Archivi categoria: Articoli

Rottura fra Trump e Bannon: perché e cosa cambierà nella politica americana

Fonte: L’Huffington Post

 

Le dichiarazioni che Steve Bannon avrebbe affidato all’imminente libro di Michael Wolff, nelle quali definisce “traditore” e “non patriottico” il presunto ‘incontro del figlio e del genero di Donald Trump con una funzionaria russa, hanno suscitato la veemente risposta dello stesso Presidente. Come si può spiegare quest’improvviso scontro tra Trump e il suo ex stratega, e quali conseguenze avrà sulla politica americana?

Sebbene oggi Donald Trump cerchi di minimizzare il suo passato rapporto con Bannon, l’attuale presidente della testata Breitbart fu a capo della vittoriosa campagna elettorale e quindi nominato Chief Strategist alla Casa Bianca. Soprattutto, Bannon è stato più di un semplice membro dello staff: è un influente ideologo della destra americana, forte di un consistente patrimonio personale (le stime si spingono fino a quasi 50 milioni di dollari), dirigente di una testata che su Internet compete coi maggiori quotidiani mondiali.

La sua stella all’interno dell’Amministrazione è rapidamente declinata: già il 5 aprile scorso era stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, e il 18 agosto dimissionato totalmente dalla Casa Bianca. Tuttavia era rimasto in apparentemente buoni rapporti con Trump, il quale lo aveva congedato con un tweet lusinghiero e aveva continuato a sentirlo regolarmente. In cambio, Bannon aveva continuato a sostenere Trump, imputando tutte le mancanze della sua Amministrazione all’influenza negativa di quelli che chiama i “globalisti” attorno al Presidente: in primis il genero Jared Kushner, la figlia Ivanka, il consigliere economico Gary Cohn e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.

Abbandonata la Casa Bianca, Bannon aveva ripreso le redini di Breitbart con l’intento di difendere Trump dai suoi nemici interni – missione talvolta spintasi fino a difendere il trumpismo da Trump stesso. Il punto di maggior tensione si era raggiunto in settembre: il Presidente, allontanato Bannon, sembrava aver raggiunto un accordo coi democratici per un’ampia amnistia agli immigrati (i cosiddetti Dreamers, giunti nel Paese quando ancora erano minorenni) e alle primarie per il seggio senatoriale in Alabama aveva deciso di appoggiare un candidato molto vicino all’establishment repubblicano guidato da Mitch McConnell, acerrimo nemico di Bannon.

Il presidente di Breitbart aveva reagito proiettandosi direttamente nell’agone politico e sostenendo, assieme ad altri nomi eccellenti della Destra populista americana (come Phil Robertson e Sarah Palin), il candidato Roy Moore. Da questo scontro tra Bannon e Trump era uscito sorprendentemente vincitore il primo: il netto successo di Moore alle primarie ha indotto a pensare che la base trumpiana possa muoversi a prescindere, e persino a dispetto, di Donald Trump. In quella fase Steve Bannon girava l’America incontrando potenziali investitori e candidati per cercare di accaparrarsi nel 2018 tutti i seggi senatoriali in palio contro i candidati dell’establishment repubblicano.

Arriviamo così alla recente ed esplosiva uscita di Bannon. A sorprendere non è stato tanto l’attacco a Donald Trump Jr. e a Jared Kushner, con cui notoriamente si detesta (ricambiato appieno); il vero carico da novanta è stata la scelta di un tema tanto sensibile quale il Russiagate e l’utilizzo di un termine pesantissimo quale “tradimento”. Una reazione da parte della Casa Bianca era prevedibile, sebbene non della portata in cui effettivamente è avvenuta – uno sconfessamento totale e una demolizione del personaggio Bannon, rompendo un rapporto già incrinato ma ancora salvabile (Bannon si era sempre guardato bene dall’attaccare direttamente Donald Trump, e anche dopo l’ultimo scambio di cortesie lo ha voluto definire “un grande uomo”).

