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خبير إيطالى: روما تبدى «ليونة» كبيرة تجاه القاهرة بشأن قضية «ريجينى»

Il quotidiano egiziano “Al-Shuruq” dà notizia in prima pagina dell’articolo Italy and Egypt: from Regeni to Libya, the difficult path towards normalization, originariamente pubblicato da Ifimes e “Modern Diplomacy”.

 

– دانيلى سكاليا يؤكد فشل محاولة إيطاليا إشعال حرب العصابات الدبلوماسية ضد مصر.. وحلفاء روما والقاهرة يتقاسمان نفس الأفكار بغض النظر عن القضية
قال دانيلى سكاليا، مدير معهد الدراسات المتقدمة فى الجغرافيا السياسية بروما، إن بيان المحققين المصريين والإيطاليين الأخير، الصادر فى أعقاب اجتماع القمة الثالث الذى عُقد مطلع سبتمبر بشأن مقتل باحث الدكتوراه الإيطالى فى مصر جوليو ريجينى، يعكس درجة «جيدة» من التعاون بين البلدين فيما يخص التحقيقات الجارية حول القضية، مشيرا إلى أن روما تبدى «ليونة» كبيرة تجاه القاهرة فى هذه القضية.

وأوضح الخبير الإيطالى، فى مقال نشره موقع «مودرن دبلوماسى»، أن التوصل لقاتل «ريجينى» يعتمد على القدر والقضاء المصرى على السواء.

وكان سكاليا قد أكد فى تصريحات لـ«الشروق» فى وقت سابق أنه «حين تتبع القاهرة المسار التعاونى مع روما فى التحقيقات الجارية، ستعبر السلطات الإيطالية حينها عن رضاها وستعيد العلاقات لطبيعتها مع القاهرة».

وبحسب سكاليا، فإن محاولة إيطاليا إشعال حرب العصابات الدبلوماسية ضد مصر من خلال إقناع حلفائها الغربيين بعزلها باءت بالفشل، لأن الدول الغربية مقتنعة أن للقاهرة دورا فى مكافحة الإرهاب والتطرف، كما أن وزير الخارجية الإيطالى، باولو جينتيلونى، وصف الرئيس عبدالفتاح السيسى فى وقت سابق بأنه «حليف قوى لمكافحة الإرهاب».

وتابع الخبير الإيطالى: «روما تبدى ليونة كبيرة تجاه القاهرة والدليل على ذلك تعيين سفير إيطالى جديد، فضلا عن التصريحات التصالحية التى يبديها القضاة الإيطاليون، من حين لآخر».

وفيما يخص قرار مجلس الشيوخ الإيطالى بوقف تزويد مصر بقطع غيار لطائرات «إف ــ16»، احتجاجا على عدم تعاون السلطات المصرية فى التحقيقات، أوضح الخبير الإيطالى أن القرار كان «خطوة» سريعة ومستقلة تبناها بعض البرلمانيين وليس قرار «مدروسا» من قبل الحكومة الإيطالية.

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Dall’Etiopia a Danzica, il Game of Thrones di 80 anni fa

Fonte: L’Huffington Post

 

Nel maggio di ottant’anni fa terminava la Guerra d’Etiopia: precisamente, era il 9 maggio 1936 quando Benito Mussolini annunciava dal balcone di Palazzo Venezia la rifondazione dell’Impero. In questi otto decenni quel conflitto è stato oggetto di non poche attenzioni da parte della storiografia, per tutto quello che rappresentò il picco del consenso verso il Regime Fascista in Italia, l’ultima conquista coloniale europea in Africa, l’abolizione della schiavitù ancora presente nell’Impero etiope, l’uso di gas da parte delle nostre Forze Armate, e via dicendo.

Un nuovo mattone nell’edificio dell’analisi storiografica del conflitto italo-etiope è posto dalla recente uscita de Il “Gioco degli Imperi”. La Guerra d’Etiopia e le origini del secondo conflitto mondiale, opera di Eugenio Di Rienzo pubblicata dalla Società Editrice Dante Alighieri nella Biblioteca della “Nuova Rivista Storica”.

L’Autore, professore ordinario all’Università Sapienza, s’inserisce nel dibattito storiografico internazionale che collega l’invasione italiana dell’Etiopia alla di poco successiva conflagrazione mondiale. Le 190 pagine dell’opera sono una disamina del turbinio diplomatico che l’impresa mussoliniana mise in moto a livello internazionale.

