ma povere di risorse – affrontano le “nazioni plutocratiche” – il cui potenziale demografico è esaurito o va in calando, ma che detengono il possesso di gran parte delle risorse mondiali. L’Italia era una nazione proletaria, al pari della Germania, e se voleva dare importanza al proprio rango e garantire un miglior futuro alla sua gente avrebbe dovuto lottare contro Francia e Inghilterra, le due grandi plutocrazie del panorama mondiale. Il “pacifismo”, diceva Corradini, è il conservatorismo delle nazioni ricche e ben pasciute, desiderose di mantenere lo status quo loro favorevole, mentre le nazioni povere e svantaggiate devono darsi alla “lotta di classe” internazionale. Queste teorie, allora, imbevevano buona parte dell’opinione pubblica italiana18, e particolarmente erano congeniali al fascismo, soprattutto dopo l’assorbimento dell’Associazione Nazionalista Italiana di Corradini stesso. E Mussolini, anche una volta preso il potere, denunciò la “vittoria mutilata”, criticò il trattamento riservato all’Italia a Versailles e fu apertamente “revisionista” a parole. Per molti anni, tuttavia, alle parole non corrisposero i fatti. Come si diceva in chiusura del paragrafo precedente (e rimandiamo al già citato saggio di De Cecco e Migone) la Grande Guerra imprigionò l’Italia in un sistema finanziario dominato dalle potenze anglosassoni. Il nostro paese, cronicamente dipendente dai capitali esteri, dal 1918 ne aveva ancor più bisogno per poter riprendersi dall’oneroso conflitto. Mussolini, nei suoi primi anni di governo, ebbe la funzione principale di ristabilire quell’ordine interno ch’era precondizione necessaria per ottenere gli agognati prestiti statunitensi – i quali, non a caso, cominciarono ad affluire dopo la sua presa del potere. Tutto ciò non fu indolore. Nell’economia nazionale, Mussolini dovette adottare una linea liberista (anche se già a metà degli anni ’20 fu corretta in senso dirigista) che si tramutò in difficoltà per la nostra industria e per i lavoratori; in quella internazionale dovette inserire l’Italia nel sistema finanziario anglosassone, basato sull’oro, e garantire la stabilità della lira con una vigorosa politica deflazionistica che ebbe il suo momento più significativo e spettacolare nella “battaglia per quota 90”19; infine in politica estera dovette contenere nel campo della retorica le ambizioni di potenza dell’Italia, rimanendo fedele alla leadership anglo-francese. Le cose cambiarono nel 1929, inteso non come anno preciso bensì come processo, che oseremmo definire “rivoluzionario”, che si sviluppa e progredisce su più anni. Tutte le crisi sistemiche del capitalismo hanno generato un mutamento negli equilibri internazionali: notare questo fatto è tanto più importante oggi che ci si trova nel mezzo di un processo analogo. La crisi del ’29 segnò la fine del gold exchange standard e dell’egemonia finanziaria anglosassone. L’Italia, che già da alcuni anni stava rivolgendo la produzione al consumo interno, risentì meno della crisi del commercio transnazionale rispetto ad altri paesi, e quindi ne uscì relativamente rafforzata sul piano internazionale. La bancarotta dell’economia tedesca fu il contesto determinante che portò al potere Adolf Hitler, rilanciando così la politica di potenza della Germania in alternativa – se non in aperta opposizione – alle “plutocrazie” occidentali: l’Italia vedeva così rispuntare dalle acque lo scoglio germanico, che tanto bene fungeva da argine alle pretese anglo-francesi, e su cui tanto efficacemente Roma usava poggiarsi per sviluppare la propria politica; per farla breve, si ristabiliva l’equilibrio delle forze in Europa. La decennale stagnazione dell’economia capitalista, negli anni ’30, permise poi alle economie più stataliste – come l’Italia, ma il riferimento qui è più che altro alla nuova Germania nazionalsocialista ed all’Unione Sovietica di Stalin, senza dimenticare il Giappone – di rafforzarsi in rapporto ai paesi liberali. Il Regime fascista cercò di trarre vantaggio da questo rimescolamento delle carte, inizialmente sfruttando il suo ruolo di potenziale ago della bilancia tra il fronte anglofrancese e la Germania (la “politica del peso determinante”) e poi, dopo la rottura con Parigi e Londra, schierandosi decisamente a fianco di Berlino con l’intento esplicito di “spezzare le catene che c’imprigionano nel nostro mare”, ossia di conquistare l’egemonia nel Mediterraneo garantendo così il collegamento dell’Italia col più vasto mondo, attraverso le rotte oceaniche. Sullo sfondo, si stagliava sempre più minacciosa l’ombra della nuova conflagrazione europea e mondiale, dovuta al cozzare delle rivendicazioni di Italia, Germania e Giappone colla difesa della propria posizione privilegiata da parte di Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America.

Inquadrati così debitamente lo scenario internazionale degli anni ’20 e ’30 e le conseguenti strategie della politica estera fascista, possiamo rivolgere nuovamente lo sguardo all’Africa. Tre erano le colonie africane che Mussolini ereditò dai governi precedenti: Libia, Eritrea e Somalia. Della Libia si controllavano sostanzialmente solo le coste, e si rese necessaria una brutale guerra di “riconquista” dell’interno, che certo non agevolava la propaganda italiana tra le popolazioni arabe soggette al colonialismo britannico e francese. Certe simpatie per la causa araba erano già sorte in coincidenza con Versailles, quando sia Italiani sia Arabi figurarono come popoli vincitori ma frustrati nelle proprie aspirazioni dalle potenze occidentali. Negli anni ’20, però, Mussolini accantonò il filoarabismo per non turbare le relazioni, allora vitali, con gl’Inglesi (e le loro banche); in quello stesso decennio si concentrò la pacificazione della Libia, e nel 1931, con l’uccisione del patriota Al-Mukhtâr, l’immagine dell’Italia nel mondo arabo e musulmano toccò il fondo: il Congresso Islamico di Gerusalemme condannò esplicitamente il colonialismo italiano. La china era destinata a risalire velocemente, perché ad occupazione della Libia conclusa quella vicenda sarebbe presto passata in secondo piano (grazie anche all’equilibrata politica del nuovo governatore Italo Balbo verso gl’indigeni), e nel frattempo Roma assumeva una linea di sempre maggior confronto con i Britannici e i Francesi nel Mediterraneo, lavorando alacremente alla propaganda rivolta alle popolazioni arabe loro soggette. Nel 1937 Mussolini, in terra di Libia, partecipò al cerimoniale della consegna della “spada dell’Islàm”, proclamando la protezione del neonato Impero italiano sui musulmani – linea che sarebbe stata seguita nel corso del nuovo conflitto mondiale, seppur alle parole raramente avrebbe fatto seguito un sostegno concreto ai movimenti patriottici arabi20.

