Scontro Italia-Francia su Schengen. Ma chi ha ragione?

Fonte: L’Huffington Post

Il blocco opposto dalle autorità francesi alla frontiera di Ventimiglia verso i migranti africani transitati per l’Italia ha generato uno scontro diplomatico tra Roma e Parigi. Oggetto del contendere è l’eventuale violazione degli Accordi di Schengen. Dal Viminale si accusa la Francia di aver reintrodotto i controlli alla frontiere, mentre la Prefettura della provincia delle Alpes- Marittimes ribatte che chi è intitolato a varcarle liberamente può continuare a farlo. Chi ha ragione? Proviamo a capirlo andando a rileggere quanto è stato firmato e concordato.

L’Accordo di Schengen siglato il 14 giugno 1985 da Francia, Germania Ovest e Benelux prevede, all’Art. 2, che alla frontiera sia effettuato, di norma, come “una semplice sorveglianza visiva dei veicoli da turismo”, lasciando però la facoltà di controlli più approfonditi. In varie parti dell’Accordo si specifica come esso sia rivolto ai “cittadini degli Stati membri”: lo troviamo due volte nel preambolo (“libertà di attraversamento delle frontiere interne da parte di tutti i cittadini degli Stati membri”, “eliminazione dei controlli alle frontiere comuni in relazione alla circolazione dei cittadini degli Stati membri delle Comunità europee”) e poi ancora agli Artt.1 (“le formalità alle frontiere comuni […] per i cittadini degli Stati membri delle Comunità europee, si svolgeranno alle condizioni stabilite qui di seguito”), 3 (“Al fine di agevolare la sorveglianza visiva, i cittadini degli Stati membri delle Comunità europee che giungono alle frontiera comune a bordo di un’autovettura potranno apporre sul parabrezza del veicolo un disco verde”), 6 (“Le Parti adottano tra di loro […] le misure necessarie atte ad agevolare la circolazione dei cittadini degli Stati membri delle Comunità europee residenti nei Comuni che si trovano alle frontiere comuni”).

Inoltre, all’Art. 9 è esplicitato l’impegno a cooperare per impedire “l’ingresso ed il soggiorno irregolare di persone”. All’Articolo 7, i firmatari si propongono di avvicinare le loro politiche in materia di visti; “tenendo conto della necessità di garantire la protezione dell’insieme dei territori dei 5 Stati dall’immigrazione clandestina e da quelle attività che potrebbero minacciare la sicurezza”. L’Articolo 17 recita che “in materia di circolazione delle persone, le Parti si adopereranno per eliminare i controlli alle frontiere comuni, trasferendoli alle proprie frontiere esterne”, ma è una delle “misure applicabili a lungo termine” e subordinata appunto alla preliminare predisposizione di tale frontiera esterna per” per impedire l’immigrazione clandestina di cittadini di Stati non membri delle Comunità europee”.

Il 19 giugno 1990 sempre Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo firmano la Convenzione applicativa dell’Accordo di Schengen. Il suo tenore è in qualche modo differente. Il Titolo II è “Soppressione dei controlli alle frontiere interne e circolazione delle persone” e l’Art. 2.1 sancisce che “Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone”, pur facendo salvo che “per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale” e “per un periodo limitato” si possano ristabilire controlli (Art. 2.2) e precisando che “la soppressione del controllo delle persone alle frontiere interne non pregiudica […] l’esercizio delle competenze di polizia da parte delle autorità competenti in applicazione della legislazione di ciascuna Parte contraente in tutto il suo territorio, né l’obbligo di essere in possesso, di portare con sé e di esibire titoli e documenti previsti dalla legislazione di detta Parte contraente” (Art. 2.3).

