Sintesi e politica: la storia come strumento sociale

Tratto da L’Huffington Post, 11 febbraio 2014

 

Gli attacchi alla sempre più disprezzata cultura umanistica e la generale crisi della forma libro di trasmissione del sapere, non hanno risparmiato nemmeno la scienza storica. Un recente articolo di “Repubblica”, scritto da Simonetta Fiori con interviste a Marcello Verga, Franco Benigno e Andrea Graziosi, titola emblematicamente Una storia in crisi.

In esso si parla di “bulimia di discorsi storici” nei media, proposti quasi sempre in maniera dilettantistica, come sceneggiato televisivo o romanzo storico, e spesso pure in chiave eccessivamente “dietrologica”; mentre la scienza storica, fatta da professionisti, è sempre più screditata o ignorata. Il problema non è certo il pluralismo di voci, ma il fatto che, mentre la storia dei professionisti è problematica e complessa, quella dei dilettanti offre sovente “verità autoritative”: negli sceneggiati televisivi non vi sono mai dubbi sullo svolgimento dei fatti.

Culmine tanto della sfiducia negli storici quanto della fascinazione per “verità autoritative” è il periodico tentativo di fissare per legge alcune “verità” storiche (nel caso italiano la Shoah, ma quello francese mostra che, una volta intrapreso il cammino, si finisce col considerare sempre più eventi). Ray Bradbury, nel suo capolavoro Fahrenheit 451, immaginava che la totale messa al bando dei libri cominciasse proprio dalla richiesta delle minoranze.

Verga, Benigno e Graziosi non mancano di fare autocritica: in particolare, accusano la storiografia italiana di ideologismo, provincialismo, ossessione per un paio di temi (Fascismo e Resistenza), insufficiente attenzione agli ultimi decenni.

All’articolo di “Repubblica” hanno risposto altri storici (Eugenio Di Rienzo e Aurelio Musi), in una lettera (Un requiem per la storiografia italiana?) che ha trovato ospitalità nel sito del “Corriere della Sera”. I due ribattono che uno studio locale può avere tanto respiro internazionale quanto uno che tratti di continenti, nella misura in cui lo storico riesce a inquadrare la vicenda nella “storia dei grandi spazi geopolitici”: ogni storia locale è, insomma, un tassello che va a comporre quella globale. Di Rienzo e Musi non rimpiangono nemmeno il periodo in cui gli storici erano “consiglieri del principe”, in quanto ciò li spingeva a ideologizzarsi. Infine, ritengono che la critica di Verga, Benigno e Graziosi sull’attualità degli studi storici confonda i “temi” coi “problemi”, in quanto ogni storia è storia contemporanea, nel senso che i problemi si ripropongono analoghi nelle varie epoche e dunque indagare un tema del passato risponde a problemi di oggi.

Tutti gli storici coinvolti nel dibattito espongono ottimi argomenti, com’è lecito attendersi da studiosi del loro rango. Bene fanno Di Rienzo e Musi a rivendicare l’utilità di studi specialistici focalizzati su territori circoscritti all’interno del nostro paese, quali unità basilari per le successive sintesi. Hanno senza dubbio ragione nel rifiutare il feticcio, oggi di gran moda, della necessaria anglofonia. Anche Verga, Benigno e Graziosi sono poi consci dell’ideologizzazione della storiografia italiana, da cui poi è derivata in fondo l’ossessione per Fascismo e Resistenza di cui parlano, o la ben più grave tendenza a piegare la realtà fattuale a un quadro teorico pregiudiziale.

Chi scrive, pur non avendo la caratura accademica e professionale degli altri dibattenti, vorrebbe umilmente dire la sua. Le osservazioni che farò sono due.

