Nizza: intervista al dottor Scalea su terrorismo, migrazione e rischi per l’Italia

Fonte: The Social Post, 15 luglio 2016
Intervista di Anastasia Latina

 

Intervista a Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG di Roma (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e blogger presso L’Huffington Post.

Dottor Scalea, cosa ne pensa dei fatti di Nizza?

Ci sono diverse osservazioni da fare: la prima è che il killer ha probabilmente agito da solo, o con un gruppo molto piccolo di persone, forse slegato dallo Stato Islamico (anche se tutto ciò andrà rivisto alla luce di quello che emergerà nei prossimi giorni). Ciò dimostra ancora una volta quanto siamo vulnerabili agli attacchi anche dei cosiddetti “lupi solitari”, di persone che si muovono autonomamente. I terroristi hanno il vantaggio dell’iniziativa. Decidono loro se, come e quando colpire, e così risulta molto difficile parare il colpo. Anche con dei mezzi tutto sommato rudimentali, come un camion lanciato sulla folla, possono fare un gran numero di vittime. Sicuramente è più giusto l’approccio a livello di intelligence che hanno in Inghilterra, dove si cerca di neutralizzare le minacce allo stadio embrionale. Ovviamente questo oltre ad essere difficile presenta anche tutta una serie di problematiche a livello legale (ricordiamo ad esempio lo scandalo dei BigData e del controllo dei dati privati dei cittadini britannici, nda).

Questi attentati sono dovuti ad una radicalizzazione religiosa o sono le politiche di integrazione che hanno fallito?

In termini generali, la religione usata come ideologia funge da aggregatore e spinge le persone all’azione. Alla base ci sono però delle problematiche più concrete: vale sia per i Paesi musulmani sia per l’Europa. Nei paesi mediorientali la critica al potere costituito è stata egemonizzata dal discorso religioso. Qui da noi invece la radicalizzazione è legata a uno scollamento dalla società che conta più del moto religioso: si dice spesso che i terroristi nostrani hanno degli stili di vita non confacenti all’immagine tradizionale dei musulmani, magari abusano di droghe piuttosto che di alcool. La religione interviene in una fase successiva, attecchendo su chi in prevalenza è uno spiantato, che orbita magari intorno alla malavita, che non ha prospettive, che si pone “contro la società” e che si rifugia nella religione perché è l’elemento che gli fornisce quell’identificazione che gli manca nella società d’appartenenza. La religione musulmana gli permette di definire la propria diversità, e la religione gli consente di trovare una comunità più vasta di cui sentirsi parte. Il che ci porta al problema molto più complesso e ampio del modello della nostra società, vale a dire cosa la società europea di stampo cosmopolita offre ai suoi cittadini.

Quindi questi attentati sono un fallimento del modello cosmopolita derivato dalla globalizzazione e dell’integrazione?

È stato un fallimento dell’integrazione multiculturale di stile europeo, perché ad esempio gli americani, che sono molto più multiculturali di noi, non hanno questo tipo di problema. Ne hanno altri: loro hanno la questione della comunità afroamericana, avendo abolito la segregazione da cinquant’anni, e non si può pensare che nel giro di mezzo secolo si possano risolvere certe spaccature, nemmeno eleggendo un Presidente di origine africana. Qui i problemi sono diversi, perché non abbiamo vissuto la segregazione e la schiavitù fino agli anni ’60 come gli Usa. In Europa la società è diventata multiculturale negli anni ’80 e’90. Quindi è un problema nuovo che stiamo affrontando in modo totalmente diverso. Di fatto tutte e due le sponde dell’Atlantico hanno difficoltà con la società multiculturale.

Cosa c’è di sbagliato nel modello europeo e come si articola?

È una domanda molto difficile. Il problema è che a mio avviso qui la scelta di andare verso una società multiculturale e plurale si è accompagnata con una rinuncia ad una propria identità. Non si è andati verso l’idea di ricondurre tutto a sistemi, anche quando magari si sognava di fare questo, e quando si è provato a farlo si è agito in modo inadeguato: non è che i francesi celebrando la Rivoluzione Francese riescano a far sentire tutti membri della stessa comunità almeno il 14 luglio. Dovremmo provare a fare quello che gli americani hanno fatto a livello di società multiculturale, cioè dare una forte identità comune, una forte comunanza di valori pur poi nella pluralità di costumi e comportamenti. Negli Stati Uniti tutti parlano inglese e tutti si riconoscono nella bandiera e nelle istituzioni.

Infatti l’8% dei francesi non si riconosce come tale, come possiamo quindi superare questo ostacolo?

In confronto al francese, il modello inglese adesso è quello che fa bella figura: infatti ci sono molti musulmani ma non sparano in mezzo alla strada (almeno non con la frequenza francese). Però loro hanno un problema di fondo meno visibile ma non meno grande: si sono accorti che laddove c’è una grande densità di musulmani isolati, questi tendono a distaccarsi dalla società britannica. Non solo hanno aree dove magari le donne non parlano nemmeno inglese perché frequentano solo la famiglia, ma inoltre i membri di queste comunità se hanno un problema non si rivolgono alla giustizia inglese ma a tribunali informali che hanno creato e che applicano le leggi del Paese da cui provengono. Anche quello un distacco dalla società.

Gli interventi che dovrebbero essere fatti per evitare il radicalizzarsi di una parte della società quali sono a suo avviso?