La decisione italiana di scendere in armi contro il vecchio nemico abissino («tre conti» andavano regolati, secondo una canzone propagandistica dell’epoca, che faceva riferimento alle sconfitte patite a Adua, Macallé e all’Amba Alagi nel 1895-96) e la risoluzione della Gran Bretagna di adottare la linea dura contro il nostro paese, misero in crisi quell’equilibrio europeo appena fissato col Patto di Stresa e mirato a contenere il revanscismo della Germania nazista.

Come ben descrive, con ricchezza di documentazione, Di Rienzo nel suo libro, l’intransigenza britannica suscitò non pochi dubbi persino tra i Dominions (Australia, Canada e Nuova Zelanda), timorosi d’essere chiamati ancora una volta a sacrificare i propri figli per una nuova guerra europea. A maggior ragione lasciò interdetta la Francia, allora governata dalla Destra di Pierre Laval, la quale aveva appena raggiunto un’intesa con Mussolini in funzione anti-tedesca (nel 1934 l’Italia aveva persino mobilitato l’Esercito per impedire a Hitler di annettersi l’Austria).

Forse sorprendentemente, l’Italia fascista poté godere pure di una certa benevolenza da parte dell’URSS. Mentre Togliatti prospettava la possibilità d’inviare “brigate internazionali” a combattere contro gli Italiani e Mosca condannava formalmente l’invasione dell’Etiopia, i Sovietici non lesinarono gli sforzi per tranquillizzare Mussolini, contrastare l’intransigenza britannica in seno alla Società delle Nazioni e lasciare il più possibile inapplicate le sanzioni. Come affermò pubblicamente Stalin, il vero pericolo era il Terzo Reich in Europa, non l’Impero fascista in Etiopia, e per lunghi mesi i Sovietici cercano di preservare un asse franco-italo-sovietico contro il revisionismo tedesco.

La sfiducia di Mosca verso Londra (la stessa che sul medio periodo avrebbe condotto al Patto Molotov-Ribbentropp) derivava dal sospetto che i Britannici volessero aizzare i Tedeschi contro l’URSS. Hitler non faceva mistero di considerare l’URSS il nemico e la Gran Bretagna un potenziale amico, e non pochi in seno all’establishment britannico in quel momento speravano in un accordo col dittatore nazista: nel 1935 era stato siglato un Trattato Navale anglo-tedesco, in apparente violazione del Patto di Stresa con Francia e Italia, inaugurando l’infausta politica dell’appeasement.

Adolf Hitler perse non poco tempo a meditare sulla scelta da prendere. Al bivio tra Londra e Roma, fu solo per sfiducia verso la persistenza delle intenzioni britanniche se optò infine per l’Italia. Non va dimenticato che l’Etiopia aveva ammodernato il proprio esercito, prima del conflitto con l’Italia, proprio grazie all’appoggio della Germania e del Giappone. Anche con Tokyo i rapporti dell’Italia erano tesi, ma la linea sanzionistica della Gran Bretagna favorì il riavvicinamento. Una triplice alleanza riluttante, resa possibile solo dalla maldestra politica di Londra.

Insomma, un caleidoscopio di alleanze messo in moto dalla Guerra d’Etiopia e magistralmente raccontato da Di Rienzo, il quale ha scelto, non a caso, di intitolare il suo libro con la parafrasi di una celebre serie televisiva americana in cui intrighi politici e contese dinastiche la fanno da padroni.

“Doromizu”, nell’acqua torbida del nuovo Giappone

Fonte: L’Huffington Post

 

Mario Vattani, diplomatico italiano che ha nel suo curriculum incursioni nel campo della musica, della pittura e della politica, ha fatto il suo esordio anche in quello della letteratura col romanzo Doromizu. Acqua torbida, edito da Mondadori da solo poche settimane ma che ha già fatto capolino nelle classifiche di vendita.

