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Current immigration flows towards EU are unbearable

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Italia-Iran: una proiezione possibile?

Fonte: L’Indro

 

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Sei giorni dopo la riannessione di Abu Kamal, città sulla frontiera siro-iraniana –  il ‘canale’ verso il Mediterraneo – sottratta all’IS dalle forze fedeli a Bashir al-Assad e da milizie filo-iraniane, giunge un monito all’Europa proprio da una frazione di quei combattenti. Il monito proviene dal Vicecomandante dei Pasdaran o ‘Guardiani della rivoluzione islamica’ (IRGC), il Generale di Brigata Hossein Salami, e contiene una chiara intimidazione: «Limitare la gittata dei nostri missili a 2000 km», ha dichiarato Salami il 25 novembre, «non significa carenza di tecnologia. Abbiamo la nostra strategia. (…) Ma se l’Europa diventa una minaccia per noi, i missili saranno potenziati».

Salami figura, nella lista stilata (e integrata nel 2010) dal Consiglio europeo, tra le «Persone, entità ed organismi coinvolti in attività nucleari o relative a missili balistici» dei quali sono stati «congelati tutti i fondi e le risorse economiche» di loro proprietà o «posseduti, detenuti o controllati» da tali soggetti (Art. 7, comma 2, Regolamento (CE) n. 423/2007, in linea con la Risoluzione n. 1737 (2006) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Nei fatti, complice la spinta ‘intransigente’ della Francia, a partire dal 2012 si è avuto un inedito incremento di sanzioni, sia da parte degli USA che dell’UE, tale da produrre un generale arresto degli scambi economici e finanziari con l’Iran.

L’Unione Europea, seguendo l’avvertimento dell’alto ufficiale, dovrà perciò astenersi da ogni ingerenza sui programmi missilistici iraniani – una conseguenza dell’appoggio alla linea politica statunitense, volta a indebolire l’assetto difensivo del Paese nell’intera area. Pensando anche al nuovo ruolo mediatore di Emmanuel Macron rispetto alla potenza saudita, siamo lontani dall’invito lanciato a caldo dall’ex-Presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011, subito dopo l’attacco all’ ambasciata britannica di Teheran. Per l’Eliseo, a fronte della mancata volontà dell’Iran a negoziare sulla politica nucleare, solo l’inasprimento delle sanzioni avrebbe evitato una guerra preventiva. Le effettive sanzioni, consistenti nel congelamento del sistema bancario nazionale, nell’embargo sul petrolio persiano e in diverse restrizioni commerciali e assicurative, sono state rimosse all’inizio del 2016 (a un semestre dall’Accordo sul nucleare) con un joint statement del Ministro degli Esteri Javad Zarif e dell’Alto Rappresentante dell’Unione Federica Mogherini. Questa svolta ha inaugurato un rilancio distensivo dei rapporti – soprattutto – con l’UE, il cui interscambio commerciale con l’Iran si è ridotto quasi a un quarto nell’arco di un decennio.

