Brexit: rassegnatevi, il voto dei poveri e degli “ignoranti” conta quanto il vostro

Fonte: L’Huffington Post, 25 giugno 2016

N.B.: questo post, come spesso accade per il mio blog dell’HuffPost, nasce da una riflessione a caldo, inizialmente postata su Facebook, dopo aver osservato le prime reazioni (principalmente sui social network), furiose e snobistiche, contro gli elettori colpevoli di aver votato per la Brexit. Non immaginavo che avrebbe ottenuto un’ampia attenzione, con migliaia di “Mi piace”, condivisioni e commenti (questi ultimi, per lo più “critici”, per usare un eufemismo). Poche precisazioni sono dunque richieste: non si tratta di un articolo di analisi ma di un post volutamente provocatorio. Abbondano gli stereotipi e le formule retoriche perché vuole imitare lo stile e le argomentazioni di chi critica, rovesciandole di segno. La stessa figura del “vecchio povero e ignorante” contrapposta al “giovane ricco e acculturato” recupera la stereotipizzazione dominante proposta con cautela dai sondaggi ma poi utilizzata con disinvoluta da commentatori più o meno improvvisati. So che anche alla luce di queste precisazioni, farà infuriare molti, ma è il bello del pluralismo d’idee che, per me, rimane ancora un valore da difendere. Assieme alla tanto bistrattata democrazia.

 

La cosa più opprimente del Brexit non sono i mercati che crollano (salvo fenomeni di isteria collettiva, non c’è nessuna condizione oggettiva per un crisi stile 2008), ma le analisi di sociologia spiccia e patetismo spinto sugli sventurati giovani-colti-e-ricchi battuti dai malvagi vecchi-ignoranti-e-poveri (fatevi un giro sul vostro social network preferito per averne abbondanti esempi).

E’ (probabilmente) vero che i minori di 25 anni avrebbero preferito in maggioranza il Remain, ma davvero il giovane neolaureato dovrebbe godere di una maggiore dignità rispetto agli altri cittadini?

Innanzi tutto, i minori di 25 anni si sono astenuti molto più degli ultra 65enni. Se ti fai battere in spirito militante da un pensionato coi reumatismi, quando dovresti essere pieno di forze e col sangue che brucia nelle vene, hai poco da rivendicare e il discorso si potrebbe chiudere già qui. Ma va bene: sorvoliamo pure su questo punto e andiamo oltre.

Ancora nessuno ha spiegato perché un ragazzino di vent’anni che studia Letteratura di Sperdutolandia, puzza ancora di latte e non compilerà una dichiarazione dei redditi prima di due o tre lustri, dovrebbe essere più titolato, responsabile e consapevole dell’operaio o del piccolo imprenditore di mezza età che campano la propria famiglia e il proprio Paese con le loro fatiche (e in genere sono gli stessi che pagano la retta universitaria allo studente di cui sopra). Un voto espresso perché così si pensa (a torto o a ragione) di poter fare l’Erasmus in Spagna è più dignitoso che votare perché così si pensa (a torto o a ragione) di non perdere il lavoro?

Evidentemente no, ma qui scatta il tradizionale disprezzo dell’alta borghesia per i ceti inferiori. Una classe di privilegiati per nascita (l’immobilità sociale non è mai stata così alta come nella nostra epoca) che possono tollerare il suffragio universale finché lo vincono, ma quando lo perdono hanno rigurgiti reazionari e anti-democratici al pensiero che loro, pur avendo il papà dirigente di banca, i vestiti di marca e alla moda, il BA/MA/MBA/acronimo-a-scelta in UK o alla Sorbonne o negli States, un sacco di vacanze in posti esotici alle spalle, e nessuna esperienza di cosa significhi una ristrettezza economica – loro, persino loro, in democrazia sono giuridicamente alla pari con quel modesto e volgare operaio che incrociano la sera sulla metro, malvestito e sudato dopo essersi spezzato la schiena in qualche cantiere.

Mi spiace, caro nato con la camicia (di Armani o almeno D&G), ma proprio ciò che te la fa odiare, è ciò che rende la democrazia una cosa bellissima.

 

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