L’Iraq va a pezzi

Fonte: L’Huffington Post, 16 giugno 2014

 

Due recenti eventi segnalano lo stato di grave crisi in cui versa l’Iraq, al punto da minacciarne seriamente l’unità. Il primo, ampiamente coperto dai media mondiali, è l’offensiva dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL, ad-Dawlat al-Islāmiyya fī’l-‘Irāq wa’sh-Shām) che ha conquistato le città di Mosul e Tikrit. Il secondo, passato invece sotto silenzio, è l’inizio della commercializzazione del petrolio della Regione Autonoma del Kurdistan tramite la Turchia. Due duri colpi al Governo di Baghdad, rappresentante soprattutto gli interessi della maggioranza sciita del paese.

Nel 2007 gli USA erano riusciti a stabilizzare in maniera accettabile l’Iraq, fino ad allora alle prese con una violenta insorgenza sunnita dall’invasione statunitense di quattro anni prima. Tale risultato è solitamente accreditato alla strategia del surge, condotta dal Generale David Petraeus, e consistente essenzialmente in un aumento delle truppe USA sul terreno. In realtà vari analisti, tra cui Brian M. Downing nell’ultimo numero di Geopolitica, hanno sottolineato come il successo sia derivato da un accordo tra forze statunitensi e tribù sunnite: quest’ultime ottennero protezione dalle milizie sciite e dai jihadisti (spesso stranieri), e in cambio cessarono di attaccare USA e governativi per combattere invece al-Qaida. Si trattava del cosiddetto “Risveglio sunnita” in Iraq, con le milizie dei “Figli dell’Iraq” (Abnā’ al-`Irāq) impegnate a ristabilire l’ordine nelle loro province.

Ciò ha garantito un apparente successo alla strategia USA ma, come spiegava sempre Downing, non risolveva i problemi alla radice, lasciando intatti sia il legame tra gli insorti e la popolazione, sia il dissidio tra gli insorti e il governo. Al contrario, le milizie sunnite sono state armate dagli USA, al punto da farne de facto la terza forza armata in Iraq. Il governo iracheno, in mano ai partiti sciiti e impegnato a mantenere l’unità del paese, ha cercato in ogni modo di limitare la crescita dei “Figli dell’Iraq”, con la forza o con la cooptazione. I risultati di questi giorni rivelano che non solo il piano non è riuscito, ma che il malcontento dei sunniti verso il Governo ha portato i “Figli dell’Iraq” ad appoggiare il ritorno dei jihadisti nel paese.

Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, nato nel paese mesopotamico, si era negli ultimi anni focalizzato sulla lotta in Siria contro il regime dello sciita Assad. Le sue origini irachene e i metodi violenti hanno però creato tensioni con gli altri attori dell’insorgenza siriana: tutti i principali, dal Libero Esercito Siriano ai Fratelli Musulmani, financo ai salafiti di Jabhat an-Nuṣrah (affiliati a al-Qaida), hanno rivolto le armi contro gli ex alleati, restringendo la zona controllata da ISIL.

ISIL ha così deciso di riconcentrarsi sul natio Iraq, sferrando qui una potente offensiva. Per quanto i combattenti di ISIL siano veterani temprati da anni di guerriglia in Iraq e in Siria, costituiscono pur sempre una forza ridotta, nell’ordine delle migliaia di unità, e decisamente meno equipaggiati delle forze armate irachene, che dal 2005 hanno ricevuto 15 miliardi di dollari in armamenti statunitensi. Come si spiega la vittoria di Mosul, in cui meno di mille jihadisti hanno sconfitto due divisioni governative forti complessivamente di 30.000 uomini?

Sicuramente a pesare è stato un deficit di preparazione, coesione e spirito combattivo delle forze armate irachene – deficit che deve preoccupare il Governo, ora che gli insorti si avvicinano alla capitale Baghdad. Ma il successo di ISIL non può non spiegarsi anche col sostegno che quest’ultimo sta ottenendo dalla popolazione sunnita e dai resti del Partito Ba’th ancora guidati dal Generale Izzat Ibrahim al-Douri. Al-Douri, forte della sua posizione nell’ordine sufi Naqshbandiyyah, è riuscito a coniugare posizioni socialiste e islamiste sotto la bandiera della resistenza sunnita contro l’occupazione statunitense prima e il governo a maggioranza sciita oggi.

Chi finora ha mostrato di saper contenere la pressione dell’insorgenza sunnita sono i Peshmerga, le forze armate della Regione Autonoma del Kurdistan. Magra consolazione per il governo di Baghdad, impegnato col Kurdistan in un annoso braccio di ferro per il controllo delle risorse petrolifere dell’Iraq Settentrionale.

Lo scorso maggio è stato annunciato l’inizio dell’esportazione del petrolio del Kurdistan tramite la Turchia, sulla base di un accordo tra Ankara e la Regione Autonoma. Baghdad non ha avallato l’accordo, ritenendo prerogativa dello Stato centrale lo sfruttamento delle risorse naturali dell’Iraq. Da alcuni mesi l’oleodotto Kirkuk (Iraq) – Ceyhan (Turchia), gestito dal governo centrale, è fermo, ufficialmente a causa delle turbolenze sul confine siro-iracheno. Il flusso petrolifero verso la Turchia avviene attualmente tramite un nuovo oleodotto realizzato dal Kurdistan iracheno.

È ancora indefinita la questione relativa al trattamento dei profitti che il Kurdistan realizzerà con l’esportazione petrolifera verso la Turchia. I profitti petroliferi dello Stato iracheno finiscono infatti in un Fondo di Sviluppo dell’Iraq, istituito nel 2003 dagli USA e gestito dalla banca newyorchese JPMorgan Chase. I Turchi hanno invece proposto come intermediario la loro banca statale Halkbank, la quale, forse non casualmente, negli ultimi mesi è finita nel mirino sia della magistratura turca sia degli USA per suoi presunti legami irregolari con l’Iran.

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