Se Bannon avesse sferrato un duro attacco alla famiglia di Trump, o persino al Presidente stesso, a settembre o a ottobre quando il malcontento della base era forte, e focalizzandosi su un tema gradito ai suoi seguaci (come l’immigrazione), avrebbe probabilmente ottenuto più consensi che rimbrotti. Il problema è che l’anticipazione del libro di Wolff è arrivata a inizio gennaio, dopo che il candidato bannoniano in Alabama ha clamorosamente perso le elezioni contro il rivale democratico (in realtà a pesare in maniera decisiva sono stati fattori extra-politici, ossia le accuse di molestie sessuali anche a minorenni per Moore, ma la vicenda ha comunque indebolito grandemente Bannon) e in un momento in cui l’azione di governo e le declamazioni retoriche di Trump, sempre oscillante tra la destra radicale e il centro moderato, pendono più verso il primo che verso il secondo. In un momento cioè di luna di miele tra Trump e la sua base.

Oggi, nell’improvviso scontro tra Trump e Bannon, la base della destra populista propende decisamente, e per i fattori suddetti, verso il Presidente. Anche la scelta di cavalcare un tema come quello del Russiagate, che per i trumpisti (e fino a ieri anche per Bannon) sarebbe una montatura dello “Stato profondo” e dei democratici, e che nelle ultime settimane ha visto la demolizione a mezzo stampa (in particolare Fox News) dell’inchiesta Fbi accusata di partigianeria, non ha aiutato Bannon. Sulla stessa Breitbart la maggioranza dei commenti sono ostili a Bannon, e così sono le prese di posizione di molti nomi minori – ma che tuttavia possono fungere da polso del movimento – della destra radicale americana, come Jack Posobiec o Mike Cernovich. Anche commentatori vicini a Bannon, come Ann Coulter o Milo Yiannopoulous, si sono guardati bene dal difendere il presidente di Breitbart. Che, del resto, a oggi non si è difeso nemmeno da solo, lasciando palesemente disorientati i propri collaboratori.

Non sappiamo a quando risalgano le dichiarazioni di Bannon a Wolff, e ciò potrebbe spiegare l’infelice scelta dei tempi. Bannon ha la tendenza a parlare a ruota libera (come ricordano Cernovich e la sua ex giornalista McHugh) e questo potrebbe spiegare l’infelicissima scelta del tema e dei termini. Considerando però che Wolff ha una storia di contestazione dei suoi virgolettati, Bannon avrebbe ben potuto impugnare la veridicità delle frasi attribuitegli, ma non lo ha fatto. Forse impossibilitato a farlo dall’esistenza di una registrazione? Ma addirittura Breitbart ha rilanciato senza commento l’anticipazione del Guardian.

Ciò lascia pensare che Bannon abbia realmente inteso esprimere quelle opinioni e che fosse deciso a rivendicarle. Saremmo dunque di fronte a un suo errore di valutazione: ha sopravvalutato la propria capacità di spostare a piacimento l’opinione dei propri seguaci (che sono anche, al 99%, seguaci di Trump) e sottovalutato la possibile, devastante reazione del Presidente.

Alla base c’è forse, come suggeriscono alcuni, l’ambizione accarezzata da Bannon di diventare politico egli stesso e cercare la candidatura presidenziale nel 2020. Apparentemente fantapolitica, vista la divisività del personaggio, ma nulla appare più impossibile nella politica americana dopo l’imprevedibile successo di Donald Trump. Se anche fosse così, Bannon avrebbe giocato male le sue carte più recenti. Da fine settembre, quando era in grado di lanciare un’opa sull’intero Partito Repubblicano, a oggi si è beccato una scoppola elettorale in Alabama, la scomunica da parte di Donald Trump e forse pure un allentamento dei rapporti coi suoi grandi finanziatori, i miliardari Mercer – che sono pure comproprietari di Breitbart col fondatore e Ceo Larry Solov e con la vedova dell’altro fondatore ed eponimo Andrew Breitbart.