La “acqua torbida”, doromizu, del titolo è l’espressione con cui i Giapponesi si riferiscono al mercato del sesso. Questo mercato offre il grosso dell’ambientazione del romanzo, poiché a esso è legato, come cliente occasionale e sopratutto come cineoperatore in video pornografici, il suo protagonista, Alex Merisi (il nome è un omaggio al protagonista di A Clockwork Orange di Anthony Burgess). Italiano cresciuto in Inghilterra e trasferitosi in Giappone, Paese che ama al punto da impararne perfettamente la lingua e cercare d’adattarsi il più possibile ai suoi costumi, Alex è un riflesso parzialmente autobiografico di Vattani (la stessa scelta di ambientare il romanzo nel 2001 sembra voler riavvicinare anagraficamente protagonista e scrittore). La conoscenza che l’Autore ha della Tokyo contemporanea e della cultura materiale giapponese si riversa nel realismo della descrizione di luoghi e usanze che troviamo nel romanzo. Ciò lo rende particolarmente apprezzato dai lettori che conoscono di prima mano la capitale nipponica.

Ma Doromizu è certo più di un divertissement per italiani che hanno frequentato Tokyo. Ed è anche più di un romanzo d’evasione dal tono noir e lo stile essenziale e sobrio – quest’ultimo, si può supporre, precisa scelta dell’Autore per agevolare lettura e coinvolgimento, poiché in vari suoi articoli dimostra padronanza di registri più ricercati e ornati. Doromizu non manca di offrire spunti di riflessione elevati.

Il principale si annida nell’ordito centrale attorno a cui si sviluppa la trama. Per un caso fortuito Alex, assieme a un amico inglese (Tom), entra improvvisamente in possesso di un’enorme somma di denaro. Ciò però avviene in maniera illegale e grazie alla morte di Anthony, un riccastro spiacevole e poco di buono, e sulla vicenda comincia a indagare la polizia nipponica nella persona del Commissario Hara. Nel frattempo, Alex si invaghisce di Tomomi, una giovane locale di sani principi ma conosciuta in un ruolo poco edificante.

In maniera attenuata (in Doromizu tutte le colpe e i crimini sono meno gravi) richiama alla mente la storia di Delitto e castigo: Alex vive un’esperienza similare a quella di Raskolnikov, Anthony è il corrispondente dell’odiosa usuraia Alëna Ivanovna, il Commissario Hara richiama ovviamente l’investigatore Porfirj, e infine Tomomi si potrebbe per certi versi paragonare alla povera Sofia, pia giovane costretta a prostituirsi per aiutare la famiglia – se non altro nel ruolo “maieutico” che ha sul protagonista.

Alex però si comporta in maniera molto diversa da Raskolnikov. Non perde mai il controllo di sé e, soprattutto, non si sente mai in colpa. Doromizu non è la storia di una conversione cristiana indotta dal senso di colpa, come per Raskolnikov. Alex s’interroga sul rapporto tra destino e volontà, senza mai rinunciare a esercitare quest’ultima secondo un’etica tutta personale, dalle sfumature nicciane. E, con riferimento al suo stare in Giappone, riflette:

Perché sono nel luogo dove si può raccontare qualsiasi storia, senza limiti morali, politici, o di opportunità […], nelle isole lontanissime dove le regole valgono in uno spazio limitato ma al tempo stesso infinito, perché loro stesse regolate solamente dall’equilibrio tra il coraggio del singolo e il comportamento del gruppo, non da dogmi bigotti fondati sulla colpa, e nemmeno da dogmi bigotti fondati sul perdono. Perché in questa armonia non ci sono né colpa né perdono, c’è solo l’audacia dello sforzo, la sventatezza di chi decide di dare il meglio di sé […].

Quella terra è il Giappone. Doromizu è anche una dichiarazione d’amore per il Giappone, ma come tutti gli amori conscio della sua irrazionalità. Alex non può fare a meno di sottolineare con sgomento lo iato tra quel Giappone classico di cui è innamorato, e il Giappone figlio della sconfitta bellica e del disastro nucleare in cui si trova a vivere. Da un lato le foto sorridenti di quei giovani che “hanno sentito soffiare il vento divino, il kamikaze”, ammirate al Santuario Yasukuni, dall’altro quella “massa di venduti e di puttane” che per incomprensibili motivi sono disposti a subire ogni sorta di umiliazione e violenza, le stesse che Alex si trova a riprendere nel suo lavoro. Ma continua a voler bene al Giappone, Alex, perché in fondo ammira la

metropoli che ha saputo resistere alle bombe, al fuoco, alla cenere, e lo ha fatto con i denti e con le unghie, con i fuorilegge, con la yakuza, le puttane, il gioco d’azzardo, i ladri, gli assassini, con tutti quanti i figli del disastro, armati di coltello e tenuti svegli dall’acquavite mescolata alla voglia di rivalsa, affogati e raggrinziti nella bile come una rapa daikon nell’aceto di riso.