La prima è che, per quanto gli studi particolaristici e locali siano i tasselli da cui si compone il mosaico globale, la storiografia italiana recente è finora apparsa timida nell’affrontare tale passaggio alla sintesi. Dagli anni ’80 in ambito anglosassone si è affermata, tra le più affascinanti, la corrente della World History, ossia una storia comparativa globalizzata che cerca di tracciare le linee d’evoluzione storica del mondo, preso come un teatro unitario d’indagine. L’Histoire globale in Francia ha trovato terreno fertile sulla scorta di Braudel e degli Annales. La tradizione di Weltgeschichte è solida pure in Germania, patria di Burckhardt, Hegel, Spengler.

L’Italia pure, in realtà, sarebbe ben attrezzata in termini di tradizione per una sua “storia mondiale” (tra virgolette perché da noi “World History” non è nemmeno stato mai tradotto, a simboleggiare l’estraneità della corrente dall’accademia italiana): si pensi a Vico, Croce ecc., ma volendo arrivare a tempi recenti anche a un grande e brillante storico dell’economia come Carlo Cipolla (en passant: non avremo un nuovo Cipolla in Italia, perché il Ministero sta cancellando la sua materia dall’università). Per motivi che non è qui possibile esporre, la storia di sintesi appare oggi ben poco praticata, e talvolta ancor meno apprezzata, dagli storici professionisti italiani.

Sorte anche peggiore tocca alla geopolitica, che pure Di Rienzo e Musi citano, seppur solo incidentalmente. Altra scienza di sintesi, con molte similitudini con la World History ma con una posizione disciplinare autonoma, è pressoché assente nelle università italiane. I pochi insegnamenti di geopolitica (e che talvolta sono tali di nome ma non di fatto) si trovano tutti nelle Facoltà di scienze politiche. Idem per gli ancor più scarsi corsi di dottorato o master. La materia è talvolta toccata dai geografi (ma all’interno degl’insegnamenti di geografia politica ed economica). Mai dagli storici, che anzi sovente ne ostentano disprezzo. Ciò conferma l’incapacità e mancanza di volontà della storiografia professionale italiana a dedicarsi al lato sintetico e “filosofico” della materia, ch’è però il suo più elevato e “utilitario”.

Se una scienza deve avere una sua utilità, che non sia solo quella della “arte per l’arte”, lo storico non può sdegnosamente rifiutare il ruolo di “consigliere del principe”. Lo storico, che ha studiato i problemi nella storia (si rammenti la distinzione fatta tra temi e problemi, i primi nel passato e i secondi sempre attuali), è anche cittadino, membro della società. Ci sarebbe da dire di più. Lo storico professionista è sempre un dipendente pubblico, è pagato dalla collettività, ed è suo dovere ripagare la collettività recando alla politica (nel senso più ampio e nobile del termine) ciò che ha imparato.

L’invito alla politicizzazione dello storico, sia chiaro, non è un invito alla sua ideologizzazione. L’ideologia come teoria pregiudiziale che informa deduttivamente, anche a costo di far torto alla razionalità, la descrizione e interpretazione del reale, va scansata come peste. Ci sia semmai un quadro teorico, elaborato razionalmente e verificato empiricamente. Ciò è bene non solo per la scienza, ma pure per la politica. Un’ideologia che piega il reale all’ideale è una non-scienza che fornisce solo risposte sbagliate. Una teoria che deriva, con la massima oggettività possibile, dal reale, è uno strumento neutrale che può poi essere piegato efficacemente e proficuamente a domande e necessità soggettive.

Riassumendo, questo è l’auspicio nonché invito che rivolgo in particolare agli storici più giovani, meno legati a sette e mode intellettuali emotive e decadenti: che la storiografia italiani ritrovi la sua capacità di passare dall’analisi alla sintesi, di essere cioè scienza empirica ma pure filosofia razionale, e che non abbia paura di gettare il proprio peso intellettuale nella Politica non in nome dell’ideologia, come falsa narrazione mitopoietica ad usum delphini, ma in nome della competenza, come strumento atto a massimizzare il bene sociale.

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