Alla luce di questi fatti, diventa molto improbabile per Bannon riuscire anche solo a proseguire nella sua “guerra civile” contro l‘establishment repubblicano per la conquista dei seggi senatoriali in palio nel 2018. A meno che la situazione degeneri fino a una cacciata di Bannon da Breitbart (Trump è un tipo vendicativo e potrebbe spingersi fino a fare pressioni in tal senso), l’ex stratega della Casa Bianca dovrebbe rimanere come una voce importante e influente della destra americana, ma ridimensionando comunque le proprie ambizioni.

Ciò dovrebbe rafforzare la posizione dell’establishment repubblicano, che spinge per politiche più “centriste” in particolare sull’immigrazione e la politica estera (vale a dire: no al muro sul confine col Messico, amnistia per i Dreamers, un afflusso costante e cospicuo d’immigrati, nessuna distensione con la Russia, maggiore cautela con la Cina); e dovrebbe di converso indebolire Trump, che deve la propria popolarità a promesse elettorali totalmente di segno opposto, e che perderà in Bannon un alleato forse incontrollabile ed egocentrico, ma sinceramente schierato sulle sue posizioni.

Annunci

Falsi minori tra i migranti? L’allarme nella UE

Fonte: Diario del Web

 

Le società occidentali funzionano secondo logiche prevedibili, che con poco studio si può arrivare a comprendere e sfruttare a proprio favore. Ciò è possibile anche a quegli emigranti che, informati dai media del loro Paese o dalle Ong pro-immigrazione di massa, sfruttano le vulnerabilità dei meccanismi europei per superare le barriere all’ingresso e magari ad accedere a privilegi di cui non avrebbero diritto. È ciò che la Svezia ed altri Paesi europei hanno ormai appurato.

Cresce il numero di minori non accompagnati
Il Paese scandinavo in anni recenti ha visto, nel quadro di un accelerato flusso immigratorio, schizzare in alto soprattutto il numero di «minori non accompagnati» che entrano nel Paese in cerca di rifugio. I minori non accompagnati godono di una serie di tutele aggiuntive: non possono essere restituiti al Paese di ingresso nell’Ue né rispediti in un’area sicura del proprio Stato d’origine, sono alloggiati in strutture più accoglienti e ricevono più denaro per usi personali, si vedono assegnare un tutore e assistenti sociali, il loro caso è processato più rapidamente, possono beneficiare (se gli è riconosciuto l’asilo) di un più vasto ricongiungimento familiare. Ciò costa allo Stato, solo in accoglienza immediata, quasi il quadruplo di quel che spende per un richiedente asilo adulto.

Maggiorenni o minorenni?
A destare sensazione è stato però non tanto il numero dei minori non accompagnati (la Svezia rimane, malgrado la pressione sul sistema sociale e sull’ordine pubblico, un Paese incline all’accoglienza), quanto il fatto che molti dei sedicenti adolescenti dimostrassero spesso molti più anni di quelli che si imputavano (vedi, nella foto del 2012, l’allora sedicente quattordicenne Saad Alsaud, in mezzo a bambini considerati di pochi anni più giovani di lui; la pubblicazione di questa foto del «quattordicenne più veloce di Svezia» scatenò un putiferio). Inoltre, curiosamente si registravano pochi minori non accompagnati siriani – ossia di una nazionalità per cui la Svezia riconosce tutele aggiuntive anche agli adulti – in proporzione a quelli provenienti da Afghanistan, Somalia, Eritrea e altri Paesi ancora.

In Svezia misure restrittive sull’immigrazione
Così, il Governo (di sinistra) svedese ha deciso di avviare una serie di test medici (esame a raggi X dei denti e dei polsi) capaci di stimare con una certa precisione la reale età di un individuo. Tra marzo e ottobre il Consiglio Nazionale di Medicina Forense ha effettuato gli esami su 7858 presunti minori non accompagnati, riscontrando per 6628 di loro chiari segni di maggiore età e, in 112 casi, risultati dubbi. L’Agenzia incaricata di valutare le richieste d’asilo ha usato questi test medici in 5700 casi, decidendo nel 79% di essi che il presunto minore andasse trattato da adulto. I minori non accompagnati, o presunti tali, giunti nel 2015 (anno record) erano oltre 35.000, ma solo 2160 nel 2016, dopo che la Svezia ha varato misure restrittive sull’immigrazione e in particolare ha annunciato controlli medici sistematici per verificare l’età dei presunti minori.

