Scalea: “Le Pen? Vi spiego qual è il merito del FN”

Fonte: Oltre la Linea, 5 maggio 2017

 

Oltre la Linea è stata lieta di incontrare Daniele Scalea, vicepresidente dell’ISAG all’Università La Sapienza, fondatore del Centro Studi Machiavelli a Roma, nonché talvolta collaboratore esterno del nostro giornale. Quattro chiacchiere, più che una vera intervista. Un approfondimento sul senso della cultura e della propagazione di un pensiero alternativo.

Sulle difficoltà che, ancora oggi, ci sono per chi vuole “pensare altrimenti”. Il tema, scottante, è quello della politica e della sua reale forza. Specie in un periodo in cui, negli USA, l’amministrazione Trump ha dimostrato di avere non pochi problemi. Ecco una sintesi di un discorso ricco di spunti che vi consigliamo caldamente di approfondire guardando il video sopra pubblicato. Buona lettura!

Dottor Scalea, perché nasce il Centro Machiavelli?

Perché siamo in un momento storico “magmatico”, a livello politico. Alcuni eventi che fino a pochi anni fa erano irrealizzabili, come l’elezione di Trump, la stessa Brexit, preannunciano delle possibilità che prima non erano immaginabili. In questo contesto proviamo ad inserirci per proporre nuove idee, che escano dagli schemi abituali, con l’importante differenza di poter essere ascoltati. C’è la possibilità di aprire un dibattito, non è una cosa di poco conto, dopo decenni di chiusura totale.

Per aprire un dibattito, però, ci vogliono due soggetti e uno di questi è il politico. Mi vengono in mente due esempi: il reato di immigrazione clandestina e la famosa “tessera del tifoso”. In entrambi i casi la legge o non è stata applicata dai magistrati oppure la stessa regolamentazione è stata “de-costruita” rispetto all’originale perdendo ogni possibilità di incidere nella realtà. Quanto spazio di manovra ha un politico secondo lei oggi?

Senza scendere nel dettaglio dei due esempi, il discorso è condivisibile ma va allargato. Sappiamo bene che la politica ha poco potere rispetto all’economia, lo diceva lo stesso Lenin, lamentando della democrazia politica senza che esistesse una “democrazia economica”. Il potere è sfuggente di per sé. E gli stessi media condizionano tantissimo l’azione. Se poi si sottostà a un ente come l’Unione Europea si è per definizione de-potenziati, sebbene gli accordi internazionali, come si fanno, si possano anche disfare. Ma io penso che il politico abbia, nonostante tutti questi ostacoli, la possibilità di portare la gente dalla sua parte. Bisogna essere in grado di superare i muri, con la necessaria pazienza e con un lavoro che non può essere soltanto politico, ma anzitutto culturale.

Si identifica, secondo me a ragione, l’Unione Europea come un’entità esclusivamente economica, improntata all’austerità fiscale. Secondo lei sotto questo punto di vista, “un’altra Europa è possibile” oppure si tratta di una caratteristica ineludibile per gli stessi propositi di integrazione che Bruxelles persegue ormai da decenni?

No, l’Unione Europea potrebbe fare altre scelte in materia fiscale. La debolezza principale intrinseca è semmai il fatto di dover garantire prosperità e tutela di interessi a regioni molto diverse tra di loro. Negli ultimi 15 anni si sono sviluppati alcuni Paesi, mentre altri hanno avuto difficoltà o sono entrati in delle crisi mortali.

Stiamo vedendo cosa sta accadendo negli USA, con Trump in combutta con l’establishment. In Francia – ammesso che possa vincere la Le Pen, cosa improbabile ad oggi – potrebbe accadere una cosa del genere?

Non ci si può aspettare una rivoluzione dall’oggi al domani, soprattutto nel caso francese, dove se per assurdo la Le Pen dovesse farcela non avrebbe alcuna rappresentanza parlamentare reale, a meno che non si appoggi ai gollisti.

Cosa le piace del Front National? E al contrario, su cosa è critico?

Penso che il Fronte abbia il merito di proporre valori di unità tradizionali dei francesi, valori che le nostre società hanno abbandonato troppo rapidamente, nonostante abbiano ancora molto da dare. Le società multi-etniche devono per forza rimettere in discussione regole e valori, dal momento che per la loro stessa natura intrinseca non possono riconoscere in nessuna delle componenti che le creano un primato culturale e valoriale. La proposta del Front è molto importante in tal senso. Per quanto riguarda gli aspetti negativi penso siano già abbondantemente ricordati ovunque, quindi mi permetto di non concentrarmici troppo. Dal punto di vista elettorale vige sicuramente un collegamento che oggi viene considerato “impresentabile”, come quello sulla storia collaborazionista nella seconda guerra mondiale. Anche se il suo percorso storico, con la cacciata di Jean Marie dal partito e diverse prese di distanza, somiglia in questo senso a quello dell’MSI italiano, che durante la trasformazione in AN ripudiò i valori del fascismo.

Come giudica i primi 100 giorni di governo Trump?

Più ombre che luci, e penso ne sia consapevole lo stesso Trump. Credo abbia potuto fare solo una minima parte di quello che voleva. Gli appoggi parlamentari di cui dovrebbe godere il presidente sono del tutto teorici, visto che i Repubblicani sul tema si mostrano divisi e spesso a lui ostili. Poi ci sono anche i giudici, che ogni qualvolta il presidente proponga una legge in discontinuità con il sistema politico statunitense, tendono a intervenire in maniera forte per bloccare tutto. Non sono cose che possiamo rilevare soltanto nel caso di Trump: Roosevelt, ad esempio, non poté applicare realmente il New Deal, al netto dei racconti in gran parte leggendari che vengono fatti in merito. E non poté applicarlo non per ostacoli politici, bensì giudiziari. Trump potrebbe puntare alla Corte Suprema per far passare almeno una parte dei suoi progetti: in un certo senso il suo maggiore successo è stata la nomina di Gorsuch, un suo uomo, che ha voluto fortemente. Ma dover puntare per ogni singolo intervento vagamente discostante sempre sull’appello alla Corte Suprema vuol dire rallentare in modo incredibile l’azione di governo.

Chiudo con una domanda “curiosa”: non è possibile che nel passaggio dagli autoritarismi, dittature e assolutismi alle democrazie vi sia stata semplicemente una traslazione del potere indiscusso dagli organi esecutivi che un tempo lo incarnavano ufficialmente (monarchi, dittatori e quant’altro) ai cosiddetti controllori (parlamenti ma anche magistrati, nello specifico)?

Questa è una bella domanda [sorride, ndr]. Diciamo che i magistrati hanno dimostrato di intervenire in modo decisivo nei percorsi politici. È avvenuto in modo clamoroso con Tangentopoli nel passaggio alla Seconda Repubblica, ma anche in altri casi successivi. Credo però che la magistratura, per esercitare questo suo potere “extra”, diciamo così, abbia bisogno comunque di appoggi di tipo politico. Casi recenti dimostrano che i giudici non possono operare senza un necessario sostegno sistemico, penso al caso delle possibili investigazioni sulle ONG ma anche sulla celebre presunta “trattativa Stato – Mafia” che non solo non fa progressi ma sembra evanescente e soprattutto non considerata mediaticamente, a differenza di Tangentopoli che invece viene ricordata continuamente.

(di Stelio Fergola)

 

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