“Beyond the Legacy of Mackinder” di Gerry Kearns

Fonte: Mackinder Blog, 15 febbraio 2014

Gerry Kearns (2013), Beyond the Legacy of Mackinder, “Geopolitics”, Vol. 18, No. 4, pp. 917-932 (link)

Sebbene pubblicato nell’ultimo numero di “Geopolitics”, quest’articolo è in realtà il testo di una relazione letta nel 2010 al convegno annuale dell’Associazione dei Geografi Americani. Gerry Kearns aveva allora appena dato alle stampe il suo Geopolitics and Empire: The Legacy of Halford Mackinder, che già si trovava incaricato di tenere una lezione su come “andare oltre l’eredità di Mackinder”.

Il geografo irlandese è un noto studioso di H.J. Mackinder dalla prospettiva “critica” decostruzionista. Egli ritiene che Mackinder abbia creato un “immaginario geopolitico” che ha in buona misura ispirato quello attuale, di stampo imperialista.

Tale immaginario geopolitico mackinderiano verte secondo Kearns su sei elementi:

  • distribuzione geografica delle risorse – l’ineguale distribuzione geografica delle risorse naturali crea la disparità tra nazioni;
  • contiguità – l’influenza è più forte nei territori vicini che in quelli lontani, e muovendosi da territorio a territorio può diffondere un “contagio”;
  • interconnessione – nel mondo globalizzato qualsiasi cosa accada a un capo del mondo ha influenza su tutto il resto del pianeta (una politica isolazionista non è più possibile);
  • mappa coropletica – il mondo è esprimibile con una mappa coropletica: possiede cioè territori relativamente omogenei al loro interno ma differenti dai vicini. Ogni società umana è rivale e minaccia per le altre;
  • forza – la potenza è il principale fattore su cui si basa l’interazione tra queste società distinte;
  • eccezionalismo – il popolo britannico è portatore unico di valori universali.

La tesi di Kearns è che, per quanto il pensiero di Mackinder abbia risentito del contesto storico in cui fu formulato, non ne era la logica risultante, perché altri pensatori coevi (come Hobson o Kropotkin) proposero teorie radicalmente diverse. C’è una responsabilità “morale, etica e politica” alla base delle tesi che Mackinder decise di difendere.

Kearns propone di superare l’immaginario mackinderiano tramite una nuova “Geopolitica Progressista” che si fondi su altri elementi:

  • rispetto per le società tribali – gli Stati non sono gli unici attori, e anzi parti rilevanti del mondo sono in mano a società non statualizzate, più rispettose dell’ambiente;
  • porosità dei confini – i popoli sono in continua comunicazione, e la comunicazione pacifica è foriera di progresso;
  • condizioni locali – i fenomeni non si ripetono uguali in ogni luogo e le teorie del “contagio” sono perciò prive di fondamento;
  • non ci sono un “qui” e un “là” – il pianeta è unico e la civiltà occidentale ha dei debiti morali contratti nei confronti del resto del mondo;
  • diritto internazionale – il riconoscimento dell’interdipendenza deve portare a un’unica giustizia mondiale.

L’articolo di Kearns ha una doppia anima. La prima parte, pur senza rinunciare a mettere in mostra le inclinazioni e idiosincrasie personali dell’Autore, riesce a realizzare un sunto chiaro, schematico ed essenzialmente corretto del pensiero di Mackinder organizzandolo attorno a sei idee basilari. La seconda parte abbandona però il piano della critica storica e passa a quello della declamazione di princìpi politici.

In realtà, il decalogo che Kearns attribuisce a Mackinder non può essere contrapposto a quello su cui l’irlandese vuol basare la Geopolitica Progressista, poiché sono profondamente diversi. I sei elementi del pensiero mackinderiano, tranne l’ultimo (l’eccezionalismo), sono descrizioni del mondo così com’è. Invece, Kearns presenta cinque punti sul mondo come dovrebbe essere.

Non che manchino le buone idee valutabili anche oggettivamente: ad esempio riconoscere altri attori oltre allo Stato. Una critica che però andrebbe rivolta più alla disciplina delle Relazioni Internazionali che a quella della Geopolitica, che ha ormai superato la fase Stato-centrica, almeno da Lacoste in poi.

Tuttavia, affermare che le popolazioni tribali siano la salvezza dell’umanità per il loro rispetto dell’ambiente, o che i popoli non dovrebbero farsi la guerra bensì interagire pacificamente, che il Primo Mondo debba per moralità aiutare il Terzo – sono queste tutte idee anche condivisibili e degne d’elogio, ma a-scientifiche. Enunciazioni di un programma politico più che di studio.

Kearns confida per metterlo in pratica nella moralità intrinseca all’uomo, spera evidentemente in un grande risveglio morale dell’Occidente, in una fine della storia nella pace universale e nell’amore tra i popoli. Lungi da noi volerlo ridestare da sogni tanto nobili, che speriamo anzi possano realizzarsi. Ma nell’immediato, nella realtà pratica di oggi, Kearns non si accorge che certe sue idee possono essere strumentalizzate da una politica imperialista non meno di quelle di Mackinder, che nella sua ricostruzione sono alla base di molta parte dell’ethos bushiano e neoconservatore.

Quando Kearns auspica una giustizia internazionale basata sulla legge dei diritti umani, non si rende conto che parla la stessa lingua dell’imperialismo odierno che tanto avversa: la “R2P” è divenuta la dottrina giustificatoria dell’interventismo occidentale in questi ultimi anni (interventismo che, si ricorderà, per lui era stato un derivato dalle vituperate tesi mackinderiane).

Si potrebbe aggiungere che, nell’universalizzare la dottrina dei diritti umani, Kearns compia – in perfetta buona fede, s’intende – un’operazione macchiata da pregiudizio etno-centrico, poiché le nozioni di diritti umani oggi propagandate sono di origine squisitamente occidentale, e sono state contestate fuori dall’Occidente, ad esempio in Asia dove una forte corrente di pensiero vi oppone la nozione di “valori asiatici”.

Non saremo certo noi, che anzi sosteniamo la tesi del necessario e positivo contatto tra scienza e politica, a rimproverare a un postmodernista decostruzionista di cercare di costruire qualcosa, e di farlo in ottica politica. Ben venga il tentativo di Kearns di addivenire a una Geopolitica Progressista. Il pericolo è però insito nel naturale soggettivismo della sua corrente di pensiero. Non credendo nell’oggettività, nel fatto, ma solo nell’interpretazione soggettiva, Kearns si concede di mischiare valutazioni scientifiche con valutazioni puramente morali, facendo del contatto scienza-politica una promiscuità indistricabile. Noi, invece, che crediamo nell’oggettività e nella realtà fattuale, riteniamo che una dottrina geopolitica debba poggiare su fatti concreti, reali, empiricamente colti e razionalmente organizzati; e solo a quel punto entrare nell’agone politico, portando alla passione dell’etica la competenza della scienza, in un connubio perfetto e benefico.

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