Inoltre, il Capitolo 2 pone restrizioni al passaggio delle frontiere esterne ai paesi firmatari precisando (Art. 3.2) l’obbligo di “istituire sanzioni nel caso di passaggio non autorizzato delle frontiere esterne al di fuori dei valichi di frontiera e delle ore di apertura fissate”. L’Art 5.1 ci dice che lo straniero (cioè il non cittadino dei paesi firmatari) può entrare nel territorio Schengen, e solo per un periodo di soggiorno inferiore ai tre mesi, se dotato, tra le altre cose, di documenti validi: altrimenti “l’ingresso nel territorio delle Parti contraenti deve essere rifiutato”. Esiste la deroga per motivi umanitari, ma in quel caso “l’ammissione sarà limitata al territorio” dello Stato che decide di concederla (Art. 5.2). L’Art. 6 impegna lo Stato detentore di frontiere esterne a effettuare seri controlli sugli ingressi di stranieri, tra le altre cose verificandone l’identità (6.2.b). Il Capitolo 3 ribadisce la necessità di armonizzare la politica dei visti e l’obbligo di non derogare alle disposizioni comuni (Art. 9.2). Rilevante notare che all’Art. 19.1 sia affermato che “gli stranieri titolari di un visto uniforme, entrati regolarmente nel territorio di una delle Parti contraenti, possono circolare liberamente nel territorio di tutte le Parti contraenti”. L’Art. 29.2 stipula che, malgrado l’impegno a valutare tutte le domande di asilo, ciò “non implica che una Parte contraente debba autorizzare in tutti i casi il richiedente asilo ad entrare o a soggiornare nel proprio territorio. Ciascuna Parte contraente conserva il diritto di respingere o di allontanare un richiedente asilo verso uno Stato terzo”.

L’Italia ha aderito a Schegen il 27 novembre 1990.

È senza dubbio vero che la Francia non può attuare controlli sistematici alla frontiera per un periodo di tempo prolungato, in ottemperanza alla stabilita soppressione dei controlli di frontiera interna. Pure è vero, però, che gli Accordi di Schengen sono strettamente vincolati alla questione delle frontiere esterne: la loro logica intrinseca è lo spostamento dei controlli dall’interno all’esterno. Più volte è ribadito come gli accordi valgano per i cittadini degli Stati membri e per gli stranieri regolari ed è dagli Accordi di Schengen che origina l’armonizzazione della politica sull’ingresso di extracomunitari. Nel caso più spinoso, quello dei richiedenti asilo, essa si è fatta norma coi Regolamenti di Dublino. Quello attualmente in vigore, Regolamento di Dublino II (2003), fatti salvi i casi particolari (minori, ricongiungimenti familiari) e gli stranieri regolari (visto o permesso di soggiorno), stabilisce che la richiesta d’asilo è competenza del paese in cui lo straniero ha varcato illegalmente la frontiera esterna (Art. 10.1).

L’esame dettagliato della questione va lasciata ai giuristi, ma è possibile trarne delle conclusioni politiche. Sia la Francia sia l’Italia sono in qualche modo colpevoli.

La Francia sta surrettiziamente ripristinando controlli di frontiera che sono normalmente proibiti dagli Accordi di Schengen; ma fa ciò perché ritiene che l’Italia non stia effettuando a dovere i controlli alla frontiera esterna dell’Area Schengen. Effettivamente, il nostro paese manca sovente di identificare gli stranieri che entrano clandestinamente, sia per carenze amministrative sia forse (il sospetto è legittimo) per non doverne raccogliere la domanda d’asilo, fatto che lo legherebbe poi al nostro territorio fino alla delibera su di essa. Fa gioco all’Italia il fatto che la maggior parte degli stranieri vi entri solo per poi raggiungere il Nordeuropa. Inoltre, l’Italia ha cancellato le sanzioni per chi entra clandestinamente nel territorio europeo (sanzioni che, si ricorderà, sono richieste dagli Accordi di Schengen). A sua volta, tuttavia, l’Italia può biasimare la Francia e altri paesi per lo scarso appoggio nell’affrontare un brusco aumento di arrivi clandestini dal Mediterraneo, per giunta provocati dal collasso dello Stato libico di cui Parigi è tra i primissimi responsabili. Sebbene la Francia potrà allora rispondere che l’Italia stessa è responsabile, avendo aderito alla coalizione che condusse gli attacchi aerei contro il regime dell’epoca permettendo la vittoria dei ribelli.

Questo rimpallo di responsabilità potrebbe durare all’infinito e difficilmente si perverrebbe a stabilire chi sia più colpevole. Ma una conclusione è facile trarla: se due paesi fondatori dell’Unione europea si trovano a tal punto divisi e discordi, quella dei migranti è veramente una “emergenza” e necessita un ripensamento, generale e condiviso, di tutta la politica di circolazione delle persone e d’asilo.

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