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L’Italia s’è Destra?

Daniele Scalea interverrà mercoledì 11 ottobre 2017 al seguente convegno:

 

2017.10.13-italiadestra

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Sulle fake news Saviano ci ricasca

Fonte: L’Huffington Post, 16 agosto 2017

 

Roberto Saviano non ha preso bene il mio recente fact-checking di una sua affermazione riguardo l’educazione femminile in Iran: lo ha infatti derubricato tra gli insulti degli haters come “un fact-checking furbo sulla pelle delle donne”. Ciò, naturalmente, senza contestarne i contenuti (che dimostravano l’inesattezza di una sua affermazione) bensì lo spirito, descritto come misogino e acrimonioso verso la sua persona. Anziché prenderla sul personale, Saviano avrebbe potuto rivedere i suoi standard di verifica dei fatti ed evitare così nuovi scivoloni. Che invece sono, inevitabilmente, arrivati. Ecco dunque un nuovo fact-checking dedicato all’intellettuale napoletano.

Negli scorsi giorni Saviano ha avuto una querelle a distanza con Matteo Salvini, che ha concluso con un video in cui elenca quattro “bufale” del politico. Almeno due delle contro-deduzioni di Saviano, tuttavia, destano qualche dubbio. In un’occasione Saviano appare approssimativo, in un’altra afferma una cosa manifestamente non corretta. Vediamole.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FRobertoSavianoFanpage%2Fvideos%2F10154897400876864%2F&show_text=1&width=560

La prima è l’affermazione che “non è il governo a decidere la protezione della persona […] non è una decisione politica […] le scorte sono decise dall’UCIS”. È vero che si tratta di una competenza dell’Ufficio Centrale Interforze Sicurezza Personale. Ciò che viene omesso, ma è importante, è che stiamo parlando di una branca del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che a sua volta fa parte del Ministero dell’Interno, ossia un apparato amministrativo con al vertice un membro del governo.

Basta visitare il sito del Ministero per leggere che:

“La legge rimette al ministro dell’Interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza, la competenza a adottare i provvedimenti e impartire le direttive per la tutela e la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio di natura terroristica o correlate al crimine organizzato”.

Si tratta quest’ultima di una chiosa dell’art. 1 della legge istitutiva dell’Ucis (Decreto Legge 6 maggio 2002 n.83, convertito con modificazioni nella Legge 2 luglio 2002 n.133). Insomma: è vero che l’Ucis, un organo tecnico, decide a chi assegnare o revocare le scorte, ma non è indipendente e lo fa per conto del Ministro dell’Interno (membro del governo) cui spetta per legge la tutela delle persone a rischio, e che emana le direttive in merito.

Ciò non significa che un ipotetico governo Salvini potrà sic et simplicter togliere la scorta a Saviano: ma l’organo che potrebbe farlo risponderebbe a un membro del suo governo in accordo con le leggi promulgate dal Parlamento, la cui maggioranza sosterrebbe quell’ipotetico governo Salvini (non c’è un principio costituzionale che regola l’assegnazione delle scorte).

La seconda inesattezza di Saviano è relativa al manuale che, secondo Salvini, “spiega ai migranti come fare sesso con le donne europee“; denuncia, quella del segretario della Lega, corredata di immagini in cui si vedono uomini neri intrattenersi intimamente con donne bianche. Saviano risponde che: “Si tratta di una pubblicazione tedesca di educazione sessuale per un pubblico senza distinzioni di etnia e di età. Era insomma per i tedeschi”. La grafica in sovraimpressione chiosa: “Il testo si rivolge ai tedeschi”.

Ma non è così. Il manuale in questione è il sito Zanzu.de, sviluppato dal Centro Federale per l’Educazione Sanitaria tedesco assieme a una Ong belga. Nella sezione “Über das Projekt Zanzu” si spiega che il progetto è rivolto ai migranti. “Zanzu sostiene i migranti per vincere le paure e le incertezze e promuovere l’acquisizione di conoscenze in materia sessuale”; tali paure e incertezze, si chiarisce, derivano dal fatto che “in molti paesi d’origine l’accesso alla conoscenza dei vari aspetti della salute sessuale è limitato”.

