Difenderci, sì, ma come?

Fonte: Il Foglio

 

Quando si discute di tagli, una grossa fetta della pubblica opinione e della classe dirigente addita subito, quasi pavlovianamente, la Difesa. Ciò ha un che di paradossale, considerando come i militari, ben più di altre categorie (come politici o magistrati), godano di stima e fiducia tra la popolazione. Eppure, negli ultimi dieci anni le spese per la Difesa in rapporto al pil sono passate dal 2 per cento a poco più dell’1 per cento, e va tenuto conto ch’esse includono anche l’arma dei carabinieri, la quale ha funzione principalmente di ordine pubblico e non di difesa nazionale.

Perché si sceglie di tagliare nella Difesa? Lasciamo da parte le oggettive necessità di economizzare in tempi di crisi o la virtuosa tensione all’efficienza. C’è una corrente di pensiero secondo cui le spese per la Difesa sono sostanzialmente superflue, se non dannose. Chi condivide quest’opinione adduce spesso alcune motivazioni precise.

 

Per alcuni, la questione è prettamente ideologica: l’antimilitarismo o il pacifismo. Non è il caso di imbarcarsi qui in una discussione sui meriti e demeriti di questi rispettabili ideali, ma non si può fare a meno di notare che, in millenni di storia, la guerra e la violenza sono sempre stati compagni dell’uomo. Si dev’essere consci che, disarmandosi unilateralmente, porgere l’altra guancia non sarebbe più un alato precetto evangelico bensì la condizione necessaria e quotidiana di chi è costantemente alla mercé altrui.
Simile ma non coincidente con le visioni irenistiche, c’è la convinzione che la guerra stia sparendo dalla storia umana; anzi che la storia sia propria finita. Si tratta di un’opinione caratteristica dell’immediato post-Guerra Fredda, e ha potuto sopravvivere finché le guerre (che, si badi bene, non sono diminuite bensì aumentate dopo la fine del bipolarismo) scoppiavano in luoghi lontani e dai nomi esotici come Timor Est o Ruanda. Anche quando le facevamo in prima persona, si trattava di conflitti così squilibrati che le vittime e le sofferenze stavano tutte dall’altra parte (da quella degl’Iracheni o dei Serbi). Se non fosse stato per la tv e i giornali che ne parlavano, il cittadino comune dell’Italia o di un altro paese occidentale nemmeno si sarebbe accorto che era coinvolto in una guerra in corso. La percezione era di un conflitto puramente virtuale, quasi un videogioco.

 

Poi qualcosa è cambiato. Nella seconda campagna irachena e in quella afghana ci siamo accorti che anche i nostri soldati potevano morire. A New York, Washington, Londra, Madrid, Parigi, per mezzo di aerei, bombe o fucili d’assalto, abbiamo visto che anche i nostri civili possono essere presi di mira dal nemico. Oggi (per citare il titolo di un recente convegno IsAG a Montecitorio) la guerra è alle porte (in Ucraina, in Siria, in Libia), e ogni tanto qualcuno riesce a intrufolarvisi per portarla anche nelle nostre città, come da poco successo a Parigi.
Qualcuno però continua a credere che non sia necessario armarci: qualcun altro, secondo loro provvederà a difenderci. Tipicamente, il motto dell’ottimista di tal fatta è: “Ci penseranno gli Americani”. Anche qui l’origine sta nei primi anni ’90. Nel giro di mezzo secolo gli Usa avevano sconfitto potenze terribili quali la Germania nazista, il Giappone imperiale e la Russia sovietica. Chi era giovane negli anni Novanta, accendendo la tv o andando al cinema, aveva come immagine degli Usa (allora Hollywood era molto più ottimista e frivola di oggi: poche apocalissi zombi, tanti giovani friends) quella di personaggi brillanti, simpatici e benestanti. Protetti – trasposizione televisiva del loro strapotere militare – da gente come Rambo, Chuck Norris o Steven Seagal, capace da sola di sconfiggere un intero esercito. Come non credere che fossero capaci e degni di governare il mondo intero?

