Il peso delle bufale sul web e le difficoltà delle èlite occidentali

Fonte: Il Foglio, 14 dicembre 2016

 

Hanno speso anni a spiegarci che non esistono i fatti, esistono solo le interpretazioni. Che non c’è oggettività, perché tutto è filtrato dalla percezione del soggetto. Che dobbiamo mettere in discussione tutti i nostri postulati, i nostri a priori, perché non sono verità ma solo costruzioni sociali.

Adesso, pare arrivato il contrordine. Media e politici hanno infatti scoperto che bisogna combattere contro la “post-verità”, ossia le “circostanze in cui le credenze contano più dei fatti oggettivi” (Oxford Dictionary). Fatti oggettivi che di colpo sono tornati ad essere perfettamente conoscibili – almeno dall’élite che conduce questa narrazione.

Il concetto di “post-verità” non è granché fresco, ma è stato riesumato in queste settimane e riverniciato per adattarlo a una crociata che è essenzialmente politica. Infatti, è in genere inserito nel lemma post-truth politics e non si manca d’affermare che sarebbe alla base della vittoria di Donald Trump. La tesi di fondo, al di là del ricorso a lessico ricercato e para-scientifico, è che il successo dei movimenti populisti in Occidente sia dovuto non a oggettivo malessere sociale o economico patito dai cittadini, bensì al loro essere turlupinati dalle bufale che girano in Internet. Da qui la pressione – avviata da Barack Obama in persona e andata a buon fine – su Facebook e Google affinché intervenissero per evitare la diffusione di notizie false o presunte tali.

È chiaro come alla base di questa campagna ci sia l’autoassolutoria idea che l’establishment sia buono e giusto, e che se gli elettori gli si rivoltano contro, è per loro limitatezza e non certo per carenze della classe dirigente. Fino a ieri si era soliti prendersela col basso livello d’istruzione e l’analfabetismo funzionale degli elettori. Questo finché non ci si è accorti che, a furia di dare del cretino ignorante a qualcuno, non te lo fai amico e non lo convinci a votare a tuo favore. Così, le bordate dell’artiglieria mediatica hanno scelto un nuovo bersaglio: le bufale web.

È vero che si è assistito a una grande fioritura di siti e blog specializzati nel propalare false notizie – tra l’altro, più che per credo politico, per finalità economiche: il click-baiting cui sempre più partecipano anche testate che si ritengono rispettabili. Talvolta sono invece i contenuti di siti dichiaratamente satirici a essere presi per veri. Succede non solo agli analfabeti funzionali: lo scorso 20 novembre il gotha del giornalismo italiano (Repubblica, Corriere, Rai News) ha per alcune ore presentato come vera una finta intervista a Trump, scritta da un autore satirico americano, in cui si faceva dire al Presidente-eletto che vuole ricostruire la Statua della Libertà con le fattezze della moglie Melania che fa il dito medio. Credibilissima, no? Eppure prestigiose redazioni piene di laureati e alfabetizzati ci sono cascate in pieno.

Davvero Internet sta cambiando il panorama dell’informazione, portandoci da un passato fatto di notizie vere e accurate (…) a un presente di bufale virali in cui non si distingue più il vero dal falso? Lo studioso Mario Pireddu ritiene che quest’asserzione sulla post-verità sia, essa stessa, una post-verità, poiché non trova riscontro in nessun dato oggettivo. Le ricerche più recenti, spiega Pireddu, svelano che con Internet è semmai aumentato l’accesso da parte dei cittadini a tutte le informazioni e tutte le argomentazioni: la maggior parte degli utenti di Internet utilizza fonti più differenziate rispetto a coloro che si informano con mezzi tradizionali (Tv, radio e giornali), e oggi il fact-checking è più facile, rapido e diffuso di un tempo.

Ma se le cose stanno così, che si nasconde dietro la crociata sulla post-verità cui stiamo assistendo? Probabilmente, un’assai tradizionale reazione censoria contro la montante critica rivolta all’establishment. Il confine tra notizia falsa e dubbia è labile, come sempre più labile è il confine tra notizia e opinione: con la scusa delle fake news si potranno ben colpire le visioni eterodosse, lasciando per giunta il lavoro sporco a impersonali algoritmi sviluppati nella liberal Silicon Valley.

Ad esempio, alla vigilia del referendum costituzionale la Repubblica ha proposto un compendio di “bufale” per il Sì e per il No. Ma se per bufala s’intende una notizia falsa, una panzana, come riportano i dizionari, è lecito inserire nell’elenco, tanto per fare un esempio, la stima che la Ministra Boschi fa sul risparmio conseguente alla riforma? Ebbene: l’articolo medesimo che la derubrica a “bufala”, le oppone due diverse stime alternative, una delle quali però è quasi tripla rispetto all’altra. Siamo insomma ben lontani da un consenso totale, da una certezza assoluta, dal “fatto” incontestabile. La stima della Boschi sarà forse la meno credibile, ma chi è la giornalista per sancire il vero e il falso e apporre la stimmate infamante della “bufala”?

La Stampa ci parla invece di “Polygree, il social che smaschera le bufale”, precisando che tra le domande cui potrà rispondere questa piattaforma c’è: “Donald Trump è un pericolo per la democrazia?”. In che modo, di grazia, una domanda, che lascia tanto spazio alla valutazione soggettiva e all’imponderabilità dell’umano agire, potrebbe trovare una risposta definitiva e oggettiva? In nessun modo. Sarebbe come pretendere che un software ci dicesse se è più giusto votare per un candidato o per un altro. L’esito non sarebbe quello suggerito dall’oggettività del computer, ma dalla soggettività dello sviluppatore – proprio perché soggettiva e non oggettiva è la domanda posta.

È preoccupante che i media manchino di comprendere, non le sfumature, ma gli autentici solchi che separano il fatto (“Roma è la capitale dell’Italia”) dal punto di vista (“Roma è una bella/brutta città”). Le opinioni, le valutazioni, sono raffrontate con l’opinione prevalente (o per meglio dire, mainstream) e in base alla loro aderenza con essa accreditate di verità o falsità intese in senso assolute. Il metodo non è molto lontano da quello dell’Inquisizione, ma almeno allora ci si fondava su un testo sacro e una tradizione apostolica, non certo su qualche blog di debunking.

In linea di principio, promuovere la verità non è mai sbagliato. Nella pratica, dal momento che la verità è spesso inafferrabile, quest’intento si è sovente tramutato in disastro. I bolscevichi hanno cercato di seguire le verità proposte dal “socialismo scientifico”, coi ben noti risultati. La Pravda, “la verità”, era la loro voce ufficiale.

Non si può realizzare un mondo in cui tutta l’informazione sia sempre verità, senza annichilire il libero discorso e affermare una falsa verità soggettiva e partigiana. Lo stolto che afferma la Terra sia piatta è il prezzo che paghiamo affinché l’onesto possa indicarci che il “Re è nudo” – senza essere accusato perciò di propinare una bufala e censurato da Facebook e Google.

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