Insomma, il sito serve a colmare eventuali lacune nell’educazione sessuale da parte dei neo-immigrati. Nella breve descrizione del progetto non si fa mai alcun riferimento al fatto che sarebbe rivolto alla generalità dei tedeschi. Essa si apre con le parole “Migrantinnen und Migranten“, in due paragrafi descrive il loro possibile deficit nell’educazione sessuale, e nel terzo dichiara che Zanzu serve a colmarlo. Non c’è altro che possa indirizzare a conclusioni differenti sul suo target di lettori.

Ma allora perché non solo Saviano, ma un gran numero di articoli reperibili in rete (citiamo Fanpage e GQ a mo’ di esempio) denuncia come falso che si tratterebbe di un “manuale per migranti”? La risposta sta probabilmente nel fatto che il sito è multilingue, ma se si cerca la versione inglese (o in qualsiasi altra lingua) della pagina dove si spiega il progetto, appare solo un video in tedesco senza alcuna spiegazione in altro idioma.

Probabilmente chi ha denunciato “la bufala” non aveva dimestichezza col tedesco e non si è preoccupato di verificare la versione originale. Ignoro se Saviano legga il tedesco o meno, ma sorge il dubbio se abbia anche solo verificato in prima persona la notizia: infatti nel video fa riferimento alle immagini di una “copertina” che non c’è, trattandosi di un sito interattivo privo di un’immagine in home page. Potrebbe trattarsi di un semplice lapsus, ma il dubbio che si sia affidato a fonti indirette sorge.

Per completezza d’informazione, chiariamo che nemmeno Salvini aveva ragione. Ma il suo errore non stava nell’affermare che si trattasse di “manuale per migranti” (lo è, oltre ogni dubbio) ma nel dire che servisse a spiegare “come fare sesso con le donne europee”. Saviano avrebbe potuto semplicemente notare che, in altre illustrazioni del manuale, si vedono donne nere con uomini bianchi, o uomini neri con donne nere. Invece, negando il pubblico cui era rivolto, ha finito col dire egli stesso una cosa falsa – con l’aggravante di averla detta nell’ambito di una denuncia delle “fake news” (bisognerebbe coniare un nuovo termine, “fake-checking“, per indicare la pratica di inserire inesattezze nel fact-checking, visto che è sempre più frequente).

Siamo alle conclusioni. E sono le medesime dell’articolo precedente: Saviano ha detto cose non corrette e rispondenti ai fatti, e dal momento che ha preso a cuore la lotta contro le fake news e per la buona informazione, non dovrebbe concedersi il minimo errore. Anziché prendere le critiche sul personale, Saviano dovrebbe fare doverosa autocritica e migliorare il proprio metodo di verifica dei fatti. Sarebbe il primo a guadagnarne, assieme ai suoi lettori.

L’Iran descritto da Saviano esclude davvero le donne dalla vita universitaria?

Fonte: L’Huffington Post

 

Commemorando su Facebook la morte prematura della scienziata Maryam Mirzakhani, Roberto Saviano si è attirato diverse critiche per aver definito la matematica “uno dei pochi corsi consentiti alle donne” in Iran. Nei commenti intervengono molti iraniani, contestando quest’ultima affermazione, asserendo che le donne sono la maggioranza degli studenti universitari in Iran e hanno accesso alla maggior parte dei corsi. Saviano ha replicato accusando i critici di “revisionismo storico”, citando parole di Shirin Ebadi sulla limitazione delle donne nella sfera pubblica e scrivendo che “nel 2012 il governo guidato da Ahmadinejad cerca di abbassare la presenza femminile nelle università vietando alle donne 77 corsi universitari (da letteratura inglese a fisica nucleare)”.

Chi ha ragione? Cerchiamo di fare un po’ di quello che, oggi, va di moda definire fact-checking.