Il problema è che anche gli americani si sono guardati attraverso il prisma televisivo, e hanno creduto alle loro autorappresentazioni. Si sono accorti di essere brillanti e benestanti, di vivere vite tanto belle da non volervi rinunciare – ancor meno per altri. Gli americani, per quanto strano possa sembrarci, non hanno più voglia di morire per noi. Anzi, dal 2008 almeno non hanno nemmeno più voglia di spendere soldi per difenderci. Protetti da un Oceano, guardano con minor preoccupazione al caos in Libia e in Siria, alle ondate di migranti, alle offensive terroriste. L’attenzione degli Usa si è distolta dal Mediterraneo per focalizzarsi sull’Asia-Pacifico. Lo dimostrano il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan e l’irresolutezza con cui (non) agiscono in Siria e Libia.

 

Ma non c’è solo l’America. Qualcun altro obietterà che l’Italia fa parte dell’Ue e della Nato, e che su questi organismi si può contare per la nostra difesa. Ancora una volta, il discorso è fallace. Molti ricorderanno che nel Talmud, poco prima del “Se non ora quando?” reso celebre da Primo  Levi, si legge: “Se io non sono per me, chi è per me?”. Già: se noi per primi non stiamo dalla nostra parte, non tuteliamo ciò che ci è caro e ciò che ci interessa, perché qualcuno dovrebbe farlo al posto nostro? La Nato chiede ai suoi membri di destinare alla Difesa il 2 per cento del pil, ma l’Italia viaggia verso la metà di questo livello. Perché gli altri dovrebbero coprire le nostre mancanze, per giunta mettendo al primo posto, o anche solo sullo stesso piano, i nostri interessi rispetto ai loro? Eh sì: perché Ue e Nato rimangono coalizioni di nazioni diverse le quali, per definizione, hanno diversi interessi nazionali. Spesso essi saranno combacianti in certi punti, ma mai in tutto e per tutto identici. Un esempio eclatante pochi anni fa in Libia: i nostri amici e alleati francesi e britannici hanno distrutto uno Stato che ci era amico, con cui cooperavamo, lasciando – quel ch’è peggio – al suo posto il caos più completo a poche miglia dalla nostra costa. Quando, conseguenza di ciò, hanno cominciato a giungere ondate enormi di migranti qui in Italia, e abbiamo chiesto aiuto anche a Parigi e Londra – le principali responsabili – esse si sono mostrate ben poco empatiche e solidali con noi.

 

Insomma: l’Italia non può rinunciare allo strumento militare. Non solo per usare la forza quando necessario, ad esempio se attaccati o minacciati. La sua semplice presenza, l’utilizzo potenziale, è una risorsa che aggiunge incisività e credibilità all’azione della nostra diplomazia. Inoltre i mezzi militari sempre più hanno un uso duplice, anche per protezione civile e umanitaria: basti pensare alle migliaia di migranti soccorse dalla nostra Marina.

 

Fare questo discorso qui e ora non è casuale. Questa nave – Nave Maestrale – su cui siamo riuniti a discutere tra qualche giorno arriverà alla Spezia e sarà smantellata. Al pari di una nave su due nell’ultimo decennio, non sarà prontamente sostituita: la consistenza della nostra flotta è in diminuzione. Recentemente, le flotte di Germania e Spagna hanno superato quella italiana e presto anche la turca ci raggiungerà; Francia e GB sono invece tradizionalmente molto avanti a noi. L’età media della nostra flotta è decisamente più alta di quella di tutti i paesi appena citati: circa trenta per l’Italia, circa venti per gli altri. La conseguenza è una rapida obsolescenza e un ciclo accelerato di dismissioni. Entro dieci anni la Marina Militare italiana potrebbe trovarsi nell’incapacità di svolgere le sue funzioni più essenziali.

 

Avremo risparmiato un po’ di danaro, è vero, ma l’avremo fatto pagando altri costi: quello della credibilità internazionale e quello della sicurezza nazionale.

 

 

 

Pubblichiamo l’intervento di Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG – Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie durante il convegno “La sicurezza marittima dell’Italia nel Mediterraneo: importanza e prospettive” avvenuto il 1° dicembre scorso sulla Nave Maestrale della Marina militare. La Nave Maestrale, capoclasse delle omonime fregate missilistiche è in servizio dal 1982 e ha partecipato a varie missioni legate alle crisi in Iraq e in Jugoslavia e in altre per il contrasto della pirateria e del terrorismo. La nave sta svolgendo la sua ultima attività: partita da Chioggia sta facendo rotta verso La Spezia, dove sarà dismessa. Nella tappa di Civitavecchia, il “porto di Roma”, la Marina militare e l’IsAG hanno organizzato il seminario per riflettere sul tema anche alla luce della sesta dismissione di unità navale della Marina nell’arco di pochi mesi.

 

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