L’esperienza italiana nella lotta alla mafia per sconfiggere l’ISIS

Fonte: Sputnik
Articolo di Marina Tantushyan

 

Negli ultimi mesi l’Europa sta subendo una serie crescente di attacchi terroristici, che hanno causato centinaia di vittime. Resta alto l’allarme terrorismo in Italia e i servizi segreti confermano che sussiste il rischio di un attentato.

Fino al 15 settembre da mattina a sera saranno intensificati i controlli in alcune zone, come le stazioni ferroviarie, gli scavi archeologici e le spiagge private, per evitare il pericolo di attacchi terroristici.

Daniele Scalea, direttore generale dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie)

Sputnik Italia ha raggiunto il direttore di IsAG, Istituto di Alti Studi in Geopolitica, Daniele Scalea per capire quando i cittadini europei potranno si nuovo sentirsi al sicuro.

— Da Parigi a Bruxelles, a Nizza, spesso gli attentatori risultavano già noti alle forze dell’ordine di paesi europei, che però non hanno fornito tale informazione ai loro colleghi. Questa mancanza di collaborazione semplifica la vita ai terroristi?

— Attualmente vi sono già diversi strumenti (formali e informali) di cooperazione multilaterale tra le intelligence europee, come INTCEN, Europol, il Gruppo Anti-Terrorismo del Club di Berna e il Coordinatore Antiterrorismo dell’UE. Il problema è che alcuni Paesi non li stanno sostenendo, soprattutto in termini di partecipazione alle banche-dati. Inoltre le normative attuali limitano l’impiego di talune banche-dati per fini di antiterrorismo. In anni recenti, dopo un iter tormentato per l’opposizione di parte delle Sinistre europee (che ritenevano così di difendere il diritto alla privacy degli immigrati), SIS II e EURODAC sono divenuti accessibili ai servizi di sicurezza europei, ma in maniera limitata e non sistematica. Un accesso pieno e automatico a banche dati come queste potrebbe, ad esempio, impedire ai terroristi di viaggiare lungo le rotte dei migranti tra la Siria e l’Europa Occidentale, sfruttando gli scarsissimi controlli che vengono in esse applicati.

— L’Italia è stata finora risparmiata dagli attacchi terroristici. Diversi dati ufficiali evidenziano che il paese è crocevia di terroristi islamici direttamente coinvolti in attentati. L’Italia sta diventando una base operativa?

Combattente del Daesh a Mosul, Iraq

— Le reti degli estremisti islamici si sono ormai ramificate in tutta Europa, come dimostrano i numerosi arresti o la capacità di spostamento dei volontari che partono per la Siria e l’Iraq o che da essi fanno ritorno. Il fatto poi che l’Italia sia una delle grandi porte d’ingresso europee per gli immigrati la rende particolarmente pronta ad esserlo anche per i terroristi, non solo perché questi ultimi si mimetizzano nelle rotte migratorie, ma anche perché si sono osservati contatti tra estremisti islamici. In Italia si ramificano inoltre le reti islamiste con base in Kosovo, Albania e Bosnia, favorite dalla vicinanza geografica e dalle comunità da tempo presenti nel nostro Paese. D’altro canto, se l’Italia appare un crocevia di passaggio è anche perché i nostri apparati di sicurezza stanno smantellando numerose cellule, dando così visibilità all’organismo islamista. Purtroppo l’apparato giudiziario non è sempre solidale con questo sforzo, e le regolari scarcerazioni degli imputati di terrorismo vanificano in parte il lavoro delle forze dell’ordine.

—  Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha appena annunciato “controlli più stretti sui capitali islamici”, attraverso una nuova unità della Guardia di finanza, per contrastare le attività jihadiste in Italia. A suo avviso, questa misura potrebbe portare ai risultati positivi?