Prima servono interventi contingenti, più immediati che devono essere presi per evitare il degenerare degli eventi, poi interventi più strutturali sul lungo periodo. Quelli immediati sono ovviamente il fronteggiare con tutti i mezzi, per lo più polizieschi, i fenomeni dell’integralismo e del terrorismo, e riuscire ad avere un maggiore controllo sui flussi migratori, perché più persone arrivano in tempi più stretti tanto più è difficile integrare le persone. L’integrazione può avvenire su piccoli numeri dentro grossi numeri. A livello strutturale c’è una risposta sociale, cioè riuscire ad eliminare queste sacche di disagio economico, e una culturale: io penso che i paesi dell’Europa occidentale un giorno dovranno ritrovare la loro identità culturale, i loro valori e la loro società e questi dovranno essere accettati da tutti.

Nel breve periodo, con controllo della polizia si intende una militarizzazione della società di cui già si sta parlando paragonando la situazione di Israele. È una strada percorribile?

Non credo che sia molto percorribile in Europa: siamo distanti dalla situazione israeliana sia per fattori oggettivi sia culturali. La stessa minaccia è simile ma non identica. Nel nostro Paese non c’è la leva obbligatoria, le questioni relative al rispetto dei diritti dei non cittadini sono fortemente sentite, c’è una forte sensibilità su tutti i temi che riguardano la discriminazione. Sono tutte tematiche che qui sono (almeno ad oggi) tenute in alta considerazione, ma sono valori su cui si dovrebbe mediare se si volesse andare verso un modello di tipo israeliano. Israele non è una società plurale, è una società in cui c’è un’identità molto forte: Israele coincide con lo Stato ebraico.

In Italia è sempre molto difficile parlare o proporre interventi sull’immigrazione perché molte volte si passa per xenofobi o razzisti. Questi interventi sono bocciati più per un preconcetto che noi abbiamo o perché le proposte che vengono fatte non sono attuabili?

Noi abbiamo molto la tendenza a dividerci in due campi ideologicamente contrapposti, il che rende difficile trovare soluzioni mediane e ragionate. Si formano quindi lo schieramento del “non bisogna far entrare nessuno” e quello che dice di fare entrare tutti, per cui la posizione ragionevole di cercare di governare il fenomeno non è così sentita e difesa. Dal punto di vista del terrorismo, non abbiamo ad oggi grandi problemi di integrazione in Italia, sia perché abbiamo ragionato finora su numeri molto inferiori, sia perché non abbiamo creato ghetti, non ci sono quartieri di musulmani in sacche economicamente disagiate. Il problema è però gestire questa fase di intensa immigrazione, evitare di diventare adesso come la Francia o come la Gran Bretagna. Oggi siamo in una fase in cui la percentuale di immigrati sta diventando molto alta. In pochi anni è passata dal 3% al 10% circa e ovviamente ci si attende che aumenti sempre di più, visto che stanno aumentando gli sbarchi. È in questa fase che noi per la prima volta possiamo perdere il controllo del fenomeno e poi ritrovarci, magari non subito, ma tra una generazione, come i francesi.

Infatti anche qui stanno iniziando a crearsi queste zone diventati ghetti per i migranti musulmani, stiamo andando anche noi verso l’esclusione urbana dei musulmani?

Temo di sì perché i numeri sono troppo grandi e poi diventa difficile gestirli. Persino la Germania si è ritrovata a fare fatica, e sono generalmente più efficienti di noi. In Italia si sta decidendo il tutto come una questione puramente ideologica: “dobbiamo pensare solo a noi stessi” contro “dobbiamo aiutare tutti”. E altri ancora la pensano come una questione puramente economica, nel senso che il problema è solo metterli nel centro d’accoglienza cosicché qualcuno vi possa lucrare sopra (ricordiamo lo scandalo di Mafia Capitale con Buzzi che commentava: “si fanno più soldi con gli immigrati che con la droga”, nda), dimenticandosi che c’è il dopo. Per un po’ di anni abbiamo cercato di ignorare il “dopo”, pensando che molti migranti avrebbero abbandonato l’Italia verso la Germania e gli altri paesi del Nord Europa. Cosa non totalmente vera perché se tanti andavano via, molti invece rimanevano da noi. Ma oggi anche questa opzione diventa del tutto impraticabile perché si stanno chiudendo le frontiere.

Perché in particolare i musulmani e non altre religioni?

Guardando in particolare al caso italiano, ci sono tre ragioni per questo: la prima è che sono, a parte gli immigrati cristiani, i più numerosi; il secondo è che i cristiani appartengono in genere a una cultura che è molto più vicina alla nostra e quindi sono più facilmente integrabili (ad esempio ci sono più immigrati rumeni che marocchini ma si notano di meno). E la terza è una cosa intrinseca all’Islam: che non distingue tra religione e Stato, tra sfera pubblica e sfera privata. La sovrapposizione delle due sfere è molto più marcata di quanto non accadeva con il Cristianesimo, dove è stato più facile intraprendere un percorso di secolarizzazione nella società. Parliamo di un ambito culturale dove c’è una religiosità più forte di quanto c’è da noi, e verso una religione che non favorisce il viverla come un fatto puramente privato.

Secondo lei siamo ancora in tempo per porre rimedio alla situazione?

Penso siamo ancora in tempo, però penso che questa finestra di opportunità non sarà sempre aperta . Ogni anno che passa i numeri diventano più alti e la società muta. Questo non vuol dire che una società cambi sempre in negativo o che il cambiamento sia un male, ma se la lasci cambiare senza cercare di governare il fenomeno ne diventi anche tu vittima.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...