Mar Cinese Orientale, ancora tensioni [Priscilla Inzerilli]

Tratto da L’Indro, 17 gennaio 2014. Articolo di Priscilla Inzerilli con intervista a Daniele Scalea

Dopo l’istituzione da parte di Pechino di una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea, lo scorso 23 Novembre 2013, interpretata come un «atto unilaterale» e provocatorio dal vicino-rivale giapponese (che ha immediatamente accusato la Cina di violazione dello spazio aereo nipponico) e dal suo alleato statunitense, tocca adesso a Tokyo preparare la prossima mossa del grande e delicato gioco in corso nel Mar Cinese Orientale; un’area che si configura ormai sempre più come il cuore pulsante degli interessi politici, economici e strategici dei principali attori asiatici e non solo.

Lo fa annunciando l’intenzione di velocizzare le procedure per la nazionalizzazione di circa 280 nuovi isolotti, situati al largo di quelle che Tokyo considera le proprie acque territoriali e che andrebbero a delimitare la Zona economica esclusiva allargata del Giappone.

Il Governo giapponese conta, infatti, di «registrare le isole remote come proprietà dello Stato per rafforzare la loro gestione», come chiarito da Yamamoto Ichita, Ministro della politica oceanica e delle questioni territoriali giapponese.
Le isole in questione, disabitate e non oggetto di contenziosi territoriali, fanno parte di un insieme di 400 isole distribuite tra l’Oceano Pacifico, lo Stretto di Corea e lo stesso Mar Cinese Orientale.

Diversi media e lo stesso Ministro Yamamoto confermano che la collocazione precisa dei 280 isolotti non è ancora chiara e che sono in corso le indagini necessarie per accertare che le isole, che sino ad ora non risultano oggetto di rivendicazioni, risultino effettivamente prive di proprietari.
La mossa di Tokyo, quasi una risposta diretta alle precedenti ‘provocazioni’ cinesi, avviene in un momento tutt’altro che casuale.

L’intenzione di registrare gli isolotti come beni nazionali (e dunque, di conseguenza, di rivendicare il diritto di sfruttamento dei fondali ed espandere la propria influenza territoriale nell’area), unita alla recente inaugurazione ufficiale, da parte del Primo Ministro giapponese Abe Shinzo, dell’ufficio del Consiglio di sicurezza nazionale e all’immancabile visita al santuario shintoista Yasukuni (al centro delle polemiche sul crescente nazionalismo nipponico), hanno prevedibilmente scatenato le reazioni di Pechino e Seoul.

Con i vicini cinesi e sudcoreani, infatti, il Giappone porta avanti da tempo delle dispute territoriali (oltre a una serie di vecchie questioni storiche e ideologiche): tutt’ora irrisolto rimane infatti il contenzioso sulla sovranità delle isole Senkaku, rivendicate a sua volta dalla Cina con il nome di Diaoyu (già nazionalizzate per iniziativa dell’allora governo giapponese di centro-sinistra nel settembre 2012, suscitando le forti proteste cinesi) e delle isole Takeshima, nel Mar del Giappone, chiamate invece Dokdo dai sudcoreani.

La materia delle contese, così come la loro soluzione, risulta fortemente problematica, in quanto coinvolge allo stesso tempo svariati fattori, territoriali, strategici, storico – ideologici e non ultimo economici (i fondali delle acque contese sono ricchi di giacimenti di gas naturale e altre risorse, essenziali specialmente per un Giappone, reduce dal disastro di Fukushima, in forte crisi di approvvigionamento energetico).

Queste dispute, che nel tempo sono sfociate in una vero e proprio stato di tensione diplomatica, dando spesso origine a una serie di ‘incidenti’ e provocazioni reciproche, hanno finito per compromettere seriamente i rapporti tra il Giappone e la Corea del Sud (il principale alleato di Tokyo in Asia, nonché importante partner commerciale); mentre attualmente sembra essere sceso un vero e proprio gelo nelle relazioni con Pechino.

In materia di dispute territoriali, il Giappone del conservatore Abe Shinzo ha aumentato la propria assertività, ritenendo quella della sovranità sulle Senkaku/Diaoyu una «questione nazionale», ossia privata e non questionabile.

Tale posizione, insieme al recente aumento del budget per le spese militari, al progetto di emendamento (anche se recentemente si è parlato per lo più di ‘revisione’) della Costituzione pacifista giapponese e alle continue visite del Primo Ministro e di altri esponenti della politica presso il controverso santuario Yasukuni, ha portato alla crescente irritazione della Cina. Che è arrivata a mettere pubblicamente in guardia la comunità internazionale, per bocca di Liu Jieyi, rappresentante permanente cinese all’ONU, sulla piega pericolosa assunta dal governo giapponese con le sue politiche ultranazionaliste.

