La Russia tornata grande e gli apprendisti stregoni occidentali

Tratto da L’Huffington Post, 2 marzo 2014

 

C’era una volta una Russia debole, uscita mutilata, economicamente a pezzi, con una grave crisi d’identità, dal crollo dell’Unione Sovietica. Era una Russia costretta, volente o nolente, ad accettare le decisioni che gli USA, i vincitori della Guerra Fredda, prendevano per il mondo. Era la Russia che cedette sull’allargamento a est della NATO, sui due attacchi all’Iraq, sullo smembramento della Jugoslavia, sulle basi statunitensi in Asia Centrale, sulle sanzioni all’Iran, sulle “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico e via dicendo, fino all’ultimo episodio dell’attacco arabo-occidentale alla Libia. Era una Russia che ingoiò tanti rospi da farne indigestione.

Oggi c’è una Russia diversa: decisa a cambiar dieta e finalmente capace di farlo perché, malgrado i perduranti problemi strutturali, la sua potenza ha senz’altro recuperato. E mentre quella statunitense, provata dalle difficili avventure in Afghanistan e Iraq, dalla crisi economica, dalla perdita di consenso internazionale, sta spostando la sua attenzione sull’Asia-Pacifico, lasciando spazi vuoti che Mosca è ansiosa di rioccupare.

La prima avvisaglia del mutato atteggiamento russo fu la breve guerra con la Georgia nel 2008. Quando il presidente georgiano (e filo-occidentale) Saakashvili tentò di occupare con un colpo di mano le due regioni separatiste di Abchazija e Ossezia del Sud – confinanti con la Russia, abitate in prevalenza da persone con passaporto russo, e garantite dalla presenza di “truppe di pace” russe – Mosca reagì con un blitzkrieg che avrebbe potuto facilmente arrivare a Tblisi, ma che si limitò a garantire l’indipendenza delle due regioni (oggi di fatto Stati satelliti di Mosca).

Negli ultimi mesi il Cremlino ha riguadagnato terreno anche nel mondo arabo, il quale dagli anni ’80 almeno sembrava saldamente soggetto all’egemonia degli USA. Le rivolte arabe, che pure inizialmente parevano favorite da e favorevoli a Washington, nonché sgradevoli per la Russia sensibilissima alla questione dell’Islam Politico; le rivolte arabe, si diceva, stanno risultando in un avanzamento dell’influenza di Mosca. La Siria, che ospita l’unica base navale mediterranea di Mosca, ha resistito all’assedio congiunto dell’Occidente, della Turchia e degli altri Arabi: è certo un paese a pezzi, letteralmente (Curdi e ribelli sunniti controllano ciascuno una propria porzione di territorio), ma in compenso più legato alla Russia cui il regime del Ba’th deve la vita. In Egitto, la reazione anti-Fratelli Musulmani ha soppresso la democrazia e riportato al potere un generale, che strizza platealmente l’occhio a Mosca, la quale dà maggiori garanzie di non ingerenza e di “anti-islamismo” rispetto a Washington.

Sulla Siria, poi, nell’estate scorsa Putin ha conseguito una evidente vittoria diplomatica. L’intervento militare minacciato da USA, Gran Bretagna e Francia (il medesimo terzetto artefice della guerra libica) si è disciolto come neve al sole di fronte, certo, alle forti titubanze e ostilità incontrate all’interno, ma pure a un’opposizione internazionale di cui Putin è stato il capofila indiscusso. In realtà Obama ha ottenuto al minimo costo (senza intervenire direttamente nel caos siriano) un risultato importante (lo smantellamento dell’arsenale d’armi chimiche di Assad), che ipoteticamente in futuro potrà anche agevolare un intervento militare di Washington nel paese (l’invasione irachena del 2003 fu successiva a un decennio di disarmo del paese). Ma l’ha ottenuto facendo mostra di irresolutezza, di incapacità a gestire a proprio vantaggio lo scenario siriano, mentre gli alleati si sono defilati uno ad uno appoggiando anzi, in molti casi, l’opzione avversa avanzata da Putin.

A pochi mesi da quegli eventi, l’Ucraina ci conferma che il vento è cambiato. Nel 2005 gli USA appoggiarono (secondo alcuni orchestrarono) la “rivoluzione arancione” che, tramite la ripetizione del voto popolare, condusse al potere la fazione filo-occidentale. In quel caso Mosca non reagì, ma lavorò ai fianchi il nuovo governo che si sfaldò velocemente per le proprie contraddizioni interne. Nel 2010, così, la fazione non ostile alla Russia (dire “filo-russa” è eccessivo, perché in realtà fino a novembre 2013 la linea ufficiale dell’amministrazione Janukovič era entrare almeno nell’UE) è ritornata al potere, sempre tramite un regolare voto popolare.

