Rileggere Adam Smith

Tratto da L’Huffington Post, 8 gennaio 2014

 

Non è mai una cattiva idea leggere un classico, se non altro perché, per diventare tale, ha dovuto ricevere l’approvazione di più generazioni consecutive. E se l’ha ottenuta, qualcosa di buono ci sarà. E anche se non ci fosse, il fatto solo di essere stato eletto a classico l’ha reso influente, e dunque utile da conoscere.

La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, originariamente pubblicato nel 1776, è considerato il classico economico per eccellenza, l’iniziatore della moderna scienza economica. Non perché tutte le idee in esso contenute fossero nuove e originali (un ingeneroso Schumpeter lo accusò di dovere il proprio successo alla propria mediocrità), ma perché Smith mise in piedi una trattazione sistematica che raccolse lo spirito del tempo e lo tramandò ai posteri come materia su cui riflettere e costruire le proprie idee.

Oggi rileggere La ricchezza delle nazioni è ancora più facile grazie a una nuova edizione italiana della UTET, che già da alcuni mesi i frequentatori delle librerie staranno notando campeggiare in bella vista, grazie alla sua discreta mole, nei reparti di saggistica. In realtà è la riproposizione della vecchia edizione curata da Anna e Tullio Bagiotti, ma la traduzione è tanto leggibile, l’apparato critico sviluppato, e il prezzo allettante (€ 16 per quasi 1300 pagine), che si può ben perdonarlo, semmai fosse una colpa.

Adam Smith intitolò la sua opera Un’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni perché la intendeva come una critica ai due sistemi allora vigenti di economia politica: il mercantilista e il fisiocratico. In realtà alla critica di quest’ultimo era dedicato un solo un capitolo, poiché lo stesso Autore scozzese aveva imparato molto dagli économistes, ne condivideva parecchie idee e reputava meno nocivo il loro sistema.

Il suo dissenso principale era sull’idea, nutrita dai fisiocratici, che solo l’agricoltura fosse produttiva, mentre manifattori e mercanti erano visti quali lavoratori improduttivi, alla stregua dei servitori, ancorché utili per aumentare la produttività agricola. Secondo Smith, che si tratti di agricoltori, manifattori o mercanti, tutti aumentano il capitale della società tramite il risparmio sulle entrate del loro lavoro. Smith dissentiva dunque anche sulla tesi fisiocratica che le nazioni agricole avrebbero superato commercialmente quelle industriali o mercantili: al contrario, lo scozzese notava che i beni industriali hanno un potere d’acquisto superiore rispetto a quelli grezzi e agricoli (e nel far ciò, anticipava in qualche modo la critica listiana al libero-scambismo perorato da Smith stesso).

Il sistema mercantilista identificava invece la ricchezza di una nazione nella quantità di moneta e metalli preziosi presenti all’interno dei suoi confini, e mirava a massimizzarli riducendo le importazioni e accrescendo le esportazioni. A giudizio di Smith, il principio stesso era errato: la moneta è solo un mezzo, non il fine dell’economia (ch’egli individua nel consumo), e una società riesce sempre a trovare i mezzi di scambio di cui abbisogna. Oro e argento sono beni come ogni altro, dal cui valore dipende il prezzo nominale ma non quello reale dei beni. Il prezzo reale dei beni è invece in rapporto, secondo Smith, al grano, in quanto bene essenziale per il mantenimento del lavoro, che a sua volta è misura reale del valore di scambio di ogni cosa.

Al di là dell’errore fondamentale del mercantilismo, Smith ne ripudiava le ricette poiché, imponendo vincoli agli scambi internazionali, limita la divisione del lavoro. La divisione del lavoro, come spiega l’Autore all’inizio dell’opera, è l’elemento essenziale che ha portato al progresso economico e all’opulenza, e limitarlo equivale ovviamente a frenare il progresso produttivo e ridurre la disponibilità di beni. Smith riteneva invece necessario permettere la libera circolazione delle merci e dei capitali, per spingere al suo massimo naturale la divisione del lavoro.