L’Eritrea era sorta in conseguenza dell’espansione italiana sulla costa del Mar Rosso, attorno a Massaua: quell’espansione fu favorita dai Britannici, a seguito dell’evacuazione egiziana del Corno d’Africa nel 1884, per mantenere la regione sotto controllo ed impedire che fosse contagiata dalla rivolta mahdista che infiammava il Sudan. Lo stesso avvenne per la Somalia, che fu divisa tra Francia (Gibuti), Inghilterra (Somaliland) e Italia, che occupò la propria zona (quella affacciata sull’Oceano Indiano) nel 1892. Somalia Italiana e Eritrea erano divise tra loro, oltre che dalle zone d’occupazione francese e britannica (significativamente poste a guardia dell’ingresso del Mar Rosso), dallo Stato etiope. Le ragioni che portarono Mussolini a concepire l’impresa etiopica sono varie e ben note. Da un lato v’era la volontà di vendicare la sconfitta di Adua e di riaffermare lo status di grande potenza dell’Italia con una guerra vittoriosa e la proclamazione di un proprio impero: ciò era evidentemente rivolto a solleticare l’amor patrio degl’Italiani per puntellare la saldezza non solo del Regime, ma anche del paese stesso. Dal punto di vista sociale, tornava con risonanza ancor maggiore il vecchio tema di dare uno sfogo “interno” alla pressione demografica della popolazione italiana. Infine, nell’ottica strategica (sovente ignorata dai commentatori) si trattava di rinsaldare i possedimenti nel Corno d’Africa ingrandendoli e dando loro continuità territoriale.

Mussolini garantì ampie risorse militari e finanziarie all’impresa bellica, e la sconfitta del Negus fu relativamente rapida. Il problema vero si rivelò essere la gestione del paese appena conquistato, esattamente come successo in Libia, e proprio come allora a causa dell’approssimazione organizzativa. Dopo la vittoria di Mai Ceu, l’armata comandata da Badoglio si trovava la strada spalancata verso Addis Abeba: una camionabile di 600 km portava da Qoram alla capitale abissina, senza che grandi eserciti avversari potessero più sbarrarle il passo. Tuttavia, gli Etiopi non avevano affatto abbandonato le armi. Badoglio, che temeva d’essere anticipato a Addis Abeba dall’armata secondaria dell’odiato generale Graziani, reduce da una travolgente avanzata su Neghelli ed allora sulla strada per la capitale abissina, decise d’anteporre la propria gloria personale alle considerazioni strategiche: mise assieme una colonna motorizzata e la mandò diretta su Addis Abeba, senza preoccuparsi di mettere in sicurezza quei 600 km di territorio nemico che si trovò ad attraversare. La “marcia della ferrea volontà”, come fu pomposamente ribattezzata dallo stesso maresciallo Badoglio, gli permise il 5 maggio 1936 di telegrafare a Mussolini della conquista della capitale nemica, e prima della fine del mese – pur nominato viceré d’Etiopia – di lasciare il paese. Le truppe entrate in Addis Abeba si trovarono presto circondate dalla guerriglia abissina, ma la “patata bollente” fu lasciata proprio al rivale di Badoglio, il neo-maresciallo Graziani. Qui entrò in gioco anche Mussolini. Malgrado le forze italiane controllassero solo una parte del territorio abissino, e contraddicendo i pareri di Badoglio e Graziani che suggerivano di concedere poteri, nelle zone periferiche non ancora occupate, ai ras locali perché abbandonassero le armi e governassero in nome dell’Italia, il Duce d’accordo col Ministero delle Colonie impose invece che tutto il potere fosse esercitato direttamente dalle autorità italiane. Tale decisione gettò benzina sul fuoco della rivolta e l’Etiopia, lungi dal fornire uomini o risorse alla causa italiana, finì col consumare gli uni e le altre in un’estenuante contro-guerriglia – che finì solo quando i Britannici occuparono l’Abissinia.21

Benché gl’Inglesi cercassero di non rompere completamente con Roma – durante la guerra i rifornimenti bellici italiani per la zona del conflitto poterono continuare a transitare per il Canale di Suez – la disputa sorta intorno all’impresa etiopica dell’Italia contribuì non poco ad avvicinare Mussolini a Hitler. Ciò rientrava comunque nella logica della strategia italiana, una volta scelto di perseguire l’egemonia mediterranea per non sottostare più a quella anglo-francese: appoggiarsi alla potenza continentale della Germania per sfidare gl’imperi colonialistici d’occidente. Non ci soffermeremo qui sui particolari dell’alleanza con la Germania, né sull’incoscienza e la leggerezza che portò all’accettazione del Patto d’Acciaio così come fu formulato. Anche per quanto riguarda la Guerra di Spagna, ci limitiamo a registrare due cose: la prima è che essa rientrava, ovviamente, nel quadro dell’egemonia del Mediterraneo; la seconda è che fu alfine deleteria per la causa italiana. L’aver aiutato Franco a conquistare il potere in Spagna non si rivelò di nessun vantaggio durante la Seconda Guerra Mondiale: il Caudillo tenne cautamente neutrale il suo paese. Al contrario, i costi sostenuti per il conflitto spagnolo s’aggiunsero a quelli, enormi, per la conquista dell’Etiopia: spese finanziarie, consumo di materiale militare che fu sottratto agli accantonamenti per la mobilitazione generale, impiego del bilancio delle FF.AA. per le spese correnti anziché per il riarmo e lo sviluppo. Questi due conflitti, pur vittoriosi per le nostre armi, contribuirono grandemente alla successiva impreparazione nella Seconda Guerra Mondiale: le nostre FF.AA. si rivelarono le meno moderne tra quelle delle grandi potenze, e la carenza di materiali impedì per tutto il corso del conflitto la mobilitazione generale22.

Una volta entrata in guerra, idealmente la strategia dell’Italia avrebbe dovuto puntare all’occupazione della Tunisia – fondamentale avamposto sulla costa meridionale del Mediterraneo –, della Valle del Nilo – per dare continuità territoriale all’Impero –, del Canale di Suez – per avere libera uscita dal Mediterraneo –; eventualmente, spingersi nel Vicino Oriente e conquistare la costa levantina. Tra l’ideale ed il possibile, come spesso accade, vi fu un divario abissale. L’apparato militare dell’Italia era già stato parzialmente consumato in Etiopia e in Spagna, era vecchio per mezzi e concezioni d’impiego. Le capacità industriali e produttive del nostro paese erano inferiori a quelle delle altre grandi potenze, ma soprattutto mancò totalmente la loro razionalizzazione: il ritardo tecnologico andò acuendosi in maniera impressionante durante il conflitto, anche perché – come ha dimostrato Giorgio Rochat23 – il Regime fu sempre succube ai “ricatti” provenienti dalla grande industria, e dovette accettare la produzione a costi esorbitanti di armamenti obsoleti, difettosi e non corrispondenti alle necessità espresse dalle Forze Armate. Anche se qualche commentatore24 ha affermato che, nei mesi immediatamente successivi l’ingresso in guerra, la vulnerabilità delle scarne forze britanniche in Africa e nel Mediterraneo era tale che una pronta offensiva italiana avrebbe potuto comunque ottenere risultati insperabili, è certo che tale “finestra di opportunità”, se mai esistita, fu molto breve. Ben presto l’incapacità di rimpiazzare il naviglio perduto, la mancanza di carri armati efficienti nel teatro libico (laddove la mobilità era fondamentale più che altrove), lo stato d’endemica rivolta dell’Etiopia, l’isolamento del Corno d’Africa dalla madrepatria, le carenze (strutturali e non) dell’apparato produttivo – tutti questi fattori, anche senza il concorso degli errori e delle disorganizzazioni del potere politico e degli alti gradi militari, ci posero in stato di grave inferiorità nei confronti del nemico.