Diversamente dalla tensione storica con gli Stati Uniti, la Repubblica Islamica ha finora mantenuto buoni rapporti con l’UE e l’Italia che, con la Germania, è uno dei suoi principali partner commerciali. Appartenente ai cc.dd. ’Next 11’, i Paesi destinati – secondo la multinazionale americana Goldman Sachs – a subentrare nell’alta gerarchia delle potenze economiche globali del XXI secolo, l’Iran presenta aspetti attrattivi per le nostre imprese: ricchezza di risorse nel sottosuolo (petrolio e gas naturale, del quale rappresenta la seconda riserva mondiale), una rete effettiva di infrastrutture, telecomunicazioni e trasporti, e, soprattutto, un ‘ponte’ in grado di facilitare, per l’Italia, una proiezione che colleghi il suo ambito operativo ‘naturale’, ossia l’area mediterranea, al Medio Oriente. Un altro aspetto rilevante è legato alla demografia: secondo le ultime stime della Literacy Movement Organization, negli ultimi 5 anni risulta alfabetizzato il 94,7% della popolazione iraniana di età compresa tra 10 e 49 anni (rispetto alla media globale UNESCO dell’86,3%), mentre nel 2011 era del 92,4%. Il livello medio di istruzione – uno dei più alti della regione mediorientale – negli auspici del Presidente Hassan Rouhani garantirebbe ai giovani sicurezza e occupazione.  L’investimento complementare delle nostre imprese risponderebbe alla domanda di macchinari e componenti industriali, chimici e semilavorati, materiali da costruzione, prodotti farmaceutici e agroalimentari, tecnologie, oltre a conoscenze ed esperienza che gli attori italiani hanno da offrire a un Paese di 1,6 milioni di Kmq e ricchissimo di idrocarburi.  Tuttavia il processo di implementazione dell’Accordo, vigente dal 18 ottobre 2015, è molto lento e si dovrà attendere l’esito dei rapporti ONU 2023 (transitorio) e  2025 (definitivo) per parlare di uscita definitiva dal regime sanzionatorio e di conferma internazionale sull’uso civile del nucleare da parte di Teheran. Nel settore estrattivo, troviamo già due intese tra l’ENI e la National Iranian Oil Company per la realizzazione di studi di fattibilità relativi al giacimenti di Kish (gas), nel Golfo Persico, e di Darquain (petrolio) nella provincia del Khouzestan.

In merito alla questione nucleare, malgrado il mancato rinnovo da parte di Donald Trump della certificazione di adempimento dell’Accordo da parte della Repubblica Islamica, l’Italia persegue la linea dei buoni rapporti: il 13 ottobre, il premier Paolo Gentiloni avvertiva che «preservare l’accordo con l’iran è nel nostro interesse», sia in coerenza con una politica ben rodata di non-proliferazione, sia in ragione delle conferme sull’ attuazione dell’accordo provenienti dall’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tre giorni dopo, Bruxelles ha confermato il sostegno unanime a quell’ accordo, nonostante la bocciatura espressa del Presidente americano Donald Trump, secondo il quale Teheran non ne rispetterebbe il carattere.

Tuttavia, la tensione nel Paese – evidente dalle dichiarazioni del portavoce dei Pasdaran –  resta alta, senza contare le nuove ombre scaturite dall’ attacco terroristico congiunto al palazzo del Majles, o ‘Assemblea consultiva islamica’ (il Parlamento iraniano) e al mausoleo dall’ ayatollah Khomeyni, che suscitano analisi retrospettive sull’ identità politica iraniana e sui nuovi possibili assetti rispetto alle realtà sunnite circostanti (in primis l’Arabia Saudita). Ne abbiamo parlato con Daniele Scalea, esperto dell’area e Direttore dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di Roma

Dottor Scalea, a 6 anni dalla c.d. ‘Primavera araba’, è possibile misurare l’impatto degli eventi del 2011 sulla strategia geopolitica iraniana?

Quando, all’inizio del 2011, si cominciò a profilare la cosiddetta ‘Primavera araba’, l’Iran – che più realisticamente la definì ‘Risveglio islamico’ – sperava di capitalizzarla più di quanto sia in realtà avvenuto. Diverse cose non sono andate come atteso. Innanzitutto, tra gli islamisti sunniti non sono prevalse le correnti favorevoli a un’intesa pan-islamica, bensì quelle più settarie che mirano a uno scontro con Teheran. Ciò ha favorito l’Arabia Saudita che, al contrario delle attese iraniane, non è stata sconvolta da un moto rivoluzionario: ad essere sconvolte sono state, invece, Siria e Iraq, alleati dell’Iran. Di fatto, solo in Yemen il moto di destabilizzazione ha procacciato guadagni strategici per Teheran.

Tuttavia, malgrado le rivolte arabe siano state una delusione per l’Iran, la sua situazione strategica è oggi migliorata, poiché Teheran ha saputo affrontare con successo le varie sfide. Con un notevole sforzo militare ha sostenuto Siria e Iraq, permettendo ai due governi amici di vincere le insorgenze sunnite (in Siria, ovviamente, la vittoria è solo parziale, ma già straordinaria se si considera che, per almeno tre anni, Assad è stato dato per spacciato). Come si è detto, lo Yemen è una spina nel fianco dell’Arabia Saudita. Nel contempo, l’Ue e, con un ripensamento recente, gli Usa hanno scelto di normalizzare i rapporti con il Paese persiano, allentando le sanzioni. Anche la tensione strategica con la Turchia, emersa rispetto alla crisi siriana, si va allentando.