In Germania il 43% dei minori non accompagnati mente sull’età
I risultati degli esami avviati in Svezia non giungono come sorprese assolute. In Germania l’utilizzo di test medici ha permesso di rivelare che il 43% dei sedicenti minori non accompagnati giunti quest’anno sono in realtà adulti (dati del Ministero degli Affari Familiari). Nella città di Amburgo la percentuale è ancora più alta, del 47%. Anche in Germania entrare come minori non accompagnati conferisce una serie di privilegi: non ultimo un tasso di accoglienza delle domande d’asilo molto più alto (93%, contro il 61% per gli adulti) e l’impossibilità di espellere anche coloro che sono formalmente rifiutati. Un minore non accompagnato costa tra i 40 e i 60.000 euro l’anno ai contribuenti tedeschi.

La legge Zampa in Italia
Nel 2016, l’Austria ha scoperto tramite test medici quasi mille falsi minori sui poco più di 9000 presentatisi come tali. Ciascun esame medico costa 1000 euro. In Italia, nei primi undici mesi di quest’anno sono sbarcati 15.540 minori non accompagnati – una cifra inferiore solo a quella record del 2016. Un minore non accompagnato ha un costo per lo Stato che si aggira intorno ai 2500 euro al mese (30.000 euro all’anno). Secondo la Legge Zampa, approvata l’aprile scorso col voto favorevole di PD e M5S e l’astensione di Forza Italia, si è stabilito che il minore non accompagnato non può in nessun caso essere respinto alla frontiera. Nessun altro Paese in Europa ha una previsione del genere. La legge prende il nome dall’On. Sandra Zampa del Partito Democratico.

 

 

Sulle fake news Saviano ci ricasca

Fonte: L’Huffington Post, 16 agosto 2017

 

Roberto Saviano non ha preso bene il mio recente fact-checking di una sua affermazione riguardo l’educazione femminile in Iran: lo ha infatti derubricato tra gli insulti degli haters come “un fact-checking furbo sulla pelle delle donne”. Ciò, naturalmente, senza contestarne i contenuti (che dimostravano l’inesattezza di una sua affermazione) bensì lo spirito, descritto come misogino e acrimonioso verso la sua persona. Anziché prenderla sul personale, Saviano avrebbe potuto rivedere i suoi standard di verifica dei fatti ed evitare così nuovi scivoloni. Che invece sono, inevitabilmente, arrivati. Ecco dunque un nuovo fact-checking dedicato all’intellettuale napoletano.

Negli scorsi giorni Saviano ha avuto una querelle a distanza con Matteo Salvini, che ha concluso con un video in cui elenca quattro “bufale” del politico. Almeno due delle contro-deduzioni di Saviano, tuttavia, destano qualche dubbio. In un’occasione Saviano appare approssimativo, in un’altra afferma una cosa manifestamente non corretta. Vediamole.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FRobertoSavianoFanpage%2Fvideos%2F10154897400876864%2F&show_text=1&width=560

La prima è l’affermazione che “non è il governo a decidere la protezione della persona […] non è una decisione politica […] le scorte sono decise dall’UCIS”. È vero che si tratta di una competenza dell’Ufficio Centrale Interforze Sicurezza Personale. Ciò che viene omesso, ma è importante, è che stiamo parlando di una branca del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che a sua volta fa parte del Ministero dell’Interno, ossia un apparato amministrativo con al vertice un membro del governo.

Basta visitare il sito del Ministero per leggere che:

“La legge rimette al ministro dell’Interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza, la competenza a adottare i provvedimenti e impartire le direttive per la tutela e la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio di natura terroristica o correlate al crimine organizzato”.