Il problema dell’Italia non fu solo l’impreparazione materiale. Per quanto Mussolini predicasse da anni la necessità di conquistare l’egemonia del Mediterraneo, unico mezzo perché l’Italia fosse davvero un grande potenza indipendente dagli Inglesi, tale lucida consapevolezza non si tramutò in conseguenti progetti strategici. Inizialmente, di fronte ai travolgenti successi tedeschi in Polonia e Francia, si credeva che la fine della guerra fosse imminente. Per questo le prime mosse furono strategicamente insensate, ma motivate solo dal desiderio di spingersi in territorio nemico di modo da giustificare successive annessioni al tavolo della pace: indecisa e fallimentare offensiva sul fronte alpino francese anziché tentativo d’occupare la Tunisia; timida avanzata verso Sidi el-Barrani e Marsa Matruh anziché puntare decisamente su Alessandria; conquista riuscita ma inutile del Somaliland anziché tentativo di spezzare l’isolamento dell’Africa Orientale Italiana. Se questi errori possono essere spiegati – ma non giustificati – con l’erronea previsione sulla durata del conflitto, lo stesso non si può fare con quelli successivi. La geopolitica dell’Italia rendeva assolutamente chiaro come la nostra guerra si combattesse prima di tutto per l’Egitto: solo Suez avrebbe ripagato l’immane sforzo bellico cui si stava sottoponendo il nostro paese. Eppure, il fronte libico rimase sempre secondario agli occhi degli strateghi di Roma. Mentre Graziani chiedeva disperatamente truppe e mezzi per condurre la sua offensiva sull’Egitto, decine di divisioni erano immobilizzate in patria, in attesa di un’ipotetica invasione della Jugoslavia che sarebbe avvenuta solo l’anno seguente e solo per decisione dei Tedeschi. Quelle stesse divisioni furono addirittura smobilitate in inverno, proprio poco prima della sciagurata invasione della Grecia: da lì in poi l’ingloriosa guerra ellenica e le successive occupazioni di Grecia e Jugoslavia avrebbero richiesto all’Italia una quantità di truppe, mezzi e risorse molto superiore a quelli impiegati in Africa Settentrionale. È dunque evidente come i Balcani e non il Mediterraneo furono considerati il principale teatro strategico da Roma: la cosa sconcertante è che nei Balcani non avevamo nemici, e dunque il tentativo di estendervi la nostra influenza era rivolto proprio contro il nostro unico alleato, la Germania. La scarsa lungimiranza degli strateghi si sommò alle carenze materiali, dando l’unico risultato possibile: l’umiliante disfatta che si concluse ignominiosamente col voltafaccia dell’8 settembre 1943.

Una politica di impotenza: la politica africana dell’Italia repubblicana

La politica estera dell’Italia postbellica è solitamente analizzata dagli studiosi tramite il prisma dei “tre cerchi”. Per una nazione uscita rovinosamente sconfitta dal conflitto e dilaniata da quasi due anni di guerra civile ed occupazioni straniere, per certi versi in una condizione simile a quella del periodo immediatamente post-unitario25, s’impose subito come prioritario campo d’azione il “cerchio europeo”. Era in Europa che potevano manifestarsi minacce alla sua incolumità, nel quadro del confronto tra USA e URSS (e poi Patto Atlantico e Patto di Varsavia), ed era dunque qui che bisognava operare per mantenere la pace e la situazione d’equilibrio: per una potenza di basso rango è quasi sempre preferibile mantenere lo status quo, perché in un contesto dinamizzato (conflagrazione bellica) non avrebbe le capacità di difendere e promuovere efficacemente i propri interessi, ma dovrebbe affidarsi agli alleati più potenti. Inoltre l’Italia, nazione sconfitta e indebolita, vide nell’integrazione dell’Europa Occidentale il modo migliore per tornare ad avere una voce in capitolo nelle grandi questioni mondiali, seppur indirettamente. Ecco perché Roma, almeno fino all’avvento al governo di Silvio Berlusconi, è sempre stata una delle capitali più europeiste. Tuttavia, nel cerchio europeo l’Italia era relegata ad un ruolo di secondo piano: non solo Francia e Inghilterra, ma anche la Germania Ovest erano nazioni politicamente, economicamente e militarmente più forti. In particolare, Parigi e Londra mantenevano verso Roma i pregiudizi accumulati in diversi decenni di stretta interazione nel “concerto europeo”, e covavano il rancore maturato nel recente conflitto combattuto su fronti opposti. L’Italia era stata percepita non solo come un avversario, ma come un nemico opportunista (il fortunato mito della “pugnalata alle spalle” inferto alla Francia, e poi il voltafaccia dell’8 settembre) e perciò non degno di rispetto. Tali pregiudizi erano assenti o almeno minori negli USA, la principale potenza mondiale in grado da sola di controbilanciare Francia e Inghilterra all’interno dello schieramento occidentale. Da qui la decisione italiana di valorizzare il “cerchio atlantico”. Già il maresciallo Badoglio, considerato dagl’Inglesi il proprio uomo, aveva per questa stessa ragione offerta a Washington «l’egemonia sull’Italia e sul Mediterraneo». Gli USA potevano tutelare l’Italia dall’eccessivo spirito di rivalsa franco-britannico, almeno finché la logica della Guerra Fredda (e della conseguente solidarietà tra i paesi capitalisti) non si fosse affermata anche a Parigi e Londra26. Tuttavia, la captatio benevolentiae rivolta a Washington non poteva limitarsi a scommettere sul peso elettorale della comunità italo-statunitense o sulle capacità adulatorie dei nostri diplomatici e governanti: l’Italia dovette valorizzare l’unico punto di forza che le rimanesse, ossia la sua posizione, doppiamente strategica, perché al confine tra le due zone d’influenza, e proiettata sul Mediterraneo. Il rovescio della medaglia fu l’occupazione militare statunitense della nostra penisola, avvenuta parzialmente sotto l’egida del Trattato di pace, ma prevalentemente sotto quella della NATO27. Il “cerchio mediterraneo”, nei primi anni del dopoguerra, rimase in ombra. Il tentativo di conservare le colonie africane pre-fasciste fu condotto soprattutto per motivazioni simboliche, e simbolicamente ottenne un mandato temporaneo sulla povera e strategicamente insignificante Somalia. L’Italia appena uscita dalla guerra non aveva nulla da offrire alle nazioni mediterranee ed africane, ma questa situazione mutò con la ripresa ed il “miracolo economico” degli anni ’50. Il “cerchio mediterraneo” si riaffacciò all’attenzione della diplomazia italiana come l’unico residuo teatro d’azione in cui la nostra politica estera potesse ancora estrinsecarsi come politica di potenza, con un ruolo attivo e da protagonista, anziché quello per lo più passivo e decisamente subordinato che aveva in Europa e nell’Atlantico. Tuttavia, l’impegno nel terzo cerchio non fu affatto corale e continuo. Quelli che potremmo definire “atlantisti ortodossi” preferivano una pedissequa e ligia fedeltà ai dettami di Washington, ravvisando un rischioso avventurismo in qualsiasi iniziativa autonoma dell’Italia. La politica di potenza nel terzo cerchio fu invece condotto dai cosiddetti “neo-atlantisti”, i quali rappresentano però una variegata congerie d’idee e visioni strategiche. La stessa storiografia è ancora oggi incerta su quali uomini e quali correnti inserire nel neo-atlantismo, benché su parecchi si sia raggiunto un consenso unanime28. In un percorso che si può tracciare da Giuseppe Pella (coniatore del termine stesso) fino a Bettino Craxi (sebbene solitamente si limiti il fenomeno agli anni ’70 o addirittura agli anni ’60), il neo-atlantismo si configura come quella corrente che, pur riconfermando la fedeltà all’Alleanza Atlantica ed agli USA in particolare, cercò di trovare un ruolo più autonomo per l’Italia, soprattutto nel Mediterraneo ma talvolta anche nelle relazioni con Mosca. La definizione è lasca e la varietà d’accenti al suo interno vastissima. Pella era un liberale nazionalista e conservatore, convinto monetarista ed accesamente anticomunista, ma il neo-atlantismo caratterizzò principalmente i governi di Centro-Sinistra, non privi di simpatie terzomondiste; Gronchi e Fanfani cercarono di promuovere la distensione con l’URSS e migliori rapporti bilaterali cui s’aggiungeva una politica più attiva e indipendente nel Mediterraneo; Craxi in qualche modo si pose a metà tra le due posizioni, come Pella confermandosi pienamente fedele agli USA nel confronto con l’URSS (ma, sempre come Pella, pretendendo il pieno rispetto della sovranità nazionale), ma come La Pira e Mattei assumendo una posizione decisamente filo-araba nel Mediterraneo.