Rispetto alla autonomia politica e agli interessi dell’Italia nell’area (stabilità, commercio, approvvigionamento energetico), come si sono evoluti i rapporti tra Italia e Iran nell’ultimo ventennio? C’è stato qualche sviluppo nel senso di una maggiore indipendenza strategica italiana da Washington  (pensiamo al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e alle sue possibili proiezioni in Medio Oriente) ?

 La classe dirigente italiana si è ormai disabituata all’avere un’iniziativa autonoma in ambito mediterraneo rispetto a Usa e Ue. Purtroppo, i nostri partner fanno però i propri interessi individuali, e non quelli collettivi, come spera ingenuamente la dirigenza italiana.

Parlando dei nostri principali interessi strategici connessi all’Iran,  cosa comporta (nel medio-lungo periodo) per la politica estera italiana la rimozione delle sanzioni internazionali decisa con l’Accordo di Vienna del 14 luglio 2015?

La normalizzazione dei rapporti con l’Iran è preziosa sul piano economico-commerciale, ma anche nello sviluppo di una lotta comune contro il jihadismo sunnita. Ciò non significa che l’Iran diventi un alleato, poiché permangono profonde divergenze di sensibilità politico-ideologica e di interessi. L’Italia non può avallare tentativi egemonici regionali dell’Iran, ma parimenti non ha interesse ad appoggiare l’aggressività saudita. La politica italiana dovrebbe perciò mirare all’equilibrio strategico tra le due potenze regionali, accompagnato da un progressivo allontanamento di entrambi gli attori dalle loro posizioni ideologiche più estreme e pericolose.

Un’ultima domanda sul mercato degli armamenti: quanto pesa questo settore nel rapporto bilaterale tra i due Paesi? Fatti come il recente scandalo della Società Italiana Elicotteri o le accuse all’Iran, da parte della CIA, di supportare reti terroristiche possono pesare sulle scelte future relativamente a questo settore economico? 

Ritengo improbabile che l’esportazione di armamenti in Iran sia liberalizzata a breve, quindi per ora il settore non ha granché peso.

Sulle fake news Saviano ci ricasca

Fonte: L’Huffington Post, 16 agosto 2017

 

Roberto Saviano non ha preso bene il mio recente fact-checking di una sua affermazione riguardo l’educazione femminile in Iran: lo ha infatti derubricato tra gli insulti degli haters come “un fact-checking furbo sulla pelle delle donne”. Ciò, naturalmente, senza contestarne i contenuti (che dimostravano l’inesattezza di una sua affermazione) bensì lo spirito, descritto come misogino e acrimonioso verso la sua persona. Anziché prenderla sul personale, Saviano avrebbe potuto rivedere i suoi standard di verifica dei fatti ed evitare così nuovi scivoloni. Che invece sono, inevitabilmente, arrivati. Ecco dunque un nuovo fact-checking dedicato all’intellettuale napoletano.

Negli scorsi giorni Saviano ha avuto una querelle a distanza con Matteo Salvini, che ha concluso con un video in cui elenca quattro “bufale” del politico. Almeno due delle contro-deduzioni di Saviano, tuttavia, destano qualche dubbio. In un’occasione Saviano appare approssimativo, in un’altra afferma una cosa manifestamente non corretta. Vediamole.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FRobertoSavianoFanpage%2Fvideos%2F10154897400876864%2F&show_text=1&width=560

La prima è l’affermazione che “non è il governo a decidere la protezione della persona […] non è una decisione politica […] le scorte sono decise dall’UCIS”. È vero che si tratta di una competenza dell’Ufficio Centrale Interforze Sicurezza Personale. Ciò che viene omesso, ma è importante, è che stiamo parlando di una branca del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che a sua volta fa parte del Ministero dell’Interno, ossia un apparato amministrativo con al vertice un membro del governo.

