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Trump-Comey: immagine dello scontro istituzionale USA

Fonte: Roberta Testa, L’Indro

 

Ieri la tanto attesa deposizione di fronte al Senato statunitense dell’ex direttore dell’FBI, James Comey. E piovono dichiarazioni che, inevitabilmente, si ripercuotono sullo stesso Donald Trump che proprio il 9 Maggio scorso aveva dato il ben servito all’allora numero 1 dell’FBI, proprio quando stava portando avanti l’indagine sui presunti rapporti tra amministrazione americana e russi. Il mondo è rimasto lì, immobile ed attento, ad ascoltare le parole di Comey, parole con un alto potenziale di rischio per aprire una strada (davvero) concreta verso l’impeachment. «Quando diventai direttore dell’FBI nel 2013, capii che sarei stato al servizio del Presidente», ha subito affermato Comey. «E capii che sarei potuto essere licenziato dal Presidente per qualsiasi motivo o per nessuno».

Ma i motivi addotti a sostegno del licenziamento non sono molto chiari allo stesso Comey che lo dichiara apertamente dinanzi al Senato. «Avevo la sensazione che qualcosa stava per accadere e capivo che dovevo stare molto attento. Ricordo che pensavo che ci potessero essere sviluppi inquietanti». Prima tanto apprezzato dallo stesso Trump e poi accusato di aver gestito male la vicenda delle e mail di Hillary Clinton. «LAmministrazione Trump ha scelto di diffamare me e lFBI, e ha mentito su di me e sull’FBI», ha sparato Comey «L’FBI è onesta. L’FBI è forte. E l’FBI è e sempre sarà indipendente», ha affermato un po’ provato ma risoluto.

«Non cè alcun dubbio che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane. Ma ho fiducia che nessun voto sia stato alterato», ha detto, ribadendo le indiscrezioni ormai di dominio pubblico. «C’è stato uno sforzo massiccio da parte di Mosca di colpire le elezioni presidenziali americane e l’FBI seppe dei tentativi di hackeraggio da parte dei russi alla fine del 2015». Un tentativo di compromettere il processo elettorale, come spiega lo stesso. «Non sta a me dire se c’è stata ostruzione alla giustizia», risponde Comey affermando che Trump non gli ha mai ordinato in maniera esplicita di bloccare le indagini sul Russiagate e sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Sarebbe stato, quindi, lo stesso Comey ad avere male interpretato le parole di Trump come un ordine. E Trump «non era sotto indagine quando io ero direttore» ha precisato lo stesso.

La reazione della Casa Bianca alle dichiarazioni di Comey è arrivata fulminea. «Il Presidente non è un bugiardo». «Trump è soddisfatto che l’ex capo dell’FBI James Comey abbia confermato che il Presidente non è sotto inchiesta in alcuna indagine sulla Russia», fanno sapere. Anche il legale di Trump, Marc Kasowitz, non perde tempo e precisa che «Trump non ha mai suggerito all’FBI di mettere fine alle indagini su qualcuno». Per giunta, il Presidente non avrebbe mai «chiesto fedeltà» a Comey.

Il clima rimane più che teso e un’intesa tra le istituzioni americane sembra ancora lontana. Abbiamo chiesto a Daniele Scalea, analista geopolitico e direttore generale presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di spiegarci come potrà evolvere ora la situazione americana.

Cosa comporterà in USA la deposizione di Comey?

Sicuramente andranno avanti ancora a lungo le polemiche relative a questi fatti. La possibilità che poi queste arrivino ad uno sbocco concreto, e l’unico sarebbe la deposizione di Trump, sono molto poche, nel senso che in questa deposizione non ci sono stati elementi altamente compromettenti. Si, ci sono elementi che potrebbero essere alla base di un’indagine per poi arrivare ad un’accusa di ostruzione alla giustizia, ma anche se si arrivasse a ciò, cosa già secondo me improbabile, bisognerebbe sempre passare per il Congresso che dovrebbe votare l’impeachment. Quindi, considerando che adesso il Congresso è a larga maggioranza repubblicana, è vero che nel mezzo potrebbero esserci le elezioni di medio termine e che potrebbero cambiare le cose, però, diciamo che sono tante cose improbabili che dovrebbero verificarsi tutte assieme.