Il neo-atlantismo è sovente giudicato con severità dagli studiosi29. In ciò non manca, certamente, una componente “ideologica”, d’adesione all’atlantismo ortodosso, da parte di molti di questi critici. Non di poco conto è anche l’avversione, generalizzatasi dopo il fallimento mussoliniano, per l’avventurismo in politica estera – dove talvolta, però, qualsiasi iniziativa autonoma dell’Italia è percepita come “avventurista”. Infine, non si può negare che le critiche, laddove sottolineano il carattere “velleitario” del neo-atlantismo, poggino su una base reale, ossia l’oggettivo fallimento di questa politica. Esso si può spiegare coinvolgendo diversi fattori. Il primo fu senz’altro il fatto che i decisori neo-atlantisti dovettero costantemente convivere con colleghi “ortodossi” che ne ostacolavano metodicamente il lavoro30. Ostacoli altrettanto se non più forti provenivano dall’alleato/protettore statunitense e da Tel Aviv, che almeno nei decenni più recenti ha potuto operare in Italia tramite un’agguerrita lobby sionista31. Infine, non si può dimenticare che l’Italia ha sempre dovuto fare i conti con oggettivi limiti “strutturali”, ossia col suo rango di media potenza. Se da un lato il filo-arabismo spingeva Roma a favorire il dialogo tra l’Europa Occidentale ed i paesi mediterranei, dall’altro ne ha sempre temuto l’integrazione troppo stretta nell’economia europea, percependoli come possibili competitori commerciali. Riscontriamo questi fattori all’opera ripercorrendo per sommi capi le tappe della politica africana (ossia, fondamentalmente, mediterranea) dell’Italia repubblicana.