Basta visitare il sito del Ministero per leggere che:

“La legge rimette al ministro dell’Interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza, la competenza a adottare i provvedimenti e impartire le direttive per la tutela e la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio di natura terroristica o correlate al crimine organizzato”.

Si tratta quest’ultima di una chiosa dell’art. 1 della legge istitutiva dell’Ucis (Decreto Legge 6 maggio 2002 n.83, convertito con modificazioni nella Legge 2 luglio 2002 n.133). Insomma: è vero che l’Ucis, un organo tecnico, decide a chi assegnare o revocare le scorte, ma non è indipendente e lo fa per conto del Ministro dell’Interno (membro del governo) cui spetta per legge la tutela delle persone a rischio, e che emana le direttive in merito.

Ciò non significa che un ipotetico governo Salvini potrà sic et simplicter togliere la scorta a Saviano: ma l’organo che potrebbe farlo risponderebbe a un membro del suo governo in accordo con le leggi promulgate dal Parlamento, la cui maggioranza sosterrebbe quell’ipotetico governo Salvini (non c’è un principio costituzionale che regola l’assegnazione delle scorte).

La seconda inesattezza di Saviano è relativa al manuale che, secondo Salvini, “spiega ai migranti come fare sesso con le donne europee“; denuncia, quella del segretario della Lega, corredata di immagini in cui si vedono uomini neri intrattenersi intimamente con donne bianche. Saviano risponde che: “Si tratta di una pubblicazione tedesca di educazione sessuale per un pubblico senza distinzioni di etnia e di età. Era insomma per i tedeschi”. La grafica in sovraimpressione chiosa: “Il testo si rivolge ai tedeschi”.

Ma non è così. Il manuale in questione è il sito Zanzu.de, sviluppato dal Centro Federale per l’Educazione Sanitaria tedesco assieme a una Ong belga. Nella sezione “Über das Projekt Zanzu” si spiega che il progetto è rivolto ai migranti. “Zanzu sostiene i migranti per vincere le paure e le incertezze e promuovere l’acquisizione di conoscenze in materia sessuale”; tali paure e incertezze, si chiarisce, derivano dal fatto che “in molti paesi d’origine l’accesso alla conoscenza dei vari aspetti della salute sessuale è limitato”.

Insomma, il sito serve a colmare eventuali lacune nell’educazione sessuale da parte dei neo-immigrati. Nella breve descrizione del progetto non si fa mai alcun riferimento al fatto che sarebbe rivolto alla generalità dei tedeschi. Essa si apre con le parole “Migrantinnen und Migranten“, in due paragrafi descrive il loro possibile deficit nell’educazione sessuale, e nel terzo dichiara che Zanzu serve a colmarlo. Non c’è altro che possa indirizzare a conclusioni differenti sul suo target di lettori.

Ma allora perché non solo Saviano, ma un gran numero di articoli reperibili in rete (citiamo Fanpage e GQ a mo’ di esempio) denuncia come falso che si tratterebbe di un “manuale per migranti”? La risposta sta probabilmente nel fatto che il sito è multilingue, ma se si cerca la versione inglese (o in qualsiasi altra lingua) della pagina dove si spiega il progetto, appare solo un video in tedesco senza alcuna spiegazione in altro idioma.

Probabilmente chi ha denunciato “la bufala” non aveva dimestichezza col tedesco e non si è preoccupato di verificare la versione originale. Ignoro se Saviano legga il tedesco o meno, ma sorge il dubbio se abbia anche solo verificato in prima persona la notizia: infatti nel video fa riferimento alle immagini di una “copertina” che non c’è, trattandosi di un sito interattivo privo di un’immagine in home page. Potrebbe trattarsi di un semplice lapsus, ma il dubbio che si sia affidato a fonti indirette sorge.