Dopo la Rivoluzione del 1979, le università iraniane furono chiuse per quasi tre anni. Quando riaprirono, alle donne fu consentita l’iscrizione a 91 dei 169 corsi accademici disponibili: i 78 proibiti riguardavano per lo più materie ingegneristiche e tecniche (Shaditalab 2005). In questi primi anni di regime islamico, il numero delle donne nelle università fu in calo (Rezai-Rashti 2015) sebbene aumentò quello ai livelli d’istruzione inferiori (l’alfabetizzazione femminile passò dal 35,5% del 1976 al 52,1% del 1986, ed è oggi all’83% – dati Unesco). La mobilitazione di figure femminili islamiste, molte delle quali impegnate nella Rivoluzione, fece sì che nel 1993, durante la presidenza del recentemente scomparso Rafsanjani, fossero rimossi gli ostacoli all’ingresso per gran parte dei corsi (Boozari 2001; Vakil 2011).

Negli anni ’90, la liberalizzazione e l’istituzione delle università private ha permesso l’aumento delle donne iscritte all’università. Tra 1993 e 2003 erano donne il 68% degli iscritti a lauree brevi e il 52% degli iscritti a lauree specialistiche, sebbene solo il 35% degli ammessi a dottorati di ricerca (Rahbari 2016). Nel 2011, le donne risultavano assommare al 57,3% degli studenti di università pubbliche e al 40,4% di quelli di università private (Rezai-Rashti 2015). Nelle università pubbliche le donne erano maggioritarie in tutti i corsi di laurea breve e specialistica eccetto quelli in ingegneria; erano inoltre in maggioranza nei dottorati professionalizzanti (per lo più medicina e veterinaria) ma non in quelli di ricerca. Il calo relativo nelle università private è dovuto al fatto che esse accolgono in genere gli studenti che non passano il selettivo esame d’ammissione alle università pubbliche, in cui le donne, come dimostrano i dati, tendono a primeggiare.

Il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad (2009-2013) ha effettivamente segnato una svolta, poiché su input del Governo 36 università pubbliche hanno individualmente imposto limitazioni all’accesso delle donne a 77 corsi, per lo più di ingegneria, scienze applicate, informatica e scienze politiche; restrizioni sono state però poste anche agli uomini per l’accesso a corsi letterari, storici e filosofici (Rezai-Rashti, 2015). La logica, infatti, non era tanto quella, pur presente, di limitare la presenza femminile nelle università (che era sproporzionatamente alta) con l’istituzione di una sorta di “quote azzurre”, quanto promuovere la segregazione limitando le donne ad alcune materie e gli uomini ad altre.

Questi cambiamenti non hanno influito in maniera troppo sensibile sulla presenza femminile nelle università (Rezai-Rashti, 2015), sia perché adottati solo da 36 università pubbliche (su un totale di quasi 60, che raggiunge il centinaio includendo gli istituti medici, cui vanno aggiunte le oltre 200 università private) sia perché già dal 2013 il Presidente Rouhani è intervenuto, abbassando le restrizioni alle donne nelle università pubbliche. Inoltre, le classi distinte maschili e femminili si sono rivelate un costo aggiuntivo difficile da sostenere per gli atenei che hanno provato ad adottarle. Ad esempio, un’università come la Allameh Tabataba’i di Tehran, che all’epoca di Ahmadinejad aveva tutte le classi separate tra uomini e donne, con Rouhani è tornata alle classi miste.

L’ultimo Konkur, il concorso nazionale d’ammissione alle università pubbliche, ha visto prevalere ancora una volta le donne, che assommano al 57% delle ammesse: un dato in linea con quelli del 2011 prima citati, e dunque precedenti la stretta varata da Ahmedinejad e parzialmente rivista da Rouhani. Curiosamente per noi, le donne sono state la maggioranza delle ammesse in campo umanistico, linguistico e delle scienze applicate, mentre gli uomini hanno costituito la maggioranza degli ammessi proprio in campo matematico (Tehran Times 2016).

Possiamo dunque osservare che, malgrado i passi indietro compiuti durante il secondo mandato di Ahmadinejad, le donne continuano ad avere ampio accesso all’istruzione universitaria in Iran. Ovviamente, non si possono ignorare le numerose discriminazioni verso le donne (Shahidian 2002), soprattutto a livello di ranghi accademici: così come la loro quota diminuisce man mano che si procede nell’istruzione terziaria, le donne costituivano, al 2012, solo il 21% del personale accademico, il 14,9% dei professori associati, l’8,3% degli ordinari (Rezai-Rashti, 2015).