Alla metà degli anni ’50, come già accennato, lo spostamento a sinistra del baricentro politico, la fine del pontificato conservatore di Pio XII e l’ascesa economica favorirono lo svilupparsi della politica neo-atlantista. Nei confronti dell’Africa e del Mediterraneo, l’Italia poteva valorizzare il fatto di non essere più una potenza coloniale, e comunque di esserlo stata in misura minore di Francia e Inghilterra anche in passato32. Questa prima fase del neo-atlantismo si caratterizzò infatti per un carattere quasi anti-francese e anti-britannico, mentre i contrasti con gli USA erano ancora minori (ma fu Washington a differenziarsi in seguito, spostandosi su posizioni più filo-israeliane e, dunque, meno amichevoli verso gli Arabi). Già nel 1951 Roma, con De Gasperi al governo, rifiutò d’associarsi a Londra, Parigi e Washington nella condanna verso l’Egitto reo di non aver accettato la partecipazione ad un comando congiunto nell’area. Lo strappo coi franco-britannici fu ancora più forte nel 1956, in occasione della crisi di Suez, con Antonio Segni al governo e Gaetano Martino agli esteri. I due erano convinti atlantisti, ma in quell’occasione anche la Casa Bianca s’oppose all’iniziativa bellica di Parigi e Londra. Non di meno, Segni e Martino erano anche europeisti e tutto fuorché dei neo-atlantisti, e ciò aiuta a spiegare l’incoerente astensione italiana all’ONU quando si trattò di votare la risoluzione che chiedeva il ritiro dei Franco-Britannici da Suez. Decisamente neo-atlantista era invece il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che, prendendo spunto dallo smacco egiziano delle potenze coloniali europee ed in accordo con le teorie di Amintore Fanfani (astro nascente della Democrazia Cristiana), nel marzo 1957 indirizzò a Eisenhower una lettera in cui proponeva consultazioni bilaterali tra Italia e USA riguardo al Mediterraneo ed al Vicino Oriente: la missiva non giunse mai a destinazione, bloccata da Martino d’accordo con Segni. Del 1957 fu anche la censura di Parigi alla fornitura d’armi che l’Italia accordò alla neo-indipendente Tunisia, e che secondo i Francesi avrebbero potuto finire in mano al Fronte di Liberazione Nazionale algerino; oltretutto, rappresentanti del FNL furono tra gl’invitati ai convegni internazionali che Giorgio La Pira, il sindaco fanfaniano di Firenze, organizzava nella sua città. Nell’estate 1958 Fanfani ritornò al governo, dopo l’esperienza d’appena 21 giorni del 1954. Fanfani è spesso indicato come il principale protettore politico di Enrico Mattei, l’abile fondatore e dirigente dell’ENI che faceva concorrenza alla “sorelle” anglosassoni per accaparrarsi le forniture petrolifere. Mattei rientra a pieno titolo nel novero dei “neo-atlantisti”, e spesso la sua attività imprenditoriale fu più incisiva delle politiche governative stesse. Il 9 febbraio 1957 Mattei inaugurò la sua aggressiva “formula ENI” (che garantiva al paese produttore il 75% degl’introiti, anziché il “fifty-fifty” tipico delle compagnie anglosassoni) nel contratto con l’Egitto dell’amico Nasser33. Il dinamismo dell’ENI, che aveva procurato molte amicizie all’Italia nei paesi arabi, si ridusse sensibilmente con la morte del suo fondatore, avvenuta il 27 ottobre 1962 a seguito di quello che un quarto di secolo più tardi l’ormai anziano Fanfani avrebbe descritto come «l’abbattimento dell’aereo di Mattei», e della cui origine dolosa è giunta conferma dalle conclusioni dell’indagine condotta dal giudice Vincenzo Calia34. Se da un lato lasciava mano libera a Mattei nella sua concorrenza con le sette “sorelle” del petrolio anglosassoni, dall’altro Fanfani si prodigava per convincere Washington ad instaurare quel rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti nel Mediterraneo, con la prima a fare sostanzialmente da procuratrice dei secondi nei rapporti coi paesi arabi. Nel frattempo, ripuliva la Farnesina dai diplomatici considerati più ligi ai dettami di Washington che a quelli di Roma, sostituendoli coi giovani “Mau-Mau” (Aillaud, Conti, Malfatti, Manfredi, Manzini, Marchiori, Messeri). Il progetto fanfaniano si arenò presto contro gli scogli del tentativo di De Gaulle d’imporre un terzetto alla guida della NATO e la nuova crisi di Berlino, che ricompattò e disciplinò lo schieramento atlantista. Finito il “Fanfani bis” nel febbraio 1959, lo statista democristiano tornò al governo un anno e mezzo dopo, ma questa volta coll’atlantista ortodosso Segni agli Esteri. Inoltre, l’ascesa alla presidenza di Kennedy negli USA avvicinò notevolmente Fanfani a Washington, tanto da appoggiare l’ingresso dell’Inghilterra nel Mercato Europeo Comune, in cambio del nulla osta statunitense al Centro-Sinistra. Il già ricordato assassinio di Mattei completò il quadro, congelando sostanzialmente la politica africana e mediterranea dell’Italia. Un suo rilancio si ebbe con Aldo Moro, capo del governo dal dicembre 1963 al giugno 1968 (con Fanfani alla Farnesina per circa 13 mesi complessivi) e poi ancora dal novembre 1974 al luglio 1976, nonché ministro degli esteri dall’agosto 1969 al novembre 1974 (salvo una parentesi di un anno) più qualche mese di interim durante il suo secondo governo. Moro condivideva il filo-arabismo di Fanfani, congeniale a parte del mondo cattolico e social-comunista nonché agl’interessi di grandi imprese come l’ENI, l’Olivetti e la FIAT, che avevano investito parecchio in Egitto. In occasione della Guerra dei Sei Giorni, mentre gli USA ed i governi dell’Europa Occidentale difendevano le ragioni dell’aggressore israeliano, Moro e Fanfani assunsero una posizione di “equidistanza” tra le parti in conflitto. In occasione della Guerra dello Yom Kippur o Guerra d’Ottobre e del successivo “choc petrolifero”, Aldo Moro agli Esteri adottò la “linea francese”, quella del dialogo diretto con gli Stati arabi saltando la mediazione delle compagnie petrolifere anglosassoni, mentre l’Italia reagiva ai rincari del greggio puntando sempre più sul metano, importato dall’URSS, dalla Libia e dall’Algeria; inoltre, unico Stato occidentale oltre alla Francia, quello italiano si espresse a favore della partecipazione di Yasser Arafat al dibattito sulla Palestina in sede ONU. Gli anni ’70 furono però un decennio di grave crisi socio-politica (gli “anni di piombo” ed il difficile tentativo di “compromesso storico”) ed economica (crisi monetaria internazionale e già citato choc petrolifero) per l’Italia, e ciò ebbe ripercussioni negative sulla sua politica estera. Così come la dinamica politica neo-atlantista e “terzo-mondista” degli anni ’50 fu bruscamente interrotta dalla morte di Mattei (ormai appurato trattarsi di assassinio), quella per molti versi analoga di Aldo Moro finì con l’ancor più tragica scomparsa del suo protagonista. Nel 1978, poche settimane dopo aver confidato al suo collaboratore Giovanni Galloni di sapere «per certo» che le Brigate Rosse erano infiltrate da elementi della CIA e del Mossad35, fu rapito e poi ucciso dai terroristi.

Il periodo di stasi della politica estera italiana terminò negli anni ’80, quando il paese registrò una forte ripresa economica e la fine del terrorismo e dei disordini sociali, mentre all’orizzonte appariva un nuovo uomo politico di rilievo, ossia il socialista Bettino Craxi. Craxi ebbe in comune con Moro, Fanfani e Mattei il filo-arabismo, che fu la cornice entro cui si manifestò la rinnovata spinta della politica mediterranea ed africana dell’Italia. Sodale di Craxi in questa fase politica fu Giulio Andreotti, ministro degli esteri durante il suo intero periodo di governo (agosto 1983-aprile 1987).

Nei primi anni ’80 una missione militare italiana partecipò alla forza multinazionale a guida statunitense inviata in Libano per evitare la catastrofe umanitaria causata dall’invasione israeliana. Le nostre truppe si comportarono bene e rimasero immuni dagli attentati che colpirono i soldati statunitensi e francesi, ma dovettero seguirli quando questi furono richiamati dai rispettivi governi. Nel 1985 il sequestro della nave da crociera “Achille Lauro” da parte di terroristi palestinesi fu risolto quasi senza spargimenti di sangue (un passeggero fu ucciso) con la mediazione di Roma e dell’OLP, garantendo l’immunità ai sequestratori ed il loro invio in Egitto. Tuttavia, il loro aereo fu intercettato da alcuni caccia statunitensi e costretto ad atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia, ed i marines cercarono di arrestare i dirottatori ritenendo invalidato l’accordo (che il governo statunitense non avrebbe voluto neppure negoziare) dall’uccisione dell’ostaggio. Craxi, appoggiato dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana, giudicò l’episodio un’intollerabile violazione della sovranità italiana (il reato era avvenuto in territorio italiano, ed in territorio italiano si trova la base di Sigonella) e fece intervenire i Carabinieri che, dopo uno snervante confronto coi soldati statunitensi, ebbero pacificamente la meglio. La successiva liberazione di Abu Abbas, capo dei dirottatori, spostò però la lotta all’interno della politica italiana, colla reazione dell’ala atlantista ortodossa guidata dal ministro della difesa Giovanni Spadolini, che ritirò il suo Partito Repubblicano Italiano dalla maggioranza di governo. Il 6 novembre 1985 Craxi tenne uno storico discorso alla Camera dei Deputati, al termine del quale il suo governo ottenne la fiducia. In quel discorso, il Presidente del Consiglio affermò la legittimità della lotta armata da parte dei Palestinesi, condannandola esclusivamente per la sua inefficacia36.