Per completezza d’informazione, chiariamo che nemmeno Salvini aveva ragione. Ma il suo errore non stava nell’affermare che si trattasse di “manuale per migranti” (lo è, oltre ogni dubbio) ma nel dire che servisse a spiegare “come fare sesso con le donne europee”. Saviano avrebbe potuto semplicemente notare che, in altre illustrazioni del manuale, si vedono donne nere con uomini bianchi, o uomini neri con donne nere. Invece, negando il pubblico cui era rivolto, ha finito col dire egli stesso una cosa falsa – con l’aggravante di averla detta nell’ambito di una denuncia delle “fake news” (bisognerebbe coniare un nuovo termine, “fake-checking“, per indicare la pratica di inserire inesattezze nel fact-checking, visto che è sempre più frequente).

Siamo alle conclusioni. E sono le medesime dell’articolo precedente: Saviano ha detto cose non corrette e rispondenti ai fatti, e dal momento che ha preso a cuore la lotta contro le fake news e per la buona informazione, non dovrebbe concedersi il minimo errore. Anziché prendere le critiche sul personale, Saviano dovrebbe fare doverosa autocritica e migliorare il proprio metodo di verifica dei fatti. Sarebbe il primo a guadagnarne, assieme ai suoi lettori.

L’Iran descritto da Saviano esclude davvero le donne dalla vita universitaria?

Fonte: L’Huffington Post

 

Commemorando su Facebook la morte prematura della scienziata Maryam Mirzakhani, Roberto Saviano si è attirato diverse critiche per aver definito la matematica “uno dei pochi corsi consentiti alle donne” in Iran. Nei commenti intervengono molti iraniani, contestando quest’ultima affermazione, asserendo che le donne sono la maggioranza degli studenti universitari in Iran e hanno accesso alla maggior parte dei corsi. Saviano ha replicato accusando i critici di “revisionismo storico”, citando parole di Shirin Ebadi sulla limitazione delle donne nella sfera pubblica e scrivendo che “nel 2012 il governo guidato da Ahmadinejad cerca di abbassare la presenza femminile nelle università vietando alle donne 77 corsi universitari (da letteratura inglese a fisica nucleare)”.

Chi ha ragione? Cerchiamo di fare un po’ di quello che, oggi, va di moda definire fact-checking.

Dopo la Rivoluzione del 1979, le università iraniane furono chiuse per quasi tre anni. Quando riaprirono, alle donne fu consentita l’iscrizione a 91 dei 169 corsi accademici disponibili: i 78 proibiti riguardavano per lo più materie ingegneristiche e tecniche (Shaditalab 2005). In questi primi anni di regime islamico, il numero delle donne nelle università fu in calo (Rezai-Rashti 2015) sebbene aumentò quello ai livelli d’istruzione inferiori (l’alfabetizzazione femminile passò dal 35,5% del 1976 al 52,1% del 1986, ed è oggi all’83% – dati Unesco). La mobilitazione di figure femminili islamiste, molte delle quali impegnate nella Rivoluzione, fece sì che nel 1993, durante la presidenza del recentemente scomparso Rafsanjani, fossero rimossi gli ostacoli all’ingresso per gran parte dei corsi (Boozari 2001; Vakil 2011).

Negli anni ’90, la liberalizzazione e l’istituzione delle università private ha permesso l’aumento delle donne iscritte all’università. Tra 1993 e 2003 erano donne il 68% degli iscritti a lauree brevi e il 52% degli iscritti a lauree specialistiche, sebbene solo il 35% degli ammessi a dottorati di ricerca (Rahbari 2016). Nel 2011, le donne risultavano assommare al 57,3% degli studenti di università pubbliche e al 40,4% di quelli di università private (Rezai-Rashti 2015). Nelle università pubbliche le donne erano maggioritarie in tutti i corsi di laurea breve e specialistica eccetto quelli in ingegneria; erano inoltre in maggioranza nei dottorati professionalizzanti (per lo più medicina e veterinaria) ma non in quelli di ricerca. Il calo relativo nelle università private è dovuto al fatto che esse accolgono in genere gli studenti che non passano il selettivo esame d’ammissione alle università pubbliche, in cui le donne, come dimostrano i dati, tendono a primeggiare.