In questo clima di crescente tensione con la Cina e di raffreddamento nelle relazioni con l’alleato sudcoreano, si inserisce il complesso ruolo giocato dagli Stati Uniti.

Un ruolo per certi versi contraddittorio, considerando da una parte l’interesse di Washington nell’incoraggiare lo sviluppo dell’alleanza militare ed economica con il Giappone e la Corea del Sud in funzione di contenimento della Cina e delle sue mire espansionistiche, sia militari che commerciali, in Asia; dall’altra la necessità, sempre per gli USA, di mantenere la condizione di status quo nella regione, fungendo da riequilibratore all’interno di una serie di situazioni potenzialmente ‘esplosive’, che essi stessi hanno in qualche modo contribuito a creare.

Un’analisi di Daniele Scalea, Direttore Generale di IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e codirettore della rivista ‘Geopolitica’, ci chiarisce l’importanza geostrategica dell’area del Mar Cinese Orientale nelle dinamiche dei rapporti tra gli USA e la Cina.

“Di fronte all’ascesa economica, militare e diplomatica della Cina, gli USA sembrano ancora indecisi tra una politica cooperativa e una competitiva” ci spiega Scalea. Infatti, “se la Cina appare la più grande minaccia all’egemonia USA, è pure vero che il basso profilo diplomatico ha fatto sì che finora non si ponesse in aperta competizione con Washington. Così negli USA vi è chi vorrebbe riproporre la strategia del contenimento contro la Cina (ad es. Edward Luttwak) e chi invece ritiene necessario mantenere un rapporto amichevole (come Henry Kissinger). Di sicuro c’è che Washington ha posto la Cina in cima alla lista degli ‘osservati speciali’, come dimostra la nuova strategia di sicurezza nazionale promossa da Obama che fa esplicitamente perno sulla regione dell’Asia-Pacifico“.

il contenimento dell’URSS consistette nell’impedirgli d’acquisire sbocchi oceanici diversi da quelli artici (e dunque poco sfruttabili) che già possedeva. La Cina invece si trova affacciata sull’oceano. Ma, osservando bene la carta geografica, si noterà che questo sbocco non è granché aperto. Tra la Cina e l’oceano c’è il Mar Cinese, delimitato sul lato oceanico da una fitta e continua rete d’isole più o meno grandi che vanno dall’arcipelago giapponese a Singapore. Il controllo di queste isole può interdire l’accesso all’Oceano ai cinesi, senza considerare che, anche una volta superato questo primo sbarramento, le rotte verso occidente devono affrontare l’intricata selva d’isole e stretti indonesiani“, prosegue Scalea.

L’assertività cinese nelle acque prospicienti non è dunque motivata da semplice ideologia nazionalista o dalle risorse scoperte nell’area, bensì dalla volontà di garantirsi sicuri sbocchi oceanici. Le rotte oceaniche sono vitali per la Cina non tanto per l’approvvigionamento energetico. La Cina è infatti ancora in ampia misura autosufficiente, grazie soprattutto al carbone, e per quanto la sua dipendenza dalle fonti estere sia destinata a crescere, ha una valida alternativa nelle comunicazioni terrestri con la regione caspica ricca di petrolio e gas (e in cui non a caso sta sviluppando ambiziosi progetti infrastrutturali). Le rotte oceaniche servono alla Cina soprattutto in chiave commerciale, perché il suo modello di crescita si basa ancora sull’esportazione e su un mercato che deve avere dimensioni mondiali“.

In tale quadro, “gli USA sfruttano le preoccupazioni che l’ascesa cinese suscita sui vicini per creare attorno alla Cina una sorta dicordone sanitariomarittimo che ne impedisca l’acquisizione di posizioni oceaniche. In tal modo, i commerci cinesi sarebbero sempre potenzialmente vulnerabili a rappresaglie USA qualora dovessero crearsi grandi tensioni strategiche o un’autentica guerra fredda (per non parlare di una calda, per quanto molto meno probabile). Mantenendola in stato di costrizione e subalternità sui mari, gli USA contano di poter gestire l’ascesa cinese e impedire a Pechino di minacciare l’egemonia di Washington nel mondo“.

Quella attualmente in corso nel Mar Cinese Orientale è dunque qualcosa di più di una semplice disputa territoriale avente come oggetto degli scogli disabitati.
Si tratta di una vera e propria corsa per la conquista di un’area geografica nevralgica, che assicurerebbe i diritti di sfruttamento di materie prime fondamentali, il controllo di importanti rotte commerciali, ma soprattutto un esteso controllo su aree di rilevanza strategica all’interno della regione Asia-Pacifico.

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