Si tratta quest’ultima di una chiosa dell’art. 1 della legge istitutiva dell’Ucis (Decreto Legge 6 maggio 2002 n.83, convertito con modificazioni nella Legge 2 luglio 2002 n.133). Insomma: è vero che l’Ucis, un organo tecnico, decide a chi assegnare o revocare le scorte, ma non è indipendente e lo fa per conto del Ministro dell’Interno (membro del governo) cui spetta per legge la tutela delle persone a rischio, e che emana le direttive in merito.

Ciò non significa che un ipotetico governo Salvini potrà sic et simplicter togliere la scorta a Saviano: ma l’organo che potrebbe farlo risponderebbe a un membro del suo governo in accordo con le leggi promulgate dal Parlamento, la cui maggioranza sosterrebbe quell’ipotetico governo Salvini (non c’è un principio costituzionale che regola l’assegnazione delle scorte).

La seconda inesattezza di Saviano è relativa al manuale che, secondo Salvini, “spiega ai migranti come fare sesso con le donne europee“; denuncia, quella del segretario della Lega, corredata di immagini in cui si vedono uomini neri intrattenersi intimamente con donne bianche. Saviano risponde che: “Si tratta di una pubblicazione tedesca di educazione sessuale per un pubblico senza distinzioni di etnia e di età. Era insomma per i tedeschi”. La grafica in sovraimpressione chiosa: “Il testo si rivolge ai tedeschi”.

Ma non è così. Il manuale in questione è il sito Zanzu.de, sviluppato dal Centro Federale per l’Educazione Sanitaria tedesco assieme a una Ong belga. Nella sezione “Über das Projekt Zanzu” si spiega che il progetto è rivolto ai migranti. “Zanzu sostiene i migranti per vincere le paure e le incertezze e promuovere l’acquisizione di conoscenze in materia sessuale”; tali paure e incertezze, si chiarisce, derivano dal fatto che “in molti paesi d’origine l’accesso alla conoscenza dei vari aspetti della salute sessuale è limitato”.

Insomma, il sito serve a colmare eventuali lacune nell’educazione sessuale da parte dei neo-immigrati. Nella breve descrizione del progetto non si fa mai alcun riferimento al fatto che sarebbe rivolto alla generalità dei tedeschi. Essa si apre con le parole “Migrantinnen und Migranten“, in due paragrafi descrive il loro possibile deficit nell’educazione sessuale, e nel terzo dichiara che Zanzu serve a colmarlo. Non c’è altro che possa indirizzare a conclusioni differenti sul suo target di lettori.

Ma allora perché non solo Saviano, ma un gran numero di articoli reperibili in rete (citiamo Fanpage e GQ a mo’ di esempio) denuncia come falso che si tratterebbe di un “manuale per migranti”? La risposta sta probabilmente nel fatto che il sito è multilingue, ma se si cerca la versione inglese (o in qualsiasi altra lingua) della pagina dove si spiega il progetto, appare solo un video in tedesco senza alcuna spiegazione in altro idioma.

Probabilmente chi ha denunciato “la bufala” non aveva dimestichezza col tedesco e non si è preoccupato di verificare la versione originale. Ignoro se Saviano legga il tedesco o meno, ma sorge il dubbio se abbia anche solo verificato in prima persona la notizia: infatti nel video fa riferimento alle immagini di una “copertina” che non c’è, trattandosi di un sito interattivo privo di un’immagine in home page. Potrebbe trattarsi di un semplice lapsus, ma il dubbio che si sia affidato a fonti indirette sorge.

Per completezza d’informazione, chiariamo che nemmeno Salvini aveva ragione. Ma il suo errore non stava nell’affermare che si trattasse di “manuale per migranti” (lo è, oltre ogni dubbio) ma nel dire che servisse a spiegare “come fare sesso con le donne europee”. Saviano avrebbe potuto semplicemente notare che, in altre illustrazioni del manuale, si vedono donne nere con uomini bianchi, o uomini neri con donne nere. Invece, negando il pubblico cui era rivolto, ha finito col dire egli stesso una cosa falsa – con l’aggravante di averla detta nell’ambito di una denuncia delle “fake news” (bisognerebbe coniare un nuovo termine, “fake-checking“, per indicare la pratica di inserire inesattezze nel fact-checking, visto che è sempre più frequente).

