La fine dei libri è una buona notizia? Replica a Sofri

Tratto da L’Huffington Post, 22 gennaio 2014

 

Poche settimane fa il giornalista Luca Sofri, nel suo seguito blog “Wittgenstein”, ha pubblicato un post intitolato La fine dei libri. Il tema è quello, ben noto, della crisi dell’editoria, del fatto che in Italia si legge poco, dell’impatto delle nuove tecnologie sulla lettura.

Nella prima parte dell’articolo, Sofri fa un’analisi molto acuta sulle cause del calo della vendita e lettura di libri, individuandone due che sovente sfuggono ai commentatori, eppure hanno una portata che oseremmo dire “epocale”.

La prima – citiamo dal post suddetto – “è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga”.

La seconda, dice Sofri, “è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque”.

Purtroppo, il giornalista e blogger fallisce nell’individuare le gravi conseguenze dei due eventi di cui sopra, e finisce per considerare un fatto neutro, se non positivo, e comunque inevitabile, la sparizione del libro. Precisiamo subito, a scanso d’equivoci, che né Sofri né chi scrive tira qui in ballo la contesa libro-e-book; il libro elettronico altro non è, infatti, che un libro sotto diversa forma.

Cominciamo dalla seconda dinamica descritta da Sofri: quella della crescente concorrenza ai libri da parte delle nuove offerte tecnologiche. Nessuno si sognerebbe di demonizzare il progresso e le opportunità che ci ha recato in dono. Certo, va notato che, quando si tratta di televisione, radio, Internet ecc., l’impiego di gran lunga maggioritario è quello per intrattenimento, che è cosa diversa da cultura (sì lo so, è un termine che dà fastidio a molti, perché ormai “cultura” è divenuto sinonimo di inutilità e snobismo: ma cari odiatori della cultura, senza di essa saremmo ancora nelle caverne e a prenderci a clavate in testa per contenderci le femmine). L’intrattenimento serve a far passare il tempo, la cultura a coltivare il proprio sapere e la propria personalità. Sull’utilità della cultura mi sono già pronunciato altrove.

D’altro canto, la lettura non è sempre cultura, così come un film (o la musica, o anche – perché no? – un videogioco) può non essere mero intrattenimento. È senz’altro più acculturante guardarsi, che so, il Waterloo di Bondarčjuk che leggersi certa paccottiglia “alla moda”, che oggi è erotica, qualche anno fa rosa, qualche anno prima gialla (a seconda che il successo da emulare, anzi scimmiottare, fosse la James, o Moccia, o Faletti).

E allora il problema vero delle nuove tecnologie è il primo sottolineato da Sofri: che gl’impulsi della TV o della Rete, dei video in generale, tendono a disabituare alle lunghe letture, nel momento in cui disabituano alla concentrazione prolungata. Alcuni studi (ad esempio questo) evidenziano che l’esposizione eccessiva dei bambini alla televisione (in cui il ritmo è accelerato rispetto alla realtà) li esponga a problemi legati a deficit di attenzione. Ricordiamo che il deficit di attenzione è catalogato come malattia, e dunque non da prendere alla leggera.

Tuttavia, Sofri ritiene non sia un problema la crescente incapacità d’applicarsi su lunghe letture, poiché i nuovi luoghi virtuali di discussione, in formato abbreviato, “non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea”. Francamente non ho mai trovato un editore che desiderasse avere un libro di 300 pagine laddove potesse averlo di 100, dal momento che tante pagine sono maggiori costi, un maggior prezzo di copertina, e in genere meno lettori. Ma in ogni caso non credo che il problema stia negli eventuali libri che prendano più spazio di quello necessario per argomentare la loro tesi, quanto nei “nuovi formati” (articoli, post, tweet ecc.) che prendono troppo poco spazio per argomentarne una qualsivoglia.

La grossa differenza tra un libro tradizionale e un formato breve, sia esso l’articolo di giornale (anch’esso abbreviatosi rispetto alle origini) o un post o tweet o status di Facebook, è che il primo permette di enunciare una o più tesi e di dimostrarle con argomentazioni esaurienti. Il secondo, invece, permette tutt’al più di enunciare una tesi, ma non certo di argomentarla estesamente. In poche parole, il formato breve che Sofri mostra d’apprezzare più di quello esteso si riduce a slogan, parole d’ordine, frasi a effetto; e chi prende posizione alla luce di quelli, non lo fa perché persuaso da argomentazioni razionali e criticamente vagliate, ma perché sedotto nell’inconscio da input a-razionali, oppure per semplice partito preso.

Qualcuno si ricorda ancora la polemica di Leopardi contro la decadente “cultura dei gazzettieri”? No? Rileggetevi le Operette Morali, con le sferzate contro la nostra società in cui “quanto cresce la volontà d’imparare, tanto scema quella di studiare”; dove “la profonda filosofia dei giornali uccide ogni altra letteratura e ogni altro studio”; una società che vive nel “secolo dei ragazzi, e questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto senza altre fatiche preparatorie”. Se non avete voglia di andare in biblioteca o in libreria, trovate il testo integrale qui.

Ma il problema culturale è anche politico. È questo quello che si ostinano a non capire i detrattori della cultura “inutile”: e cioè che se la democrazia dà il potere a un popolo composto da individui, conta eccome il modo e il grado in cui quegli stessi individui abbiano coltivato il proprio essere e il proprio sapere.

E sarà un caso che nella civiltà dei post e dei tweet, ci si trovi non più a eleggere idee o programmi, ma personaggi? Che gli aspiranti detentori del potere si circondino non di esperti di politica, economia, società e tutto ciò che servirà loro per governare, bensì di esperti di comunicazione, ossia tutto ciò che servirà loro per farsi scegliere da una popolazione con deficit di attenzione?

No, non è un caso, caro Luca Sofri. E per questo c’è poco da esultare per la fine dei libri.

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