Tornando a quanto asserito da Saviano, e volendo pronunciare un verdetto, la conclusione è che sia una palese esagerazione affermare che “matematica è uno dei pochi corsi consentiti alle donne” nel paese. Le restrizioni all’accesso contro le donne riguardano una minoranza dei corsi e solo in una minoranza di università, e sono parzialmente controbilanciate da alcuni corsi interdetti agli uomini. Quella della discriminazione è una realtà, ma quando si entra nei dettagli l’aderenza ai fatti è imprescindibile: a maggior ragione ce la si aspetta da chi, come Roberto Saviano, negli ultimi tempi si è fatto paladino della lotta contro le fake news. Lotta che deve partire dal non propalarne in prima persona.

 

Fonti:

Boozari S., Development of Women’s Participation in Higher Education, “Cultural and Social Studies, Women Studies”, vol. 2, n. 2, 2001, pp. 93-113

Rahbari L., Women in Higher Education and Academia in Iran, “Sociology and Anthropology”, vol. 4, n. 11, 2016, pp. 1003-1010.

Rezai-Rashti G.M., The politics of gender segregation and women’s access to higher education in the Islamic Republic of Iran: the interplay of repression and resistance, “Gender & Education”, vol. 27, n. 5, 2015, pp. 469-486

Shaditalab J., Iranian Women: Rising Expectations, “Critique: Critical Middle Eastern Studies”, vol. 14, n. 1, 2005, pp. 35-55

Shahidian H., Women in Iran, vol. 2, Greenwood, Westport, 2002

Vakil S., Women and politics in the Islamic Republic of Iran, Bloomsbury, New York, 2011

Trump conquista consensi

Fonte: Gli Occhi della Guerra

La popolarità del presidente americano Donald Trump, racconta la stampa, starebbe crollando a picco, complici il Russiagate, gli scogli giudiziari e parlamentari ai suoi provvedimenti più radicali, e la “resistenza” proclamata dai progressisti nel Paese.

In effetti ci sono diversi sondaggi che corroborano l’idea che il Presidente americano sia molto impopolare: secondo l’aggregatore FiveThirtyEight l’approvazione per Trump sarebbe sotto il 40%. Come sempre, però, è bene non lanciarsi in conclusioni affrettate.

Un primo fatto che impone cautela è l’analisi storica di questi dati. L’unico presidente che, al giorno 150 di mandato, aveva un’approvazione bassa quanto quella di Trump, è stato Bill Clinton; il quale riuscì tuttavia a vincere un secondo mandato e a lanciare in politica la propria moglie, Hillary, facendole sfiorare la Presidenza degli Stati Uniti. I presidenti dell’ultimo mezzo secolo che al giorno 150 avevano l’approvazione più alta sono invece George H.W. Bush e Jimmy Carter: entrambi sonoramente bocciati da parte dell’elettorato quando hanno cercato di essere rieletti.

A indurre ulteriormente cautela sui proclami di sondaggisti e giornalisti è quanto avvenuto con le cinque elezioni suppletive per la Camera dei Rappresentati che si sono svolte dall’elezione di Trump a oggi. È in tali consultazioni che la disapprovazione registrata dai sondaggi avrebbe dovuto manifestarsi concretamente: i democratici lo sapevano e hanno speso cifre record nelle campagne elettorali. Ma di queste cinque elezioni i democratici ne hanno vinta una sola, in California, in una circoscrizione dove l’unico candidato repubblicano ha preso il 3,5%, superato persino dal candidato dei verdi. Chiamarla roccaforte democratica sarebbe riduttivo.

Nelle altre quattro e più competitive elezioni hanno vinto i candidati repubblicani. Si è trattato in tutti i casi di riconferma in seggi che già erano repubblicani, talvolta con dei cali percentuali, ma a contare è la vittoria o sconfitta finale: e i repubblicani hanno retto ovunque. Si potrebbe tuttavia pensare che, in questi casi, l’autorevolezza del Grand Old Party sia stata capace di controbilanciare l’effetto deleterio dell’impopolarità di Trump.