Perché, come gli insegnò quand’era fanciullo a Londra un anziano veterano britannico, “nella vita non si può sempre vincere, ragazzo. Certe volte si vince, e certe volte si perde. Ma l’importante è farlo sempre con coraggio. Bisogna sempre avere coraggio. Sempre”.

Lev Gumilëv: il filosofo della storia che ispira Putin

Fonte: L’Huffington Post

 

L’11 marzo il Financial Times ha pubblicato un articolo di Charles Clover dal titolo Lev Gumilev: passion, Putin and power. In esso, l’autore ricorda come il Presidente russo Vladimir Putin abbia, in occasione di discorsi ufficiali, fatto ricorso alla terminologia coniata da uno studioso d’epoca sovietica, pressoché sconosciuto in Occidente ma che gode di grande fama in Russia: Lev Gumilëv.

Figlio dei poeti Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova, caduti in disgrazia di fronte al nuovo regime comunista, Lev rimase giovanissimo orfano di padre (fucilato come “controrivoluzionario”) e passò quasi tutta l’esistenza da pariah nell’Unione Sovietica. Pur non conducendo alcuna attività antigovernativa e occupandosi di materie apparentemente innocue come etnografia e medievistica, Lev Gumilëv nei suoi primi quarant’anni di vita entrò e uscì più volte di prigione, passandone ben 15 nel gulag (in un breve intervallo di libertà, si arruolò volontario nell’Armata Rossa e partecipò alla conquista di Berlino). Solo dopo la destalinizzazione, ormai più che quarantenne, poté dedicarsi agli studi scientifici, fino ad allora tenacemente portati avanti in condizioni estreme (una delle sue prime opere fu abbozzata nel campo di concentramento, studiando la sera dopo i lavori forzati diurni). Anche allora, però, il passato “sospetto” e i dubbi sulla sua ortodossia marxista-leninista gli procurarono l’ostilità dell’establishment accademico sovietico, frenandogli la carriera accademica.

Con la perestroika, e ancor più con la fine del comunismo, Lev Gumilëv divenne improvvisamente una celebrità in Russia (e non solo: in Kazakhstan gli è dedicata la principale università del Paese). Proprio le persecuzioni e l’ostracismo subiti, assieme a un pensiero eterodosso e affascinante, alla caduta dell’URSS lo portarono al successo. Purtroppo tardivo, considerando che morì nel giugno 1992. Inoltre, Gumilëv era molto meno entusiasta del nuovo corso di quanto quest’ultimo fosse di lui. Osservava, e descriveva, con tono critico il nuovo regime e la disgregazione dell’Unione Sovietica.

Come ha potuto, un fino ad allora oscuro studioso del Medioevo nella steppa eurasiatica, influire così pesantemente sulla terminologia politica e la cultura popolare della Russia postsovietica? Gumilëv è stato molto più di uno storico: è stato un filosofo della storia. Per quanto criticate e tacciate di non scientificità, affascinano il pubblico russo le sue raffinate teorie sull’influenza di ambiente e geografia nella storia umana, sull’ascesa e declino delle civiltà regolati dalla passionarietà, una misteriosa energia che conosce picchi improvvisi e poi si dissipa nel corso di secoli.

Ora anche il pubblico italiano ha la possibilità di approfondire il pensiero di Gumilëv e, con esso, capire un po’ di più dell’odierna psicologia russa. Ciò grazie al libro La passione dell’Eurasia: Storia e civiltà in Lev Gumilëv, edito da Mimesis e già presentato e discusso presso l’Università di Roma Tre e l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’autore, Dario Citati, dedica oltre 400 pagine a sviscerare vita, opera, pensiero e impatto dello studioso russo. Lo fa lavorando interamente su fonti in lingua russa, confrontandosi costantemente con l’orientalistica, la storiografia e la geografia sovietiche e russe per poter dare una valutazione critica di tutto ciò che riporta. Il risultato è un’opera di indubbia completezza e valore.

