La guerra in Siria dopo Aleppo: situazione e scenari

Fonte: Geopolitica Online

La riconquista di Aleppo da parte del Governo di Assad apre un nuovo capitolo nella guerra di Siria. Con la presa di Aleppo, Assad è tornato a controllare le cinque maggiori città del Paese (le altre sono Damasco, Homs, Latakia e Hama). Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ossia a partire dall’intervento russo, il regime siriano – che nell’estate 2015 era traballante, vittima di una grossa offensiva da parte di Jaish al-Fatah – non si è limitato a vincere la battaglia di Aleppo, ma ha guadagnato terreno in tutta la Siria occidentale. Particolarmente degno di nota è l’accerchiamento delle forze ribelli e l’erosione della loro area di controllo nella Ghouta Orientale, nei pressi di Damasco. Malgrado ciò non sono mancati alcuni rovesci: in estate le ultime forze lealiste si sono ritirate da Al-Hasakah abbandonando la città al PYD curdo, mentre in dicembre Palmira è stata ripresa da Daesh.

Al fine di prevedere le prossime mosse di Assad, è necessario avere presente lo stato delle forze a sua disposizione. L’Esercito Nazionale Siriano ha sulle spalle ormai quasi sei anni di aspra lotta, con diserzioni massive e la perdita o distruzione di ampia parte delle infrastrutture. Decisivo è il contributo fornito dalle Forze di Difesa Nazionale (milizie paramilitari modellate sui Basiji iraniani) e dai contingenti provenienti dall’estero (sciiti libanesi, iracheni, iraniani e afghani coordinati da Tehran). Fonti russe confermano che l’Esercito siriano non brilla per organizzazione o morale, i dissidi con le milizie straniere sono all’ordine del giorno, e succede spesso che il territorio conquistato a caro prezzo sia rapidamente ceduto ritirandosi senza motivo.

Il fatto che Mosca abbia lasciato trapelare una certa insoddisfazione per lo stato di preparazione dell’Esercito siriano, unito al negoziato tripartito con Ankara e Tehran, suggeriscono che il Cremlino stia ora puntando, dopo il successo di Aleppo, a porre fine in maniera pacifica al conflitto siriano.

In questi giorni si è dunque giunti all’accordo tra Turchia, Russia e Iran per un cessate-il-fuoco in Siria, in vista di negoziati da tenersi in Kazakhstan, coinvolgendo le parti indigene. Non è il primo tentativo di cessate-il-fuoco in Siria, ma questo ha notevole differenze rispetto ai precedenti, innanzi tutto perché non è un accordo Washington-Mosca. Ha pure varie debolezze. Il primo è negli esclusi: altri Paesi, come Usa, Arabia Saudita e Qatar, hanno una notevole influenza in Siria e potrebbero sabotare l’accordo. L’HNC, rilevante sigla politica dei ribelli patrocinata dall’Arabia Saudita, si è dichiarata non a caso estranea ai negoziati. Ma il neonato tripartito ha già espresso il desiderio di coinvolgere Doha e Riyad nella futura conferenza di pace di Astanà. Washington pure potrebbe aggregarsi, dopo l’avvicendamento presidenziale tra Obama e Trump.

siria-aree-controllo-dicembre-2016Un altro, ovvio problema è rappresentato dalle forze sul terreno. L’accordo escluderà le fazioni “terroriste”, tra le quali rientrano Daesh (che controlla, tra Siria e Iraq, oltre 60mila km2, non contando le aree deserte) per volontà condivisa, Fatah ash-Sham (ex an-Nusra) per volontà russa, e lo YPG (branca militare del PYD curdo) per volontà turca. Ciò non solo lascia presagire il proseguire dei combattimenti su un amplissimo fronte, ma potrebbe minare anche la tenuta del cessate-il-fuoco tra le parti coinvolte. Particolarmente problematico è lo status di Fatah al-Sham, presente in forze in tutti i residui capisaldi dei ribelli, intrecciato colle altre milizie da una rete d’alleanze. La regione nord-occidentale di Idlib è in mano alla coalizione Jaish al-Fatah, di cui l’ex an-Nusra, coi suoi diecimila combattenti stimati, è la componente più forte assieme a Ahrar ash-Sham (fazione islamista vicina all’Arabia Saudita, accreditata di circa 20.000 armati). Nella regione si trova anche Jund al-Aqsa, il quale ha un rapporto ambiguo con Jaish al-Fatah e Daesh. Come potranno le forze russe e governative siriane distruggere Fatah ash-Sham e Jund al-Aqsa a Idlib, senza attaccare le altre fazioni che sono a queste (soprattutto all’ex an-Nusra) alleate?

Un’altra situazione esplosiva è nella Ghouta Orientale, che secondo Mosca dovrebbe essere esclusa dalla tregua per la presenza di Jaish al-Fustat, legato a Fatah ash-Sham; ma nella zona si trova anche Jaish al-Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita, e perciò Ahrar ash-Sham pretende che sia inclusa nel cessate-il-fuoco.

Dulcis in fundo, anche se la tregua dovesse reggere malgrado tanti inconvenienti, la parola passerebbe a un complesso negoziato politico tra fazioni interne e potenze esterne. Nel frattempo, il conflitto non si placherà del tutto, data la selettività del cessate-il-fuoco.