Un altro episodio conflittuale nei rapporti Italia-USA nel Mediterraneo riguardò il bombardamento statunitense di Tripoli nell’aprile 1986, ordinato dal presidente Ronald Reagan coll’intento di uccidere il colonnello Muhammar Gheddafi, ma riuscendo solo ad assassinarne la figlia adottiva Hana ed un’altra ventina di persone. Nell’ottobre 2008 l’allora ambasciatore a Roma ed oggi ministro degli esteri libico Abdel-Rahman Shalgam ha rivelato che fu Bettino Craxi, informato da Washington al pari degli altri governi europei del proposito bellicoso, a mettere segretamente in guardia Gheddafi dal raid aereo, permettendogli così di sfuggirvi. La notizia, che era già stata in precedenza divulgata da altri, tra cui Francesco Cossiga, è stata confermata anche da Giulio Andreotti e Margherita Boniver37. Lo stesso Andreotti ha poi gettato una luce inquietante sul crepuscolo di Craxi: su esplicita richiesta di Andrea Romano di “Radio 3”, nel novembre 2008, ha giudicato possibile che “Tangentopoli” sia dipesa proprio dall’avviso di Craxi a Gheddafi, e dunque dalla volontà di rivalsa degli USA38. L’ipotesi di un legame tra l’inchiesta di “Mani Pulite” ed una regia occulta degli Stati Uniti non era nuova: a paventarla sono stati, tra gli altri, nel 1994 il senatore Umberto Bossi, nel 2002 l’ex portavoce di Craxi Ugo Intini, nel 2008 Cossiga39. Qualsiasi sia stata la genesi dell’inchiesta “Mani Pulite”, è certo che le due vittime principali furono proprio Craxi e Andreotti, protagonisti dell’autonoma politica mediterranea dell’Italia negli anni ’80. Con loro sparirono numerosi partiti, tra cui la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, mentre altri (PCI e MSI) intraprendevano percorsi di revisione ideologica in senso liberale. Nei medesimi anni la fine della contrapposizione bipolare minava le capacità dell’Italia di sfruttare la propria posizione strategica, e non sorprende dunque che negli anni ’90 il “terzo cerchio” sia stato largamente trascurato.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 e la conseguente campagna statunitense per il “Grande Medio Oriente” hanno costretto Roma a tornare a guardare al Mediterraneo, anche se con un’autonomia ed una consapevolezza strategica che appare enormemente inferiore rispetto a quelle di Mattei, Fanfani, Moro, Craxi e Andreotti. Dal filo-arabismo, che costituiva la cornice in cui si estrinsecava la politica dei personaggi suddetti, si è passati ad un filo-sionismo spesso acritico ed ideologico, radicato in particolare nel Centro-Destra, e certamente favorito da uno schieramento sempre più unilaterale dei media italiani40. D’altro canto, è proprio all’attuale governo di Silvio Berlusconi che si deve uno sviluppo interessante quale il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia41, sottoscritto dopo che il Presidente del Consiglio ha pubblicamente riconosciuto le colpe del colonialismo italiano in Cirenaica e Tripolitania (sviluppo del Comunicato congiunto del 4 luglio 1998, firmato per l’Italia dall’allora ministro degli esteri Lamberto Dini42). Con la firma del trattato, Italia e Libia si sono impegnate a «operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo» (Preambolo); il governo Berlusconi ha poi realizzato uno strappo significativo con la sua precedente adesione alla politica di George W. Bush riconoscendo «la centralità delle Nazioni Unite nel sistema di relazioni internazionali» (Capo 1, art. 1) ed impegnandosi a rispettare «il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (Capo 1, art. 2), concetto quest’ultimo ribadito al Capo 1, art. 4.1 dove si esclude ogni ingerenza «diretta o indiretta» negli affari interni della controparte. Italia e Libia s’impegnano inoltre a non permettere l’uso del proprio territorio affinché sia colpita la controparte (Capo 1, art. 4.2): è qui evidente come si vada ad escludere la possibilità che Roma presti il proprio territorio ad azioni statunitensi contro Tripoli, anche se esse sono oggi un’eventualità assai poco probabile, visto il “disgelo” tra la Casa Bianca e il colonnello Gheddafi. La chiusura del contenzioso sul periodo coloniale è garantita dall’impegno italiano a finanziare ed eseguire in Libia la costruzione d’infrastrutture per un valore «nei limiti di» 5 miliardi di dollari statunitensi nell’arco dei prossimi 20 anni (Capo 2, art. 8). Sono istituite consultazioni bilaterali periodiche ad alto livello ed è promossa la cooperazione in ambito scientifico, culturale, economico e industriale, energetico, della sicurezza e difensivo (Capo 3).

Questo trattato è importante non solo perché apre le porte all’instaurazione di un’alleanza strategica tra l’Italia e la Libia, ma anche perché potrà essere duplicato con nuovi accordi bilaterali, facendo perno sulla forte autorità morale che Roma ricaverà dal suo aperto ripudio del passato coloniale – proprio mentre la Francia, la potenza europea che non ha ancora abbandonato il sogno di un’egemonia mediterranea, emana addirittura delle leggi per sancirne il “ruolo positivo”. In tal senso, tuttavia, un limite fondamentale rimarrà per l’Italia l’eccessiva condiscendenza verso le posizioni sempre più intransigenti d’Israele, fatto che inevitabilmente ridurrà il nostro gradimento – tradizionalmente alto – tra le popolazioni arabe del Mediterraneo, e non solo. Infatti, se i rapporti tra Tel Aviv e molti Stati arabi vanno “normalizzandosi”, bisogna tenere conto di altre due realtà. La prima è che alla normalizzazione dei rapporti interstatuali non corrisponde un miglioramento della considerazione per Israele tra la popolazione. Ad esempio, l’Egitto ormai da decenni ha rapporti normali e stabili con Israele, eppure in seno alla società civile cresce l’astio anti-sionista, e non sono scarse le probabilità ch’esso incida, alla lunga, sui rapporti ufficiali. Si prenda il caso della Turchia: dopo mezzo secolo di alleanza con Israele, i sentimenti anti-sionisti della stragrande maggioranza della popolazione hanno cominciato ad influire sul comportamento del governo, e negli ultimi anni il rapporto si sta deteriorando rapidamente. Lo stesso “idillio” con paesi quale l’Arabia Saudita è solo contingente, e dettato dalla comune preoccupazione per l’ascesa dell’Iràn. Legarsi troppo strettamente a Tel Aviv potrebbe significare, per Roma, doverne seguire il destino all’isolamento, che pare ineluttabile ed è già per molti versi una realtà. Da quando Barack Obama è giunto alla Casa Bianca, poi, tra USA e Israele sono sorti numerosi dissidi. Pur restando ferma l’alleanza, i loro obiettivi strategici non collimano più alla perfezione. L’accordo con la Libia lascia presagire la ripresa di una politica autonoma dell’Italia in Africa e nel Mediterraneo, ma essa riuscirà inevitabilmente minata (se non nel breve, certamente nel medio-lungo periodo) dal perpetuarsi di questo vincolo troppo stretto con Israele.