Capire le rivolte arabe. Recensione di Aliena su Rinascita

Tratto da Rinascita, 28 ottobre 2011

 

Effetto domino? Contagio? Le cause delle agitazioni che stanno interessando l’area del Golfo Persico ed il Nordafrica sono profondamente differenti; tali dissomiglianze vengono illustrate in un fondamentale lavoro di Pietro Longo e Daniele Scalea, Capire le rivolte arabe: Alle origini del fenomeno rivoluzionario – edito pochi mesi fa per Avatar éditions e per l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).
A Firenze, il prestigioso Circolo Vie Nuove – ex Casa del Popolo del Pci – ha ospitato la presentazione del volume nell’ambito del tema Mediterraneo: Mare Mosso, avviato giorni addietro dagli interventi di Lucio Caracciolo e Umberto De Giovannangeli, per capire l’evoluzione politica, i nuovi equilibri, i traffici e il quadro socio-economico di questo teatro strategico che è il Mediterraneo. Il Circolo da tempo si segnala per iniziative e incontri culturali di primissimo livello nazionale; amministratore è Daniele Sordi.
L’incontro è stato organizzato da Alessandro Michelucci: direttore del Centro di documentazione sui popoli minacciati; esperto di minoranze; collaboratore dell’Università di Firenze sul progetto LanMob (dedicato ai problemi delle minoranze linguistiche europee); giornalista. Egli, inoltre, ha intessuto una fitta rete di contatti in Europa e in tutto il mondo e collabora a numerose testate cartacee e su internet.
Oltre all’autore Scalea, sono intervenuti Giovanni Armillotta, assistente di Storia dei Paesi afro-asiatici e islamici a Pisa, nonché direttore del periodico “Africana” (fra i sedici italiani consultati dall’ “Index Islamicus” dell’Università di Cambridge) e Vincenzo Durante, assistente ordinario di Diritto romano a Firenze, nonché saggista. “Si tratta di un gran bel libro, denso ed armonioso, di studiosi di alto profilo, orientalisti, ricercatori e redattori di ‘Eurasia’ – Rivista di studi geopolitici – non generici analisti improvvisati; una ricostruzione attenta, frutto di ricerche su un imponente materiale, lucida, scrupolosa e aliena da schemi interpretativi preconfezionati ed etnocentrici” ha osservato Durante.
Pietro Longo, arabista, è dottorando in Studi sul Vicino Oriente e Maghreb all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si occupa di diritto musulmano e dei paesi islamici e nello specifico del cosiddetto Costituzionalismo islamico. Tra i suoi interessi ci sono anche la geopolitica e le relazioni internazionali del Vicino Oriente. Dal 2010 è nella redazione della rivista di geopolitica “Eurasia”. Daniele Scalea è laureato in Scienze storiche all’Università degli Studi di Milano, segretario scientifico dell’IsAG e redattore anch’egli della predetta rivista sin dal 2004. Nel 2010 ha pubblicato il libro La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali (Fuoco Edizioni, Roma 2010).
Gli autori, entrambi giovanissimi – come messo in risalto da Armillotta: di Scalea si potrebbe credere sia “un vecchio docente forbito che conosce il russo alla perfezione, dalla modestia aulica e dal linguaggio stranamente attuale”, non fosse, in realtà, poco più che ventiseienne – fanno chiarezza sugli ideali e le aspirazioni che animano i nostri vicini arabi, tratteggiando le future fattezze del mondo, una volta che l’ondata della rivolta avrà preso la piega imposta, male che vada, da Casa Bianca, Londra e Parigi.
In particolare, ha ribadito Vincenzo Durante, il testo “disvela la struttura nascosta della retorica dei media occidentali sulla primavera araba, alcuni dei quali hanno enfatizzato il carattere eroico e quasi romanzesco delle rivolte dipingendole come movimenti popolari spontanei che mediante l’autorganizzazione e l’uso di mezzi tecnologici hanno rovesciato i regimi tirannici che da decenni li opprimono. Altri hanno seguito la linea della diffusione di notizie esagerate di proposito, dai caratteri grotteschi, in modo da involgere un clima favorevole alle rivolte e ai rovesciamenti di regime. Si pensi alla notizia della pratica, da parte degli ufficiali di Gheddafi, di distribuire alle truppe dosi di Viagra, sì da risvegliare gli istinti dei combattenti e spingerli ad effettuare stupri punitivi sulla popolazione femminile degli insorti. E in questo anche media arabi molto noti hanno le loro responsabilità. La prima vittima della guerra è la verità, avvertiva Eschilo già nel V secolo avanti Cristo”.
