Dietro il voto europeo una nuova tettonica sociale

Fonte: L’Huffington Post, 28 maggio 2014

 

Gli effetti della crisi del debito europeo sono generalmente evidenti nei risultati delle elezioni appena svoltesi, ma in alcuni paesi più che altrove. In Grecia solo cinque anni fa la Sinistra pro-austerità del PASOK raccoglieva il 37% dei consensi: oggi non dovrebbe andare oltre l’8%, fagocitata dal più radicale SYRIZA di Tsipras (primo partito col 27% dei consensi) e superata persino dall’estrema destra di Alba Dorata (dallo 0,5% a oltre il 10%).

Se in Grecia la protesta premia la Sinistra radicale, in gran parte d’Europa è invece la Destra anti-sistema, o partiti ad essa assimilati, a guadagnare.

Il caso più emblematico è quello francese, con il Front National che raggiunge per la prima volta la maggioranza relativa in una consultazione nazionale, ma non sono passati inosservati neppure i successi del Folkeparti in Danimarca e dell’UKIP in Gran Bretagna.

L’UKIP del carismatico Nigel Farage, col 27,5% dei consensi, si è messo alle spalle i due partiti tradizionali, laburisti e conservatori, suonando la campana a morto per il tradizionale bipartitismo britannico (a dire il vero già da decenni indebolito dai periodici exploit dei Lib-Dem, mai però vicini al risultato di Farage). Il fatto che laburisti e conservatori siano entrambi attorno al 25% dei consensi dimostra come l’UKIP, nato inizialmente per rivaleggiare coi Tories sul medesimo bacino elettorale, si sia tramutato in un partito socialmente trasversale. I colletti blu britannici, colpiti dalla deindustrializzazione e dalle politiche neoliberali, da anni meditavano vendetta contro l’abbandono del New Labour, che da Tony Blair in poi guarda nettamente al ceto medio. Con l’UKIP gli operai britannici paiono aver trovato una nuova casa.

La tendenza è ancor più evidente in Francia, dove agli exploit elettorali del Fronte Nazionale corrisponde – è successo alle presidenziali del 2002, l’abbiamo rivisto quest’oggi – il crollo non dei gollisti bensì dei socialisti. Come spiega “Le Monde”, il partito della Le Pen ottiene il massimo dei consensi tra i giovani e tra gli operai. Al contrario, il PS e il Front de la Gauche, assieme, conquistano appena il 16% del voto operaio (8% a testa), contro il 43% del Front National.

Il nostrano Movimento 5 Stelle ha almeno alcuni punti in comune col partito nazionalista francese, e uno di questi è proprio la base sociale: secondo gli studi demoscopici, il partito di Grillo è primo tra i giovani e gli operai. E il consenso ottenuto dal Movimento 5 Stelle non è troppo lontano da quello del Front National: malgrado la flessione è sopra il 21%. C’è inoltre da dire che in Italia il voto euro-scettico si è diviso: aggiungendo il 6,2% della Lega Nord e il 3,7% di Fratelli d’Italia, il nostro paese assiste anzi al superamento degli exploit di Farage e della Le Pen.

Ma il tutto è oscurato dall’incredibile affermazione del Partito Democratico di Matteo Renzi, largamente imprevisto dai sondaggi. Il suo 40,8% dei consensi è un risultato da Democrazia Cristiana degli anni ’40 e ’50 (certo, con un’affluenza quasi dimezzata), in anni recenti avvicinato solo dal Popolo delle Libertà nel 2008 (l’acme dell’epopea berlusconiana nella politica italiana). Mentre in Grecia, Francia, Gran Bretagna e molti altri paesi europei i partiti tradizionali giacciono divisi e in crisi di consensi, il rappresentante del Centro-Sinistra italiano ha toccato il suo massimo storico ed è riuscito pure a strappare una branca del Centro-Destra, il NCD di Angelino Alfano, anch’esso tutto sommato premiato dal voto.

L’inatteso exploit di Matteo Renzi ricorda da vicino certe prestazioni di Silvio Berlusconi: come quest’ultimo fortemente sotto-stimato nei sondaggi, è esploso nel segreto dell’urna. Se il M5S e altri partiti minori hanno strappato al PD quel che rimaneva della base sociale del predecessore PCI (appunto giovani e operai), Matteo Renzi è riuscito nell’impresa di conservare la nuova base elettorale del PD (il ceto impiegatizio) aggiungendovi quella “maggioranza silenziosa” che finora era stata di Berlusconi.

Cittadini che non confessano il proprio voto, che non si confrontano su Internet, che non rispondono ai sondaggi, che non partecipano agli exit polls, ma che vanno a votare per “l’uomo forte”, il capo carismatico in grado di rassicurarli. Essenzialmente casalinghe, pensionati e cattolici praticanti, che infatti il succitato studio demoscopico del “Corriere della Sera” indicava come maggiori sostenitori del PD renziano. Categorie che, per interesse o forma mentis, pur anche quando scontente preferiscono lo status quo alle incognite di un sovvertimento dell’ordine costituito. Quella “maggioranza silenziosa” che per un ventennio, timorosa degli eredi del PCI e nostalgica della stabilità democristiana, ha sostenuto Berlusconi e il fronte “moderato”. Una “maggioranza silenziosa” che trova in Renzi un nuovo Berlusconi, ma con l’entusiasmo e l’immagine vergine della maggiore giovinezza, con un passato cattolico che non intimorisce i “moderati”.

Una “maggioranza silenziosa” che, fondendosi col tradizionale bacino del PD, è andata a costituire un formidabile blocco sociale in grado di fare del Partito Democratico la Democrazia Cristiana dei giorni nostri.

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