Siamo alle conclusioni. E sono le medesime dell’articolo precedente: Saviano ha detto cose non corrette e rispondenti ai fatti, e dal momento che ha preso a cuore la lotta contro le fake news e per la buona informazione, non dovrebbe concedersi il minimo errore. Anziché prendere le critiche sul personale, Saviano dovrebbe fare doverosa autocritica e migliorare il proprio metodo di verifica dei fatti. Sarebbe il primo a guadagnarne, assieme ai suoi lettori.

L’Iran descritto da Saviano esclude davvero le donne dalla vita universitaria?

Fonte: L’Huffington Post

 

Commemorando su Facebook la morte prematura della scienziata Maryam Mirzakhani, Roberto Saviano si è attirato diverse critiche per aver definito la matematica “uno dei pochi corsi consentiti alle donne” in Iran. Nei commenti intervengono molti iraniani, contestando quest’ultima affermazione, asserendo che le donne sono la maggioranza degli studenti universitari in Iran e hanno accesso alla maggior parte dei corsi. Saviano ha replicato accusando i critici di “revisionismo storico”, citando parole di Shirin Ebadi sulla limitazione delle donne nella sfera pubblica e scrivendo che “nel 2012 il governo guidato da Ahmadinejad cerca di abbassare la presenza femminile nelle università vietando alle donne 77 corsi universitari (da letteratura inglese a fisica nucleare)”.

Chi ha ragione? Cerchiamo di fare un po’ di quello che, oggi, va di moda definire fact-checking.

Dopo la Rivoluzione del 1979, le università iraniane furono chiuse per quasi tre anni. Quando riaprirono, alle donne fu consentita l’iscrizione a 91 dei 169 corsi accademici disponibili: i 78 proibiti riguardavano per lo più materie ingegneristiche e tecniche (Shaditalab 2005). In questi primi anni di regime islamico, il numero delle donne nelle università fu in calo (Rezai-Rashti 2015) sebbene aumentò quello ai livelli d’istruzione inferiori (l’alfabetizzazione femminile passò dal 35,5% del 1976 al 52,1% del 1986, ed è oggi all’83% – dati Unesco). La mobilitazione di figure femminili islamiste, molte delle quali impegnate nella Rivoluzione, fece sì che nel 1993, durante la presidenza del recentemente scomparso Rafsanjani, fossero rimossi gli ostacoli all’ingresso per gran parte dei corsi (Boozari 2001; Vakil 2011).

Negli anni ’90, la liberalizzazione e l’istituzione delle università private ha permesso l’aumento delle donne iscritte all’università. Tra 1993 e 2003 erano donne il 68% degli iscritti a lauree brevi e il 52% degli iscritti a lauree specialistiche, sebbene solo il 35% degli ammessi a dottorati di ricerca (Rahbari 2016). Nel 2011, le donne risultavano assommare al 57,3% degli studenti di università pubbliche e al 40,4% di quelli di università private (Rezai-Rashti 2015). Nelle università pubbliche le donne erano maggioritarie in tutti i corsi di laurea breve e specialistica eccetto quelli in ingegneria; erano inoltre in maggioranza nei dottorati professionalizzanti (per lo più medicina e veterinaria) ma non in quelli di ricerca. Il calo relativo nelle università private è dovuto al fatto che esse accolgono in genere gli studenti che non passano il selettivo esame d’ammissione alle università pubbliche, in cui le donne, come dimostrano i dati, tendono a primeggiare.

Il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad (2009-2013) ha effettivamente segnato una svolta, poiché su input del Governo 36 università pubbliche hanno individualmente imposto limitazioni all’accesso delle donne a 77 corsi, per lo più di ingegneria, scienze applicate, informatica e scienze politiche; restrizioni sono state però poste anche agli uomini per l’accesso a corsi letterari, storici e filosofici (Rezai-Rashti, 2015). La logica, infatti, non era tanto quella, pur presente, di limitare la presenza femminile nelle università (che era sproporzionatamente alta) con l’istituzione di una sorta di “quote azzurre”, quanto promuovere la segregazione limitando le donne ad alcune materie e gli uomini ad altre.