In termini di sicurezza potrebbe succedere qualcosa?

Sicuramente la vittoria di Trump non è stata accolta molto bene da una parte della società americana, ci sono stati episodi di intolleranza e di violenza e continueranno ad esserci, ma non sono cose che mettono a rischio la stabilità del Paese.

Qual è l’effetto che potrebbe avere verso il resto del mondo?

La spada di Damocle in cui è intrappolato Trump  ha pochissime probabilità di arrivare ad un qualcosa di ‘formale’, anzi; Comey ha detto che non è mai stato sotto indagine ufficiale da parte dell’FBI. Però, è sempre una cosa che indebolisce l’autorevolezza, perché, per quanto poco probabile, Trump potrebbe essere messo in stato di accusa nei prossimi anni o, comunque, anche se non si arrivasse a questo, la sua autorevolezza potrebbe essere messa in seria discussione. Non è solo questione di opinione pubblica, ma è anche questione della sua capacità di controllare gli apparati. Una delle cose che Comey ha ammesso apertamente è che sono state fatte filtrare informazioni riservate alla stampa per il tramite di alcuni amici professori universitari. Il senso è che se sono filtrati anche dei dettagli della conversazione di Trump ed altro, sostanzialmente, significa che il sistema di sicurezza e di informazioni americano adesso è un po’ un colabrodo. E non solo per le cose che riguardano Trump. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è successo con gli inglesi in merito alle indagini antiterrorismo; non è che possano essere considerati massimamente affidabili. Questo perché c’è qualcosa dietro il sistema che non funziona o che qualcuno non vuole far funzionare, evidentemente, anche degli scontri interni istituzionali che poi sfociano in risultati come questo, cioè informazioni che dovrebbero rimanere gelosamente custodite, vengono continuamente messe sulla stampa. Questo, chiaramente, mette in imbarazzo anche gli interlocutori esterni perché non sanno quali cose possono dire o meno.

Crede che faccia esplodere maggiormente la non capacità di Trump di mantenere il Paese?

Secondo me non ci saranno effetti catastrofici anche perché vedo sempre dei fortissimi parallelismi con la vicenda di Silvio Berlusconi in Italia e visto che, fino ad ora, le analogie hanno sempre più o meno tenuto, credo che possano tenere anche su questo. Il fatto che a Berlusconi siano state fatte accuse gravissime e che è stato messo sotto processo, ha aumentato la base di supporto intorno a lui, un supporto che ha visto tutto come un accanimento giudiziario ed un tentativo di delegittimare, non solo la figura del Presidente, ma, soprattutto, dell’elettorato che rappresentava;  quindi, non mi stupirebbe se anche negli USA tutto questo faccia paradossalmente acquistare consensi a Trump e, quantomeno, rendere più solido e fedele quel consenso che l’ha portato alla Presidenza.

In cosa consisterebbe la messa in stato di accusa di Trump?

Posto che un primo filone è quello sul Russiagate e l’eventuale collusione con i russi, sul quale per adesso non c’è alcun elemento concreto ed anche la deposizione di Comey ha confermato sostanzialmente che non c’è moltissimo dietro questa accusa, tutti gli episodi che abbiamo sentito finora sono stati marginali e, tra l’altro, successivi alle elezioni, quindi, non c’è  molto che lasci pensare che c’è prova del fatto che Trump fosse colluso con i russi. Personalmente, penso anche che l’idea sia abbastanza fantasiosa; che i russi siano riusciti a mettere un loro uomo alla Casa Bianca, non mi sembra molto credibile. Quindi, scartando l’idea che il Russiagate in sé possa arrivare a qualcosa di concreto, l’altra possibilità è proprio quella legata alla vicenda di Comey, cioè la possibilità di dire che Trump  ha cercato di ostruire la giustizia. Su questo, gli elementi sono quelli che già erano noti e che sono stati confermati in questa udienza, cioè, la sua richiesta un po’ ambigua di non accanirsi su Flynn che per Trump era una ‘speranza’ di non accanimento, mentre, per gli altri, una pressione per bloccare tutte le indagini sul Russiagate; ecco, il prevalere di questa seconda interpretazione è cosa, secondo me, molto difficile perché l’accusa richiede sempre prove più dure della difesa. Si tratta di una differenza di interpretazione di un capo dell’FBI, quindi, di una figura autorevole; però, dall’altra parte c’è sempre il Presidente degli Stati Uniti ed è una bella lotta andare a dire che ha fatto ostruzione alla giustizia sulla base di una frase percepita in un modo o nell’altro, è abbastanza difficile. A quel punto, il rapporto andrebbe pubblicato, i democratici chiederebbero l’impeachment ma dovrebbero comunque ottenere il sostegno del Congresso, che, attualmente, è a maggioranza repubblicana.