In tale quadro, è molto probabile che Idlib costituisca il prossimo obiettivo militare di Assad, assieme all’eliminazione della sacche ribelli che si trovano nei pressi di Homs e Damasco. Il fronte sud, quello verso Deraa, è più calmo, poiché le fazioni di ribelli locali non hanno legami con le grandi sigle jihadiste del Nord-Ovest, bensì con la vicina Giordania – e Amman da ormai un anno collabora apertamente con Mosca nella lotta a Daesh. Invece, secondo l’Institute for the Study of War, jihadisti e islamisti (“moderati” inclusi) costituiscono il 100% dei ribelli della Ghouta Orientale e il 96% di quelli di Idlib. Se quelli della ormai ridotta sacca della Ghouta Orientale non sembrano capaci di nuovi attacchi, i ribelli di Idlib negli ultimi mesi hanno alimentato offensive verso Aleppo e Hama, continuato a premere sulla roccaforte costiera alawita (dove si trovano anche le basi russe) grazie all’occupazione Jisr al-Shughur, e tutt’ora mantengono una presenza a poche centinaia di metri da Aleppo. Latakia, Hama e soprattutto Aleppo non potranno essere mai al sicuro finché Idlib è nella mani dei ribelli.

Inoltre, la regione di Idlib in mano ai ribelli allunga enormemente il fronte per Assad. L’Esercito Nazionale Siriano conta attualmente 125.000 uomini, cui vanno aggiunti 150.000 paramilitari locali e 50.000 miliziani stranieri. Dovendo reggere molteplici fronti, che includono il lungo confine orientale (sebbene spesso desertico) con Daesh, le sacche ribelli nei pressi di Damasco e in Houla-Rastan (tra Hama e Homs) e la roccaforte di Jaish al-Fatah nella regione di Idlib, si ritiene che solo 20-30.000 unità siano impiegabili per manovre offensive. Ciò rende estremamente improbabile lo scenario, ad esempio, di una marcia verso Raqqa lungo la Valle dell’Eufrate, o verso Deir ez-Zour assediata passando da Palmira. La riconquista di quest’ultima città è possibilità più concreta, se non altro per ragioni di immagine, ma allo stato attuale è Daesh che ha preso l’offensiva contro Assad. Non solo hanno ripreso la città famosa per le sue antiche rovine, ma gli uomini di al-Baghdadi stanno avanzando pure verso Homs: in questo momento minacciano la Base T-4 di Tiyas, la più grande base aerea del Paese.

Resta tuttavia da capire quali siano i reali termini dell’accordo stretto tra Erdoğan e Putin. L’intesa turco-russa è evidente sotto taluni aspetti: ad esempio il via libera dato da Ankara alla riconquista di Aleppo in cambio del placet all’ingresso di truppe turche nel corridoio Azaz-Jarablus, per evitare il ricongiungimento delle due roccaforti curde di Afrin e Kobane-Jarablus. È improbabile che i Turchi abbiano riserve relative alla Ghouta Orientale o al settore di Houla-Rastan, ma il discorso potrebbe cambiare per Idlib. La regione confina direttamente con la Turchia e vi sono milizie che hanno tuttora rapporti con Ankara, in primis le Brigate Turkmene Siriane. Erdoğan avrà barattato Idlib per avere mano libera in tutto il Settentrione contro i Curdi? Se anche ciò fosse vero, tensioni si creerebbero con Arabia Saudita e Qatar.

Più probabilmente, il piano strategico turco-russo prevede una fine negoziata del conflitto tramite la cantonalizzazione della Siria, un po’ sul modello iracheno post-Saddam. L’Iran potrà essere accontentato garantendo un ponte terrestre ininterrotto tra il Paese persiano e il Libano, realizzabile inglobando la direttrice Palmira-Deir ez-Zour nel dominio post-bellico di Assad (o di un suo eventuale successore). Il ponte aereo col Libano è attualmente già sufficiente, ma gli analisti attribuiscono agli strateghi di Tehran una tendenza ad assicurarsi linee di comunicazione ridondanti. Visto il cattivo andamento della guerra, le parti sunnite interne ed esterne al Paese potrebbero ben accontentarsi dell’autonomia di Idlib, Deraa e forse Raqqa. La Turchia potrebbe accettare una limitata autonomia curda se gestita da un partito diverso dal PYD: col Kurdistan iracheno Ankara ha infatti rapporti eccellenti. Infine, l’influenza sulla porzione occidentale del Paese e sul governo centrale potrebbero ben bastare agl’interessi di Mosca.

Le incognite, tuttavia, restano molteplici. Si va dalla possibile opposizione di Israele e Usa alla prevedibile resistenza armata della fazioni jihadiste e del YPG curdo. I jihadisti si preparano alla resa dei conti a Idlib, l’YPG avanza verso Raqqa per conquistarsi l’appoggio occidentale, e Daesh malgrado gli attacchi concentrici è all’offensiva presso Palmira e Homs e sta facendo pagare molto cara ai Turchi la presa di Al-Bab.

Ancora molti scenari rimangono aperti in Siria.

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