Questi cambiamenti non hanno influito in maniera troppo sensibile sulla presenza femminile nelle università (Rezai-Rashti, 2015), sia perché adottati solo da 36 università pubbliche (su un totale di quasi 60, che raggiunge il centinaio includendo gli istituti medici, cui vanno aggiunte le oltre 200 università private) sia perché già dal 2013 il Presidente Rouhani è intervenuto, abbassando le restrizioni alle donne nelle università pubbliche. Inoltre, le classi distinte maschili e femminili si sono rivelate un costo aggiuntivo difficile da sostenere per gli atenei che hanno provato ad adottarle. Ad esempio, un’università come la Allameh Tabataba’i di Tehran, che all’epoca di Ahmadinejad aveva tutte le classi separate tra uomini e donne, con Rouhani è tornata alle classi miste.

L’ultimo Konkur, il concorso nazionale d’ammissione alle università pubbliche, ha visto prevalere ancora una volta le donne, che assommano al 57% delle ammesse: un dato in linea con quelli del 2011 prima citati, e dunque precedenti la stretta varata da Ahmedinejad e parzialmente rivista da Rouhani. Curiosamente per noi, le donne sono state la maggioranza delle ammesse in campo umanistico, linguistico e delle scienze applicate, mentre gli uomini hanno costituito la maggioranza degli ammessi proprio in campo matematico (Tehran Times 2016).

Possiamo dunque osservare che, malgrado i passi indietro compiuti durante il secondo mandato di Ahmadinejad, le donne continuano ad avere ampio accesso all’istruzione universitaria in Iran. Ovviamente, non si possono ignorare le numerose discriminazioni verso le donne (Shahidian 2002), soprattutto a livello di ranghi accademici: così come la loro quota diminuisce man mano che si procede nell’istruzione terziaria, le donne costituivano, al 2012, solo il 21% del personale accademico, il 14,9% dei professori associati, l’8,3% degli ordinari (Rezai-Rashti, 2015).

Tornando a quanto asserito da Saviano, e volendo pronunciare un verdetto, la conclusione è che sia una palese esagerazione affermare che “matematica è uno dei pochi corsi consentiti alle donne” nel paese. Le restrizioni all’accesso contro le donne riguardano una minoranza dei corsi e solo in una minoranza di università, e sono parzialmente controbilanciate da alcuni corsi interdetti agli uomini. Quella della discriminazione è una realtà, ma quando si entra nei dettagli l’aderenza ai fatti è imprescindibile: a maggior ragione ce la si aspetta da chi, come Roberto Saviano, negli ultimi tempi si è fatto paladino della lotta contro le fake news. Lotta che deve partire dal non propalarne in prima persona.

 

Fonti:

Boozari S., Development of Women’s Participation in Higher Education, “Cultural and Social Studies, Women Studies”, vol. 2, n. 2, 2001, pp. 93-113

Rahbari L., Women in Higher Education and Academia in Iran, “Sociology and Anthropology”, vol. 4, n. 11, 2016, pp. 1003-1010.

Rezai-Rashti G.M., The politics of gender segregation and women’s access to higher education in the Islamic Republic of Iran: the interplay of repression and resistance, “Gender & Education”, vol. 27, n. 5, 2015, pp. 469-486

Shaditalab J., Iranian Women: Rising Expectations, “Critique: Critical Middle Eastern Studies”, vol. 14, n. 1, 2005, pp. 35-55

Shahidian H., Women in Iran, vol. 2, Greenwood, Westport, 2002

Vakil S., Women and politics in the Islamic Republic of Iran, Bloomsbury, New York, 2011

Trump conquista consensi

Fonte: Gli Occhi della Guerra

La popolarità del presidente americano Donald Trump, racconta la stampa, starebbe crollando a picco, complici il Russiagate, gli scogli giudiziari e parlamentari ai suoi provvedimenti più radicali, e la “resistenza” proclamata dai progressisti nel Paese.

