Mandela: eroe o “terrorista”?

Tratto da L’Huffington Post, 8 dicembre 2013

 

Il quesito contenuto nel titolo apparirà provocatorio a molti, soprattutto in questi giorni in cui il mondo intero è unito nel cordoglio per la scomparsa del novanticinquenne padre del Sudafrica post-apartheid. Tuttavia, come sempre accade alla morte di un personaggio famoso, i social network si scatenano e, a fronte di una maggioranza che commemora lo scomparso, c’è una minoranza che palesa indifferenza o aperta ostilità. A molti, scorrendo la “home” di Facebook, saranno apparsi post in cui Mandela è descritto come un “terrorista”.

I sostenitori di questa visione possono rifarsi ad alcuni predecessori illustri, tra cui Margaret Thatcher, che in una conferenza del 1987 definì l’African National Congress (ANC) una “tipica organizzazione terrorista”. La “Lady di ferro” britannica rappresentò fino all’ultimo uno dei pochi appigli internazionali del regime razzista sudafricano, opponendosi alle sanzioni (sebbene tardivamente, quand’esso stava collassando dall’interno, si mobilitò anch’ella per la liberazione di Mandela e la fine dell’apartheid). Come sottolineato dal Indipendent, all’epoca nel Partito Conservatore britannico le posizioni verso l’ANC e Mandela erano spesso ostili.

Negli USA il presidente Ronald Reagan s’oppose strenuamente alle dure sanzioni che i democratici volevano imporre al Sudafrica razzista: anche quando la legge fu edulcorata e approvata dal Congresso grazie a un accordo bipartisan, Reagan pose il veto. Era il 1986. Del resto, nel clima della Guerra Fredda (l’ANC era alleato coi comunisti contro il regime sudafricano), gli USA si mostrarono a lungo propensi a chiudere un occhio sulle colpe dell’apartheid (Pretoria, conscia di ciò, non mancò di solleticare l’anticomunismo di Washington, ad esempio varando nel 1950 la Legge per la Soppressione del Comunismo, in cui al termine “comunismo” era data un’accezione sufficientemente ampia da includere tutte le opposizioni al regime). Un fatto significativo: fino al 2008 Mandela e altri dirigenti dell’ANC si trovavano nella watchlist USA dedicata al terrorismo.

I detrattori di Mandela, scatenatisi in questi giorni su Internet, ricordano in primo luogo la strage di Church Street, Pretoria, del 20 maggio 1983. Un commando di MK, il braccio armato dell’ANC fondato da Mandela, organizzò un attentato dinamitardo contro il quartier generale dell’Aviazione sudafricana. Ma tra i 19 morti e 217 feriti che ne risultarono, oltre a militari e impiegati dell’Aviazione, numerosi furono anche i passanti civili. Malgrado la tragicità dell’evento e il cordoglio per le vittime innocenti, sarebbe un errore valutarlo emozionalmente fuor di contesto. E il contesto era quello di un paese colonialista che dal 1948 aveva cominciato ufficialmente a suddividere la popolazione per gruppi razziali, deportando con la forza neri e indiani di modo da creare zone residenziali integralmente bianche. Nel 1970 ai neri fu revocata la cittadinanza sudafricana e furono segregati nei bantustan, in cui le condizioni di vita erano nettamente inferiori perché lo Stato focalizzava i propri servizi sulla minoranza bianca. Le persone deportate in quei decenni furono milioni, e innumerevoli le uccisioni e gli arresti arbitrari compiuti dalla polizia contro pacifici dimostranti ostili all’apartheid.

Questa polemica, di per sé abbastanza infondata e motivata più da pregiudizi razziali che da un’oggettiva analisi storica, ha però un merito. Sposta infatti l’attenzione su un altro Mandela, diverso da quello insistentemente evocato e celebrato in queste ore. Perché è vero che Mandela è stato l’uomo della resistenza non violenta, della pacificazione, della “nazione arcobaleno”, dell’amnistia, della filantropia. Ma è stato anche e non solo quel Mandela. C’è pure un’altra faccia di Mandela, quella del militante, del cospiratore, che non è opposta ma complementare alla prima. Che non è il rovescio “cattivo” della faccia “buona”. È altresì il Mandela che non si vuole ricordare perché, alla nostra società assuefatta alla violenza ignobile e insensata che viene compulsivamente narrata o descritta dai TG ai film, dalla musica ai videogiochi – a questa società tanto caratterizzata dalla violenza fine a se stessa, riesce invece difficile accettare e riconoscere l’esistenza di una violenza “nobile”, una violenza motivata dal senso di giustizia e tendente al giusto.

A questo rifiuto della violenza “positiva” si unisce poi il cliché, inconsciamente razzista, per cui l’africano nero è sempre buono, simpatico e mansueto – ma di conseguenza docile e incapace di ribellarsi all’ingiustizia.

Ecco allora che trova la sua utilità ricordare l’altra faccia di Mandela, il militante rivoluzionario. Il giovane Mandela seguace di Anton Lembede e del suo nazionalismo africano “integralista”, che rifiuta la collaborazione coi bianchi e la commistione con le ideologie occidentali, incluso il comunismo (posizioni queste che correggerà alcuni anni dopo). Il Mandela che, come afferma nella sua autobiografia, sceglie la resistenza non violenta non perché persuaso dal messaggio etico gandhiano, bensì perché la ritiene l’unica tattica adatta alla situazione. Il Mandela che, di fronte alla distruzione di Sophiatown e alla deportazione dei suoi abitanti, decide che la non violenza cessa di essere la giusta opzione, e fonda MK, il braccio armato dell’ANC. Il Mandela che, quando gli viene offerta la liberazione in cambio della rinuncia alla lotta armata, rifiuta perché ritiene che l’ANC non potrà deporre le armi finché non l’avrà fatto il regime.

Questo è l’altro Mandela. E, checché ne dica certa propaganda xenofoba da un lato o il “politicamente corretto” non-violento dall’altro, è un Mandela che ha il diritto alla celebrazione e all’elogio non meno di quello più noto, “gandhiano” e pacificatore.

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