A far dubitare di ciò è il fatto che due dei quattro vincitori repubblicani siano trumpiani di ferro: Greg Gianforte e Karen Handel. Entrambi hanno prima sopravanzato i candidati repubblicani più moderati, e poi conquistato anche l’elettorato generale (ripercorrendo quanto fatto, più in grande, dal loro nume tutelare che oggi siede alla Casa Bianca).

Gianforte è un uomo d’affari che ha cavalcato la sua estraneità alla classe politica e ha espresso sostegno per molti cavalli di battaglia trumpiani: lottare contro l’élite progressista, punire le “città santuario” (ossia le amministrazioni urbane che apertamente sfidano la legge federale proteggendo gli immigrati clandestini), togliere i finanziamenti all’organizzazione Planned Parenthood che promuove e pratica l’aborto nel Paese. Ha attirato notevole attenzione a livello internazionale perché in campagna elettorale ha avuto uno scontro fisico con un cronista del “Guardian”, celebre testata britannica di sinistra. L’aver sollevato di peso e scaraventato a terra il giornalista britannico gli è costato una multa e una condanna ai servizi sociali, ma non le elezioni.

Anche Karen Handel proviene dal mondo degli affari, ma già da alcuni anni si dedica a tempo pieno alla politica. Nel primo turno si è classificata a sorpresa come prima candidata repubblicana e, malgrado il democratico Ossof partisse da oltre il 48% dei voti, lo ha sopravanzato al ballottaggio. La sconfitta è stata tanto più bruciante per i democratici perché il trentenne e inesperto Jon Ossof aveva beneficiato di una campagna da 25 milioni di dollari, la più costosa di sempre per un seggio alla Camera.

Sono ormai due anni che i sondaggisti danno Donald Trump per (politicamente) morto; ma da due anni, a ogni elezione reale, il miliardario newyorkese riesce a ribaltare i pronostici e uscire vittorioso.

Fanpage e il caso Nabra Hassanen: quando l’islamofobia è una fake news

Fonte: Oltre la Linea

 

Uccisa in mezzo a una strada perché musulmana”. Così il titolo che il popolare sito progressista Fanpage ha dedicato a una triste vicenda di cronaca avvenuta negli Usa, dove una diciassettenne è stata picchiata a morte per strada.

Nell’articolo si conferma quanto affermato nel titolo: “secondo la polizia la causa scatenante dell’omicidio è stata l’odio razziale, sentimento che più volte il giovane aveva manifestato”.

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Non c’è alcuna fonte indicata dall’articolista a sostegno di questa affermazione, ma in compenso la stampa Usa è unanime nel riportare l’esatto contrario: ossia che la polizia per ora non ha elementi per ritenerlo un crimine d’odio. Così NBC, New York Times e Washington Post, tanto per citare i più autorevoli.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, tra l’omicida, la ragazza e gli amici coetanei di quest’ultima sarebbe nato un alterco poiché il primo aveva guidato la propria macchina sul marciapiede. L’omicida avrebbe quindi aggredito i ragazzi, che si sono dati alla fuga, ma è purtroppo riuscito a raggiungere la giovane Nabra Hassanen colpendola con una mazza da baseball.

La sola voce che al momento imputa quanto avvenuto a un crimine d’odio è il padre di Nabra Hassanen: un uomo che non era presente ai fatti, che non conosceva l’omicida, che è distrutto dal dolore e com’è comprensibile starà cercando una ragione per capire perché sia toccata proprio a sua figlia questa sorte orribile e assurda.

Magari le indagini avranno una svolta di 180 gradi e si scoprirà davvero che Nabra Hassanen è stata aggredita e uccisa perché musulmana. Ma ora come ora, a meno che Fanpage abbia fonti interne alla polizia della Virginia e sconosciute a New York Times, Washington Post ecc., dobbiamo concludere che abbia scritto cose non vere, in un articolo condiviso a oggi 2166 volte su Facebook e votato 4,02/5 da 2166 utenti.

Tra i dettagli veri che Fanpage avrebbe potuto scrivere, invece, ci sono quelli circa l’identità dell’omicida, di cui sono citati solo nome ed età: Darwin Torres, ventiduenne. La testata progressista evita di sottolineare che si tratta di un immigrato clandestino proveniente da El Salvador.
Dettaglio omesso, forse, perché più della cronaca interessava la narrativa?