In effetti ci sono diversi sondaggi che corroborano l’idea che il Presidente americano sia molto impopolare: secondo l’aggregatore FiveThirtyEight l’approvazione per Trump sarebbe sotto il 40%. Come sempre, però, è bene non lanciarsi in conclusioni affrettate.

Un primo fatto che impone cautela è l’analisi storica di questi dati. L’unico presidente che, al giorno 150 di mandato, aveva un’approvazione bassa quanto quella di Trump, è stato Bill Clinton; il quale riuscì tuttavia a vincere un secondo mandato e a lanciare in politica la propria moglie, Hillary, facendole sfiorare la Presidenza degli Stati Uniti. I presidenti dell’ultimo mezzo secolo che al giorno 150 avevano l’approvazione più alta sono invece George H.W. Bush e Jimmy Carter: entrambi sonoramente bocciati da parte dell’elettorato quando hanno cercato di essere rieletti.

A indurre ulteriormente cautela sui proclami di sondaggisti e giornalisti è quanto avvenuto con le cinque elezioni suppletive per la Camera dei Rappresentati che si sono svolte dall’elezione di Trump a oggi. È in tali consultazioni che la disapprovazione registrata dai sondaggi avrebbe dovuto manifestarsi concretamente: i democratici lo sapevano e hanno speso cifre record nelle campagne elettorali. Ma di queste cinque elezioni i democratici ne hanno vinta una sola, in California, in una circoscrizione dove l’unico candidato repubblicano ha preso il 3,5%, superato persino dal candidato dei verdi. Chiamarla roccaforte democratica sarebbe riduttivo.

Nelle altre quattro e più competitive elezioni hanno vinto i candidati repubblicani. Si è trattato in tutti i casi di riconferma in seggi che già erano repubblicani, talvolta con dei cali percentuali, ma a contare è la vittoria o sconfitta finale: e i repubblicani hanno retto ovunque. Si potrebbe tuttavia pensare che, in questi casi, l’autorevolezza del Grand Old Party sia stata capace di controbilanciare l’effetto deleterio dell’impopolarità di Trump.

A far dubitare di ciò è il fatto che due dei quattro vincitori repubblicani siano trumpiani di ferro: Greg Gianforte e Karen Handel. Entrambi hanno prima sopravanzato i candidati repubblicani più moderati, e poi conquistato anche l’elettorato generale (ripercorrendo quanto fatto, più in grande, dal loro nume tutelare che oggi siede alla Casa Bianca).

Gianforte è un uomo d’affari che ha cavalcato la sua estraneità alla classe politica e ha espresso sostegno per molti cavalli di battaglia trumpiani: lottare contro l’élite progressista, punire le “città santuario” (ossia le amministrazioni urbane che apertamente sfidano la legge federale proteggendo gli immigrati clandestini), togliere i finanziamenti all’organizzazione Planned Parenthood che promuove e pratica l’aborto nel Paese. Ha attirato notevole attenzione a livello internazionale perché in campagna elettorale ha avuto uno scontro fisico con un cronista del “Guardian”, celebre testata britannica di sinistra. L’aver sollevato di peso e scaraventato a terra il giornalista britannico gli è costato una multa e una condanna ai servizi sociali, ma non le elezioni.

Anche Karen Handel proviene dal mondo degli affari, ma già da alcuni anni si dedica a tempo pieno alla politica. Nel primo turno si è classificata a sorpresa come prima candidata repubblicana e, malgrado il democratico Ossof partisse da oltre il 48% dei voti, lo ha sopravanzato al ballottaggio. La sconfitta è stata tanto più bruciante per i democratici perché il trentenne e inesperto Jon Ossof aveva beneficiato di una campagna da 25 milioni di dollari, la più costosa di sempre per un seggio alla Camera.

Sono ormai due anni che i sondaggisti danno Donald Trump per (politicamente) morto; ma da due anni, a ogni elezione reale, il miliardario newyorkese riesce a ribaltare i pronostici e uscire vittorioso.