Cosa sta succedendo all’interno del partito repubblicano?

Credo che i repubblicani tradirebbero Trump solo se la situazione andasse fuori controllo, cioè se arrivassero delle prove o delle cose su cui non si può più controbattere, se ci fossero cose che non si possono difendere; a quel punto sarebbero costretti a scaricarlo. Ma stiamo parlando di un caso estremo in condizioni estreme. In tutti gli altri casi non lo farebbero e non tanto perché Trump goda di una vasta simpatia all’interno del partito (è vero casomai il contrario), ma perché se i repubblicani cacciassero il loro stesso Presidente che ha vinto le primarie dicendo che lui era stato comprato da una potenza nemica, è chiaro che il partito subirebbe un colpo alla sua credibilità da cui si riprenderebbe, se va bene, fra 20, 30 anni. Non rischierebbero mai di fare una cosa del genere. Più Trump è in difficoltà in queste indagini, più ha bisogno dell’appoggio del suo partito e questo lo rende, d’altro canto, più controllabile. Può crearsi una situazione, non dico ideale, ma non svantaggiosa per i repubblicani.

Cosa ne dobbiamo trarre da questa deposizione?

Si conferma lo scontro in atto all’interno delle istituzioni americane che prevede anche dei colpi bassi nelle procedure che sono totalmente fuori dall’ordinario; il fatto che Trump abbia licenziato Comey, i suoi tentativi di ammorbidirlo sulle indagini ed il fatto che Comey abbia passato informazioni alla stampa (informazioni che non dovrebbe avere), crea una situazione di confusione e di lotta interna. E le rivelazioni alla stampa sono evidentemente solo la parte visibile di un qualcosa che, però, va molto più a fondo; questo è un grosso problema per gli USA, perché, se c’è una crisi interna totale, avrà diverse conseguenze che non sono solo di immagine, ma anche di efficienza. Nessuno si fida dell’altro e tutti potrebbero cercare di sabotare le iniziative dell’altra agenzia, piuttosto che dell’altro dipartimento, quindi, il pericolo è che l’azione degli USA si faccia particolarmente debole nei prossimi anni. Questo, secondo me, è il vero problema. Da un punto di vista strettamente politico, invece, la questione è che Trump sarà molto dipendente dall’appoggio del suo partito, il quale non lo scaricherà se non nella situazione improbabile in cui ci saranno accuse contro di lui. Mentre, d’altro canto, le indagini che pendono su Trump lo rendono più malleabile e docile, come del resto è stato fino ad ora;  infatti, per ora si è abbastanza piegato a quelle che sono state le direttive del suo partito. Non ha cercato uno scontro con i suoi e diminuiscono sempre di più le possibilità che possa o voglia farlo.