Il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad (2009-2013) ha effettivamente segnato una svolta, poiché su input del Governo 36 università pubbliche hanno individualmente imposto limitazioni all’accesso delle donne a 77 corsi, per lo più di ingegneria, scienze applicate, informatica e scienze politiche; restrizioni sono state però poste anche agli uomini per l’accesso a corsi letterari, storici e filosofici (Rezai-Rashti, 2015). La logica, infatti, non era tanto quella, pur presente, di limitare la presenza femminile nelle università (che era sproporzionatamente alta) con l’istituzione di una sorta di “quote azzurre”, quanto promuovere la segregazione limitando le donne ad alcune materie e gli uomini ad altre.

Questi cambiamenti non hanno influito in maniera troppo sensibile sulla presenza femminile nelle università (Rezai-Rashti, 2015), sia perché adottati solo da 36 università pubbliche (su un totale di quasi 60, che raggiunge il centinaio includendo gli istituti medici, cui vanno aggiunte le oltre 200 università private) sia perché già dal 2013 il Presidente Rouhani è intervenuto, abbassando le restrizioni alle donne nelle università pubbliche. Inoltre, le classi distinte maschili e femminili si sono rivelate un costo aggiuntivo difficile da sostenere per gli atenei che hanno provato ad adottarle. Ad esempio, un’università come la Allameh Tabataba’i di Tehran, che all’epoca di Ahmadinejad aveva tutte le classi separate tra uomini e donne, con Rouhani è tornata alle classi miste.

L’ultimo Konkur, il concorso nazionale d’ammissione alle università pubbliche, ha visto prevalere ancora una volta le donne, che assommano al 57% delle ammesse: un dato in linea con quelli del 2011 prima citati, e dunque precedenti la stretta varata da Ahmedinejad e parzialmente rivista da Rouhani. Curiosamente per noi, le donne sono state la maggioranza delle ammesse in campo umanistico, linguistico e delle scienze applicate, mentre gli uomini hanno costituito la maggioranza degli ammessi proprio in campo matematico (Tehran Times 2016).

Possiamo dunque osservare che, malgrado i passi indietro compiuti durante il secondo mandato di Ahmadinejad, le donne continuano ad avere ampio accesso all’istruzione universitaria in Iran. Ovviamente, non si possono ignorare le numerose discriminazioni verso le donne (Shahidian 2002), soprattutto a livello di ranghi accademici: così come la loro quota diminuisce man mano che si procede nell’istruzione terziaria, le donne costituivano, al 2012, solo il 21% del personale accademico, il 14,9% dei professori associati, l’8,3% degli ordinari (Rezai-Rashti, 2015).

Tornando a quanto asserito da Saviano, e volendo pronunciare un verdetto, la conclusione è che sia una palese esagerazione affermare che “matematica è uno dei pochi corsi consentiti alle donne” nel paese. Le restrizioni all’accesso contro le donne riguardano una minoranza dei corsi e solo in una minoranza di università, e sono parzialmente controbilanciate da alcuni corsi interdetti agli uomini. Quella della discriminazione è una realtà, ma quando si entra nei dettagli l’aderenza ai fatti è imprescindibile: a maggior ragione ce la si aspetta da chi, come Roberto Saviano, negli ultimi tempi si è fatto paladino della lotta contro le fake news. Lotta che deve partire dal non propalarne in prima persona.

 

Fonti:

Boozari S., Development of Women’s Participation in Higher Education, “Cultural and Social Studies, Women Studies”, vol. 2, n. 2, 2001, pp. 93-113

Rahbari L., Women in Higher Education and Academia in Iran, “Sociology and Anthropology”, vol. 4, n. 11, 2016, pp. 1003-1010.

Rezai-Rashti G.M., The politics of gender segregation and women’s access to higher education in the Islamic Republic of Iran: the interplay of repression and resistance, “Gender & Education”, vol. 27, n. 5, 2015, pp. 469-486

Shaditalab J., Iranian Women: Rising Expectations, “Critique: Critical Middle Eastern Studies”, vol. 14, n. 1, 2005, pp. 35-55

Shahidian H., Women in Iran, vol. 2, Greenwood, Westport, 2002

Vakil S., Women and politics in the Islamic Republic of Iran, Bloomsbury, New York, 2011