Conclusione: uno sguardo d’insieme ed una prospettiva sul futuro

L’Italia si trova nel mezzo del Mediterraneo, un mare che non divide ma unisce. Non è un luogo comune: l’area mediterranea è un continuum geopolitico, il cui vero confine meridionale è il Sahara. Il Mediterraneo è però un mare chiuso, avendo solo due strette uscite sugli oceani. È questa la ragione per cui l’Africa, per l’Italia, è solo l’Africa Settentrionale, mediterranea, mentre l’Africa Subsahariana, nera, è appannaggio delle potenze oceaniche. La politica estera italiana ha sempre rispecchiato questa realtà: la sua politica africana ha coinciso costantemente con la politica mediterranea. Anche le avventure più meridionali, nel Corno d’Africa, erano apertamente motivate da interessi strategici nel Mediterraneo. L’Italia può essere una grande potenza solo godendo dell’egemonia nel Mediterraneo – ed ovviamente il concetto di “egemonia” va declinato nelle varie epoche a seconda dei contesti: se un tempo si trattava di imperi coloniali, oggi si parlerà di legami privilegiati, diplomatici ed economici, con le altre nazioni costiere. L’Italia è arrivata tardi e debole alla contesa per l’egemonia mediterranea, che nell’Ottocento coinvolgeva Francia, Inghilterra e Impero Ottomano, in seguito ha visto uscire questi ultimi due ed irrompere con forza gli USA. I primi passi dell’Italia unitaria furono incerti, perché condizionati dalla sua fragilità economica, militare e politica, ma talvolta – vedi il caso di Mancini – pesarono veri e propri errori di prospettiva. Limitazioni strutturali, cautele eccessive ed errori fecero sì che, all’indomani della Grande Guerra, l’Italia si confrontasse con un quadro geopolitico sconfortante, in cui Francia e Inghilterra egemonizzavano sia il Mediterraneo sia l’Europa. Di lì a pochi anni, però, la situazione era radicalmente mutata: la Germania ritornava a competere per l’egemonia continentale, mentre l’Italia era soggetta ad un regime, quello fascista, che apparentemente era in grado di mobilitarne le energie materiali e morali per la grandezza della nazione. Mussolini decise così di sfidare apertamente Parigi e Londra, coll’intento di conquistare la supremazia nel Mediterraneo, affiancandosi ai Tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale. In essa si palesò però il grado d’impreparazione non solo delle Forze Armate, ma dell’intero paese, tanto che ben presto l’Italia dovette affidarsi, in posizione subordinata, all’alleato tedesco, ed è in dubbio se gli ambiziosi progetti della vigilia si sarebbero potuti ottenere anche in caso di vittoria del conflitto. Il quesito ha stuzzicato più d’uno storico, ma è irrilevante dacché la guerra fu persa. I successori di Mussolini, sia per senso del realismo sia per avversione ideologica a tutto ciò che richiamava il passato regime, abbandonarono ogni velleità da grande potenza. Quando però la situazione interna, a livello politico e socio-economico, lo permetteva, alcune personalità di rilievo cercarono d’imprimere una svolta alla politica estera italiana, imbrigliata nella logica bipolare della Guerra Fredda, cercando un ruolo d’autonomia e potenza almeno nel Mediterraneo. Quasi tutti questi personaggi, tuttavia, morirono o caddero in sventura anzitempo: Mattei, Moro, Craxi, Andreotti. Regolarmente, si è tornati alla linea dell’atlantismo ortodosso, con la pedissequa osservanza dei dettami d’Oltreoceano ed il rifiuto d’ogni iniziativa percepibile come “avventuristica”. Tale linea ha trionfato, in particolare, nell’ultimo ventennio, complice lo scossone interno di “Mani Pulite” e quello esterno della fine del confronto bipolare. Nel nuovo mondo multipolare emergente, tuttavia, si aprono inediti spazi per un’iniziativa autonoma dell’Italia. Essa non è solo un’opportunità, ma una necessità, perché il nostro paese possa conquistarsi la miglior posizione possibile nel nuovo assetto geopolitico che va delineandosi.

Note:

1) Halford J. Mackinder, The geographical pivot of history, “The Geographical Journal”, vol. 23, no. 4 (aprile 1904), pp. 421-437

2) Si potrebbe obiettare che anche il Regno d’Aragona fosse mediterraneo, ma dopo la loro unione dinastica la bilancia pendette decisamente verso la Castiglia, centro politico, economico e militare della Spagna unificata.

3) Cfr. Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, il Giornale, s.l., s.d, pp. 37-42

4) Cfr. Paolo Grillo, Cavalieri e popoli in armi. Le istituzioni militari nell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 78

5) Già il Conte di Cavour, poco prima di morire, pare pensasse ad un’ulteriore espansione nei Balcani ed al predominio delle «razze latine» nel Mediterraneo. Cfr. Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, il Giornale, s.l., s.d., p. 489

6) Brunello Vigezzi, L’Italia dopo l’Unità: liberalismo e politica estera in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica, Unicopli, Milano 1998, pp. 1-54

7) Claudio G. Segré, Il colonialismo e la politica estera: variazioni liberali e fasciste in Richard J. B. Bosworth e Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana / 1860-1985, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 121-146

8) Citato in Angelo del Boca, Gli italiani in Africa orientale. Dall’Unità alla marcia su Roma, Laterza, Bari 1976, p. 175

9) Si veda a proposito: Fortunato Minniti, Gli Stati Maggiori e la politica estera italiana in R.J.B. Bosworth e S. Romano (a cura di), cit., pp. 91-120

10) Cfr. Emilio Canevari, Italia 1861-1943. Da Cavour a Mussolini. I retroscena della disfatta, Erre, Roma 1973, vol. I, p. 97

11) Un’efficace critica alla tesi del “imperialismo” e l’individuazione delle ragioni ultime per la scelta giolittiana è stata compiuta da Brunello Vigezzi in due saggi preziosi: L’imperialismo e il suo ruolo nella storia italiana del primo Novecento e Il liberalismo di Giolitti e l’impresa libica, entrambi contenuti in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., rispettivamente pp. 55-81 e 83-103

12) Citato in Liliana Saiu, La politica estera italiana dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 64

13) Sulla guerra vedi E. Canevari, Italia 1861-1943, cit., vol. I, pp. 108-113

14) Marcello de Cecco e Gian Giacomo Migone, La collocazione internazionale dell’economia italiana in R.J.B. Bosworth e S. Romano (a cura di), La politica estera italiana, cit., pp. 147-196. Cfr. anche Giancarlo Falco, L’Italia e la politica finanziaria degli alleati, 1914-1920, ETS, Pisa 1983

15) L. Saiu, La politica estera italiana dall’Unità a oggi, cit., p. 77

16) Cfr. Arturo Salucci (a cura di), Il nazionalismo giudicato da letterati, artisti, scienziati, uomini politici e giornalisti italiani, Libreria Editrice Moderna, Genova 1913, ed i commenti e le considerazioni contenute in Brunello Vigezzi, Politica estera e opinione pubblica dal 1870 al 1945 in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 211-242

17) Cfr. Brunello Vigezzi, La “classe dirigente” italiana e la prima guerra mondiale in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 129-178

18) Si pensi solo al celeberrimo discorso di Giovanni Pascoli (“socialista umanitario”) sulla “grande proletaria” che “si è mossa”, tra le altre cose, perché non può più essere “soffocata e bloccata nei suoi mari”.