Russia al G7: il convitato di pietra

Fonte: L’Indro

di ILARIA D’ANGELO

 

Non è poi così lontano nel tempo quel 2014 che decretò la sospensione della partecipazione del governo russo al G8 – da allora divenuto G7 – in seguito all’invasione e poi all’annessione della Crimea. Eppure, visto e considerato il ruolo di attore principale che la Federazione Russa ha assunto nello scenario geopolitico internazionale – dalla crisi libica alla guerra siriana e al complicato rapporto dell’Europa con la Turchia di Erdogan, solo per citare alcuni esempi – oggi sembra difficile immaginare che nel G7 di Taormina si possa davvero definire una linea di azione sui temi più caldi, come terrorismo, migranti e questioni economiche, senza il contributo della Russia. E questo non solo perché l’economia russa sta dando segnali di ripresa e necessita di partner stranieri sia per la trasmissione di competenze che per nuove joint-venture, come dimostrato dal recente incontro tra Paolo Gentiloni e Vladimir Putin, ma anche, e soprattutto, per quel tessuto di relazioni e dialoghi imprescindibile per affrontare le crisi attuali. In Libia la partita si gioca sul confronto tra Fayez al-Serraj, Capo di Stato e Primo Ministro del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, e le milizie non regolari di Khalifa Haftar, attualmente appoggiate dalla Russia. Per non parlare della Siria e dello stretto legame che unisce Putin a Bashar al-Assad.

Il contributo della Russia, dunque, potrebbe essere determinante per queste e molte altre questioni centrali su cui i leader delle potenze mondiali dovranno confrontarsi all’ombra del celebre teatro greco di Taormina. E il recente incontro tra il Primo Ministro italiano e Putin, oltre che per stipulare accordi economici, è sembrata l’occasione ideale perché l’Italia possa farsi portavoce di istanze russe al tavolo del G7, favorendo così un possibile recupero del dialogo. Sulle condizioni perché ciò avvenga e sulle conseguenze nello scenario geopolitico internazionale abbiamo chiesto l’opinione di Daniele Scalea, Vice-Presidente Esecutivo dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e di Gianfranco Lizza, professore di Geografia politica ed economica all’Università di degli Studi di Roma La Sapienza.

Se è vero che la ‘questione russa’ torna al centro del dibattito con la vicenda di Trump, non si può dimenticare che esiste una ‘questione russa’ anche in Europa. In particolare, Daniele Scalea definisce oggi il rapporto tra Europa e Russia come “di amore e odio”. Spiega infatti Scalea che “la Russia ha una costante tensione tra il desiderio di far parte dell’Occidente e l’idea di rappresentare una civiltà eurasiatica a sé stante. L’Europa, e in minor misura gli Usa, intravedono le opportunità di una partnership con la Russia, la più occidentale tra le potenze che sono al di fuori dell’attuale concezione di ‘Occidente’, ma provano repulsione per la particolare cultura politica russa. A mio avviso la Russia è indubbiamente parte della civiltà occidentale, pur con le sue chiare specificità, e oggi tanto la Russia quanto l’Europa, e in parte pure gli Usa, si trovano in una fase storica in cui il loro tradizionale predominio mondiale sta scemando. Ha senso continuare a rivaleggiare tra noi anziché far fronte comune nella competizione mondiale? Gli Europei già declinanti si affrontarono furiosamente in due guerre mondiali lo scorso secolo, uscendone – vincitori e vinti – a pezzi, e passando lo scettro del potere a Usa e Russia. Mi chiedo se al termine di questa contesa tra il fronte nordatlantico e la Russia, il risultato non sarà semplicemente l’ascesa della Cina come nuova grande potenza globale.”

Il professor Lizza a questo proposito sottolinea comunque che “il quadro politico ed economico internazionale non può avere una sua completezza senza la partecipazione della Russia”. E proprio per questo Lizza afferma che “lasciare la Russia fuori dal G8 ormai dal 2014 dopo la questione della Crimea ha reso questo importante summit un po’ monco. Tutti vorrebbero il rientro della Russia e che il G7 tornasse a essere G8 per una serie di motivi. Non c’è dubbio che la Russia nei riguardi del Mediterraneo e del Medio-Oriente e quindi della Siria, ma anche per tanti aspetti politici ed economici è il referente principale dell’Europa ma naturalmente anche degli Stati Uniti che oggi sono rappresentati da Trump”.