Togliere ogni vincolo all’impiego e alla circolazione dei capitali rispondeva a un’ulteriore idea di Smith, ossia quella che gli attori economici, pur perseguendo i propri interessi individuali, finissero per fare il bene pubblico (la tesi della “mano invisibile”). Rispetto ai capitali, essi si sarebbero mossi di volta in volta verso l’impiego più redditizio.

Smith considerava l’impiego del capitale più vantaggioso per la comunità quello interno al paese, e confidava che, quando possibile, i capitalisti avrebbero sempre scelto questo poiché garantiva più sicurezza e semplicità; e che solo in ultima battuta avrebbero investito nel commercio estero di trasporto, che è il meno vantaggioso per l’economia del paese da cui i capitali provengono. Due secoli e mezzo dopo, le grandi innovazioni nel trasporto e nella comunicazione, l’ipertrofia dei mercati finanziari, la possibilità di spostare enormi masse di denaro da un continente all’altro con un clic, fanno vacillare quest’assioma di Smith, che comunque già nel 1776 ammetteva l’evenienza della fuga di capitali a causa di tasse troppo alte e saggi di profitto troppo bassi.

Gli spunti offerti dall’opera di Smith sono troppi per svilupparli tutti in una sede come questa, che può solo limitarsi a invogliare il lettore ad approfondire per conto proprio tramite la lettura diretta. Non mancheremo però di evidenziare ancora poche suggestioni dell’opera smithiana.

La prima riguarda il ruolo della geografia ne La ricchezza delle nazioni. Essa ha un ruolo poco appariscente ma comunque importante. La stessa idea di divisione internazionale del lavoro si basa in buona misura sulle differenti attitudini naturali dei paesi, e il ruolo d’indirizzo che la geografia ha sulle attività economiche traspare qua e là nell’opera (ad es. la spiegazione del perché le terre fluviali e marittime si siano sviluppate precocemente, o di come la posizione di una città ne determini il ruolo commerciale). Non è vano sottolinearlo, oggi che l’economia politica è stata rimpiazzata da una economia astratta e matematica.

Una seconda suggestione concerne il rapporto tra crescita e benessere. Come altri prima di lui, Smith nota che il benessere di una nazione non sta tanto nella ricchezza accumulata ma nella crescita del reddito. In un’economia stagnante i salari scendono verso la sussistenza, i profitti calano al minimo possibile, e la rendita (secondo Smith) si azzera.

Smith non è però un sostenitore dell’opportunità di abbassare i salari al minimo possibile. Al contrario, ritiene che salari elevati stimolino l’operosità, e che i lavoratori debbano avere giornate di riposo per non consumarsi troppo rapidamente nel fisico. Ammette che i lavori ripetitivi determinati dalla divisione del lavoro minano l’intelletto e la vitalità di chi li svolge. Riconosce che i datori hanno una maggiore forza contrattuale rispetto ai lavoratori, e non ha dunque senso che lo Stato si schieri a difesa dei primi mentre dovrebbe garantire regole a favore dei secondi. Inoltre, secondo Smith profitti elevati incidono sui prezzi più di quanto facciano salari elevati. Mentre gli interessi di proprietari terrieri e lavoratori salariati coincidono con quelli della collettività, quelli dei manifattori vi sono opposti (il saggio di profitto è massimo dove la ricchezza è minima) e questa classe di persone mira naturalmente al monopolio, nocivo per il progresso.

Chiudiamo, proprio come fa Smith, col debito pubblico, cui l’Autore dedica l’ultimo capitolo e un ammonimento: quando amministratori pubblici che pensano all’emergenza presente ma non alle conseguenze sul futuro hanno accumulato un debito tale che ogni nuova tassa serve solo a pagare i crescenti interessi, la liberazione dal debito pubblico, “se mai si è realizzata, è stata sempre mediante bancarotta“. Parole d’uno scozzese del 1776, che un italiano del 2014 non può che sentire di stringente attualità.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...