Ancora una volta, la stampa omologata ha dunque peccato di retorica e semplicismo, dispensandosi dal riportare le vere sembianze di un fenomeno molteplice e variegato, nonché dal riferire la natura dei complessi rivolgimenti che ne scaturiscono. Si è voluto dar ad intendere che i vari gruppi etnici di rivoltosi anelino ad equipararsi, volontariamente, alle forme di governo liberal-democratiche – ispirate al consumismo massificante – che ottenebrano i cervelli occidentali. Una spessa cortina fumogena – ovvero, il polveroso cover-up informativo – ha eclissato le proteste sciite in Arabia Saudita, Yemen e Bahrein, distorcendo al contempo l’ascesa del Fratelli musulmani sunniti e gli eventi occorsi in Libia e Siria. “Nel Golfo abbiamo dei Paesi che sostanzialmente sono delle monarchie autoritarie; regimi basati sul potere patrimoniale di poche famiglie. Laddove invece, in Paesi come la stessa Tunisia, l’Algeria e l’Egitto, abbiamo una società civile molto più dinamica, in cui esistono dei partiti politici che, in qualche modo, hanno già interiorizzato la dialettica partitica e il processo democratico. Il Golfo Persico è una realtà a sé stante, in cui a decidere sono quelle poche famiglie che hanno interesse a non far entrare nuovi attori nel discorso politico, per mantenere l’amministrazione delle risorse petrolifere o, comunque, degli idrocarburi” aveva tenuto a precisare Pietro Longo, nel corso di un’intervista rilasciata, all’inizio di marzo, a RaiNews24.
Concorde nella suddetta analisi, Giovanni Armillotta individua nella condotta dell’amministrazione guerrafondaia di Barack Obama un tentativo di esorcizzare l’accaduto e preservare la propria immagine dall’onta dello scacco matto subito nella regione fra Iraq e Afghanistan e nella fine del progetto unipolare. Del resto, tale atteggiamento sembra essere perfettamente in linea con le aspirazioni dell’uomo da 110 milioni di dollari – la somma di denaro investito da corporation, lobby e banche nella prima, fragorosa campagna mediatica del presidente amerikano.
A parere di Durante, “quel che sta succedendo a un passo dalle nostre case, dalla Tunisia, al Bahrein, alla Libia viene spiegato incrociando dati, cifre, verifiche economiche e, ovviamente, illustrando le specificità culturali e socio-economiche, tra eterogeneità e complessità, di un mondo che non è speculare ai pregiudizi occidentali, alle teorie dello scontro di civiltà, alle teorizzazioni dei neo-con americani e dei loro emuli italiani sull’inconciliabilità ed incompatibilità fra islam e democrazia”. Ciascuno scenario della realtà vicinorientale è stato sviscerato nelle sue prerogative specifiche; il volume in questione rappresenta perciò uno squarcio nel velo dell’oblio e della mistificazione che ha contraddistinto, sinora, il pensiero unico dominante.
L’Italia, al di là delle proprie alleanze atlantiche, non può certo ignorare le imminenti e assai probabili ripercussioni di quanto si sta verificando nello spazio mediterraneo: presto o tardi, dovrà confrontarsi con varie incognite e complicanze – ad iniziare dalla crisi libica, di cui sta già pagando lo scotto sia in termini di credibilità, per aver violato il Trattato di Amicizia con la Libia, che di ingenti spese militari; nonché, con il peso dell’incertezza sul futuro approvvigionamento energetico della penisola, e la fine dell’egemonia imprenditoriale del Bel Paese sul e nell’ex Quarta Sponda.
Il pubblico, folto, ha posto domande numerose e stimolanti nel dibattito a conclusione degli interventi. In conclusione va detto che il volume è un primo passo verso la verità, quale liberazione dal pregiudizio: in tal senso, gli autori ci forniscono un indispensabile strumento.