Oggi l’Occidente ha rialzato la posta, appoggiando compatto (e si può supporre non solo moralmente) la controversa rivolta di piazza che ha portato all’occupazione del potere da parte di una fazione ben più radicale di quella protagonista della “rivoluzione arancione”. Significativamente, il primo atto del nuovo regime (oltre alla deposizione del Presidente eletto) è stata una norma discriminatoria verso le minoranze linguistiche: qualcosa che nell’UE non sarebbe mai accettato come legittimo, e che nell’Ucraina è tanto più virulento perché la minoranza russofona rappresenta un cittadino su tre, e si tramute in maggioranza in molte regioni orientali. E ciò considerando unicamente i madrelingua, perché gli ucraini che parlano anche il russo sono molti di più.

Com’era prevedibile, il Cremlino ha lasciato passare l’evento olimpico di Soči e poi ha reagito. Ma l’ha fatto in una maniera ben più assertiva del 2005 – anche perché in questo caso il governo ostile di Kiev non è legittimato dal voto ed è assai meno presentabile internazionalmente. Entriamo qui nella cronaca, che è inutile ripercorrere: basti notare che oggi il vessillo russo svetta sui palazzi di governo di mezza Ucraina e che la penisola di Crimea è ormai completamente in mano alle forze russe e ai fiancheggiatori locali. Tanto per non lasciare nessuna ambiguità, il Parlamento russo ha già accordato il via libera a Putin per un intervento militare in Ucraina e sta lavorando a una legge per rendere possibile e rapida l’annessione di nuovi territori.

Allo stato attuale, pare improbabile che la Crimea possa tornare in mano ucraina. Essa si è resa indipendente di fatto in pochi giorni (le truppe ucraine di stanza nella penisola hanno disertato in massa) e avrebbe buoni argomenti per diventarlo anche de jure o persino per unirsi alla Federazione Russa (la Crimea fu infatti parte della Russia fino al 1954, quando il presidente sovietico, e ucraino, Chuščëv decise di “regalarla” all’Ucraina). È più difficile capire se Mosca punti invece alla preda grossa, ossia ad annettersi (o costituire a Stato satellite) tutta l’Ucraina Orientale. Anche qui troverebbe un consenso probabilmente maggioritario da parte della popolazione, ma non plebiscitario come in Crimea (laddove l’opposizione viene quasi esclusivamente dalla minoranza tatara), e soprattutto Kiev non potrebbe chiudere gli occhi, poiché la linea di separazione presumibile passa per il Dnepr – ossia proprio per Kiev e per il centro industriale di Dnepropetrov’sk (roccaforte elettorale di Julia Timošenko). L’Ucraina Occidentale, privata del resto del paese, rimarrebbe un moncone senza sbocco sul mare, senza industria manifatturiera, senza grande rilievo demografico.

In tutto questo, che farà l’Occidente? Arduo immaginare che qualcuno sia disposto a una guerra con la Russia per salvare l’integrità territoriale dell’Ucraina, sebbene sia fuor di dubbio che la NATO, l’UE e molti paesi europei (in primis la Germania, che dopo la riunificazione ha ripreso il Drang nach Osten suo tradizionale) appoggeranno per quanto possibile Kiev. Di certo, gli apprendisti stregoni occidentali avranno molto su cui meditare nel futuro prossimo. Hanno suscitato la rivolta in Libia, e oggi il paese nordafricano appare fuori controllo. Hanno salutato la sollevazione di piazza in Egitto, salvo poi scaricare il governo democratico perché ideologicamente non gradito e tollerare così una reazione militare. Hanno appoggiato la rivolta in Siria per poi scoprire che Assad è laico mentre molti ribelli sono radicali religiosi, come se l’Afghanistan degli anni ’80 non avesse insegnato nulla. Ora hanno appoggiato ed esaltato il coup ucraino, salvo trovarsi di fronte a una possibile guerra civile e a un intervento russo che è già realtà, coi loro beniamini di Kiev che invocano la NATO per una terza guerra mondiale contro Mosca.

E l’imbarazzato Obama, che “minaccia” di boicottare il G8 a Soči, è l’emblema di una diplomazia occidentale che non ha più il senso della misura e la capacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni oltre le 24 ore successive alla loro messa in atto.

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