Anche Daniele Scalea ritiene che i membri europei siano “già tutti più (Italia) o meno (Germania) convinti della necessità di riattivare la partecipazione russa” e lo stesso vale per il Giappone. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è semplice prevedere le mosse di Trump. Quel che è certo è che “già da parte europea si è smesso di parlare della Crimea e si discute solo dell’implementazione degli Accordi di Minsk in Ucraina”. Anche secondo l’opinione del professor Lizza la questione delle responsabilità in Ucraina è una delle condizioni per un possibile rientro della Russia nel summit, ma più che una ‘verità’, per Lizza è necessario che la diplomazia trovile strade più opportune perché questo rientro possa essere rapido”. Tuttavia, continua Lizza “non c’è dubbio che anche se la Russia non sarà presente ufficialmente al G7 di Taormina, ci sarà comunque ufficiosamente. La sua presenza sarà, come dire, nell’aria” e questa presenza ufficiosa per Lizza sarà molto probabilmente rappresentata dall’Italia.

Durante l’incontro di pochi giorni fa, il Primo Ministro italiano e Putin “hanno parlato di questioni economiche ma hanno dialogato a lungo anche su Siria, Medio-Oriente e migranti. A parte la questione economica, noi italiani abbiamo tutto l’interesse che la Russia rientri e che vi sia un dialogo costante. Ci sono più di 600 imprese che lavorano in Russia e vorremmo fare di più. Il nostro interscambio è un po’ calato ma adesso si sta riprendendo. Noi abbiamo grandi interessi economici con la Russia e dobbiamo fare di tutto perché questo non venga meno e abbiamo l’interesse a far sì che oltre all’Anas e all’Eni anche altre aziende lavorino e cooperino con questo grande Paese. Non si può esautorare o escludere un Paese, specialmente quando la sua potenza è notevole”.

Per quanto riguarda allora il possibile apporto della Federazione Russa su questioni importanti come la Siria o la crisi libica, Scalea parla di “contributo decisivo” circa la Siriadove la Russia ha una posizione dominante dal punto di vista militare (ha permesso ad Assad di stabilizzare il controllo su quasi tutte le grandi città) e dal punto di vista diplomatico (sta gestendo i Dialoghi di Astana, più efficaci dei Colloqui di Ginevra). Non si potrà prescindere dalla cooperazione con Mosca in Siria, e le prospettive sono buone perché il progetto russo delle aree di de-escalation è molto simile a quello americano delle safe zones. Ma serve buona volontà. Se prevarranno gelosie e le politiche di potenza l’uno a danno dell’altro, il conflitto siriano andrà prolungandosi sine die, destabilizzando tutte le aree vicine come già sta facendo”.

Per quanto riguarda la Libia, il professor Lizza non manca di sottolineare come anche questa faccia parte del delicato assetto di equilibri da discutere durante il summit e come “un quadro di pace, stabilità ed equilibrio generale senza che la Russia faccia uno sforzo insieme agli altri per trovare una soluzione ai problemi non è realizzabile. Questo evidentemente accade quando c’è interesse a trovare una soluzione e il problema è questo. Secondo me questo è il momento in cui la Russia ha davvero tutto l’interesse, anche perché è cambiato il quadro di riferimento negli Stati Uniti”.

Il dialogo con Trump, dunque, sarà senza dubbio un aspetto chiave del summit di Taormina dalla cui buona riuscita dipende senza dubbio anche il successo del G20 che si terrà a inizio luglio in Germania, ad Amburgo. Secondo Scalea, a questo proposito, se è vero che “il G20 tradizionalmente si focalizza più che altro sulle questioni economiche globali, e in tal senso dovrebbero farla da padrone i temi sul libero scambio e il protezionismo”, l’incontro di Amburgo “sarà particolarmente importante anche perché per la prima volta Trump e Putin si vedranno di persona, ed è possibile che abbiano colloqui riservati faccia a faccia. Potrebbe essere un momento di svolta nei rapporti tra Usa e Russia, non cominciati, certo, sotto l’Amministrazione Trump, come tutti ci si aspettava”. Tuttavia, questo “momento di svolta”, se si concretizzerà, dovrà essere preparato nel summit di Taormina, forse proprio a cominciare dal riconoscimento che “tutti gli sforzi della politica di Putin, tesi a far ritornare l’ex Unione Sovietica oggi Federazione Russa a un ruolo di potenza egemone, stanno avendo successo”, come conclude il professor Lizza.