L’Islam politico è morto?

Tratto da L’Huffington Post, 24 gennaio 2014

 

Nei primi mesi del 2011, quando esplose il fenomeno delle “Primavere Arabe“, l’opinione dominante, pressoché unanime nei grandi media, era che i giovani arabi, ispirati dall’Occidente, armati dai social network, stessero insorgendo per fare dei loro paesi altrettante copie della nostra società: (neo)liberali, parlamentariste, laiche, sessualmente “emancipate”, consumiste, “postmoderne”.

Per nulla persuaso da tale interpretazione, assieme a un amico arabista decisi d’indagare più a fondo quegli eventi, soprattutto ponendoli in una prospettiva storica dinamica propria della loro e non della nostra civiltà. Il risultato fu un libretto, pubblicato da Avatar col titolo Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario, che – mi permetto di dire – fu tra i primissimi in Italia e non solo a contestare la narrazione dominante e porre in rilievo il ruolo dell’Islam politico nell’ispirare le “Primavere“. Tale predominanza dell’ “islamismo” fu poi confermata dai fatti e dai risultati elettorali, tanto che oggi è divenuto banale sottolinearlo, e gli stessi che tre anni fa decantavano la “rivoluzione della Twitter Generation“, oggi esecrano un presunto “Inverno islamista“.

Racconto questo non per volontà di auto-celebrazione, ma perché una genesi analoga è quella di un recente libro di Glauco D’Agostino, La lunga marcia dell’Islam Politico. Contropotere, rinnovamento religioso e dinamismo militante, edito da Gangemi (per altro in una veste grafica molto curata e moderna, anche se le cartografie non appaiono all’altezza).

Negli ultimi mesi il golpe in Egitto che ha rovesciato il presidente dei Fratelli Musulmani Morsi, le minacce analoghe al governo islamista in Tunisia, le vittorie dell’esercito siriano sui ribelli islamisti, le proteste in Turchia contro il governo d’ispirazione religiosa dell’AKP; tutti questi fenomeni concomitanti hanno indotto numerosi commentatori (con una superficialità non diversa da quella che portò a proclamare la “Primavera Araba” tre anni fa) a parlare della “fine dell’Islam politico”.

Contro tale affrettata conclusione si ribella l’Autore del libro poco fa citato, appositamente scritto per confutarla. Ripercorrendo con grande erudizione e minuzia di dettagli la storia del mondo musulmano, D’Agostino descrive una costante, radicata, onnipresente dialettica tra religione e politica, tra studiosi islamici e governanti; anche quando quest’ultimi sono ispirati ai princìpi dell’Islam e da esso legittimati. L’Autore si trova così a condividere la conclusione riassunta nell’apoftegma dell’Āyatollāh Ruhollāh Khomeini per cui “l’Islam è politico o non è”.

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