Ministro degli Interni Angelino Alfano

— Si tratta di una misura opportuna, poiché il finanziamento delle reti jihadiste sfrutta sistemi difficilmente monitorabili che vanno dalla tradizionale hawala al moderno bitcoin. L’Italia sta facendo la sua parte nella lotta al terrorismo, ma potrebbe fare ancora di più. A livello interno, le autorità italiane stanno seguendo una linea sull’immigrazione che non facilita il governo del fenomeno e così agevola le infiltrazioni terroristiche. Ad esempio, l’Italia trasmette alla già citata banca dati Eurodac i dati di solo 1/3 delle persone che entrano clandestinamente o come richiedenti asilo nel suo territorio; addirittura di 1/3 non raccoglie nemmeno le impronte perché la normativa attuale non permette alla polizia di farlo se il soggetto si rifiuta di collaborare. Solo dopo la tirata d’orecchie da parte della Commissione Europea qualcosa si sta muovendo, e pare che avremo finalmente una legge che permetta il prelievo forzoso delle impronte digitali. In politica estera, non possiamo ignorare come il Governo abbia scelto ruoli defilati nella guerra contro lo Stato Islamico.

— Secondo il Procuratore Generale Franco Roberti, l’ISIS ha una struttura organizzativa tipicamente mafiosa. Il terrorismo si può dunque combattere con le stessi metodi della lotta alla mafia?

Il premier italiano Matteo Renzi al summit UE.

— Anche se Daesh ha fatto un salto di qualità in Siria e Iraq, costruendo quello che a tutti gli effetti (eccetto il riconoscimento internazionale) è uno Stato, al di fuori di questo territorio, al pari di tutti gli altri gruppi jihadisti, si muove con strutture e metodi che assomigliano a quelli della criminalità organizzata. Inoltre con la criminalità organizzata collabora strettamente, vista la sua dipendenza da traffici illegali come quelli d’armi e di persone. Spesso s’insinua nell’attività svolgendola in prima persona, anche per fini di finanziamento. Pensiamo ad esempio al rilievo che i jihadisti stanno conquistando in Kosovo, che notoriamente è anche il hub della droga europeo. L’Italia, che ha un’esperienza e competenza con pochi pari al mondo nella lotta ai sistemi mafiosi, può dare un grande contributo contro le ramificazioni criminali “classiche” del jihadismo.

— Il Presidente russo Putin ha più volte affermato che per l’Occidente il nemico non è la Russia ma l’ISIS ed ha più volte offerto la propria collaborazione. Secondo lei, l’Europa ha bisogno della Russia per combattere all’ISIS e il terrorismo internazionale?

— La Russia è un competitor per gli Usa, poiché quest’ultimi mirano a mantenere una posizione egemonica nel mondo e non possono tollerare una Russia troppo forte. Lo stesso discorso non vale per l’Unione Europea, che non ha velleità egemoniche e che ormai ha pure rinunciato ad espandersi verso est, dovendo pensare piuttosto a non crollare dall’interno. In tal senso, è difficile spiegare perché gli Europei abbiano cercato lo scontro con la Russia, in merito all’Ucraina e ad altre questioni. Sicuramente paesi orientali come la Polonia hanno ragioni storiche e pure fondate per temere Mosca e volerne contenere l’influenza; la Germania ragiona più in termini di penetrazione commerciale e trasformazione dell’Ucraina e — in prospettiva — della Bielorussia in sue periferie economiche, così come ha già fatto con gran parte dell’Europa. Per gli altri Paesi pesano solo l’azione persuasiva di Washington e motivazioni di tipo ideologico. Putin, con la sua valorizzazione dello Stato, della nazione, della tradizione, incarna ciò che le tendenze postmoderne, culturalmente e politicamente egemoni nell’Europa Occidentale, hanno combattuto e sradicato dai nostri Paesi. Se il jihadismo rimane qualcosa di estraneo ed esotico agli occhi delle élites postmoderne dell’Europa Occidentale, il “putinismo” rappresenta invece il nostro passato recente, qualcosa capace di esercitare un fascino sui nostri popoli e perciò minaccioso per le attuali classi dirigenti. Ogni volta che l’Europa antepone nelle sue strategie il confronto con la Russia alla lotta al jihadismo, antepone gli interessi ideologici e di potere delle sue élites a quelli di sopravvivenza della sua civiltà.

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