19) Benché sia di moda presentare quella riforma come un esempio del “velleitarismo” mussoliniano, essa fu entusiasticamente appoggiata e finanziata dagli Stati Uniti d’America. Scrivono De Cecco e Migone (cit., pp. 172-173): «Gli storici che hanno interpretato la quota novanta come pura affermazione di prestigio che marcava l’autonomia del regime, ideologizzante e piccolo borghese, dalle classi economiche dominanti (De Felice, Sarti, Cohen, Melograni) semplicemente hanno trascurato fonti americane, inglese e anche italiane che chiariscono in maniera inequivocabile come tale politica si iscrivesse in un piano di stabilizzazione monetaria globale, sotto la leadership inglese, ma soprattutto americana; avesse per l’appunto rafforzato i poteri e l’autonomia della Banca d’Italia (altro che l’autonomia del regime!) e consolidato l’assetto sociale interno, proprio a favore di quelle classi dominanti».

20) Una sintesi agile ma completa (e analizzata con oggettività) della politica araba e musulmana dell’Italia nel periodo fascista è l’opera di Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2001.

21) Cfr. Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2008, pp. 62-64 e 75-93

22) Ibidem, pp. 127-141

23) Ibidem, pp. 230-233, 305-311

24) Così E. Canevari, Italia 1861-1943, cit., vol. II, pp. 638-639

25) Cfr. Giuseppe Mammarella e Paolo Cacace, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 131

26) Cfr. il primo paragrafo di Massimo de Leonardis, L’Italia: “alleato privilegiato degli Stati Uniti nel Mediterraneo? in Idem (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra, il Mulino, Bologna 2003, pp. 61-93

27) Su questo tema non possiamo che rimandare alla ricerca di Alberto Bernardino Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, “Eurasia”, nr. 3/2005, pp. 81-94, il quale – a parziale dispetto del titolo – si concentra prevalentemente sull’individuazione delle installazioni militari statunitensi in Italia. I risultati di Mariantoni, che ha contato 113 installazioni, hanno suscitato un certo dibattito soprattutto dopo che sono state pubblicamente riprese da Beppe Grillo. Nella puntata del 3 giugno 2008 anche la seguita trasmissione televisiva “Matrix” ha citato e discusso la tesi presentata da Mariantoni sulle pagine di “Eurasia”.

28) Cfr. B. Vigezzi, L’Italia, il neoatlantismo e i problemi della politica di potenza, in Idem, L’Italia unita e le sfide della politica estera, cit., pp. 321-353 e G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit., pp. 206-207

29) Ad esempio, G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit. e S. Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Rizzoli, Milano 2006, pp. 105-110

30) Si pensi alla vicenda della lettera di Gronchi a Eisenhower bloccata dalla Farnesina, episodio ricordato più avanti.

31) Riteniamo che si possa finalmente utilizzare quest’espressione senza subire la strumentale accusa di “antisemitismo”, almeno da quando i professori Walt e Mearsheimer hanno introdotto la nozione di “Israel lobby” nel dibattito politologico statunitense (John Mearsheimer, Stephen Walt, The Israel lobby and U.S. Foreign policy, Farrar, Straus and Giroux, New York 2007; ed. it: La Israel lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007). Una figura autorevole come Sergio Romano ha recentemente rivendicato il diritto di nominare la “lobby filo-israeliana”, in una sua risposta all’on. Enrico Pianetta, presidente dell’Associazione parlamentare Italia-Israele, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 5 ottobre 2009.

32) Cfr. Antonio Varsori, Europeismo e mediterraneità nella politica estera italiana in M. de Leonardis (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra, cit., pp. 23-45

33) Fu questa, e non il contratto con la Persia, la prima applicazione della “formula ENI”, come ricordato in Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei” in Idem (a cura di), Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, atti del convegno del Master “Enrico Mattei” in Medio Oriente (Università di Teramo), 2007, pp. 95-116

34) Cfr. Andrea Ricciardi, La morte di Mattei: quando la storia è segreta in C. Moffa (a cura di), Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, cit., pp. 150-160

35) Giovanni Galloni è stato vice-presidente della Democrazia Cristiana, vice-presidente del Consiglio Supremo della Magistratura e ministro della pubblica istruzione nei governi Goria e De Mita. La sua rivelazione è stata fatta il 5 luglio 2005 durante la trasmissione televisiva “NEXT” di “RaiNews 24” (il filmato è visionabile al seguente indirizzo: <http://www.cpeurasia.org/?vid=2067>). In seguito, Galloni ha rivelato altri elementi, di cui era nel frattempo venuto a conoscenza, che lascerebbero intendere un ruolo dei servizi segreti statunitensi nell’assassinio di Aldo Moro (cfr. Saverio Occhiuto, “Galloni: quando Kissinger minacciò Moro”, “L’Espresso”, 14 maggio 2007, <http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Galloni:-quando-Kissinger-minacci%C3%B2-Moro/1608308>). In questo contesto si può anche ricordare la deposizione di Alberto Franceschini, capo delle BR arrestato assieme a Renato Curcio nel 1974 (quindi quattro anni prima del delitto Moro), alla Commissione parlamentare “Stragi”, secondo cui la loro cattura sarebbe stata successiva di pochi mesi ad un approccio da parte del Mossad (<http://archiviostorico.corriere.it/1999/marzo/19/finite_per_Mossad__co_0_9903192907.shtml>).

36) Il video del discorso di Craxi può essere visto al seguente indirizzo: <http://www.cpeurasia.org/?vid=2089>.

37) Le parole di Shalgam sono state riportate da tutta la stampa nazionale: si veda ad esempio Emanuele Novazio, “«Così Bettino salvò Gheddafi»”, “La Stampa”, 31 ottobre 2008, <http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200810articoli/37807girata.asp>. Cossiga ne scrisse invece, rifacendosi alla testimonianza di Vittorio Craxi, nel libro Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d’Italia da Cavour a Berlusconi (Mondadori, Milano 2007) scritto assieme a Pasquale Chessa.

38) <http://city.corriere.it/2008/11/05/milano/protagonisti/giulio-andreotti-tangentopoli-nata-punire-craxi-10248350354.shtml>.

39) Gianluigi Da Rold, “Bossi insiste: «Gli USA favorirono Mani Pulite»”, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1994 (<http://archiviostorico.corriere.it/1994/agosto/26/Bossi_insiste_gli_USA_favorirono_co_0_9408266004.shtml>); Ugo Intini, La politica globale. Per capire Tangentopoli e ricostruire la Sinistra, Mondoperaio, Roma 2002; Aldo Cazzullo, “Cossiga compie 80 anni: Moro? Sapevo di averlo condannato a morte”, “Corriere della Sera”, 8 luglio 2008 (<http://www.corriere.it/politica/08_luglio_08/cossiga_cazzullo_f6395d90-4cb1-11dd-b408-00144f02aabc.shtml>).

40) Ho affrontato questo tema in maniera più estesa in un’intervista rilasciata a “Radio Italia”, emissione italiana della “Islamic Republic Internazional Broadcasting”, il 4 febbraio 2009. L’intervista può essere ascoltata al seguente indirizzo: <http://www.youtube.com/watch?v=helCFmc-YQ8>; qui invece la trascrizione integrale: <http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFFluklVVJABCBKqK.shtml>.

41) Testo integrale: <http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0017390>.

42) Testo integrale: <http://www.airl.it/accorditrattati2.php>.